
nessuno s’era
accorto, nemmeno la sentinella accesa
nella cera ma è addosso alle porte e pulsa, pulsa
ed ha un nome che non porta, una piaga nella gioia
macera il seme macera
per questo si vive con la carne percossa

nessuno s’era
accorto, nemmeno la sentinella accesa
nella cera ma è addosso alle porte e pulsa, pulsa
ed ha un nome che non porta, una piaga nella gioia
macera il seme macera
per questo si vive con la carne percossa
EDITORIALE (Numero 8/9)
Due grandi linee hanno essenzialmente orientato l’impostazione de “Il Parlar franco” nei suoi precedenti fascicoli: l’approfondimento della produzione neo-volgare in area romagnola; una evidenziata attenzione verso i processi di pensiero che l’hanno caratterizzata in congiunzione con le altre realtà dialettali e, più in generale, con la poesia italiana a cavallo tra il secondo Novecento e il nuovo secolo. Implicitamente è stato proprio il dinamismo insito in quest’ordine a convincerci di dover trasferire le analisi e insomma il campo di rilevazione da un dichiarato e circoscritto riferimento locale alla volta di un ambito culturale più vasto. Leggi il seguito di questo post »
A Gorizia, nel nome di Basaglia: di poesia, cibo, condivisione
I sogni, spesso, scompaiono con il risveglio. A volte invece trovano, nello spazio del risveglio interiore, nel lampo della visione, un terreno adatto a farli diventare fiori colorati ma dalla breve vita oppure alberi dai lunghi rami che si spingono dentro i cieli di anni, secoli, millenni. I sogni di Basaglia, come certe piante che crescono tra le fenditure della pietra di dirupi abissali, sono arrivati molti anni fa in una terra difficile, dal suolo indurito dal sangue di migliaia di giovani e dal gelo di confini irreali, com’è quella di Gorizia. E tenacemente, da allora, sferzati dalla pioggia e dai venti dei pregiudizi, dei luoghi comuni, hanno iniziato a crescere e fiorire. Leggi il seguito di questo post »
La foglia, l’albero, la nuvola, il fumo
“La foglia tornava all’albero e la nuvola al ramo”… potrebbe essere il primo verso di una poesia, o una di quelle frasi un po’ campate in aria che si presentano, non richieste né sollecitate da emozioni, alla nostra mente o al nostro umore mentre per esempio aspettiamo un treno, un figlio che esca da scuola, o la chiamata di un turno per un appuntamento, una visita, un responso. Potrebbe essere una di quelle frasi che non avremmo mai pensato di compitare, e che tuttavia giudichiamo necessaria, come se ne avessimo bisogno per ricavarne un’utilità. E, difatti, pur quando la vediamo apparire sull’irreale e fittizio desktop della nostra mente e ne avvertiamo immediatamente l’estraneità e l’incongruenza, non ce la sentiamo di cestinarla, anzi continuiamo a guardarla, a leggerla, infine a pronunciarla in sordina, forse per capire se davvero ci appartiene, così insolita ed eccentrica. Leggi il seguito di questo post »

(Opera pittorica di Teresa Maresca)
Da: Il tempo dovuto. Poesie (1996-2005), prefazione di Mauro Ferrari, Roma, Editoria&Spettacolo, 2005.
La città sparita
Forse è sparita nel cappotto
o in sandali d’estate
la strada che teneva stretta
l’infanzia nel cuscino.
Non c’è più l’acqua dei navigli dove
ci s’incontrava a notte
in un presente tutto da smontare.
E’ l’insonnia a riparare il danno?
Nota critica di Giorgio Bonacini
Tante e indeterminate sono le modalità con cui la poesia misura la sua efficacia linguistica e concettuale, ma tutte tendono a spostare, decentrandolo, il centro conoscitivo che l’esperienza del pensiero (di chi scrive e di chi legge) si propone di attuare. Nei testi di Carlucci si assiste a una concentrazione di senso in cui la possibilità del dire non eccede mai la sua necessità e la sua appartenenza al fare poetico. Ma ciò non significa affatto che ci si trovi in presenza di una scrittura, per così dire, dal respiro corto: quella che affiora è una precisa coscienza del limite in cui la parola viene a trovarsi. Chi ha troppa urgenza e non misura l’invadenza di quanto dice o scrive, spesso “ha detto una parola di troppo/…/e quella parola ha desolato il cuore, ha spento l’orizzonte”. Un’esattezza del linguaggio che lascia però alla voce la possibilità, se vuole, di suonare in affanno o regredire o impoverire lentamente o sfidare il silenzio: insomma essere comunque sempre viva, mai bloccata in rigidità formali istituzionali che ne svuoterebbero il pensiero. Leggi il seguito di questo post »
Excerpts from “Philosophy and the Mirror of Nature”
(A cura di Giuseppe Cornacchia, traduzione di Angelo Rendo)
Ogni funzione non ha corpo,
non subito s’afferra.
I sentimenti sono fantasmi
e il dolore,
che anticipa la mente.
A nulla servirà
salvare la storia delle idee.
Tu conosci, non un problema
ma una descrizione:
il tuo dolore è il mio.
Il bello e il brutto alle 11 di un mattino di questo millennio.

Io mi ritengo alla fin fine un cultore della bellezza, tuttavia mi sento sempre più invaso da un eccesso o un’imposizione di bellezza che mi irrita, o comunque ritengo che per arrivare alla mia idea di bellezza – perché c’è bellezza e bellezza – a un’idea di bellezza che non si confonda con la melodiosità e la levigatezza, bisogna passare per una certa bruttezza, o comunque fregarsene altamente, sbattersene, disdegnare la bellezza.
La bellezza va infatti perdendo valore se non altro per una legge economica, quella della domanda e dell’offerta, per cui è inflazionata dal suo dilagare, in forma commercializzata e formattata, nel mondo. Io ho pubblicato – ad esempio, visto che il miglior esempio o quello che conosciamo meglio è sempre il nostro – un libro scritto piuttosto male, e anzi peggio, scritto apparentemente con un linguaggio ricercato e sofisticato, in una sintassi curata e talvolta perfino arabescata e fiorita, ma che profondamente, a un occhio fine, appare scritto male, o almeno per 3 quarti scritto male. Io infatti non sono né un vero scrittore né un vero poeta, non ho il senso profondo della forma, non “risolvo” la realtà con un gesto linguistico, non la “formulo” con un guizzo immaginativo. Io mi sento un esploratore delle percezioni, un missionario dei territori psichici, che si addentra in zone intricate e inaccessibili per parlare un nuovo linguaggio, portando dentro di sé una specie di senso dell’indicibile coltivato e curato in me, da piantare altrove, il prete di una religione perversa, panica e violenta, e insomma tutta una serie di cose lontanissime da uno che vuole produrre oggetti levigati e piacevoli, utili a passare una mezzoretta di relax quando non si ha la tv a disposizione, o poesiole bamboleggianti che ammiccano al lettore.
26 novembre 2009: Thanksgiving day
(di Vincenzo Sparagna)
Il 26 novembre 2009 si celebra negli States il “Thanksgiving day“, il giorno del ringraziamento. La festa ricorda l’odissea del Mayflower, un battello carico di 102 profughi che nel 1621 vagò per mesi nelle tempeste atlantiche prima di approdare sulle coste americane. Accolti amichevolmente dagli indigeni, che li saziarono di fagioli, i migranti decisero di festeggiare l’avvenimento in un giorno speciale che chiamarono Thanksgiving day. In seguito nel 1863 il presidente Abramo Lincoln stabilì che questa festa si celebrasse nell’ultimo giovedì del mese di novembre, che quest’anno cade appunto il giorno 26. Ora, per una di quelle coincidenze che appassionano gli studiosi di misteri, è proprio il 26 novembre 2009 il giorno ultimo fissato dal Comune di Giano per il suo attacco a Frigolandia. In quella data, ci intima un recente atto giudiziario tanto provocatorio quanto immotivato, dovremmo lasciare la repubblica immaginaria che con fatica e sacrifici abbiamo creato qui in Umbria e con essa cancellare il sogno/realtà del Museo/Laboratorio dell’Arte Maivista. Leggi il seguito di questo post »
[La prima parte dell'opera qui e qui]
Pensiero-immagine
Non dobbiamo sempre pensare gli organi sensoriali come altrettante porte attraverso le quali la vita circostante penetra in noi. (Eugène Minkowski)
Copia e segno
Il fisiologo Johannes Muller, nel 1825, elabora una tesi sulle sensazioni visive fantastiche che sgretola l’interpretazione idealistica della sensazione, così come è stata concepita nella Critica della ragion pura. Kant affermava che la sensazione è affine al sigillo impresso sulla cera; è Eindruck, impressione; copia, non originale. Quando Kant afferma: «È un’immagine», definisce il ‘regime inferiore’ in cui veniva collocata, dal punto di vista speculativo, l’attività dell’immaginazione. Muller, al contrario, ribadisce che i sensi agiscono secondo una modalità innata di ricezione ed elaborazione dello stimolo. Non sono Abbild, copia, ma Zeichen, segno. Leggi il seguito di questo post »
VERZIERE
Gabriella Maleti, tra mimetismo e meticciato
I testi qui proposti rappresentano un ulteriore tassello del particolare e sempre rinnovantesi sperimentalismo che segna come uno stigma l’opera ultratrentennale di Gabriella Maleti, il cui tellurico esordio in volume, Famiglia contadina, Ed. Forum, risale al 1977. Anche per la Maleti, fiorentina d’adozione, che alla produzione in versi affianca opere in prosa (fino al recente Queneau di Queneau, Ed. Gazebo, 2007), si può parlare di tensione plurilinguista. E’, di fatto, autrice in lingua, in cui risulta costante l’adozione di particolari argots, inserimenti linguistici allotri, o di linguaggi settoriali, o, è il caso di queste pagine, il cimento nel recupero di dialetti d’area gallo-italica, quello d’origine, modenese, o nella varietà milanese. Leggi il seguito di questo post »
DAL DESIDERIO DI MORTE AL GODIMENTO SENSORIALE
Breve analisi comparativa tra le opere di Clarice Lispector e Maria Luisa Bombal.
Le mani, attraverso esse, possiamo vedere e, al di là di quello che osserviamo grazie ad esse, è possibile innanzitutto sentire, ascoltare, palpare e godere. Come è possibile instaurare un rapporto con coloro che amiamo soltanto coi sensi. Un po’ come fanno Lori e Ana Maria, i due personaggi femminili dei romanzi «Un apprendistato o il libro dei piaceri» di Clarice Lispector e «La amortajada» di Maria Luisa Bombal.
Di fronte a Canti Onirici non risulta agevole mantenere quell’atteggiamento di concentrata distanza propria del vaglio critico, poiché si è in presenza di un testo capace di coinvolgere il lettore in maniera assidua, tenace, non tanto sul piano dell’emozione esistenziale, quanto su quello di un’acutissima sensibilità linguistica.
Siamo al cospetto di un’estrema attenzione nei confronti del linguaggio non fine a sé medesima, bensì in grado d’insinuarsi, di offrire elementi tali da porre in essere proficui percorsi evocativi, affascinanti itinerari che nello spunto idiomatico trovano ineffabile origine.
E’ un procedere, un fermarsi, un soffermarsi secondo cadenze intime, profonde: la poetessa intende renderci partecipi dei suoi versi ricorrendo a una specifica persistenza poetica, quasi lo scritto imponesse un’adesione, un consenso, un esserci. Leggi il seguito di questo post »
Gianluca Pulsoni
Intervista a Costanza e Sabina Masini
Ricordare… se si deve iniziare con un “andare indietro” nel tempo, mi piacerebbe sapere da voi se esiste un qualcosa – un gesto, una parola, una frase, una situazione particolare, un ricordo, una immagine particolare – che ri-guarda il vostro rapporto con vostro padre, a cui siete legate. Una madeleine insomma, per dirla con Proust… in maniera quasi involontaria e, tuttavia, vivissima… c’è qualcosa del genere, capace di aprire lo scrigno dei ricordi?
Ci sembra di vederlo ancora oggi in piedi davanti a quel cavalletto intento a riempire una tela gremita di tante piccole forme geometriche con una serie interminabile di colori magicamente accostati gli uni agli altri. Quei colori che invano tentavamo di suggerirgli, ma la sua mano era così rapita da quel pennello che agiva d’istinto, che non poteva soffermarsi ad accogliere alcuno stimolo esterno, il suo volto sereno e disteso ci sorrideva con affetto.
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