
(Manfred Schnell, Engel, 2001)
*
Fa pietà Grünewald, non Warhol. Fa pietà Van Gogh, non Bacon. Fa pietà il caso ostentato (e il cazzo teso del poeta A. è rispettato: piange di desiderio). Si ammirano le parole di four letters, perché sono allegre; e queste parole si voltano in italiano. Ma l’italiano è il bel canto, sempre: nessuno l’ha mai, veramente, parlato.
Non fa pietà la persona timida, quando è aggredita. Fa pietà un dialetto che scompare, non l’italiano, che non nasce. Fa pietà il cane abbandonato, non la pianta verde, che sporge – tra altra spazzatura. Sono spesso occhi di donne a guardare il ragazzo, quando tocca i rifiuti ed estrae la pianta. A volte è rotta e non facile da salvare. Più spesso è verde e bella (fu buttata per noia o per trasloco).
Fa pietà anche Warhol. Nel suo diario fa pietà, quando dice: avevo una gran voglia (o un grande bisogno) di pisciare. E Warhol lo fa, si libera sotto; e forse attraversa stanze e stanze e stanze piene di pacchetti non aperti, che contengono qualunque cosa. Gli stessi pacchi rimarranno vergini, fino alla morte del padrone. Le scatole contengono il ben-di-Dio, che rallegra i sensi: perciò nessun Dio vi può essere contenuto. La materia è abbondante e spessa. E dopo, dopo, Warhol scrive: mi sono sentito così solo e nessuno mi ama e nessuno mi vuole, e allora io ho pianto. Warhol scrive che ha pianto. L’autore piange solo. Può solo piangere, se non c’è acquisto umano, in terra, che dia pace.
Non riempirai la casa di oggetti belli, nel loro packaging impossibile. Non ha parlato mai un uomo. Io ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, in quanti modi ti amo? Così presenti, e così discrete cose-persone, non quelle andate via, andate a Roma: non si muoveranno più da qui.
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dopo il coito, l’animale è triste. Dopo il coito, non si può un altro coito, non sùbito. Allora l’esaltazione finisce, per minuti
e ore.
la forza può penetrare la porta il giardino, il foro
si inumidisce, bagnato. Molta forza e passione servono, e salute. Anche prima, per godere, è stata questione di minuti lunghi e baci, la penetrazione ha penetrato, il bacio ha baciato, la mano ha toccato – e hai saputo così i «baci lunghi» da volere, gli umori riversati le macchie sul letto chiaro; il corpo è venuto al suo piacere (e ne ha dato molto, e l’altra ha urlato, ma eri tu – tu, solo, c’eri); la tristezza arriva dopo. Dopo non hai compagna o compagno. Non vorrai parlare. Potresti essere giovane – e tacere? Si impara più avanti, alla perfezione.
Così l’arte è una riparazione. No, è un bel riparo. Una cura, progressiva e senza limiti, che l’operatore controlla.
Nella testa piena di sangue le parole si formano. I versi nascono da soli. chi i pratalia araba, quello nero semen seminaba. Era felice di spargere il seme artificiale, o di solcare la pagina di Word sul computer; l’altro seme, che è vischioso, si esauriva in secondi, bianco, e poi l’animale era triste: Figlio, figlio, figlio, senza artiglio.
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a volte l’insulto è un urlo: al fuoco. Si accumula la stanchezza, che pesa. lì la noia è molta. La rabbia è infinita, in teoria. Solo tra qualche anno, già trasferito a Genova – guardiamo allora. Il resto può finire, nel buio della mente che fu infante e ragazza. L’uomo non vive più qui e non ci torna a lungo.
Di tanto in tanto torna, mangia qualcosa, parla con qualcuno, cammina quieto e si guarda dietro. In poesia, da anni, ha scritto che chi è nulla rimane nulla, cose e persone. Aveva capito, anche quindici dieci cinque anni fa, certo: e gli strumenti c’erano tutti, e la mente incerta era attiva: ma la gabbia a denti stretti – come considerarla? Da fuori, tutto si legge meglio: vale meno. Fu un male velenoso, sì – e ora è spento.
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L., l’amica, piegata, mostrava il seno o i fianchi e non sapeva. Mai nuda; mai veramente: solo percepita, nuda, da spacchi nel vestito, per caso. in foto, la schiena appare nuda, tatuata con scritti e angoli – chi lo sapeva? Non ti conoscevo bene. Ancora, a lungo, per mesi, da buon servo inutile, guardare, non toccare.
santa anoressia, santa malattia, maledetto lasciare la presa, benedetto scendere e salire per le scale, divorare niente, riempire di niente [in ottobre lo stomaco si rovescia di nuovo, dopo anni; il ventre torna piatto: ti sei guardato bene] – tu sarai perfetto in corpo e spirito. hai pensato anche questo e lasciato il pensiero. E se Maria arrivasse dal cielo – (Callas). Ed è un esempio bello, che riscalda. ho freddo. Maria canta Carmen in forma di concerto. In un istante Dioniso e la pelle fredda e calda, una è sudata e l’altra è asciutta. l’arcangelo scende in falsetto, come Rosina vezzosa, con potestà e dominazioni, cherubini, serafini – la loro maestà si è mostrata e vista. non è più umano amare questi piccoli? Loro no.
il lavoro resta nel disco rigido, per memoria; con memoria, telefonerai a Sanguineti, senza devozione; capirai il suo rispetto; e il tuo per lui. gli sei grato e riderai con lui, che si dice vecchio. da quanti anni? ridi con lui, lascialo solo.
dovrebbe essere la bassa poesia, che esplode dallo stereo; però no. sì la luna, ma non è bella come te questa luna certo oggi non Bach, amatissimo.
in istanti di pace o luce; in istanti di pace o di luce; in istanti che portano pace e luce maestose / non puoi sopportare altro che il ridicolo dei vecchi, se i giovani li guardano (uccelli e gatti e alberi): abbracci forti, mani baciate, la musica derelitta e forte. per questo non vuoi più vedere
i poeti.
azione e reazione sono esatte: il pene eccitato, il sacco gonfio, la porta aperta, il giardino violato, il seme seminato e quello scritto. Io non sono felice, a causa vostra, L. e amico di L. – vorrebbe dire. Certo non lo dice. Voglio dire: così non mi piace. Non calpestare me, ora. Non mi calpestate, ora. E L. ha ragione e il giglio non ha torto. Manca lai grazia. In nessun modo la grazia è misurabile. E non si insegna. Dunque nessun vero problema: tranne il dolore acuto, di cui non importa a nessuno, ancora.
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I libri scritti, lunghi o brevi, sono tre decine. Se tu scompari, spariranno. In vita, hai soppiantato spesso i tuoi amici, li hai uccisi bene vivi – non per odio: fu così. Perché no? Pagheranno. Pagheranno con la stessa moneta. Con più violenza pagheranno ancora. che la vita continui o no, e per quanto tempo: i libri sono scritti, l’uomo è solo, ha molto amato, ha goduto umanamente, ha viaggiato, si è esteso, gli fu detto “giglio, sei angelo, giglio, e sei maestro”. E ogni cosa è stata detta che lo esaltasse – che lo isola meglio, dopo. Che la vita continui o no, e per quanto tempo – anche a maggio c’era una pistola contro, in via Urbana a Roma; la primavera intenerisce, l’estate è calda (poi piove grandine), una volta l’anno anche a Genova cade la neve pesante. Tutto si dimentica: la bambola rossa bionda nera, la tentazione dell’uomo (che ama un uomo), l’anoressia, la depressione lunga, gli insegnanti gelosi, il padre goloso – il padre è morto, compresso a terra, in forma di ossa nere, il cui vestito intatto sarà bruciato, con silenzio alla fine. Il figlio, pezzo di giglio, non chiama più padre suo padre. Un angelo, tra ore, scenderà in una piazza alta, per leggere poesia. Tutto torna.
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tre uomini hanno amato ieri un uomo, un uomo ha detto dopo: io sono solo. io non sono qui solo, ho scritto i miei messaggi (sms). può uno, non può uno. compra uno, non un altro. e vince un uomo, discende l’altro, vede polvere, compra e vende banane e acqua in bottiglia. Parlo dell’India, dall’India. nell’attesa è un uomo dignitoso, perché tutto è Dio. Da I. – aspetti le sue lettere, le «schifose poesie» lei scrive per lettera; sono belle e consolano. per quante volte, dopo, si dice ancora: tu mi consoli? tu mi conosci? mi consoli e conosci, e anche tu, ti alzi, cammini, lavi la biancheria – strutturi le parole, cerchi il ritmo, imiti gli uccelli, desideri la schiena nuda, che torna da una foto. vieni da me? mi vuoi bene? Ma invochi la mano che ti accompagna in strada, negli uffici, in banca, al lavoro.
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perché – è un peso? per chi? sembra una parte tagliata, dita e altre membra spiccàte – di cui non ti liberi. una dispare, una non è più, cioè si perde. amo Roma, odio Roma, penso a Roma, dove non sono. anch’io a Roma, di volta in volta, già grande – ero a Roma, camminavo e vedevo, scrivevo. ho dormito a Roma, a Termini, a Fiumicino, sulla panchina presso la Via Urbana (fu puntata allora la pistola contro – non pensare) -
ho detto PESO. ho detto il peso intenso. la morte non è questo peso. pesano cose male, slegate dal loro busto, ora fuori: fuori la merda d’artista, al peso dell’oro puro. al peso dell’oro, puro, il valore vero preciso caro di una lettera di 15 parole, disposta su versi non regolari: vera posta, non poesia comune.
ieri parliamo alla radio, tardi. diciamo questo: contro il mondo, miseria, tu lotti o giochi (parlavo di un poeta). chi gioca vince e perde, e non muore. il lottatore crolla e muore, l’operaio Lulù perde un dito. Il giocatore, che vive, salva la mente schizo-, ho pensato ieri, e detto. i poeti sono vivi, vissuti fino all’ultimo – giorno. non sono ostile – a loro. non ho letto tutti i libri. Nicola è innamorato ancora, che rimprovera e ama. Io provo dolore. Provo pietà. Rispondo sempre. e dico che ho pietà. Voglio conoscere altri – non te. Non tu mai. Non tu oltre, ora.
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Maria Rosaria Madonna fu poeta. nel 2002 muore già: non tu sapevi, non sai chi fu, scrisse perché, quando. Quanto scrisse? Scrisse un libro solo e piccolo. Amelia Rosselli fece la prefazione e la lodò. Cristo Gesù fu presente al doppio transito e ascoltò.
tre scie sono incensi, accesi, e la delizia. l’ottone duro è in Saraswati. esultiamo e tremiamo, per quanta memoria si perderà. non è uno scherzo. chi leggerà gli spiriti dolenti, allora, e le penne isbigottite – e chi leggerà la metrica – chi leggerà l’italiano mille volte morto – di Foscolo… La fine dei nostri stessi epigrammi – fiori – è possibile, la nascita di un nuovo batter d’occhio, che si posa sui fiori, è possibile; perché li riscrive (e ugualmente straccia le lettere di E., di A., esita su quelle di G. e le salva, per adesso) (non conosco un sollievo più grande) (vuoi i baci? – chiede; risponde: sì, ti prego; non entrare, oggi ho il mio sangue; non toccarmi, ti sporchi; non entro in te, vorrei i baci – dice – che tu mi dai; e tu sei figlio di Re; io voglio questo) -
l’uomo vede il futuro, perde vista e sonno, trova le situazioni uguali e chiare (di decennio in decennio), riceve e copia i risultati, in scrittura. né più fratello né sorella sono congiunti: io non ho lavoro, non posso essere madre… (lei) – perché tu sei così, io mi sento tuo padre… (lui, deluso). E il resto.
tra scritto e scritto – screzio e screzio di compagna e compagno – le pietre figurate di Caillois; le chine di Michaux; i versi corti di Apollinaire: dice che la guerra è bella! Le bande rosa e gialle di De Kooning, potentissimo. I piccoli lacerti culturali furono BANDIERA, oppure professione – combattevano piccoli orsi, troppo dolci per gioco, di sito in sito, soldati tenaci di stagno e mattoncini di plastica rossa, bloggers… – a Macerata, al ricordo di Remo, poeta P., molto stomaco gonfio, e uomini-donne; per mia elezione; per mia solitudine; per mia commozione; per mio dolore; per lo schifo che è la pancia piena, i denti invasi, io parlo di poesia. di fronte ad uno, il gas chiaro, che soffoca Remo dolce dolcemente – oh nel modo migliore, certo senza dolore… non questo, non questo, non questo, non questo, non questo, non questo, non questo, non questo, non questo, che non meritiamo, non questo.
*
Il 2 ottobre è la festa degli Angeli. Il 4 è di Francesco. Quando si parla di membra (di guerra), i sessi sciolti, questo non concede riposo. giù, giù, nell’appartamento al piano-strada, la giovane coppia litiga. Lei urla: con gli altri sto bene, se vedo te ho il veleno nel corpo. Passo e non vedo, sento bene. Questa retorica crea la nuova retorica, e voglia di morire, morire presto sgonfi leggeri. tu non sei mai nel petto come un sigillo, tu vuoi che io non viva.
***
“Un angelo, tra ore, scenderà in una piazza alta, per leggere poesia. Tutto torna.”
Il movimento, stasera, è l’oscillare di questo carico
di pupille tra pietre consacrate, un giardino
senza misericordia di foglie
che si fa spazio, intorno, tra mille
e mille passi senza volo
e in prossimità del sagrato
abbraccia la schiuma
di un corpo condiviso con le ombre
la sorgente
senza respiri di vento
che fa illimitata ogni passione (la benedizione
dell’estate – dicevi – è acqua che sorprendi
a mareggiare
nel lampo rovesciato dei lampioni, una pozza
di esistenze in attesa di salpare
tra braci ammutolite di preghiera – e vigile
reggendo il peso
delle tue ossa rivestite di parole
ti inoltravi sicuro fino al chiarore
dove l’ultima vela piega, come uno stelo
che si offre
all’oriente dei morti)
Le mani a stella ora illuminano la pagina
dove fa luogo la tua voce, come avesse
non labbra ma guglie da varcare
e respirasse l’immagine che in fuoco
di assenze
ci brucia – lo stesso antico grido di un frutto
che cade, l’eco di un’ala che annega
nel vuoto di orizzonti
svaniti
Questo il tuo dono, custodito nel libro d’ore
che ti precede e segue, nel calice
che ti sanguina le dita
mentre rovesci goccia a goccia
sillabe non mai udite sulla lingua assetata
degli autunni – perché fonda al silenzio
della cenere a venire
memorie di luci ferite, volti che riemergono
dalle dimore profonde di una rosa –
per vederli rifiorire, risorgere
da costellazioni di penombre, mentre la notte
a picco nel suo abisso
scopre nel dolore dei tuoi occhi
l’unico varco per risalire il cielo
mutarsi ancora in alba
(22 settembre 2007)
*
Tag: massimo sannelli, memoria e linguaggio, persistenza e assenza
Ottobre 31, 2007 alle 8:34 pm |
Corpo e memoria.
C’è tanta materia: è un grido che viene fuori da uno stato di trance (anzi, quello “schizo-” oltre a riportare alla mente la neoavanguardia – c’è Sanguineti chiamato in causa direttamente – sembra riproporre un’elaborazione di un-altro-da-sé).
Il corpo (del testo?) preso a coltellate e perciò sanguinante. E’ una scrittura che turba e perciò attrae maledettamente.
Ottobre 31, 2007 alle 9:32 pm |
Stile che filtra e s-confessa la vita (vissuta, da vivere) e la non – vita.
Marmo che è statua che è lapide (e lapida) e chi sa – riconosce e si riconosce, ricorda e rimane…
Novembre 1, 2007 alle 2:05 am |
intensissimo il diario. la poesia pare un sigillo di ceralacca.
Novembre 1, 2007 alle 2:46 am |
Grazie a Luigi, Chiara e Alessandro per il passaggio e il commento.
fm
Novembre 1, 2007 alle 3:01 am |
E la poesia? Sparì?
Novembre 1, 2007 alle 10:46 am |
Quale poesia, scusate?
Sono stato il primo a commentare, ma non ho letto nessuna poesia, a meno che non sono completamente rincoglionito.
Novembre 1, 2007 alle 1:30 pm |
Scusate lo spettacolo di apparizioni e sparizioni di versi, ma l’insonnia prolungata produce lampi di pura schizofrenia. Bisognerebbe raccoglierli, per leggere e (cercare di) decifrare il fondo di vocazione che li produce.
Buona giornata a tutti.
fm
Novembre 1, 2007 alle 2:08 pm |
la poesia non sembra scritta da sannelli. si tratta di un allontanamento da sè. come se si fosse lasciato invadere da parole iperconnotate, provenienti dalla lingua della tradizione poetica più lirica.
buona giornata a voi.
Novembre 1, 2007 alle 2:29 pm |
E infatti non è di Sannelli, ma un contributo personale del postatore, nettamente staccato, anche graficamente, dal corpus del suo testo. La frase, virgolettata e in grassetto, messa in epigrafe, dice di un preciso riferimento da cui la poesia scaturisce, con tutto il suo carico di immagini. Si può, quindi, benissimo non leggerla.
Te lo immagini un testo, fosse anche solo di commento, che riproduce lingua, dettato e sintassi dell’opera a cui si riferisce? Sulla “iperconnotazione lirica”, poi, bisognerebbe intendersi sui termini: a partire, magari, proprio da “lirica”.
Ciao, grazie del passaggio e del gradito contributo.
fm
Novembre 1, 2007 alle 3:00 pm |
cari… dal delirio del webpoint e della festa. siate felici. Chiara legge e sa. la lettrice sorella rimane, a differenza di me, che non rimango. io non sono un poeta, anche se scrivo poesia. che cosa sono – non lo so. l’immagine è quella: il libro d’ore. e le ore sono contate. vi abbraccio, tutti, ciao
massimo
Novembre 1, 2007 alle 3:18 pm |
Ciao Massimo, ti abbraccio.
fm
Novembre 1, 2007 alle 8:31 pm |
perchè mi viene in mente la Simone Weil? mah! ..Massimo dice autentico – puer – sempre, ma manca qualcosa e non so cosa..La lucidità di uno sguardo su un sè…autoptico e compiuto nella forma..autentico..ma..su cosa? per cosa? La vita è un lavare di calzini, giustamente, serenamente, sii felice anche tu Sannelli, Viola
Novembre 1, 2007 alle 10:18 pm |
“…perché mi viene in mente la Simone Weil?”
Forse, Viola, per la “risonanza” di questi versi, che contengono, in forma di ulteriore domanda, la risposta ai tuoi interrogativi:
“Mais plus de nuit couvre l’espèce
Qui fourmille par les cités
Des êtres à la chair épaisse
Dont l’esprit dort sous les clartés.
Ils ne tressaillent qu’à la foudre
Dès que pour détruire et dissoudre
Elle tombe les traverser.
Ce jour heureux qui vient de naître,
Nul n’aura-t-il su le connaître
Lorsque son cours devra cesser?”
Magari la domanda finale reca proprio il segno di ogni (possibile) risposta: perché la scrittura di Sannelli è, anche, il rovello carnale/incarnato di questa ricerca: “riconoscere nel giorno che dovrà finire il volto del giorno non ancora nato.”
E lo riconosce solo chi si incammina con la pelle esposta a tutto ciò che, taciuto o negato, si muove lungo il giorno, trascorre straniero a ogni dire.
Un grazie e un caro saluto.
fm
Novembre 2, 2007 alle 5:21 am |
Massimo, non riesco a capire la tua preoccupazione riguardo le sorti dell’italiano, e la pietà nei confronti del “dialetto” che muore.
Il linguaggio è una continua evoluzione, di conseguenza non è stabile, e dalla scuola siciliana (e da prima e dai dialetti) ci deriva una grande ricchezza di forme e possibilità, ancora oggi.
Non serve dunque che l’italiano nasca, poiché è vivo, ed è studiatissimo ovunque, come i dialetti, e c’è chi traduce le opere del nostro dialetto all’estero (vuol dire che sanno comunicare?).
Che sia merito di una cultura, di ciò che è stato prodotto e che ancora si fa?
Nella decade precedente a questa c’è stata una grande discussione in merito agli apporti delle lingue “minori” alla poesia, Baldus in testa, per non parlare delle grande sensibilità degli intellettuali nel secondo Novecento. Le diversità concorrono alla cultura, quella di un paese per fortuna ancora non omologato, che in qualche misura è riuscito a difendersi (non dappertutto), ma più che correre in difesa di una lingua, i fatti delineano una grande ripresa delle possibilità delle lingue minori – non a caso i parlamenti regionali iniziano a tutelare (in ritardo rispetto i dettami della costituzione) le lingue/parlate locali – e con esse si vivifica specularmente il dibattito in merito alla lingua italiana, correlato.
Questi processi non sono veloci, e per questo gran parte della ricchezza della nostra cultura è andata persa durante il Novecento, ma il tutelare le specificità è per fortuna passato come concetto nelle attività istituzionali. Puoi prendere il dibattito che ha animato la tutela delle lingue minoritarie nel Friuli-Venezia Giulia, dove molti intellettuali si son schierati contro una lingua-scrittura standard del friulano, prendendo in esame le varianti locali; da questi aspetti, se estendiamo l’effetto di un tale dibattito in seno all’Italia, c’è un grande lavoro da fare per gli intellettuali, che è soprattutto un lavoro di conoscenza e successiva comunicazione, più che di attestazione di un progressivo oblio delle lingue minori. Solo un fare, anche progettuale in seno alla società, è in grado di promuovere la vitalità della cultura.
Dal punto di vista sociologico, è vero che l’Italia assorbe molta immigrazione, ma è pure vero che nei paesi dove questi processi accadono da decenni, vedi la Germania e la Francia (per non parlare degli States), si è sviluppata una letteratura multiforme, vivificata da nuovi contenuti linguistici. Anche questi aspetti non credo siano spaventosi, spaventoso sarebbe credere che la lingua non subisca modificazioni.
Novembre 2, 2007 alle 1:56 pm |
la lingua cambia tutti i giorni. una cosa però è cercare di costruire un idioma per motivi politici (il caso basco è sintomatico).
credo che il fulcro del ragionamento ruoti intorno a quanto il pensiero cambi la lingua e quanto la lingua cambi il pensiero.
bisogna (forse) tornare all’origine, al nascente, al valore della parola ‘prima’.
un abbraccio
Novembre 2, 2007 alle 4:39 pm |
A proposito di tutela di minoranze linguistiche, dibattiti culturali a tal proposito ecc. ecc., vorrei ricordarti Christian, però, che vivi in una regione a statuto speciale, dove certe cose ancora si riescono a fare e ci sono persino (sì, persino) soldi che vengono investiti per studi.
Quello che voglio dire, Christian, è che non si può partire dal Friuli e passare il testimone all’Italia, sperando che quest’ultima ne riesca ad imitare i processi.
Se ci si fa un giro “dove più delira l’Italia”, forse questa speranza e questo ottimismo si riduce drasticamente.
Quanto alla questione sulla lingua, credo che il riferimento all’italiano come bel canto e al fatto che nessuno l’abbia veramente parlato, abbia implicazioni letterarie e stilistiche e non si volesse fare esattamente sociologia. Ma magari mi sbaglio.
Novembre 2, 2007 alle 5:17 pm |
un abbraccio a Massimo e a tutti i nomi della storia in bilico sul soffio della lingua.
Novembre 2, 2007 alle 6:47 pm |
Parecchi anni di lettura attenta dell’opera di Sannelli mi spingono (stavo quasi per dire: mi obbligano) ad esternare almeno “una” delle considerazioni che nel corso del tempo sono venuto maturando. Se avrò modo e possibilità di farlo, prima o poi le ordino in un discorso minimamente compiuto (per me stesso, sia ben chiaro) che, in ogni caso, non esaurirebbe la pluralità degli spazi che la materia verbale che lui continuamente crea, e ricrea, contiene.
Solo una piccola nota, ora, prendendo spunto proprio da un’affermazione di Stefano. Massimo è un poeta (e lo è sempre, anche quando scrive la lista per la spesa o un biglietto di saluti e di auguri) che vive “sul soffio della lingua” : “nel” soffio della lingua; “parte del” soffio della lingua: il “testo/corpo” in lui è atto di nominazione primaria, quindi, essenzialmente, “corpo/testo”, che si offre all’ascolto di una “lingua malata”, incapace di rispondere perché impossibilitata ad “essere”. La malattia nasce dal fatto che (ma non “vi” si esaurisce: non può: perché la fine, azzerando ogni distanza tra parola e ascolto, ripristinerebbe il circuito franato della “communio” e, quindi, eliminerebbe il taglio di quella prima ferita) la nominazione è stata completamente assorbita nel circuito della comunicazione e il “mistero” (anche, e soprattutto, cristianamente inteso) è stato completamente assorbito nell’orizzonte consolatorio, perché “sicuro”, della effettualità e della concettualizzazione, di un divenire sempre controllabile, nel quale, però, il controllo esiste solo sostituendosi a tutto ciò che crea il “legame”, quindi al legame stesso.
In uno dei suoi libri più belli (e tra i più belli e importanti tra quelli usciti in Italia negli ultimi dieci anni: e, proprio “per questo”, passato quasi inosservato), “La posizione eretta”, è custodita una delle chiavi di accesso a questa poetica: un febbrile e profondo ex-sistere in quanto assenza: articolando, dall’interno del “vuoto di parola”, in cui storicamente si vive, la ricostruzione della “struttura” primaria del proprio dire (anche interiore) e, quindi, del proprio essere nella/con la parola.
La “malattia” è coscienza, abissale vertigine della perdita e della “immedicabilità della distanza”. Leopardi, certo; Rosselli, certo; ma a me torna, da tempo, insistentemente in mente la figura di Bousquet: colui il quale chiama la poesia (cioè se stesso) a incarnare la “ferita” che ci preesiste.
Ecco perché ieri, non a caso, citavo alcuni versi di Simone Weil: fare del proprio corpo la pagina nella quale il giorno, non-ancora-nato (o non mai nato) viene ad abitare, affinché perduri l’eco della sua presenza/assente, quando dello stesso giorno, increato, ti rimane solo la traccia in cenere del suo tramonto, del suo già-stato.
Può piacere o non piacere, ma non è questo il problema: il problema è che bisogna farci i conti: e forse ci vorrà tutta un’altra generazione di lettori e di critici. Adesso, ma è solo il mio parere, purtroppo, ancora non c’è. Tutti impegnati a “leggere” l’ “altro” non per quello che è: solo a misurare la distanza di ciò che è “radicale alterità”, anche linguistica e stilistica, dai confini sicuri e familiari del proprio ombelico versicolare.
fm
Novembre 2, 2007 alle 10:10 pm |
in questo caso bella chiusa, francesco. Per massimo: sei in epigrafe sul mio ultimo blog, mi hai fatto venire voglia di scrivere, a me che sono un fotografo. :-)
Novembre 2, 2007 alle 11:09 pm |
Sono contento che ti sia piaciuta, Alessandro. Spero di aver modo di dire meglio, in seguito, visto che ho scritto sotto la pressione di due piccole bocche affamate.
Ho cancellato il doppione del tuo post.
fm
Novembre 3, 2007 alle 8:21 pm |
c’è un appropriazione di tematiche e stilemi pasoliniani che non mi convince, se ne replica in maniera mimetica l’impatto dei significanti senza tuttavia trovare un tessuto interno alla lingua adeguato. Per carità, non che non si possa condividere i patemi di Pasolini, ma non ricalcarli e scarnificare (infantilmente) il proprio sé alla ricerca di un qualche martirio veloce veloce.
Novembre 4, 2007 alle 12:01 am |
E’ una tua ipotesi di lettura: rispettabile, ma destinata a rimanere tale, senza un riferimento più preciso a “luoghi” specifici dei testi. Pasolini c’è, ma su un piano ben altrimenti diverso dalla “replica mimetica dei significanti” di cui parli. Mi riesce difficile anche seguirti sulla “scarnificazione del sé”, ammesso che tu non volessi intendere un riassorbimento dell’io all’interno della trama inespressiva del linguaggio della comunicazione, ma ne dubito, avresti sicuramente usato altri termini, e, soprattutto, quello che tu chiami “veloce martirio” sarebbe stato un divenire auspicabile da tutti. Ma sicuramente si tratta di un mio limite di comprensione.
Un cordiale saluto e un grazie per il commento.
fm
Novembre 4, 2007 alle 5:41 pm |
Ma sai, Luigi, qui puoi trovare il divario intellettuale e umano più grande forse tra me e altri autori della mia generazione che amabilmente chiaccherano sui blog, lasciano alla patrie lettere dell’oblio il loro cursus letterario: la soluzione. Ovvero, ci sono dei problemi? Sì, bene, troviamo una soluzione, perlomeno proviamoci: domanda: siete solo chiacchere e distintivo poeti e intellettuali o c’è pure una prassi che si riversa nel mondo, oltre che discuterlo, o subirlo? Il panorama è più desolante nelle altre regioni: bene, si costruisca una rete che parli di questo, si faccia nella società, si operi – mi sembra che i poeti e gli intellettuali abbiano promosso iniziative in questo senso, nel nostro famoso passato. Se c’è interesse, si fa un manifesto per la difesa degli idiomi e delle varianti locali di una lingua, della cultura che da essa può nascere, nascere sempre, e che contribuisce alla nostra esperienza umana; si fa in modo che giunga ai politici, o c’è paura di toccare questi intoccabili? Quindi Luigi, o si fa, o non si fa. La pietà è una cosa che poco mi interessa: meglio, la pietas la riserverei agli individui. Insomma le lusinghe intellettuali le conosco bene. Ma questi testi di Massimo possono dar vita ad un dibattito o servono solo ad attestare la pietà, o a restringersi in un inconsolabile dolore verso parole non più parlate?
Quindi Luigi, in sostanza, anche tu, vuoi fare l’intellettualino o contribuire a costruire qualcosa di non montalianamente inutile?
Novembre 5, 2007 alle 4:15 pm |
So che sei sempre spinto da un senso pratico d’intervento e d’iniziativa. Questo fa piacere. Tuttavia a ciascuno il proprio ruolo secondo le proprie attitudini e il mondo che si trova di fronte.
Novembre 6, 2007 alle 4:06 am |
Bene Luigi, quindi secondo te questa scrittura è praticamente indiscutibile e quello a cui rimanda deve essere accettato passivamente? Sai, non è che viviamo in posti tanto diversi, e non mi sembra che viviamo nell’oro (certo, meglio che in altri posti del mondo). Il rimandare citazionistico delle tue prime note critiche forse dovrebbe meditare che Sanguineti qualche battaglia politica/culturale l’ha combattuta, o erano semplicemente altri anni e le battaglie erano possibili allora e oggi no? Oppure il rimandare ad altri da sé in un corpo del testo sanguinante, ad altri che non si desidera conoscere (legittimo) mi fa domandare in questo altro corpo, il mio, se noi occidentali siamo davvero così sanguinanti nelle condizioni di vita, ovviamente in relazione ad altri cristi in giro per il mondo, e se tutto sommato stiamo diventando così misantropi… Cioè, di che urlo stiamo parlando? E all’urlo, che canto stiamo cantando?
In ogni caso a me interessa la risposta di Massimo, che parla della nascita di un nuovo batter d’occhio – mica parli per lui, hai la delega al suo ruolo? -: il fatto che non nutra molte speranze sulle questioni che ha abbozzato, riversando in scrittura ciò che sente, riflette, non vuol dire che non sappia abbozzare una via possibile, qualcosa che sappia riversarsi pure nella società come percorso di sviluppo.
Mi interessa semplicemente cosa farebbe Massimo?
C’è qualcosa oltre alla pietà per cose oramai nihil?
Novembre 6, 2007 alle 11:39 am |
Christian, non mi sembra che io abbia detto questo.
Mai parlato di “indiscutibile”. Anzi, mi piacerebbe che non vi sia dogmatismo al contrario.
Non per forza le tue conclusioni sono le conclusioni di tutti.
Fino a prova contraria la quetsione dialetti-lingua l’hai sollevata tu, ma io ravvisavo altro in quelle parole, come ho scritto a termine del mio commento:
“Quanto alla questione sulla lingua, credo che il riferimento all’italiano come bel canto e al fatto che nessuno l’abbia veramente parlato, abbia implicazioni letterarie e stilistiche e non si volesse fare esattamente sociologia. Ma magari mi sbaglio.”
Non si comprano rose da chi vende vini o viceversa. Anche questo sarebbe dogmatismo critico, se per forza di cosa uno ci vuol vedere rose.
Per quanto riguarda il testo in questione, comunque, risponde Sannelli se lo ritiene opportuno. Io sto parlando per me.
Quanto al battersi, ognuno lo fa con i mezzi che ha disposizione e con i metodi che ritiene più consoni al contesto e alla propria natura, ripeto. Sanguineti quando cominciò ad avere voce in capitolo (era già docente universitario, non dimentichiamolo) poté avere un ruolo nel dirle certe cose. Quando si ha la capacità di fare opinione si riesce a far passare ciò che si vuol dire, anche se si dicono stronzate (non era questo, per fortuna, il caso di Sanguineti). L’attuale condizione storico-sociale impone altre strade, a meno che non si intende farsi divorare dal muro di gomma dell’informazione. Non siamo nel ‘60, tutte le strategie di comunicazione sono più sottili e implacabili. O ti sembra credibile che vai in piazza e fai la rivoluzione, quando non ci sono ancora persone che possano seguirti? Vogliamo parlare di coscienza di classe o cose simili (nel ‘60 era possibile)? Bene, allora per forza di cose prima di fare c’è anche il dire, altrimenti bisogna optare per gesti dimostrativi eclatanti quanto inconcludenti.
Ho lavorato per due anni in un ente pubblico, so come “funziona” la politica in Campania, purtroppo. So quali sono le sue risorse e i suoi uomini. Per quanto possiamo dirci tutti (intendo le varie regioni) sulla stessa barca, ci sono barche che incamerano molta più acqua delle altre e necessitano di interventi strutturali.
Sono persuaso che non si possano aggiustare le cose se non partendo da un’istruzione e un’educazione di nuove coscienze fin dalle scuole elementari (meglio ancora se asilo). L’unica possibilità è nelle scuole, se ci sono ancora insegnanti disposti a metterci del proprio (visto che anche la scuola la stanno ugualmente affossando).
La necessità pone altre domande. E so anche bene che siamo dei privilegiati rispetto alla gran parte del pianeta. Ma dove la corruzione è un costume, è difficile che si prenda consapevolezza di quanto accade. Per questo non credo che l’attuale generazione possa far molto, ma bisogna lavorare sui piccoli.
Il punto è farsi le domande giuste. Le risposte vengono di conseguenza.
Ad ogni modo, questa discussione è più che positiva, a patto che non si travisi quello che avevo scritto nel commento precedente ;)
Novembre 6, 2007 alle 2:21 pm |
cari… posso dire solo questo: non ho parlato intellettualmente e da intellettuale (lo stile usato, anche infantile… ha ragione Canea… non costruisce una scienza). ho parlato (esagero) con strumenti artistici (forse esangui, forse in stato terminale). fa pietà ciò che finisce; ciò che nasce fa rabbia o tenerezza. la pietà (quella bella) riconosce uno stato che merita intervento (anche le sole lacrime, va bene), mentre rabbia e tenerezza conoscono. non ho niente in mano per parlare di una questione della lingua: ho solo sensazioni, che in parte sono dette qui. che siano *ancora* possibili rivoluzioni, poi, e qui e ora – è impossibile. Luigi ha parlato meglio di me. Sanguineti vive, non benissimo, quasi vecchio – ma basta leggere quello che scrive Policastro nel penultimo numero di Atelier, in cui il Vecchio è una figura bina, tra Sanguineti e Barilli.
*
queste pagine sono provvisorie. Francesco le ha abbracciate e dotate di un nome-titolo (non lo avevano ancora; il mio file grezzo sul computer si intitolava solo “romanzo”: e di certo questo non è un romanzo! ci vuole altro fiato). vedo e leggo alcuni errori di ritmo (nel numero degli accenti – mia ossessione). vi chiedo perdono dei difetti. tutto sarà corretto (anche moltissime poesie, tutte da riscrivere). quando, come? presto, a Dio piacendo. e vivete felici, e coraggio (c’è molto da sopportare, dentro il cuore e fuori, in uguale misura)
massimo
Novembre 7, 2007 alle 2:23 am |
Luigi, chi ha parlato di rivoluzioni? … dico solamente proporre soluzioni. Chissà se prima o poi non suoni la campana, ed in ogni caso un atteggiamento del genere è meglio della rassegnazione, di certo più produttivo. In ogni caso Massimo ha risposto, e tanti auguri per la correzione degli accenti.
Novembre 10, 2007 alle 1:26 pm |
a Francesco, in primo luogo: grazie. la riscrittura continua (anche stamattina: ci sono Notti e Minuti di cui parlare) e aumenta il peso del file. i giorni sono difficili, ecc. “chi non si sente mai a Casa trova Dimora”, è scritto. è anche scritto che “chi più ama è il soccombente” – il soccombente! – “e deve soffrire” (il benedetto Kröger…): il fatto è che la sofferenza non ha regole, e si rivolge a campi molto diversi.
oggi mi scrive Ettore B., a cui rimane solo “il paternoster” (il vecchio contadino emiliano ha imparato a dire così, dai vecchi e da don Zeno). non mi sento bene. non ho più parlato con Ettore dal giorno in cui mi disse: la tua poesia esibisce un blocco (sempre *sessuale*: non si parla mai di altro). allora non negavo una bugia e non fuggivo da una verità: il problema non era di FATTI, ma di DECORO. ci sono cose che non si possono dire. dirle è fare (male).
tutto l’amore che è intorno non salva, finché l’amore non compie un gesto; che non c’è o non può compiere. colui che deve scegliere, e che non è mai scelto – e per questo ha SCRITTO – (qui e fuori) – si dichiara sempre più stanco. l’arma dell’ironia non gli manca, però, se incontra (sono bellissimi) i veri fiori, i BAMBINI… (in India è stato bene, perché sapeva di non dover dimostrare nulla; ma qui è diverso: qui, anche parlare di spirito e poesia è violento). don’t waste energy, dice Rati, dall’India.
quanta memoria si perderà? per mancanza di grazia, molta. l’importante – credo -è non essersi mai compromessi con chi diceva: tutto questo sarà tuo, se tu prostrandoti mi adorerai. non ho adorato, dunque. non ho peccato contro lo Spirito, almeno questo – non l’ho fatto.
chi non si ritiene degno di nulla – se non di parole, non cade in tentazione se la tentazione è AVERE (“felicità di parole”, dice Sbarbaro: la bambina sotto gli alberi è SUPERIORE, col peso della sua treccia; se solo sorride! ma io non vorrei consolarmi con gli erbari…).
il suo peccato è l’adorazione di esseri umani al posto dell’Unico. cosa di cui ha trovato un frammento nell’ultima frase di don Milani: ho amato più voi che Dio.
e ora devo salvare il salvabile. non parlo di generiche depressioni, ma di cose aspre e vere. ancora una volta ho messo l’anima in piazza. così dicono a Genova.
Francesco: grazie di aver amato tanto i miei libri. se ti capita, leggi la “meditazione sull’oggettività” qui : http://www.vicoacitillo.net/ekesy/17.pdf (è uno degli scritti della clinica, improvvisato notte dopo notte nella Reception). te la regalo e ci tengo molto.
è bello scrivere così, senza filtri virili e intellettuali. grazie, di cuore, e vivete felici.
massimo