
(Massimo Podestà, Red, 2005)
Da I grani del buio
Wie ein Knabe, ein Fremder, wenn man endlich ihn zuläßt,
doch den Ball nicht fängt und keines der Spiele
kann, die die andern so leicht an einander betreiben,
dasteht und wegschaut, – wohin? -: stand ich und plötzlich
daß du umgehst mit mir, spielest, begriff ich, erwachsene
Nacht, und staunte dich an. [...]
Come un fanciullo forestiero, se finalmente lo ammettono
al gioco, non afferra la palla e non sa alcuno
dei giochi così facili per gli altri;
se ne sta là guardando altrove – dove? – così stavo
e all’improvviso intesi che tu eri con me, con me giocavi
notte adulta, e ti guardai attonito. [...]
R. M. Rilke
*
Stipiti acuti di voci negli anni
spuntati sul loro cammino
confusero al buio il disegno
disfecero i tratti, sfumarono i toni
d’un mistero venuto alla luce volgare.
Lei lo portava nel ventre racchiuso
come un uccello straziato,
strappate le ali vibravano ancora
nella terra arrossata sul fiume…
Muove le gambe di bimba e procede
a tentoni nel grigio.
Irrigidite dal freddo
le ciglia imbiancate dimezzano il buio.
Muove le gambe più forte
ritmando il variare del cuore,
il fiato che la precede di poco
ampio si riapre al passaggio.
Degli alberi resta agli occhi la base
in alto le braccia in un tuffo al contrario
nella calma inquieta del cielo in bonaccia.
Onde di vento vorrebbero alzarsi
stracciare il velo, dissipare il gelo.
Lei muove le gambe di bimba e procede.
Lui prese a scavare battendo impazzito
avrebbe voluto squarciarle
rabbioso la gabbia del petto
a colpi violenti di becco.
Sbarre di costole inclinarono molli,
non cedette la porta del ventre.
Le ali, le ali fluttuavano a pena.
Lei aveva indossato il sorriso
schivando punte taglienti di voci
a rimestare fango infuocato.
Muove le gambe di bimba e procede
si lascia avvolgere dentro le pieghe
di cielo grigio disceso che aperto
accondiscende al passaggio.
Nebbia potrebbe partorire ogni cosa.
Si apre lo spasmo in condensa di acque,
il fiato disegna profili di mani,
nasce in sordina la sera sporcata
scrivendo sul corpo troppo in fretta la vita.
Lei sa che sua madre l’attende nel freddo
avvolta dentro un cappotto
nell’auto che nebbia rilascia
ogni volta a sorpresa al ritorno.
Aveva indossato un silenzio attillato
custodendo il cuore nella distanza
lasciava che il tempo le riscrivesse
un corpo che nessuno avesse sfogliato.
Avrebbe voluto lavare la pelle,
versare i ricordi nel buio,
avere sete di nuovo,
bere alla sorgente pura
d’una profonda fonte futura.
Essere letta dalla fine al principio,
saltando di pagina in pagina
da un capitolo all’altro segnando
a mano note sui lati
negli spazi rimasti intentati,
geometrie di parole non ancora tracciate.
Qualcuno che con le mani d’un cieco
sul braille del passato si lasciasse guidare
ad aprire nel centro con gesto sacrale,
sentisse la carta,
la pelle e il suo odore.
*
È un campo ferito la storia di ciascuno
sentieri infiniti si aprono ai confini
selci sono pietre miliari di domande
sabbia morbida ad accogliere le orme,
in un proliferare dissennato di stagioni.
Puoi entrare di tallone, o più leggero
lasciando tra le dita scivolare i grani,
di piatto calpestare l’erba o consentire
che disteso a croce ridisegni il tuo profilo,
strappare vorace frutti acerbi o avere cura
di arbusti che crescano in tronchi da scalare…
Lei sulla sua terra incoronò un assoluto
sovrano conferendogli potere,
di vita, di morte,
o di capire.
*
I grani del buio sono mille
occhi chiusi che prolungano
la mente ad osservarsi nel tramonto.
Ci salvano le scene della fine
sotto lo spergiuro delle assenze,
odi si cibano d’attese
allo scongiurarsi dei ritorni.
Volute di giorni circoscritti
nell’andirivieni delle notti,
ascoltale piangersi di gocce
mani di cielo sparse in palmi
sui vetri a disegnare polpastrelli
nell’immaginazione di bambini,
quando si spuntava come fiori
da sotto le coperte a festeggiare
l’insolvenza del male il capolino
d’un raggio tra le assi lievemente
discoste degli infissi alla finestra,
e per disattenzione un ventre d’ala.
*
Snocciolo
come un rosario le nocche,
li vedi i sentieri che abbiamo
lasciato la ghiaia che scricchiola
sotto la pelle tornata
insensibile al taglio
profondo dei giorni.
Fasci di canne ingrossate
sembrano aver prosciugato
il vanto guerriero del fiume.
Blocchiamo le zampe sottili
in corsa d’un lampo e due anni
d’acciaio in ostacoli
ci hanno spezzato i ginocchi.
Il tuo nome è un prisma infinito
riverbera sillabe che ricombino
a chiamarti, e ogni cosa.
*
Ci fascia a fiotti l’aria del mattino
mentre estenua l’eco e insiste voci
gravide di buio a ripercorrere
il cerchio delle notti abbandonate
con le mani stolte ad intrecciarsi
piantando nella carne la speranza.
Si è aperta in qualche modo la stagione
dal catenaccio lento dell’inverno
che non ha irretito le ali in cerca
non ha fatto ghiaccio da spaccare.
**
Contesa tra salute ed ossessione
procedo sollevata verso il varco
che a sera conduce nella terra
dove rifugiati i desideri
danzano sul filo delle regole
su cui ho costretto i piedi
al tuo comando.
Più facile centrarmi in traiettoria
rettilinea come il non sapersi
- ma ho rubato gli occhi
d’un passero in paura
fermi nello scatto appena prima
del volo per spiccare la salita -.
Intercetto i passi del ritorno
nel vano vorticare di derive
si fondono le ali per protervia
gettandosi in ciò che più somiglia
al sole: l’incendio d’un abbraccio
per sfida dimentico d’inverno.
*
Abbiamo aperto i boccaporti del buio
a farci caldo solo di pensiero,
entra freddo nelle parole
nudate del senso fino al silenzio.
La mano me la strappi di mano
mi chiudi in un angolo e torni
a forzare il fiume dentro un bicchiere.
Faccio pressione sulle pareti
di vetro scompongo frantumi:
acqua si divincola, e cocci.
*
Ci vorrei stanotte ritornati
animali prima del diluvio,
lasciarci il coraggio di un approdo
sicuri incastonare la prua della nave
nella sconosciuta baia del vissuto.
Raccogli naufrago nel vento il mio sbandare
agitarsi di mani appese a rami emersi,
appuntando gli occhi brancolanti ad una cima.
Perché la pelle nuda da sola non riscalda,
avvolgersi del manto generoso dell’infanzia
accovacciati in fondo a una tana condannata
dove il gioco lento è scivolato nel massacro
riapriamo nella carne cicatrici per leccare
animali prima del diluvio.
*
Ha slarghi di sonno l’incedere del giorno
impastando notturno la farina della resa,
in alto si schianta il corpo d’un lampione
profila nel nada la testa luminosa,
passi sono spari di silenzio nel viavai
d’auto in branco nel recinto delle strade,
fughe di guardrail finiscono nel ventre
di colline disadorne all’altare della resa.
Avvolti di vibrante solitudine ferina
abbiamo volto gli occhi di miseria nel passato
denocciolato il senso alla polpa del futuro,
abbiamo indurito lo sguardo contro il muro,
ceppi spezzati impedivano l’andare
contratto allo spiraglio dove
un fiore stringe, incapace a risalire.
*
Costringe oggi dentro la furia liberata
di pioggia a proseguire il martellante
attacco a sorpresa intrapreso nella notte.
Silenzio sopravvive stretto sullo sfondo
- guardalo graduale dilatarsi tra le gocce -
inghiottono voci familiari le finestre,
lucide si spiegano le foglie semisecche
di piante sole rovesciate sul terrazzo.
Stalattiti molli si distaccano fluendo
dai cornicioni appesi al cielo sceso
per precipitare nel tuo punto
più oscuro esausta mi rannicchio.
Essere niente e voler essere tutto,
nelle tue caverne brancolo a cercare
se con me nel buio per errore
lasciasti cadere una traccia del tuo bene.
*
A vegliare le notti ed evacuarne i sogni
sfondare di delirio gli argini del bene
straripare sola suadente possessione,
non ho più visitato la tua casa
per non trovarla vuota e dirti invano
sarebbe bastata la grazia del tenersi
stretti per mano, andare verso. Resto
come per bussare di fronte a San Francesco,
ma sono aperte e nude le tue stanze.
*
Come mondi sognati da miriadi di sogni
sradicati al centro quasi affondando
diciamo.
Nadia Campana
Adesso non occorre più inchiodare
i palmi del tempo alla memoria,
dalla croce a fondo sdrucciolata
riplasma terra scura nella storia
di lato al funerale dei miei giorni,
corolle sfilate dai contorni
petali sul petto sarchio il buio
rovesciata in scaglie perdo argento,
alborella affondata assisto amore
mio per
dono.
*
Palmi premuti sulla panchina
la schiena è un arco a riposo,
la testa inoffensiva
freccia dondola in basso.
Capovolta la gente rimbalza
sulle piante dei piedi leggera,
il ritmo si è fatto uniforme
da quaggiù è gentile seguirlo.
Ho pelle di carta lo vedi
anche il sole malato
ci ha fatto disegni
concentrici anelli spezzati
- fiato freddo ha marchiato
a fuoco parole interrotte
nei punti più aperti -.
Si avvertono al tatto rilievi di pause
descrizioni, dialoghi, scene
le oscene…
Stiro le membra strappando
pagine, e trucioli scrivono
muti dal principio la storia.
*
Ho spiato scendere la luce
tra le fitte tegole nascondere
rosata la vergogna, e proprio lei
che denudava gli occhi nel mattino…
Ne ho visto il barcollare lieve
lungo i vetri come a non volere
abbracciando ombre camuffarsi
per svanire. Dicono sia errore
anche in incognito il peccato
vestendo panni candidi d’amore.
*
Perfino aprire gli occhi è diventato naturale,
vestirsi, prepararsi, anche il dolore:
non infuria in gorghi nelle tempie
non preme in gola o sotto il velo
degli occhi che indosso per uscire.
Falda sotterranea scorre quieto
sottopelle, non asseta.
Adesso sono io a chiedere
d’essere salvata.
*
a Carla
Lo vedi, adesso, il mezzogiorno,
lo scottare imprevisto della luce
sullo scudo delle palpebre assorbite
dalla notte, siamo noi, quell’ombra
che al fianco scivolando ci accompagna
fotogramma fissato nell’inizio
agli occhi di chi ha perso l’avanzare
nell’impercettibile assommarsi dei colori,
mentre la pellicola si è svolta
sul fondo del silenzio di una stanza.
Al rinominarsi dell’estate con gli amici
d’un tempo estranea la guardiamo
nel variare della sera ci voltiamo
un’ultima volta per vederla
ombra tra ombre seminata.
***
Ottobre 23, 2007 alle 1:03 pm |
Fa sempre piacere rileggere un poeta come Rilke tradotto poi da una poetessa che conosco e apprezzo. Siccome non conosco il tedesco non posso dire nulla sulla traduzione ma mi fido… ;-)
Complimenti a entrambi (intendo Francesco per la proposta)
Un caro saluto
Luca Ariano
Ottobre 23, 2007 alle 2:43 pm |
Chiedo scusa per la mia confusione mentale. Complimenti a Chiara per le sue poesie. Rilke non centra nulla. Mettiamola così: dovresti essere lusingata del paragone con un grandissimo! Ho proprio bisogno di una vacanza: lavoro troppo! :-)
Un caro saluto
Ottobre 23, 2007 alle 3:08 pm |
Non penso, infatti, tu debba rammaricarti, Luca… Il tuo lapsus la dice lunga sulla qualità dei versi di Chiara… forse ne indica il valore assoluto più di qualsiasi richiamo o paragone consapevole…
Quanto alle vacanze… sono sempre auspicabili…specie di questi tempi: chi ha detto che il lavoro nobilita, non conosceva la nostra Legge 30…
Complimenti a Chiara. Buon lavoro a Francesco Marotta, per questo spazio così appropriatamente ambizioso. E un caro saluto a tutti.
francesco (d. g.)
Ottobre 23, 2007 alle 3:39 pm |
grazie mille a Francesco. E grazie mille Luca, ma attenzione che il mio amatissimo Rilke era molto permaloso ;-)
Chiara
Ottobre 23, 2007 alle 6:08 pm |
Bellissimo il lapsus di Luca e altrettanto bella la riflessione di Francesco, che condivido, sui versi di Chiara. Ma si sa che quando entrano in scena le poete (si vedano anche i versi tratti dal nuovo libro di Liliana Zinetti nel post precedente) la profondità e le risonanze dei testi acquistano echi vertiginosi.
Grazie a tutti.
fm
Ottobre 23, 2007 alle 9:28 pm |
il lapsus nasconde sempre il falso.
saluti,
rs
Ottobre 24, 2007 alle 2:11 pm |
grazie anche a Francesco M. per l’ospitalità e la stima.
Senz’altro Ruggero. Ma concediamo una chance di sopravvivenza all’ironia ;-)
Chiara
Ottobre 24, 2007 alle 2:57 pm |
Grazie a te, Chiara. E’ un onore averti tra gli ospiti dell’oasi.
fm
Aprile 4, 2008 alle 11:31 am |
Quando si può parlare si parla liberamente di cose che quasi mai ci interessano. Poi si scopre che scrivendo de versi, se si ha la giusta tensione, quasi distrattamente si viene a capo della propria violenza repressa nella vita reale, cosciente nei sogni, diretta nella scrittura. Li avverto così questi versi. Colpi di lamette sulla pella liscia della buona cosienza. Va bene così. Manca un pò di respiro, che potrebbe essere dato da versi più lunghi. Ma se il prezzo fosse la ’sbrodolatura’ di questa violenza, direi proprio che non è il caso. Stelvio Di spigno.
Maggio 19, 2008 alle 8:16 pm |
[...] altri testi dalla stessa silloge, con una nota di Alessandro Ramberti, e qui i testi dell’autrice (I grani del buio) ospitati su questo [...]