
… Il continuo spostamento da un’area semantica all’altra è ormai la condizione creativa minima per poter continuare a “descrivere l’universo” e contemporaneamente a “continuarne la creazione”, e la critica estrema del pensiero può essere perseguita proprio dai linguaggi artistici in lotta permanente contro se stessi e le proprie soglie critiche.
(Da una lettera di Gianni Toti a Giorgio Di Costanzo datata maggio 1987)
*
(…)
Da molti anni Gianni Toti esplora, poeticamente e filosoficamente, il nostro tempo. Forse unico, fra gli autori video internazionali, a creare un discorso sul mondo fatto di immagini potentemente articolate, fino ai limiti estremi delle possibilità dei linguaggi elettronici (e, quindi, fino ai limiti estremi del noto, del già pensato, dell’ovvio, inteso sia come luogo comune dominante che come luogo comune confortevolmente – confortevilmente, direbbe Toti!- alternativo). Non documentari, quindi; non opere classicamente narrative; non saggi sociologici, didascalici, dimostrativi. Ma pensieri formati da e per immagini e suoni, costruzioni da guardare – capire – rielaborare (lavorare) per leggere in modo diverso, necessariamente diverso, il mondo.
Nei VideoPoemi degli anni Ottanta erano state le utopie del secolo gli oggetti d’amore e di interrogazione: Majakovskji e Lilj Brik, Velimir Chlàbnikov, Dziga Vertov, Ejsenstein… La poesia e il cinema come arti di pensiero nuovo, come sguardo complesso sul presente, come rielaborazione delle gigantesche opere del passato, e come nuovo sogno dell’opera d’arte totale: letteratura, musica, teatro e danza, cinema “riletti” e fusi e ricreati nei nuovi linguaggi del video. Poi, dopo i fatti del 1989, la riflessione su un pianeta avviato a una cementificazione urbana e di pensiero: un pianeta tutto uguale, schiacciato sotto il tallone di ferro del mercato, percorso da miliardi di uomini, donne e bambini ridotti a zero (Planetopolis, 1993), in un tempo mangiato e ossessivo, in cui la dolcezza del vivere è affidata a vecchie, struggenti musiche, a brandelli di memoria, a ricordi e barlumi di riscatto. Gran parte di Planetopolis è stata girata in America Latina: si vedono, in metamorfosi di forme e colori, le orribili discariche abitate da spettri in cerca di sopravvivenza; i bambini di strada con le loro sinfonie di vecchi barattoli; i mendicanti; i cartelloni che pubblicizzano le palestre, la CocaCola, oppure Dio, in un delirio indifferenziato di fedi sacre e profane, di chiese e di centri commerciali. Giubileo docet…
*
Un saluto al poeta Gianni Toti
Apprendo dal post di Nevio Gambula su “absolute poetry” la triste notizia della morte di Gianni Toti.
Voglio ricordare un poeta che è stato tra i più coraggiosi pionieri della poesia spinta ad interagire con le nuove tecnologie, con l’elettronica degli inizi (videopoesia ma non solo) ma soprattutto con la problematica della relazione difficilissima tra poesia e scienza, poesia e tecnologia.
Il suo libro “La bellezza dell’enigma”, Carlo Mancosu Editore, ci diede un’occasione in più per incrociare i nostri discorsi (nella stessa collana vi era una ristampa di Amelia Rosselli e un mio libro). La cosa che più mi colpì di lui fu la coesistenza nella sua persona, nel suo paesaggio mentale, di una forte fiducia nelle possibilità espressive delle nuove tecnologie e i contenuti profondi che all’epoca mi sembravano quasi platonizzanti, immateriali, e che ora riconosco meglio come strutture etiche, come valori vissuti e condivisi dai più coraggiosi, appunto, della sua generazione, quella, per intenderci, che aveva dovuto fare i conti con l’idealismo di Croce.
La sua sperimentazione linguistica, solo per citare alcuni tratti, creava cosmologie, cosmografie, cosmogonie mentre la sua ironia giocosa, moltiplicata dai suffissi e dai neologismi e tecnicismi, abbassava il tono e si faceva amara ricognizione di ciò che era il dato. Spesso autoironico, non risparmiava nulla dalla furia ilare delle sue composizioni.
Ricordo infine la sua voce, quasi sempre sussurrata, bassa ma dolcissima.
Quella voce era la sintesi di quel suo stare al mondo, insieme discreto e pioneristico.
Mi auguro che sarà possibile tra non molto tempo far conoscere anche ai più giovani le sue opere.
Biagio Cepollaro (8 gennaio 2007)
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L’ ENIGMALAGMAGMA della SINESTEATRONICA
(disAPPUNTI di Gianni Toti)
1
No! non ha l’artrite l’artronica, anche se… un’altronica è, certo, un’altra elettronica, poetronica per esempio, o pittronica, o scultronica o… neologismàtevoli pure voi, da soli, i lessémi nuovi delle arti aggiuntive dell’epoca; sono utili, anzi necessari, per combattere la confusione e rimettere in fusione le nuove estesìe. Basta pensare a ciò che “la gente” (i destinatari, da stanare, i pubblici, i prosumers, insomma) erede sia “il video” o “un video” (e non solo la gente, ma i giornali, la stessa televisione e insomma tutta l’attuale disorganizzazione della cultura industriata): o il televisore stesso, dato che pochi conoscono l’esistenza dei monitors; o degli homevideos; o qualsiasi programma televisibile, anche di film, cioè cinema etc. Basti dunque con le allucinemazioni! Oltre la stessa telematografia, verso le nuove arti della visione, le nuove linguistìtiche..!
2
Sinesteatronica, allora: dove lasciavamo il neologismo della sintesi? Le sensibilità ricongiunte nella teatrazione (teatroce?) totale consentita dalle nuove tecniche e logìe si configurano all’orizzonte panteamatico (non più soltanto politeamatico: ricordate quanti cinematografi si intitolavano, e forse ce ne sono che si intitolano ancora “Politeama”, per l’illusione che fosse, il cinema, la sintesi delle arti?) come lo spazio pansensorializzabile, in dimsnsioni finora esperimentate solo parzialmente (le teatrazioni di massa nei primi anni della rivoluzione sovietica, con decine di migliaia di spett-attori, gli happenings, le performances video-installazionali, i musei totali, le “cappelle sinstine” elettroniche di Paik etc.) …Ma sì, sinesteatronie, via! le neo-Bayreauth universali …!!!
3
Troppa fretta e troppa pazienza: ànsima la macchina culturale nel nostro pianetoròttolo, e le grandiose visioni omnimax restano chiuse nelle Géodes della Villette parigina, mentre è ora di panmaxìe, di schermi circolari orizzonte-orizzonte, anzi sferici esterno-interni (o di proiezioni sulle nuvole, quelle previste e presognate, profetizzate dai “futuriani” di Chlebnikov, da Tatlin, Totlin etc.
E’ necessario, anzi urgente – o è già troppo tardi? E’ una postfezìa? – sperimentare, come si ricomincia a fare, sfondando l’orizzontee dei teatri, abolendo le platee e ricostituendole a terrazze sulle pareti delle montagne (a Cuba, per esempio), riconoscendo che, nel postmodernariato del nostro post-futurerno, le unità minime pansensoriali dei linguaggi non sono più parole, frasi, pagine o inquadrature, frasi musicali o tempi, ma gli stessi poemi e racconti, atti e tragedie, narrazioni, epopee, le arti compiute di tutta la storia creativa della specie. Facile a dirsi, disdirsi, inimmaginarsi. Già!
4
Dunque anche al di là delle VideoPoemOpera totiane? si capisce. Non si capiva, forse? Filari di schermi di ogni misura con immagini musicali, verbali, ballettistiche, etc o musiche visuali, verbali, immaginali etc., secondo la vista del punto, gli scambi, le mutazioni, gli sviluppi della spazialità pluridimensionale, il videocubismo, le nuove profondità mobili, le mises-en-abymes, i simultaneismi finalmente possibili e poesibili, le voci dei versi, delle strofe, dell’epico-lirica dilatata, i persistenti echi oltre la fine del transpoema o della supercomposizione, dell’oltracconto, la transnarrazione… Quandi modi, modelli mentali, modulazioni metamorfòtiche! Infatti, “infatti”, come si dice, ahinoi, sempre più spesso. Oltre questi “infatti”. “Nei fatti”, nelle “fattografie” post-futuriane: sì, la “vita colta sul fatto”, ma tutta, tutta la vita ri-presentabile oltre le logorate pseudo rappresentazioni. Raffuturazioni, diciamo?
5
Ma che tipo di poesia? che tipo di musica? Che tipo di immagini? Uffano ormai, queste riproposizioni di domande (regole, moduli, modalità…). Immagini verbali e musicali e danzate e scolpite, etceterali, sempre ormai fuse, non con-fuse, ri-fuse semmai.
Del resto queste non sono mica prescrizioni, ma appena appena descrizioni di nuove arti nascenti, di nuove epistemologie (con relative “rotture”), linguaggerie inedite e inaudite e inviste, inimmaginate (eh, sì! l’inimmaginario scollettivo!). E il “senso” come “direzione” della “freccia” irreversibile del tempo, la storia degli “attrattori” sempre più “strani”, delle ri-evoluzioni (rievoluzionarie, innaturalmente!). In somma, non in sottrazione!
6
Utopie, le solite… Certo, ucronìe anzi, e ucronotopìe, upoetìe, utechnìe… Beh, questa è carta, questi sono vecchi segni, sognificanti e sognificati da insonnie finibimillenarie (o ventimiliardennarie). Il fatt’è che siamo sempre alla fine. Del principio. L’artistificazione del mondo, la Grande Poesificazione, è appena cominciata!…
Gianni Toti 1993
(Tratto da davinioweb)
***
Testi
(Da: La bellezza dell’enigma, Carlo Mancosu Editore)
Post-scriptum per eschatogenesi
… e noi? un vertiginoso concentrato
del mondo? o nel reale conoscibile
noi schiuma ancora in ebollizione
frangia d’interferenza fra più mondi?
un’avanzata della mente sembra
la coscienza – in ritardo sulla mente
un’avanzata del cervello sembra
la mente – in ritardo su se stessa …
ma allora? Il fenomeno dell’ars?
pre-programmato dall’adattamento
filogenetico? o uomo – tu non sei
che un organismo biologico ancora
legato al suo biologico retaggio
e alla sua storia – la tua – evolutiva
ancora quelli – sì – del paleolitico
gli adattamenti – i tuoi – filogenetici
omino! Non sei ancora fatto – tu
per il mondo sognato e poetato
e maladattativo – male detto?
è ancora il tuo modo di malvivere
eppure sembri proprio pre-adattato -
proprio per questa società anonima
con le sue masse enormi – di persone?
di maschere? progetti? che cos’altro?
miliarduomini che non si conoscono
e non si amano e neppure si odiano
sappiamo appena qualcosa – che siamo
forse poetogeneticamente …
(la poetogenesi forse ripete
la filogenesi che ci ripete
l’ontogenesi che ci ripete
e che ci muta nel poetogenere …)
ma finirà – la preistoria – quando?
***
(Da: Strani attrattori, Empiria 1986.)
(…)
che cosa
al di là dello spazio e del tempo
del superspazio del super tempo delle superstringhe
del superuniverso infinitamente finito
forse una spumola una spongia o soltanto
un reticolo una specie di
o qualche distruttura
aliena e astratta
aliunde ipototipotizzano
dunque farfalle nere stelle nere costellitudine
nigricità celeste luci buie cosmossìmori
solitronitudine
rallentare le stelle qualche milione
in un ammasso globulare –
raffreddare quell’ammasso magellanico…
cimiteri stellari l’inimmaginario
eppure tu parli tu scrivi tu leggi
di ammassi globulari defunti perenti
di cadaverità le quasi-stelle
il quasi-cielo il quasi-cosmo il quasi-nulla
il quasi-tutto il quasi-quasi-quasi
quam si
si precipita nel buco
del culo azzurro
2
Decisamente insignificante la terra
nel più grande del più grande indicibile così
(che cosa sono cento miliardi di stelle? una sola
galassia – e innumerabili le lattee che hanno
centomila anni luce diametrali per esempio la nostra
ogni anno nove milioni di milioni di chilometri più
un altro mezzo milione di chilometri può essere
che le galassie siano un infinito numero oh sì…)
la cosa dentro il buco dunque la « singolarità »
che sfinisce la chorochronìa l’estremo intremo
limite si osava dire di ciò che si può sapere
l’interfaccia dicono adesso fra il naturale e il super-
come ridircela altrimenti se lottiamo da sempre
contro « la gravità del linguaggio » reggiamo appena
il nostro peso di silenzio parlato insignificante
creature con « principio distruttivo » incorporato…
*
ter terere t(e)rare terebrátule trútine
draùscia pocciànghera verbale¿
(che mi sono ammalato di me –
malattia inguaribile – subito
i miei poemedici hanno sentenziato
da poetomografia e poematorisonanze
ecoscintigrafandomi poesitronicamente –
e che dovrei saltar giù dal cuore in corsa
e bere botti delle mie lacrime
e baciare baci già baciati
su bocche di inamabili riamate
sognando sogni-in-serie che si metton-in-abisso)
cimiteri verbali a visitare ora vado
tutti i giorni discaffalando –
dei pensieronzinanti sulle staffe
festeggio le mie ungule cacciate
nelle alte imperVie irrespiratorie –
delle guance inveclate i silenzuoli
sulle miniere esauste delle tempie-
leggo su cadaveritiere epigrafi:
sei diventato il tuo precursore
poesifisso in Galgalthe della lingua
nei corridoi optografici già in corsa
coi processori e con le stringhe cosmiche
autofiammifero controvento controverso
12
questo pianeta non vuole salpare
dalle banchine dei miei piedi – pesa
sopra l’artrosi cervicale ancora
mi racconto ma sono raccontato
poetizzo ma sono poetetico
impersonaggio per le letteraglie
smarrito fra le irrivoluzioni
da rivelazionarie sottociglia
guaitato
13
ma distenderò ancora
mani e gambe e schiene e toraci
magnetorisonanti o topografici
scientigrafando l’inguinabulo e «il coso»
sulla terra e sui còrpori
inediti che non mi si sanno
che mi muoiono che io non sono
e mi travestirò
da tempo di morire
per vivere più tempo nell’ex-tempo
(nel supertempospaziosimmetria)
e in questa vìvita commemorarmi
gennaieggiando fino a dicembrare
e lunediando finoa venerdiare
sabateggiando e sdomenicando
e mattinoneggiando pornottando
crepuscrupoleggiando a ogni eòne
albeginando serotineggiando verboludendo
tacinotturno
e se gianuaggerò
anneggerò inneggiandomi quando
(i secoli io già nanosecondeggio)
i millenni io secoleggerò
e milioneggerò i miliardenni
(soltanto ottantadue fino alla fine…)…
oh se anche voi mi aveste gennaiato
quando già fébruo Giano!
ma voi invernaggiavate autunneggiando
nelle vostre estetiche estati
e io primavereggiavo
secondavereggiavo
e terzavereggiavo logagònico
verso le ultimeggianti estremavere
che in eternavere si postùltimano
17
si è sparato- disdicono
ma io ho sperato soltanto
confondo speratorie
con disperatorie e poetirotéos
mi conierò da solo
(e poemedaglie per voi)
fra ondanze e ridandanze
e andirrivieni e andirritorni verbolusori
o impiccatroneggiando a un co-raggio illunare
satellitando su un astro-neo-nato
(ormai ci si può impiccare
anche su altri immondi).
Prende così appunti per Lettere ai Terriani
il Tredicesimo Apostolo speciale
autoinviato nel trapassato futuro
per annunciare la
FINE
infinitura
*
il poiématon qui finisce – anzi
sfinisce qui – infinirebbe – tenui
deducta poemata filo…
avrebbe dovuto eposnarrarsi – e inenarra
perché il futuro va avanti e indietro
e il passato ripassa oltrepresente
eventi nudi – vestiti di nulla-
un sussulto nel tempo che respira
in uno spazio elastico e contratto
e decontratto – freccia di silenzio
questo siamo – e così noi poetiamo
contro il futuro nero il cosmo buio
senza più stelne sterne asterie o
asteropée astrognosíe asterótteri
astrolatríe astrónie uraniscénze
solo luce in prigione e l’eternotte
(ora soltanto la parola aiuta)
non ci saremo più – forse neppure
saremo stati – ma adesso siamo
scriviamo e irradiamo – corpi neri-
luce nera ma oscuro splendore.
(Questa selezione di testi è stata curata da Maria Valente)
***
Brevidia
(prime vociferazioni per un Contraddizionario)
ricomincerò dalla tua faccia senza faccia tutta dita
perché se dico ti prendo la mano ti tocco
con queste parole che bucano l’aria
se ti prendo la mano se ti dico ti prendo
la mano ti tocco anche con le parole
con cui ti prendo intanto la mano
se sul silenzuolo ci prendiamo tutto
che altro tocchiamo intangibili intatti
là dove si tocca ciò che non si tocca
con la mano e con la parola?
se noi ci scateniamo allo smontaggio del tatto
con silenzi incrociati a verbi scritti
e nomi d’azione e piccole verghe accentuate
che cosa rimonteremo se non quelle catenule
di polpastrelli tenui muscolature lisce?
work in regress
col cerebronico e gli interminali
già i futuri commemorizziamo
pessime ottimalizzazioni ottime
pessimazioni poetelematiche
cosmatiche cosmetiche…
dati i dati date le date
alle banche date dei “data”
videostampàtevi in ufania:
qui i finzionari che fanno
pensare le macchine che fanno
impensare gli uomini che non fanno
ciò che spensano e sfanno
quando esonerano il cerebello
qui work in regress
contrattacizione
alacriloquente il tuo è un tristilòquio
irsuta lallazione nel poetorio
senza giardino e senza purgazione
meglio tacere paraulando
(Questa selezione di testi è stata curata da Stefano Guglielmin)
Nota
Gianni Toti è nato a Roma nel 1924. Ha partecipato alla resistenza partigiana ed è stato per molti anni giornalista dell’Unità. Figura intellettuale e sperimentatore assai versatile, regista televisivo e cinematografico, traduttore, romanziere, poeta e videoartista. Con i suoi lavori di videoarte, definiti “video-poesie”, ha partecipato a tutti i principali festival internazionali. Ha vissuto negli ultimi anni tra Roma e il castello elettronico di Montbéliard, in Francia. Fin dai primi anni ’80, sedotto dalle favolose prospettive dell’elettronica applicata all’arte, realizza in questo campo opere in cui musica, parole ed immagini interagiscono secondo modalità rivoluzionarie rispetto a quelle ormai consuete dello spettacolo live, del cinema e della televisione.
Poeta «poetronico», come preferiva autodefinirsi da quando aveva scelto il video come mezzo d’espressione), saggista, traduttore, scopritore ed « importatore » di testi inediti e underground, scovati ai quattro angoli della terra, attore, regista, questo artista singolare e proteiforme ha attraversato il secolo animato da sorprendenti intuizioni che lo hanno posto sempre all’avanguardia dei movimenti artistici e culturali. Dalla sua complessa biografia si ricava l’immagine di un intellettuale organico, costantemente in bilico tra riflessioni teoriche, creatività pura, attività editoriale ed impegno politico. Militante Gianni Toti lo è stato sempre, o per lo meno fin da quando, giovanissimo, si arruola, durante la guerra, nella resistenza al fascismo, continuando in seguito, come giornalista ed inviato speciale ad opporsi e a denunciare tutte le forme di ingiustizie con le quali ha dovuto confrontarsi.
Gianni Toti è morto il 8 gennaio 2007.
Etichette: biagio cepollaro, critica, gianni toti, giorgio di costanzo, maria valente, sandra lischi, sinesteatronica, stefano guglielmin
settembre 30, 2007 alle 12:26 am |
WALTER ROSSI
30 settembre 1977
settembre 30, 2007 alle 12:39 am |
Hai fatto bene a ricordarlo, Giorgio.
Lascio di seguito un link per chi volesse saperne di più o ricostruire l’intera vicenda di Walter Rossi. Della (lunga) serie: da Roma 1977 a Genova 2001, a Ferrara 2005, tralasciando innumerevoli tappe intermedie, è cambiato ben poco.
fm
settembre 30, 2007 alle 12:53 am |
Giorgio, ho visto solo adesso il richiamo nella home del tuo blog.
fm
maggio 8, 2011 alle 8:11 pm |
Caro Francesco, soltanto pochi minuti fa, ho scoperto: PLANETOTI, un blog dedicato a Gianni Toti, curato in modo eccellente da un gruppo di studenti spagnoli…
maggio 9, 2011 alle 7:30 pm |
Grazie della segnalazione, caro Giorgio. Sono andato a visitarlo, è veramente ben fatto e con buoni materiali. Mi lascia un po’ perplesso solo il fatto che l’ultimo aggiornamento risalga ai primi di dicembre…
Ciao, un abbraccio.
fm