Federica Galetto
Nulla mi piange di più
se non l’attentato
al parto fecondo
di un giovane seme
attaccato alla mia gonna
un uomo in fasce
che mi rischiara il sangue
Federica Galetto
Nulla mi piange di più
se non l’attentato
al parto fecondo
di un giovane seme
attaccato alla mia gonna
un uomo in fasce
che mi rischiara il sangue
vita, vita colpita
tritata a questa mola
irredenta ferita
al giorno che non vola
alto sulla stranita
stanza, cellula viola
impazzita al sudario
alto letto atro estuario
e intanto, portano ire
e indossano su corpi
dichinanti a patire
la rabbia d’anticorpi
e intanto, hanno mire
coltivano nei torpi-
di giorni ogni ambizione
a dirsi in guarigione
“Colui che guarda dal di fuori attraverso una finestra aperta non vede mai tante cose come chi guarda una finestra chiusa. Non c’è oggetto più profondo, più misterioso, più fecondo, più tenebroso e più abbagliante di una finestra illuminata.”
(Charles Baudelaire)
Ci sono, nella letteratura, momenti oscuri e insondabili, grandi zone vuote che possono ospitare taccuini possibili o lettere ipotetiche, a favolosa e impossibile riparazione delle ferite di quel vuoto. In quei momenti si può scrivere come se si stesse ricordando uno stato di pericolo, di stupore. (m.e.)
“voi imparate anche dalle parole che feriscono. oppure non ascoltate. avanzate, con la nettezza e la brutalità dell’aratro e seppellite i semi cattivi. sono forti, lo sapete, rispuntano sempre. oppure trasformate i modesti fiori di campo in bellissime modelle da sfilata. bellissime, ma vuote. innocue, dunque. neutralizzate i pensieri cattivi bendandovi gli occhi. ma non fermatevi. lasciate nel vostro cammino i drammatici solchi di un inseguimento. gli schizzi di fango. ali a brandelli”.
La parola giuridica
e la parola letteraria
[Tratto da
Diritto di parola
a cura di Felice Casucci
Edizioni Scientifiche Italiane
Napoli, 2009, pg 88-98]
[...]
Proviamo a verificare come concretamente la letteratura possa servire al Diritto, nutrendolo e sostenendolo.
Ecco forse l’incipit più popolare della letteratura contemporanea, quello di Cento anni di solitudine, di G. Garcia Marquez:
“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”(1). Leggi il seguito di questo post »
La Biblioteca di RebStein
XII. Luglio 2010
Viviana Scarinci
______________________________
Viviana Scarinci, Improntitudini (2005 – 2010)
______________________________
***
La scorpione
Lorenzo Calogero
BREVE CRONOLOGIA DEI FATTI DEL 20 LUGLIO 2001:
PIAZZA ALIMONDA ORE 17.27
Venerdì 20 luglio
Il vicepresidente del Consiglio, on. Gianfranco Fini, con altri esponenti di Alleanza Nazionale, tra cui l’on. Ascierto, si trovano nella Caserma dei Carabinieri di San Giuliano dove si trattengono per diverse ore. Le forze dell’ordine vengono dislocate nelle zone dove passeranno i cortei e nelle vicinanze delle piazze tematiche. Sono stati rimossi i cestini della spazzatura ma molti cassonetti si trovano tuttora lungo i percorsi e nelle piazze dove si raccolgono i manifestanti. Fin dalla mattina compare il Black block: gruppi di 10, 15, al massimo 20 persone alla volta, molte delle quali dall’accento straniero, si aggirano per la città distruggendo vetrine, incendiando cassonetti, auto, motorini. Fanno incetta di sassi, spranghe e bastoni. Diversi privati cittadini, da varie zone della città, denunciano il fatto alle autorità competenti. Un gruppo si concentra in piazza Paolo da Novi, la piazza tematica dei Cobas; inizia a smantellare la pavimentazione e a caricare i cassonetti con pietre. Alcuni manifestanti tentano di fermarli. Le forze dell’ordine, che si trovano a breve distanza, no. Indietreggiano, sparando lacrimogeni. Li inseguono nelle vie adiacenti senza mai fermarli davvero. (Alcuni filmati, anche del sabato, riprenderanno strani personaggi che prima parlano con le forze dell’ordine e poi si avvicinano ad alcuni Black block. Altri filmati riprendono dei personaggi che, in motorino, prima parlano con i Black block, poi con le forze dell’ordine, e così via).
Carlo Bordini
“Io non scrivo, sono scritto. Ho imparato a diffidare delle ideologie e del senso del dovere, la realtà è infinitamente più grande, vera e libera del pensiero. Se esaminassimo tutta la letteratura civile degli ultimi 150 anni, scopriremmo che funziona solo chi, fuori dagli schemi, porta in sé un elemento di eresia”.
Dopo L’opera non perfetta, un altro volume di Marco Ercolani lascia gli scaffali virtuali della Biblioteca di RebStein e si trasforma in un libro in carta e inchiostro per i tipi dell’Editrice QuiEdit di Verona: A schermo nero, con la postfazione di Luigi Sasso, uscito nella collana Questo è quel mondo curata da Enrico De Vivo.
Qui di seguito l’intervista che Marco Ercolani ha concesso a Gustavo Paradiso sulla genesi e le ragioni di quest’opera.
Sezione Curiel
L’avranno affittata come sala-giochi ma una ventina d’anni fa, al Vico San Nicola a Nilo, tra i portici di Via Tribunali, era sede di una sezione cittadina di un partito politico. Portava il nome di Eugenio Curiel, quella sezione: il nome di un perseguitato, di una vittima di un sistema totalitario.
Come molte altre sedi sezionali, anche la “Curiel” era spoglia come una casa in disarmo, anonima e con le luci al neon: due grandi tavole, una cinquantina di sedie di legno, un’altra trentina di sedie di plastica pieghevoli, alle pareti qualche manifesto elettorale dalle falde pendule, qualche foto-ricordo di visitatori illustri, bandiere con le grinze, striscioni di cortei, posacenere e cestini porta-rifiuti. Leggi il seguito di questo post »
È stato sempre travagliato il destino degli intellettuali di sinistra, non solo per la funzione cui erano chiamati per la competenza sapienziaria, ma anche e forse di più per il ruolo che gli era stato via via configurato, censurato, dimezzato e infine dismesso.
Dall’intellettuale organico – che ebbe secondo alcuni una valenza più teorica che pratica – si passò all’intellettuale impegnato (éngagé, secondo la dizione sartriana) per concludersi, attraverso la dimensione iper-reale dell’intellettuale effimero, con la figura incerta e confusa dell’anti-intellettuale o del “cane sciolto” (che è, per la verità, un’accezione della destra). Ha modificato, questo Carneade, la sua identità e il suo status: nessuno più si definisce “intellettuale” (diventata quasi una bestemmia, da evitare) e nessuno più si dichiara “di sinistra”, sebbene poi tutti confermino di votare “a sinistra”. Leggi il seguito di questo post »
Non possiamo dire che i ricchi la fanno sempre franca perché ci accuserebbero di essere dei vetero-comunisti; non possiamo dire che il premier è un qualunquista populista e demagogico perché ci accuserebbero di essere comunisti; non possiamo dire di non apprezzare Santoro o Saviano perché ci accuserebbero di non essere comunisti, o di non esserlo sul serio o abbastanza, oppure di essere in realtà geneticamente di destra e fittiziamente di sinistra.
È un ginepraio, non se ne esce con tranquillità ma con le ossa rotte, con una dignità vilipesa, con una personalità depotenziata, da occultare, ristrutturare o addirittura rimuovere. E dire che coltiviamo la libertà, siamo pronti a difenderla sulla nostra pelle e per la pelle altrui: siamo pronti, cioè, ad assumerci la responsabilità di un giudizio che sembra ingeneroso e tagliente ma che, in fondo, è solo un esercizio di coscienza, una pratica politica. Leggi il seguito di questo post »