(Romolo Calciati, Body tales n. 8)
SPAZI E TEMPI DEL FARE
(sé/lamore)
)°(
Riverberi da forme e colori di Romolo Calciati
elleLeros
I
al centro sei tu ferita rossa al bosco
micidiale polo di vita e guerra
e ti richiamano due occhi d’oro che
incantati ti riempiono di globuli di sé
che tu accogli e reinventi uccidendo
per poi uno solo – uno solo per volta -
ricondurre alla vita
ricordava campi di piccoli fiori
lottare circondare circondati
in campi di nero su nero
introvabili imprendibili
notti perse per sé e terrori
e poi al centro ritrovare sempre questa sua ferita
come un cuore spaccato
(da La musa trasdotta, p. 60, p. 30)
II
chandelle verte chandelle rose – rosa
carnosa corrosa dissipata al dio della morte
petit-mort rosa precaria e incostante -
inventa un’ironica piccola luce
su tutte le pretese e
certezze tue protese
glande glande glande
ripeteva a bocca e mani piene
balia maria occhioni blu in balìa
e bella Mina alla radio cantava
grande grande grande
che di là il bambino beando
di letti ignaro e di tutto ripeteva
glande glande glande
guarda il trionfo del tuo accesso
col suo occhio incantato
il tubero forato candela rosa
che dalla terra esplode
e lo sfiora proteso e
lo colora di vitattesa
che s’incorona accesa
ricordava campi di piccoli fiori
lottare circondare circondati
in campi di nero su nero
irriducibile selvaggia suc/cosa prorompere
a elle liquido
inaffidabile amore offrì
piccoli campi di piccoli fiori
mille piccoli mari in cerca d’eros
dentro la sua effe ricciata fonte
di labirinti e infinito miele
di giocosi angeli
e cose
per poi dirle addio mille e mille volte
nel suo labirinto di minossi e
arianne d’ali brulicanti e di scorpioni
di fiori infetti e infibulati inutil
mente ascesi e senza uscita
(da La musa trasdotta – Chandelle verte, p. 141-160)
III
ricordava campi di piccoli fiori
lottare circondare circondati
in campi di nero su nero
e da tutti quei campi di piccoli fiori
su alzò minus Minos così ricco
di potenza impotente
che stette a lungo arcigno e muto
fino al ridicolo fino a che lei disse
eccomi sono qui sono qui
senza il tuo grande fiore viola
e i suoi mille globuli d’oro
la mia effe rossa non vola
non rinasce e non muore e
senza gli spasmi del tuo
tubero forato rimane lingua
finita perduta ridammi
la bianca tua essenza
dell’anima che vola
(da Nel particolare, pp. 54, 55, 56, 59, 60; e da La musa trasdotta – pp. 71, 116,119)
IV
ricordava campi di piccoli fiori
lottare circondare circondati
in campi di nero su nero
e così nacque Musa infine d’aperta effe
che prese tutti quei campi di piccoli fiori
e ne fece di sé parti ne fece
mille orgasmi di morte e di vita
riunita rinata aperta porta
all’incontro di sé
nel centro reinventato di questa sua ferita
esatta come un cuore spaccato
(da La musa trasdotta – pp. 172-173)
(dic. 2001)
***
zeitgeist e labirinti di mappe metropolitane
nell’aria somma d’onde
di pixel accesi
che bruciano sempre esatti
nel cuore scoppiato di vero e non vero
ricordava campi di piccoli fiori
lottare circondare circondati
in campi di nero su nero
dolce insaziabile fame di lei
in questi falsorizzonti di dedali di
città orizzontale - città arcaica
travestita e assurda di luci e truci
poliedri non più loci – puledri
invisibili continuano a ferrare
zoccoli tra linde macerie
lande fumose e categorici
orrori – e qui proprio qui
la sua pelle che luccica
improvvisa come una candela
cera bianca che si scioglie
e riveste il suo petalo
rosso nella terra final mente custodito
tramutato in gioia tutto il dolore
glorificato insana mente per lei
pensarci e raggiungerci
custodi regali e segreti
d’intensità vissute – queste case
trasdotte in regge d’incontri – la sua
candela che spegne ogni altra luce
sfolgorante la città
apocalisse indicibile di grovigli
di parole di macchine di fumi gioiosi
azzurri invisibili veleni che sorvolano
lei seduta allacciata a sé come una gomena
dentro una carta da parati di mille piccoli fiori
mentre fuori scorre una fiumana in parata
la sua effe aperta rossa liquida corona
tra mille piccoli fiori infine aperta
la sua finestra sul tempo
elle era sé era laltra era laltro
elle era laltro che incarna ogni altro
l’impossibile tocco il diviso comune
il magico possibile paradiso condiviso
la navicella che alluna l’altra faccia della luna
che tesse l’apocalisse in una veste di seta
mentre esplode l’aereo l’ingorgo che serra
in questa casa trasdotta in una serra di fiori
spappolati alle pareti mentre il papa che scorre
tremando e prega sul papamobile e felici sconvolti
corrono al trionfo degli oscar e di san remo -
oltre questa mappa solo mucchi di morti di fame -
e dolce mente nel canto il disastro è tutta una festa
elle era laltra era sé era laltro
la sua effe era un fiore una fonte una ferita
entrarci era il sacro – campo di tutti i fiori
la sua effe era un fiore una fonte una ferita
era sé era l’altro ogni altro diviso
la sua effe era un fiore il dolore condiviso
la sua effe era il fiore la vita e la morte
la sua effe entrarci era il sogno di ogni fiore
elle liquido
impossibile amore
tra mille pareti di piccoli fiori
mille piccoli mari di cuori d’eros
dentro la sua effe ricciata fonte
di labirinti e canti infanti
di giochi infiniti
e rose
la sua effe era il fiore era sé era l’altro
la fonte la ferita ogni altro diviso
la sua effe era il fiore il canto condiviso
la sua effe era il fiore la vita e la morte
entrarci era il cuore di tutti i cuori
ricordava campi di piccoli fiori
lottare circondare circondati
in campi di nero su nero
ne fece pareti di mille piccoli fiori
labirinti infiniti di canti e manti
labirinti di lettere perdute ritrovate
giocosi cuori di lingua tra le cose
come parate e ponti tra le case
entrare uscire in quel cuore esplose una festa di mille fuochi d’artificio
e scoppiò il suo cuore in mille cuori luminati rinati ritrovati
nello stupore rinnovato di un bambino esagerato
che vide quanti cuori fossero nel suo cuore
che la sua mente in tessere riprese
riunite in tutti quei campi di
piccoli fiori
che aprirono
nuove finestre
nuove dimensioni e finestre sul tempo
voli verso nuovi labirinti
nell’aria somma d’onde
di pixel accesi
che bruciano sempre esatti
nel cuore scoppiato di vero e non vero
(gennaio 2002)
***
icone e guglie nel tempo
elle
era laltro
era sé era loltre
era il limite e la lingua
del sacro campo dell’oltre
prese allora tutte le bottiglie trovate
del tempo e ne fece scatole e pilastri
in mezzo a tutti quei campi di piccoli fiori
ne fece icone sovrapposte custodie
guglie su cui finalmente salire
piano bucando verso l’oltre del cielo
e in ogni scatola pose tutti i sacro graal
cercati e mai trovati inutili rimasti
impigliati nella rete di vero e non vero
vi pose poi tutte le scaglie d’oro trovate
tutte le elle ed effe tutte le rose
tutte le rosse impronte di sogni lasciate
morire in mezzo a campi di nero su nero
nel tempo e nel regno di bisce ridens
su campi sterminati
di luminose parabole e idioti crimens
neri fondali e occhi di piombo
di beati impotenti
saliva costruendo inghiottendo saliva
tra scatole e birilli del tempo
una sull’altra piano una sull’altra
piano sommando tesori e orrori
e in ogni scatola pose miseri graal
cercati e mai trovati illusioni rimaste
impigliate nella rete di vero e non vero
ma pose anche tutte le scaglie d’oro trovate
tutte le elle ed effe avute tutte le rose
tutte le rosse impronte di sogni lasciate
morire in mezzo a campi di nero su nero
una sull’altra una sull’altra
tutte le elle ed effe trovate
tutte le rose e le rosse impronte
di scorie e memorie rimaste vive
in mezzo a campi di nero su nero
e saliva costruendo saliva
di sé su scatole e birilli del tempo
piano sommando tesori e orrori
fuso alla sua elle di liquido tempo
elle
era laltra
era sé era laltro
era il limite la lingua
la sua effe era un fiore
una fonte una ferita la festa
del sacro campo dell’oltre
della fine di tutti i fiori
e
salendo
sommando
arrivò
sulla
guglia
più alta
stagliata
contro il cielo
tagliato
come un’effe
e un cuore spaccato
e
salendo
sommando
sulla
punta
della
punta
trovò
piantata
come un
dito
puntato
un
coltello
appuntito
per aprire
nel vuoto
la gioia
di un’altra
dimensione
la finale
fusione
in
una
sola
vera
imprendibile
elle
(febbr. 2002)
***
(Dal Libro d’arte, a tiratura limitata, Spazi e tempi del fare, Mortara 2002)
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novembre 18, 2007 alle 5:44 pm |
Impressionante l’incalzare delle immagini, che fa tutt’uno con un ritmo battente, veramente inedito.
Grazie a Francesco e ad Adam per queste poesie che non conoscevo.
novembre 22, 2007 alle 11:56 am |
Grazie a te Giorgio. E’ un poemetto (purtroppo poco conosciuto, parte di un libro d’arte a tiratura limitatissima del 2002) cui tengo molto! meritrerebbe un’edizione più ampia ma le cose vanno così.