Visioni nell’assenza - Luigi PINGITORE

(Mark Rothko, Red abstract,, 1944)
Luigi Pingitore, SELECTED POEMS
STANZA 504
Da queste rive che ti sgombrano
la mente, l’affollamento di corridoi precipita
per proporzioni che non è possibile toccare
È fogliame che si deposita sugli argini
delle tempie, nel chiostro del Bramante costruito
come inno d’incenso, l’ara pelvica per l’affronto
Omaggio alla donna che ti saluta e si salva
è un non-rivedersi mai più per queste tende troppo
viola e sotto queste cupole dove l’orologio
riflette le cifre digitali, l’ora degli addii.
(poesia tratta da Perché la visione non si racconta / quarto movimento: Da un oscuro fluire - Oedipus Editore, 2005)
*
È un fiume il giorno
Sacro l’arrotarsi della luce alla mola del midollo,
al consunto tacco nella ghiaia.
Per questa superficie di lingua troppo alto il
desiderio che inceppa l’occhio
E allora guardiamo
È un silenzio che plagia la visione;
Alle sette del mattino mi ripeti il tuo “doveandiamo?”
Sentendo l’ampiezza della vela sull’acqua
che picchietta le tempie
(sentendo)
lo scalpiccio della conchiglia mentre iscrive il vangelo
della creazione.
È dove i muri si piegano e lei
Gira l’occhio nella scarpa e prova
La sua voce colma di rabbia
(e come puoi non sentire?)
Abbracciando la pena del padre
La mente si fa distico di scale e sontuosi
Gradini al vento che ricomincia,
Sussidio elementare di polvere,
Sfere di tenerezza per portarci in sostanze
e sbatterci la testa
(testa vuota di fame)
Ripeti con me il passo che ti agita
La luce sfuria e si dimentica e
La rabbia è solo rage
Against
The machine
(poesia tratta da Perché la visione non si racconta / primo movimento: Marooned - Oedipus Editore, 2005)
*
TRENTA
Ma che i muti dicano sermoni
(e a noi cosa importa?)
Per il passo docile delle gazze, a sbattere spalle nel chiasso
traffico delle celle e i muti ancora,
con braccia di azzimo levate
(invochino)
loro per noi il succo corposo di ribes, bacche premute
tra labbra e gengive
E dal succo bere il lattice (che) si versa
Ma che sentite?
Fermentasse la bocca per l’estate che si disfa nei loro
convolvoli.
Siano essi per noi la ricompensa a giornate
di tetra pioggia e di gonfiori addominali
Di vertebre che si incrinano per il peso ossuto dei cirri
(e per la corsa)
Ora il vento è un sacrificio da innalzare sulla pira, tra i
bracieri e gli incensi (di consonanti)
Il sermone è litania di O che si infrangono ripetono
JUXTAPOSE
E gli dei che si stancano (di noi)
Di questa copiosa mortalità che si affanna
E tutti i su e giù
i su e giù
Di duemila copule
O ogni chiesa un porto Un costone di roccia
friata
FECONDA LA TUA ESTATE per bocca di spiga che
porti tra le corde delle vocali e versi per urla sgomente
tra listelli di parquet, il lucido riflesso alle tre del pomeriggio,
è un sole che declina con lentezza da abisso
sul muro.
La sensazione di milioni di corpi (ancora) da imparare.
E la tavolozza dei giorni aggiunge un’ocra
dove era l’ombra del viottolo che si sperde, memoria muta
sulla grande ampiezza, sulla terrazza che batte
la circoncisa vena, il fanale giallo delle auto balbettanti neon,
l’urto precipitoso spalla a spalla contro il muro
che accerchia.
Ma poi chissà se al momento della resa
Ci rendiamo conto che la fine è nel mistrale
che si fa roccia mentre agguanta e passa.
(Da L’età flegrea. In pubblicazione presso Camera verde editore, Roma)
*
Per la prosa di questi quattro chicchi di caffé rosso
Estuario che dalla trama nel nero scatena una voce
E rimbomba, eco di braccia che mulinano a ridosso
E segnano, come raglio di bestia che sbatte e tace;
E contro i portoni e i legni di cattedrale, il buio
Ossessivo, come il medioevo che ti parla nella mente,
Ridotta a poco, sei chiasso di ferite, iodio
Che stringe benda di sale sul sale lutulente.
Dì al tuo vetro cosa rende, semina la ruggine
Che avvolge lo stelo, fascia il lampo che è festa
Di corpi che si torcono e cercano la fuliggine
Di stanze estreme, tra pini di mare e albe in sosta
E saltano la punizione del giorno che nasce. Da questa sete
Imparo poco, da questa forma che precede la bocca,
Da quest’ansia asciutta di eucalipti e aneto
Per baciare l’istante che si fa macina di chicchi alla scocca.
E di nuovo questo viaggio come lingua che fuori
Batte sulla pelle, sul tuo volto di stupore verso il mare
Di nuovo l’ansia flegrea ritma il memento, dice ‘muori’
Se smemori l’origine che finalmente riappare
(Da L’età flegrea. In pubblicazione presso Camera verde editore, Roma)
*
a S.
E’ una gabbia dove morde il mare dei pontili
sulle attese che dal sale si fanno gioia di
bocche aperte, lo spalancato pensiero
sessuale sfiata nei dorsi e tra le
pinne, come corsa su ciottoli
levigati al saldo della parola luce.
E questa cecità di vizio, di sentirti
possedere o tornare, chiusa dell’interstizio
che sigilla la mano sul membro, ricciuta
tentazione di franare nell’afa delle gambe.
Incontenibile il vascello ha le stive del
cranio, l’ampiezza della comprensione
per le volute del giorno. Nulla può
questa gerla di grazie, di archetti che
sciabolano il vento in distici di do,
nel pensiero quasi schivo di entrare
come fiume di melma negli uteri privilegiati,
e farsi strada a spallate di
bocche che ridono, e scuotere l’aprile
crepuscolare, scuotere
il tuffo dai terrazzi tufacei, per la musica
sensuale della pelle glabra che si apre.
(inedito 2007. Dalla silloge RESTA, sezione del toccare)
*
UNTITLED 07
Questo viaggio che non comincia
è già un eccesso
E’ il tonfo di gocce sulla lamina d’acciaio delle campane,
battito di ciglia involute, musica del sacro, e’
mezzogiorno contro le pareti
contro le porte a specchio
Nei corridoi del marmo carrarese cucito con il refe di lino
alla tua pelle.
Siamo cattedratici nell’assenza, volume che si spaccia per atrofia
(del pensiero).
E allora non pensare, dimentica
le soste che ti hanno preceduto, dimentica dove la curva del corridoio
gira a volta
e sparisce;
E la donna che veniva, per tendere la mano
(dimentica) che veniva a cambiare l’ago nel filo di perle,
registrava quest’assedio di luce ai tuoi pensieri. Dimentica
le stanze per la sosta del viaggio, e per
i requiem agitati dei tuoi pranzi
Che svanisce.
Dimenticata si perde la memoria che e’ questo anello al dito,
è l’infedeltà sancita dal nulla al nulla, il sacerdozio della tua bocca
sui miei crinali, ho la pelle violentata dall’estate
e la schiena si incurva per il peso del sale,
questo gocciare lentissimo che ti avvolge ovunque sia possibile
muoversi e ripulire, dimentica questa stilla
d’afa, prurito alle mani che si difendono
che toccano
se ancora vuoi capire
E poi si dirà che è dalla strada che nasce
il mistero di chi non parla.
(Da Untitled silloge inedita. Una prima edizione del 2005 è uscita in formato ebook per la KultVirtual Press))
*
Quando marciscono i gigli mandano un puzzo più ingrato
che quello della malerba.
W. Shakespeare
1
Poi viene un tempo di te, di tua
furia, di tua mano che si incolla al
callo dell’albero, che lingua
nell’abete si fa roccia si fa
tutta assenza, come cosa che porto in grembo
e mi trafigge, quest’odore di
pelle che si sfalda sotto l’arco nero
delle narici, e tua è la assenza e tua questa
musica, pietà di cose senza dire
cose, cosa potrei ridire al tuo sguardo
che mi manca?
Mi manca questo corpo di tua assenza
Il piano inclinato della bocca per lo scorrere
che è sacro intontimento delle carezze
migrate, mi manca l’ oscenità che si fa incavo
per l’euresi della mia saliva.
2
Sarà dunque furia questo sentirsi cadere,
spettacolo di applausi sul limine delle membra
e poi il proscenio del rimbombo, il cupo
scrosciare di piogge d’autunno ai vetri della casa.
Sentiremo le travi farsi polvere
e ad ogni cenno i pavimenti scollarsi,
come prolasso di vocali che non possono cantarsi
e strappano la mola della bocca, smemorano
il tempo degli orologi, delle frette
di passi sul basalto della madre
chiesa. Al centro esatto il
dito punta l’intonaco, l’incrocio di
residui, di cose che non c’è stato tempo per
dire o pensare
E se anche fiato avesse il fiato del
ritorno, della certezza delle carezze, se
anche potesse il tuo sguardo dirimpettaio
all’uscio mio del corpo organizzare l’evasione
delle mani
Uno spasimo di luce che si affaccia dalle
giornate d’aprile. Se potesse entrare
e annunciare la redenzione, questa nota che
non vuoi sentire, sulla lamina vibrante
che dall’orecchio si stacca, tende l’ago
di filo che annette l’iride al contrastato cielo.
Se anche tutto potesse, tutto allora avrei fatto.
E questo accadere del crollo nella spina del dorso
sarà il brivido da controra, perché questo tempo non
dilati, non affanni sulle dita che vogliono toccare
mentre l’acqua affoga gli ibischi di seicentesca visione,
affreschi di un nero estinto, Ribera, Courbet, Pissaro:
Un ininterrotto affluire di orgasmi cromatici
che scindono da dentro Visione e Desiderio.
Note ai testi:
I primi due testi appartengono alla raccolta edita “Perché la visione non si racconta“, Oedipus edizione - collana Liquid. Si tratta di un libro che raccoglie quattro poemi di diverso metro e cifra stilistica. Ognuno dei poemi è preceduto dal termine: movimento. L’intenzione era quello di rappresentare i quattro poemi come fossero altrettanti movimenti musicali, ognuno dei quali caratterizzato da una propria velocità d’esecuzione.
E così la prima poesia - STANZA 504 - appartiene al quarto movimento: Da un oscuro fluire, che corrisponde ad un adagio. Mentre la seconda lirica è un estratto dal primo movimento, Marooned, un fortissimo.
Terza e quarta poesia appartengono ad una raccolta che sarà edita a breve con il titolo “L’età flegrea“. Omaggio al René Char de L’età squassante, ma soprattutto omaggio-viaggio all’interno di una mia cronologia emotiva (TRENTA è un resoconto quasi diaristico dei miei trent’anni) e spaziale: la terra flegrea, ardente, in cui sono nato.
La quinta lirica appartiene ad un lavoro in progress dal titolo RESTA, sezione “del toccare“. Un lungo lavoro dedicato ai cinque sensi, che sarà appendice del poema “La nostra furia nel crollare“ (vd. sotto)
UNITTLED 07 appartiene alla silloge inedita Untitled, una raccolta di poesie ispirate-dialoganti con i quadri di Mark Rothko (nella prima sezione, omonima) e Jackson Pollock (nella seconda sezione: La superficie di Jackson). Questa poesia in particolare è in dialogo con l’Untitled red 1956 di M. Rothko
L’ultima lirica appartiene ad un altro lavoro in progress “La nostra furia nel crollare” un lunghissimo poema (l’ambizione sono i millecinquecento versi) oscuro, contratto, che tratterà la cosa più assurda e banale che possiamo fare: amare.
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Ottobre 27, 2007 alle 6:20 pm
la prima e l’ultima sono semplicemente bellissime poesie. Mi sembra che facciano immergere in un abisso senza ossigeno. La lirica col titolo 30 mi sembra difficile da cogliere, mi incuriosisce poi mi frena. C’è un freno tirato, dentro il ritmo dei versi. Chissà se l’autore voleva fosse così
Ottobre 27, 2007 alle 10:17 pm
Grazie del passaggio e del commento, Elisabetta. Qualora ti interessasse il mio parere, la risposta alla tua ultima domanda è “sì”.
Ciao, a ben rileggerti.
fm
Ottobre 28, 2007 alle 3:11 pm
Ho letto le poesie di Luigi per la prima volta quando venne a Roma a presentare i versi dedicati a Rothko, e in quell’occasione, eravamo al teatro Eliseo, raccontò del suo progetto ‘lirico’ attorno a Rothko e Jackson Pollock. Progetto che poi avrei voluto seguire da studioso di arte contemporanea, mi ha fatto piacere quindi ritrovarne qui un frammento: ricordo inoltre che in quel occasione Luigi presentò anche un breve video che accompagnava la lettura dei versi. Era potente l’abbinamento visivo-orale, molto originale il modo in cui intrecciava il suo canto che mi appare tra i più originali rispetto alle tipiche liriche fredde che i giovani poeti italiani producono oggi, e le sue regie ipnotiche e quelle si vagamente glaciali.
Luigi se ci sei perché non batti un colpo qui? Grazie a Francesco.
Ottobre 28, 2007 alle 4:07 pm
Grazie del passaggio e del bel commento, Simone.
Piacere di averti qui.
Un caro saluto.
fm
Ottobre 28, 2007 alle 10:59 pm
ogni volta che mi capita di avere l’occasione di leggere poesie di Luigi Pingitore è come rinnovare il piacere di una scoperta. Oltre la musicalità dei versi, mi affascina la luce, vivida, compatta, bianca, in cui sembrano immersi e da cui sembrano emergere. Mi piace molto.
lisa
Ottobre 28, 2007 alle 11:09 pm
Credo, e non da oggi, che con Luigi Pingitore siamo di fronte a un autore “importante”: segno, immagine, suono fusi in un unicum riconoscibile per l’originalità del dettato, le soluzioni espressive mai risapute e sempre tese all’oltranza e il valore complessivo, tanto del percorso che degli esiti. Sono perfettamente d’accordo con te, Lisa.
Grazie, con un caro saluto.
fm
Ottobre 29, 2007 alle 10:21 am
Mi inserisco per ringraziare Francesco della gentile ospitalità. In particolare perché in questo momento della mia vita sento la difficoltà di ‘esserci’ da questo lungo luogo senza luogo che è Napoli, vuota dal vuoto, eppure piena di quella flegreitudine senza la quale non sarei. (E allora mi frena nell’assenza). Sconto questa contraddizione con l’ansia di sparire/partire. Ma a parte questa nota personale, ringrazio anche gli altri, Simone che non sentivo da tempo, e adesso se vuoi puoi affacciarti sul mio blog http://www.blueliquid.splinder.com - in settimana inserisco on line il booktrailer del mio libro - oppure puoi inviarmi una mail (lo scorso week end sono stato a Roma a vedere la mostra di Rothko) e ringrazio Lisa per la sua attenzione per me importante. E ringrazio Elisabetta, etc etc. Sembra poco, ma quando si lavora a quella cosa assolutamente inutile che è la poesia e si lavora con la coscienza che la struttura intima del fare poesia agisce nell’uomo che crea e forse anche nell’altro - nell’imperscrutabile altro - allora si torna a mettere a fuoco una porzione anche minima di realtà: e a chi mi domanda spesso perché quest’oscillazione tra luce e morte rispondo con una frase di Camus: “Il coraggio maggiore consiste ancora nel tenere gli occhi aperti sulla luce come sulla morte”. A presto