Lo sciancato e Caterina

settembre 16, 2014 by

Assiri Alessandro Assiri
Enzo Campi

In una delle più perfette ed esaustive «riconciliazioni dei contrari» che la letteratura contemporanea ha espresso negli ultimi anni (“Caterina si prende l’odore con le mani, l’allunga con le labbra in un dire lungo e magro che consegna quel che porta, nel niente in cui si è rimpinzata e che l’ha fatta dimagrire”), Assiri declina la sua idea di poetica giustapponendo e amalgamando il pieno e il vuoto, ciò che è destinato ad essere trattenuto e ciò che deve, per forza di cose, tracimare.

Ritenzione e risonanza: è forse questo il leit motiv dell’opera?

Partiamo così: “Caterina frequenta soltanto quello che inventa, abita da fuori sede il cielo dei buchi e delle lettere. Cuce per l’inverno, dorme poco per non fare brutti sogni, le parole le immagina corte al di là delle mie che escono morte”. E potremmo già aver detto tutto, senza dire nulla. Senza dire nulla che non sia già noto, dicendo cioè proprio il nulla: “esce sulle sue gambe da ogni nulla in cui entra”.

Qui si tratta di entrare e uscire, di diventare il chiodo che perfora dall’esterno verso l’interno  e il getto di sangue che viene espulso dall’interno verso l’esterno, per figurare e defigurare un ciclo, il ciclo – solo apparentemente compiuto – dell’andirivieni (con la variante del «viaggio», sempre incompiuto e sempre ripetuto:  “È un fantasma che scende dai treni, di quelli che non sanno di ritorno né di che nausea parlavamo”), del percorso, qui riconfigurato in «transito», sempre inutile, sempre transitorio proprio perché volto all’attraversamento, a quell’insana pratica di esplorare le pieghe, i risvolti, le sfaccettature.

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Holocaust

settembre 16, 2014 by

Charles Reznikoff Charles Reznikoff

We are the civilized –
Aryans;
and do not always kill those condemned
to death]
merely because they are Jews
as the less civilized might:
we use them to benefit science
like rats or mice;
to find out the limits of human endurance
at the highest altitudes
for the good of the German air force;
force them to stay in tanks of ice water
or naked outdoors for hours and hours
at temperatures below freezing [...]

 

Charles Reznikoff Noi siamo i civilizzati –
gli Ariani;
e non sempre uccidiamo i condannati a morte]
solo perché sono ebrei
come altri, meno civilizzati di noi, farebbero:]
noi li usiamo per il beneficio della scienza
come topi o cavie:
per scoprire i limiti della resistenza umana
alle massime altezze
per il bene dell’aviazione tedesca,
costringerli a stare in bidoni di acqua ghiacciata
o nudi all’esterno per ore e ore
a temperature sotto lo zero [...]

Ο Τειρεσίας (και άλλα κείμενα)

settembre 15, 2014 by

Giuliano Mesa

σε αφήνω εδώ
με αυτά τα σύννεφα φορτωμένα βροχή
αυλακωμένα από μια αχτίδα
που θα σε ξυπνήσει, αύριο κιόλας,
όταν θα ’χεις πια αναμνήσεις
να σκεφτείς.

πηγαίνω
στην παρασκιά που απομένει,
εκεί που επιστρέφω, τώρα,
τώρα που μπορεί να ξαναρχίσω,
που θα μπορούσα,
τώρα υπάρχει μόνο μια αποθυμιά:
ν’ αφήσω, ν’ αφήσω ανέγγιχτη
αυτή τη στιγμή πριν απ’ τη θλίψη
όταν η θλίψη
έγινε μοιρολόι παρηγοριάς
και μετά σιωπή
αυτή η σιωπή που ακούμε μαζί,
τώρα – είναι τώρα που ξέρουμε,
σε αυτή τη στιγμή που διαιρεί

σε αφήνω εδώ

 

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Evanghelìa Polìmou traduce in greco alcuni testi di Giuliano Mesa per la rivista “Poiein“. Continua a leggere qui
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riletture, 2

settembre 13, 2014 by

Giuliano Mesa

Giuliano Mesa
Tiresia (oracoli, riflessi)

riletture, 1

settembre 11, 2014 by

Zbigniew Herbert

Sergio Baratto
Inno agli uomini che muoiono in piedi

Mandel’štam

settembre 10, 2014 by

Osip Mandelstam

В Петрополе прозрачном мы умрем,
Где властвует над нами Прозерпина.
Мы в каждом вздохе смертный воздух пьем,
И каждый час нам смертная година.

Богиня моря, грозная Афина,
Сними могучий каменный шелом.
В Петрополе прозрачном мы умрем, -
Здесь царствуешь не ты, а Прозерпина.

1916

Nella diafana Petropolis noi moriremo,
Dove Proserpina regna su di noi.
L’aria della morte in ogni alito beviamo,
E ogni ora è per noi il tempo della morte.

O terribile Atena, o dea del mare,
Togli il possente elmo di pietra.
Nella diafana Petropolis noi moriremo, -
Qui non sei tu, ma è Proserpina a regnare.

Cesare Ruffato. Cuorema di memoria

settembre 8, 2014 by

Cesare Ruffato Maria Lenti

 

Cesare Ruffato, Scribendi licentia

 

[AA.VV., Cesare Ruffato: la poesia in dialetto e in lingua, Atti del Seminario di Studi - Padova, 11 marzo 1999 -, a c. di B. Bartolomeo e S. Chemotti, Intr. di C. De Michelis, Biblioteca di «Studi Novecenteschi», n. 3, Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2001]

 

Cesare Ruffato. Cuorema di memoria

     Pressoché assente nelle raccolte in lingua il tempo passato si innerva invece nel dialetto di Cesare Ruffato e lo connota, ma non trascina mai il ricordo né lo incurva nell’adorazione dello spazio perduto della totalità solare, vissuta, o sentita tale per rimozione, o solo supposta per pigrizia intellettuale e conformismo culturale(1), lì fermandolo come il massimo di inappartenenza al presente.
     Appare – questo tempo passato – presenza certa nella consapevolezza, tuttavia, del suo essere perduto e nella domanda, nemmeno sotterranea, se e dove abbia depositato il valore dei legami, la valenza delle esperienze e delle loro epifanie, dei lasciti che marcano appunto l’essere vivi e l’agire, o il senso etico della modalità di essere e agire.

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In memoria di Jacqueline Risset

settembre 6, 2014 by

Jacqueline Risset Mercoledì scorso si è spenta a Roma, all’età di settantotto anni, Jacqueline Risset, insigne studiosa, saggista, poeta e traduttrice che aveva scelto l’Italia, e la cultura italiana, come patria d’elezione – e Dante Alighieri, in particolare, come termine di confronto e compagno di viaggio della sua avventura umana e intellettuale. Tutta la sua opera, dagli esordi neo-avanguardistici degli anni Sessanta alle ultime produzioni, è attraversata da un filo rosso che ne costituisce, a ragione, uno dei lasciti maggiori: l’idea che la cultura, per guardare e parlare al futuro, deve valicare gli ambiti nazionali e aprirsi al confronto costante con l’infinità di volti, statuti e prospettive che la definiscono, in un interscambio vivificante che travalica l’angustia degli steccati, dei generi, delle poetiche, delle gabbie stilistiche o semplicemente temporali.
La ricordiamo, con affetto e riconoscenza, ripubblicando un articolo comparso sulla “Dimora” nel (l’ormai) lontano febbraio 2008. (ff)

Traducendo Dante

Leggere Dante nel testo originale vuol dire fare l’esperienza di una sorpresa continua e stratificata, legata alla ricchezza costantemente imprevedibile del tessuto poetico, alla forza della sua formulazione: si ha l’impressione di circolare in un insieme di iscrizioni, simili ai messaggi misteriosi che il visitatore dei tre regni di quando in quando decifra sulle pareti, lapidarie, essenziali, portatrici dell’evidenza delle parole ascoltate in sogno; ma con un elemento che sfugge al sogno, un elemento che ne è fuori in modo radicale: la continuità attiva e affascinante, effetto della terza rima e della sua poderosa orditura, che lega il discorso e lo sospinge in avanti.

(Continua a leggere qui…)

La riconoscenza?

settembre 5, 2014 by

riconoscenza_g

 

Da circa un anno ho avuto la possibilità e l’onore di collaborare con la Dimora, grazie alla gentilezza e all’altruismo di Francesco Marotta, e lo ho fatto in modo sporadico, secondo quelle che sono le mie possibilità; non mi sono mai permesso, però, di inserire un articolo senza il benestare di Francesco, perché penso che questa Dimora, che è casa di tutti, sia prima di tutto la sua. Lo faccio oggi per queste riflessioni che probabilmente sono banali e che mi sono suggerite dall’incertezza, che Francesco stesso ha già molte volte lasciato intravvedere, sul futuro del sito.

Tralascio tutto quello che ci sarebbe da dire sulla realtà dei blog di poesia e letteratura, che forse sono giunti alla fine di un ciclo. Ma credo che la Dimora in quest’ottica costituisca una parziale eccezione. Tralascio anche quelli che possono essere i problemi personali di Francesco e le sue motivazioni. Non è questo il punto.

Francesco stesso già in passato su queste pagine aveva espresso in modo chiaro la propria amarezza per un ambiente – quello letterario o pseudoletterario – in cui tutti sono disposti a chiedere, ma ben pochi a dare, in cui non è importante essere bravi ma più-bravi-di, in cui fondamentale non è sempre la dignità del proprio percorso ma la sua visibilità. Però credo che i frequentatori della Dimora non siano dei bambini, e dunque sappiamo tutti qual è il valore della riconoscenza nella vita reale, e non solo nel piccolo mondo della scrittura. Non è nemmeno questo il punto.

Quello che mi chiedo è invece altro. Io scrivo, noi scriviamo, tu leggi, noi leggiamo. Facciamo parte del carrozzone, a vario titolo e con diverse attitudini, ma ne facciamo parte, e non a caso non me ne tiro fuori, parlo al plurale che è prima di tutto singolare. Insomma, siamo dalla parte di chi vorrebbe – tenterebbe, aspirerebbe a – esprimere il lato migliore e più profondo della nostra umanità, individuale o collettivo che sia. Eppure siamo i primi che non solo accettano, ma danno vita da protagonisti ad un teatrino basato molto più spesso sull’egoismo e sull’affermazione del sé. Con quale coraggio, poi, speriamo che la nostra voce possa diventare comune? Con quale dignità?

E resto dell’idea che per chi scrive – e lo dico a me stesso che provo a farlo – la dote più importante non sia saper scrivere, ma l’umiltà. (ft)

***

 

 

Michele Sovente. Un gioco di specchi tra le lingue

settembre 5, 2014 by

Michele Sovente Maria Lenti

[«Il parlar franco», anno VIII/IX, 8/9,
2008/2009]

Michele Sovente
Un gioco di specchi tra le lingue

     Michele Sovente ha iniziato la sua poesia (L’uomo al naturale, 1978) mettendo al centro l’uomo inserito nella congerie storico-sociale novecentesca (dello sradicamento e dei disastri indotti dalla pervasività industriale). Ha proseguito tre anni dopo (Contropar(ab)ola) con un io impossibilitato a venirne fuori e, ciò nonostante, precipuo nel cercarsi per remote ragioni umane e lucide analisi di un intorno: l’azzeramento tiene il passo con quanto persiste realmente di vitale (ed abita la memoria), con l’amore che può darsi pur nella fine, con la constatazione appaiata, tuttavia, a porte non completamente chiuse. Leggi il seguito di questo post »

Quaderni delle Officine (L)

settembre 4, 2014 by

Quaderni delle Officine
L. Settembre 2014

quaderno part_ b_n

Gianmarco Pinciroli

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Maestri silenziosi (IV)
(2004, 2014)

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Maestri silenziosi (V)

settembre 3, 2014 by

De Chirico, Ritratto di Apollinaire, 1914

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Schedario (V)

settembre 2, 2014 by

Paolo Beneforti

Luigi Sasso

Schedario (V)

animali Il nome, la vita, la morte

     Il nostro nome è come un’ombra che ci portiamo dentro. Qualcosa che non muta, che rimane. Questa fissità non allude a una dimensione immortale, ma al suo contrario. Il nome è la morte, il destino, diverso per ciascuno di noi, ma a cui tutti andiamo incontro.
     Il compito della letteratura è sciogliere questo nodo, fare di questa realtà oscura un discorso, una forma. Questa prospettiva mette la letteratura e il nostro tempo quotidiano in un nuovo e diverso contatto tra loro, fa sì che scrivere ci renda un servizio, ci educhi, ci mostri una strada. Leggi il seguito di questo post »

Brush up your Shakespeare

settembre 1, 2014 by

Kiss me Kate, 1953

Antonio Scavone

“Brush up your Shakespeare”
(Sindrome del “di… da…”)

Gli sgherri di una bisca clandestina, Lippy (Keenan Wynn) e Slug (James Whitmore), provano a recuperare dall’incolpevole regista Fred Graham (Howard Keel) un debito di gioco che un ballerino della compagnia ha contratto falsificando in un pagherò la firma del suo capocomico-regista.
     Lilli Vanessi (Katryn Grayson), ex-moglie di Fred e protagonista della commedia, minaccia di abbandonare la compagnia e di vanificare così l’incasso dello spettacolo. Con le “buone maniere” Lippy e Slug costringono la bizzosa Lilli a continuare la recita ma quando percepiscono, al di là del filo del telefono, che il loro capobanda è stato eliminato, ritengono ormai superato il debito di Fred Graham e, congedandosi, perché ormai anche loro senza lavoro, consolano l’afflitto Fred a riprendersi dalla delusione e dall’amarezza consigliandogli di rispolverare per l’occasione il buon vecchio e sempre valido Shakespeare in una rinnovata rilettura delle opere del Bardo di Stratford-on-Avon.
     Brush up your Shakespeare (rinfresca, ripassa il tuo Shakespare) è il formidabile duetto cantato e ballato da Lippy e Slug, davanti a un rinfrancato Fred, nel film “Baciami, Kate!” di George Sidney del 1953, con la partitura di Cole Porter e le coreografie di Hermes Pan, per una famosa edizione musicale de “La bisbetica domata” (The Taming Of The Shrew).

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Eros e polis

agosto 31, 2014 by

Claudia Zironi, Eros e polis

Selezione di testi tratti da:

Claudia Zironi
Eros e polis
Terra d’ulivi Edizioni, 2014

 

ti chiamerò Xióng*

Una sillaba, basterebbe
una sillaba – si diceva stanotte.
In bilico sul bordo tu, Xióng
con i tuoi tagli sul torace e lenti
spesse ad occultare lampi
fai un passo indietro
nel sonno, ti neghi il sogno
mentre cadiamo e ancora
non si scorge il fondo.
Cerchiamo appigli
cui aggrappare l’arte, Xióng
invano. Se non conosciamo
la sillaba per prolungare
questa nostra notte.

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*trascrizione pīnyīn del carattere monosillabico che è radice del nome “orso”

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