
(Federico Federici, L’alfabeto tradotto, 2007)
da Schemi dell’ombra
16 settembre 2007
Le cose nei loro nomi invisibili sono il mondo
muto, una cosa sola in esso, il mondo all’oscuro
di tutto, compreso solo al fuoco che divora di continuo
per non farselo sfuggire inerte, di nuovo
oblio continuo delle cose, il mondo,
una dopo l’altra, la distanza che disabita
le dita, questo è scritto:
uno spazio chiuso, una scatola o
un vuoto che non ha pareti, dove imprime
in un attimo il soffio la voce, sino a sconfinare;
il pensiero primo è l’eco, che ritorna
tutto, anche il cielo, anche da una superficie
d’acqua ferma. Tremano le cose, e la voce
che le fa tremare – il nome le ferma,
il nome dato toglie le cose al mondo -
non le fa riflettere. Rimangono negli occhi.
23 settembre 2007
È strana la luce in cui sostano le cose ancora
prima di scoprirsi muovendo a lato, staccandosi
da un estremo all’altro, discorrendo, ricoprendosi
di crepe, contravvenendo, cadendo risonanti in cavità
di buio, che gli occhi non hanno mai visto, facendo
tremare lo spazio, sommessamente, come sapessero
in fondo la tenebra occulta che le riempie, in ogni taglio
infiltrata ad orlo di luce, dove poco più chiarita
affiora agli occhi, preme lo sguardo, senza liberarsi.
24 settembre 2007
L’oblio, il dormiente, l’avvicendarsi, il moto
scuro nelle palpebre per anni accorda
ogni sera un sonno senza avvenimenti,
mentre atteso il volto sovrasta pagine di luce,
getta un grido sopra sepolture. La scomposta
grandine di mano a mano cade, ferma sopra tutto,
lo fa risuonare picchiandolo da fuori, un giorno
e l’altro, nel vuoto di materia, la cui grigia
immobilità veste rosa e pietra. Strepita
in un’alterità che non ha esiti la voce
si raduna solo fiato sopra l’erba.
***
da L’emisfero sinistro
*
copri sotto il piede la terra
un’ombra per dire come
sparirai facendo un passo avanti
resti a forza del peso
nel rumore che assorbe le ossa
tra i movimenti sprecati di sempre
per riportarti al punto di prima
*
a Olivia Trummer
ti nascondi tra gli orari,
gli spartiti volatili di luci,
le mappe – macchie sopra i tovaglioli,
tra gli anagrammi dei nomi,
le cifre dei binari, le potenze
sulle lampadine, le alternate
degli scambi, le portate
di carichi e ascensori, tutte
le misure insieme scrivono
i tuoi anni: da lì
entri negli occhi, digiti
il tuo codice di unghie,
fai la spia tra le meningi,
ti aggiungi alla memoria
come una qualsiasi cosa
dimenticata di dire
*
per ogni centimetro tagliato
ai tuoi capelli perdi una memoria,
molti mesi caduti:
non torneresti indietro a contarli,
secoli di pioggia sui pavimenti
spazzati, annidati dentro
pieghe, fili di luce nei muri
il più invisibile segno alle morti
***
da Canto Fermo
I.
l’acqua anticamente ou les nouveaux nuages
o l’ubiquità dei cieli in terra, l’esile figura
dolce dei giardini, prediletta nella rosa,
si frantuma prima di toccare il punto
in basso – la radice il pianto -, la perfetta
lingua qui incontrata senza mai che fosse
vista, passa silenziosa al fiume accanto
ai sassi e graziosa d’ombre, tenera di grazia
per opera buona e sconosciuta voce senza
l’oro in bocca, s’addice all’avvenire, séguita
perduta a vista se anche poco in Aprile piove
XV.
per me che ti seguivo in disparte
continua la mattina l’aria mossa,
giunge a leggére vele come ai cornicioni.
voce che sparisce ai vetri dice:
viso, mano a mano amata.
per trovare casa cade al centro della pietra.
XVI.
mette radici, l’erba, si oscura
in forme preme sotto la pietra,
in un centimetro incide il suolo,
così che penetra nelle pareti
il filo del tempo, la gola, chiara
e vocale, la lingua chiusa nell’ombra,
trema, appena spinta di fuori, fiorisce.
***
da Lumina (appunti di)
*
ho riempito di calcoli un quaderno, i fratti con gli interi,
il riporto, a mano, dietro, ogni pagina girata, cominciando
un numero sempre gigantesco, più che sfigurava
dando fiato nei prodotti, sottraendo le sue divisioni,
addizionando i resti e via dicendo, tanto che sarebbe stato
presto necessario, bello teso, un filo a legarli tutti insieme
quei frantumi decimali, l’alta dimensioni di decine, centinaia,
le migliaia accavallate una all’altra, l’uno appresso al due,
poi di nuovo, cambiandosi le parti, il due dall’uno – non
è fotogenico altro numero che il primo
non so esattamente cosa cominciai contando:
di colpo – so – mi volsi al mucchio della cenere
lì sul davanzale e lì iniziai per calcolare, tanto
per iniziar qualcosa, a dire, ad operare con maniera
e con fermezza; ora, da nulla che era, questa pur
grandezza inconcludente mi ha incantato, tutta
scritta, misurata in un quaderno, è dove sta più
piena, rasa, gonfia in tutte le sue qualità, bene
riprodotta nel continuo movimento delle dita
***
da Unter Struktur
*
Im Luftzug der Nerven Zuflucht
steht und als Lurch zu beginnen
um unsichtbar zu sein.
Was ist es sonst als feine Risse
zwischen Namen und Dingen
auf ein paar Wellenlängen
auf Karten verzeichnet,
also besser Zahlen zu lesen
während du dich flüstern hörst
um die Mauern, nachts.
Dass es die Worte sind, die dich
abschirmen vor des Tages Licht.
*
Aus der Sicht eines Bildes wäre Ich was?
Nur die beiden Apfelhälften?
Und nichts macht so einsam wie das Wort
«Wirklichkeit» und «geschenkt».
Ich war dabei.
***
da Extra Password
X. scarecrow peasant
so the light paralysed
his fist across the dark,
the resonating light
at a certain angle from
within his throat, the bare-flailed
tongue, graft to all the languages,
damping down to words
founded in one own breathing,
the leaped up shouts
spread out air-hooped lips
like noise in gears of spikes
the straw body on its stilts
watches wide stretches of hills,
fields, islands of birds,
dumb dusky landfalls
after thousands of collisions
leave the winds a wake
upon the awns, warm
ash of fire-flies
XV. undoing
Canterbury, 06.11.07
you lie beneath the names
which are those given to the fugitive ones
the strict idyll of voices
all at once rejected in a cry
beyond end-zone bars,
movable like the full treasure of stars,
the boiled peels mystery,
the fishbone in the plate
after candle-light dinners,
the airless feather of the wing,
the dead cat claw lost
in the cracks of walls
it’s a rare fact indeed that death
absorbs the light, the nerves
and everything, dragging through the exit
the one remarkable scene
is that uneasy scratch of all the voices
at intervals, across many pleated sheets of dust
the silent grass psalm undoes
you with a certain method
***
Tag: antonio diavoli, canto fermo, federico federici, lumina, schemi dell'ombra
Novembre 22, 2007 alle 11:48 pm |
Qui, Poesia sfama e disseta Poesia. Un ricamo geometrico di perfetta Bellezza senza l’ombra di un recinto che non sia l’Assoluto Nulla. C’è un occhio che apre su un regno minuto o delle cose cosmiche, comunque immortali: Cose, accadimenti, nebbie, respiri, attese che riposano inermi nella vita aspettando quella Mano e quello sguardo che li sveli e li riporti nell’oltre dorato, oltre la soglia. Ma non è poesia della quiete: a ogni pietra, a ogni dosso, curva, inciampo, è il fuoco.
Mattia
Novembre 22, 2007 alle 11:56 pm |
versi di lungo respiro, Federico. noto un leggero scostamento dai testi meno recenti che conoscevo. una scrittura raffinata e “globale”, come nel tuo stile.
è sempre un piacee….
di corsa come sempre,
roberto
un saluto anche a Francesco, che vorrei contattare.
Novembre 23, 2007 alle 12:45 am |
Credo che Matthia abbia egregiamente condensato in poche righe uno degli itinerari della scrittura e della ricerca poetica di Antonio: una scrittura che, in prossimità della soglia, inizia a vorticare, rivelando, sotto l’apparente quiete della ri-flessione che si specchia in natura di canto, la sostanza metamorfica di cui sono impregnati, fino alle radici, i suoi alfabeti, le sue sillabe, la/le sua/sue lingua/lingue.
L’occhio che “apre su un regno minuto o delle cose cosmiche” è, celanianamente, “straniero” (il “canto di pietra”), parte di quella stessa “alterità” di cui è annuncio, errante traccia e superamento. L’unico “recinto” possibile per questi accenti è la mobilità del fuoco, che si fa luce autogenerandosi dalla cenere di cui è presagio e destino.
Sì, una “scrittura raffinata e globale”, che si fa “stile” proprio nel rimettere in gioco volutamente, al fuoco di “altre controversie”, le sue stesse ragioni di esistenza: il suo volersi “silenzio”, matrice e approdo di ogni possibile voce.
fm
Novembre 24, 2007 alle 4:45 pm |
Caro Francesco,
ti ringrazio per come hai organizzato le cose che ti ho spedito. E’ la prima volta che il lavoro pittorico/fotografico accompagna i versi: ora che vedo, mi piacerebbe affrettare anche questo altro progetto che invece ho rimandato al 2008-2009 per avere tempo di comporre la musica.
Proprio nel volersi “silenzio” si riesce a intonare la parola e tutta la difficoltà è proprio lì, “trattenersi sul regno minuto delle cose”. Non conosco Mattia (?) , ma per queste cose che dice lui sembra conoscere me abbastanza bene.
A Roberto dico che, come osserva, mi allontano costantemente -di poco o di tanto, ogni volta- da quello che ho scritto, così come è destino di ogni passo, allontanare “da” qualcosa, non necessariamente “verso” qualcosa. Muoversi tra le lingue diverse è muoversi tra i corpi, le identità.
E’ poi bello trovare questi miei versi insieme a quelli di Ilaria…
Novembre 26, 2007 alle 6:14 pm |
Grazie a te, Antonio, è stato davvero un onore ospitare i tuoi testi e i lavori di Federico: spero di avervi presto di nuovo qui.
Intanto, io sto cercando di “entrare” nei tuoi testi in tedesco e in inglese…
Un caro saluto.
fm
Novembre 26, 2007 alle 9:43 pm |
Anche se ultimamente domina l’Inglese nella mia scrittura, in seguito forse alle suggestioni musicali del recente soggiorno dalle parti di Londra e Canterbury, so (sento) che il ritmo prediletto è quello del Tedesco in cui si assorbe tutta la purezza del mio sogno nordico.
F.
Novembre 26, 2007 alle 11:06 pm |
Antonio, “Unter Struktur” è un riverbero fuggente di luce e di echi filati come in un arazzo vocale. Se riesco a recuperare, in traduzione, qualcosa che possa richiamare almeno in parte la miscela sonora che hai composto, la pubblico. Anzi, colgo l’occasione per invitare altri a fare la stessa operazione, anche con i testi in inglese, che non sono assolutamente da meno.
Ciao.
fm
Novembre 27, 2007 alle 11:24 am |
Ti ringrazio di questo che dici. Proprio venerdì scorso, parlando a proposito di queste due raccolte in lingua, “Unter Struktur” ed “Extra Password”, dicevo che, da parte mia, non avrei mai dato nessuna traduzione, essendo nate in originale, ma che sarebbe stato per me molto più importante e interessante ricevere l’altrui traduzione. E’ un po’ quello che capita quando, a mia volta, traduco altri poeti: offro l’oro una quasi-riscrittura che talvolta decodifica aspetti che loro stessi (o le loro lingue) avevano magari lasciato marginali. La ricontrattazione del senso di un testo è uno dei luoghi più fertili del processo di editing-traduzione, specialmente quando ci si confronta con un autore vivente.
F.
Novembre 7, 2008 alle 2:08 pm |
Anche nel deserto basta un solo granello a far lacrimare gli occhi.
Grazie,
D.