Apprendimento di cose utili (II) – Gennaro GRIECO

By francescomarotta

(Volker Klein, Terra lucana)

[Testi tratti da Gennaro Grieco, Apprendimento di cose utili, prefazione di Sandro Gros-Pietro, Torino, Genesi Editrice, 2007. La prima parte è leggibile qui.]

RIVUS NIGER

I

Quando d’Inverno dai picchi imbiancati
dell’avvoltoio¹ adagiato in stanchezza
dei millenni il riverbero veniva
nel chiuso delle incatenate² stanze
vedevo mia madre ancora più bella
nel tragitto dei vetri che di lena
sua giovane specchiavano movenze;
vedevo i padri antichi, Rivus Niger,
in quell’acromia acuta della luce
che di tua e mia storia taglia i cammini
e smuove emozione della scoperta;
vedevo gli archi sulla testa ritta
di uomini sui cavalli che pregnavano
coi petti rigonfi della fatica
profumi di gerani sui balconi;
sentivo le campane che scandivano
il tempo, mentre sfumava, sui colpi
a salve d’inutili guerre, il padre
di mio padre in vena di raccontare.

A ondate, come di danze viennesi,
la vòria³ aggirava i fianchi scolpiti
della montagna che si erse isolata
all’ancóra pretesa sul mistero,
s’irretiva declinando fra i vicoli
di ombre irregolari alla prospettiva,
smagliava la residua forza in scivolo
fra la strenua saldezza a propria terra
di ulivi muschiati di verde in abito
di prossimo Natale contadino
: borea boriosa, persa in lamento
che unico spezzava quiete del sogno
– da sciocca filosofia frainteso –
che è sola dimensione del reale,
e a cui si accorda il gesto contingente
che di noi spinge la ruota del tempo!

1. Riferito al Monte Vúlture, vulcano spento nel Nord della Basilicata [dal latino vulture(m), col significato di avvoltoio].
2. L’uso di spesse catene per stabilizzare i fabbricati nelle zone sismiche è un’antica tecnica di cui ancora evidentissime restano testimonianze.
3. Precisamente: vòrijë, forma dialettale di bòrea, vento di settentrione, tramontana.

*

II

E poi che nel ciclo delle stagioni
consumavamo i giorni delle attese
imprecisate di quelle età acerbe
nei ripetuti giochi di quartiere,
sulla mia Costa¹ scempiata due volte
– e la seconda da inanità di uomo –
si raccoglieva il sole nelle conche²
per riscaldare l’acqua, a Primavera,
sugli usci che esponevano muffite
reliquie di santi votati e morti
mai più dimenticati che mordevano
coscienze sì permeabili al pianto;
e si alzavano i profumi dai forni
che ardevano sudori di sfigliate
donne annunciando Pasqua dei biscotti,
il companatico di solo pane.

E mio padre era forte, a primavera,
nell’età in cui non si contano gli anni
e si tira il rostro dando alle bestie
il cambio, ché sono amiche di viaggi
e d’indomite speranze, le bestie,
capitalizzate solo nei cuori
: padre caro, troppo buono per vivere
oltre il dardo cieco di mala sorte
che sentiamo dappresso, Rivus Niger,
in tua e mia seppure piccola storia,
ognun per suo conto e tuttavia insieme,
sempre, come sarà, ché di mio padre
tu conservi vestigia generose
e di me stesso, che so già mi aspetti,
veglierai le paure nelle notti
quando sotto il monte la terra trema.

1. Quartiere nella parte più alta di Rionero in Vúlture (PZ), eletto quasi a simbolo della cittadina alle pendici dell’antico vulcano.
2. In dialetto cònghë, contenitori per ogni uso, in particolare per liquidi; oggi soprattutto di materiale plastico, in passato perlopiù di rame.

*

III

Cociori asprigni di ferite al sole
mi sovvengono di Estate bambina;
ché si avvertiva nelle gole secche
e nelle narici al pari raspate
l’afrore dei campi alla mietitura,
fra stoppie prese da fuoco alla resa
di affilate falci come in concerto
mosse da ansie di prossimo ristoro
di bevute di aglianico a cannuccia¹,
carezze di velluto sull’arsura.
Nemmeno le corse di giorni pieni
– inseguiti da paure di serpi
sorprese nel rovello dell’amore –
e le precoci fatiche di gregne²
trascinate con forza dell’orgoglio,
nemmeno le tenere follie, dunque,
di avventure inventate sul momento
– novelli indiani d’America in armi
improbabili di spighe di grano,
o improvvisati stregoni con danze
a invocare lo scroscio di un minuto –
piegavano al men che volgare rango
di umile paglia per i nostri circhi
le rachidi mutilate di fresco
e in posa dignitosissima ancora
: steli implacabili, ritti, pungenti,
forti di terra forte che a sé tiene
– lo so ben io che vi ho salde radici –
epperò in disputa persino cruenta,
e ìmpari, con ancor giovani carni.

Che fossi già temprato, in altre estati
di più matura coscienza di vivere
la vita soldato? Che già sapessi
di schiaffi vigliacchi e delle ferite
che poi saran piaghe e bruciano ancora?
Soppesavo le pietre dei misfatti
del destino fra case diroccate,
tempravo lance di sambuco verde
negli orti incerti di acque dilavate,
affilavo le frecce, Rivus Niger,
delle mie sacre guerre giovanili,
sui lastroni di lava delle strade
che lucido di afa per lontananza
ricurvava verso l’alto dei cieli
– custodi di sorte – nelle controre
arroventate di cicale astanti;
come cicala, d’estate, bruciavo
ragioni di vita in unica breve
stagione che supremo leva il polso,
marciavo schietto dei miei canti lungo
i cammini di cui si beffa il tempo,
scandivo ritmi privi di scansioni
nelle arie ferme di bassi valloni.

1. Nel dialetto locale lu cannittë è un’appendice di canna, lunga 5-6 cm e di circonferenza rapportata al recipiente (bottiglia, fiasco, barilotto) su cui è inserita, per bere il vino a garganella.
2. Grègnë o, più esattamente, h*règnë: covoni di grano, fasci di spighe appena falciate, legate e lasciate alle spalle dal mietitore, poi raccolte e accatastate prima della definitiva trebbiatura.

*

IV

Era d’Autunno che si catturava
il mosto zuccherino che in fermento
schiumava come latte appena munto,
e brillavano gli occhi impolverati
– da spiazzi sterrati – nel rinnovato
rito del vino novello in cantina
: ritratti i giovani labbri dipinti
di un viola profondo in fresco di tufo
– valore aggiunto dei primi rigori –
a trattenere ogni bava del nèttare
dei padri arditi nell’annuale impresa,
il nèttare che sarà poi tannino
– medicamento a rinsaldar gengive –
e poi rosolio davanti ai camini
o al fresco sotto le stelle e la luna
a menar commozioni vere di uomini,
a stanare il ricordo che misura
il tempo risaputo di ugual ciclo,
a far comunque di storia la vita,
ché di ciascuno resti pur sol segno
e di propria terra e di antico sangue
non si abbia mai ragione di ritegno
: sì, nèttare che poi farà buon sangue
e copiosi sudori, Rivus Niger,
a tirar duro d’ingrata fatica
nei lunghi mesi di solagne¹ accese.

Dopo spremitura a rotta di gambe
– e repentino sorseggiar dai tini –
c’erano le corse a cercare specchi
nelle damigiane vuote che ancora
del vin vecchio portavano camicia
: trovar facile riso, era l’intento,
di facce grosse pittate di baffi
e di braccia lunghe a cerchiare il mondo;
ché non si avvertiva coscienza, forse,
o giovani tesori, ma di crescere
già uomini proprio tanta era la voglia,
per fischiettare alle ragazze a sera
dai bar dove si apprendeva coraggio,
per sventolar bandiere d’ideali,
l’ardore pari a orgoglioso retaggio.
D’autunno – che è autunno anche della vita –
provar prime vere malinconie,
ché si scolora all’orizzonte il cielo,
ed al chiuso d’incatenate stanze,
brigare il tempo nei giorni di attesa,
meditar feste di nuovi raccolti,
dilatare il sogno oltre la contrada.
Sulle nostre colline, Rivus Niger,
lasciato oramai sgravato alle spalle,
era l’ulivo spoglio che d’autunno
mi annunciava aria di prossima neve.
E al di qua della campagna già nuda,
verso sera lungo la via di casa,
come sacra staffetta per la vita
mi stringeva la mano che avrei perso.

(23 agosto 1992)

1. Precisamente sulagnë, in dialetto: terreni in collina che beneficiano particolarmente dell’esposizione al sole.

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***

Da LA VOCAZIONE E LE IDEE
(Diaro di una stagione precaria)
(1994-95)

Il dio

Il dio che si riconobbe per fiere e per vendemmie
si aggirava già alticcio dopo la prima spremitura.
Legittimo il dubbio che non fosse quello giusto.

Sarà stato per la sindrome del camaleonte
in ossessione di identità,
per quella voglia di trasformismo,
di travestire anche le mani giunte
per nasconderle al freddo.

O per un digiuno disperante di acqua dolce,
impazzito il fiume per il riverbero,
sfatto nel letto per la troppa luce.

*

La amicizia
(Questo ci hanno fatto)

                                         a Santino Spinelli, mio amico Rom

Non t’incontravo
perché mi hanno reso cieco;
riesco a malapena, nei giorni di luce,
a baciare il piatto in cui mi cresce di mangiare
: questo mi hanno fatto.

Ho cultura di libri,
ed è il pasto ricco del mio sangue, della mia vita;
ma se non vedo mi strappano le pagine,
anche quelle della tua storia, del tuo viaggio senza requie
: questo mi hanno fatto.

Mi trovo lividi sulla bocca,
e solo ora mi accorgo, perché tu me lo hai gridato,
che hanno il colore della tua gente,
hanno il profilo tumefatto di ogni cammino sudato
: questo mi hanno fatto.

Sento la lingua vulnerata, esulcerata,
increspata dall’arsura che è di ogni sete,
e penso alla tua, alla mia,
alla nostra grande sete di verità
: questo mi hanno fatto o, meglio

– perdonami l’ultima incertezza, orgogliosissimo amico –

questo ci hanno fatto.

(Chieti, 24 aprile 1994)

*

Il poco
(Canto zingaro per il 25 aprile)

Proprio non ho tempo per le illusioni,
per distinguere il sogno dall’inganno,
piegarmi alle paure di ogni giorno;
proprio non ho tempo, perché i miei morti
di Jasenovac m’insegnano la storia
e sia io zingaro o bastardo del tempo
sono un uomo con un nome e una storia.

Davvero mi basterebbe assai poco
per guidare sulla via gli occhi stanchi,
restituirmi all’unico patrimonio
che è la vita; poco, poco io vi dico,
un pane solo da offrire ai miei figli
e una mano che la mano mi tenga
se male mi viene al calar degli anni,
una veste lisa per la mia sposa
e giusto un cielo aperto come casa,
un nome che in ogni luogo mi valga
e un’aria buona da insieme dividere
: fra uomini, siano essi inermi o bastardi
del tempo, siano essi zingari o santi.

Poco, come il tempo che ancora resta
per le illusioni, se ora il vento nuovo
non veste di speranza; non chiedo altro,
non chiedo altro, amici, e, queste parole,
con preghiera di porgerle domani
quando non ci sarò: per quelli a cui
hanno taciuto e i figli che verranno,
perché i miei morti di Jasenovac¹ ancora
insegnino la storia.

(25 aprile 1994)

1. A Jasenovac (Croazia) nel 1942 trovarono orribile morte decine di migliaia di zingari, trucidati nei campi di sterminio.

*

La zingara

Bandiera di luoghi senza frontiere,
la mia veste che ha i colori del mondo.
È mosaico di pianti asciugati,
cornice per gli occhi miei belli neri.
La mia veste sa di latte e di sangue
e dei profumi di terre lontane,
è veste di una donna che cammina,
la mia è la veste di una donna che ama.

*

La mobilità
(Nel Primo Maggio, per voi che restate)

                          Tu che credi dimenticare vanitoso
                          O mascherato di rivoluzione
                          La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
                          Ma anche di eternità
                          E dalle bocche sparite dei santi
                          Come le siepi del marzo brillano le verità.

                          (Franco Fortini, La gioia avvenire)

Fate conto di un sangue senza spari
che anche l’orgoglio non riesce a tenere,
o dello squarcio di uno schiaffo cieco
che preso nel mucchio non puoi parare
: la cifra è misurata sulla carne
ed è l’esatto prezzo da pagare.

(Perché non è poi vero che l’unione
fa la forza, se proprio non c’è forza
nell’unione, la forza delle idee.
Perché abbiamo illuso forse anche i muri
con le grida in supplenza delle voci,
giocando con le scritte a fare i duri.
Perché abbiamo surrogato la storia
– e per quale rinuncia di orizzonte? –
con le suppliche vane e gli scongiuri.)

Fate conto di questo maggio, amici,
appendice del nostro lungo inverno,
o del passo sordo – e un lurido fiato –
di questo tempo che peggio promette.

(Perché qui adesso io vi lascio la vita

e con me trascino solo bestemmie.
Perché dietro il cancello che mi serrano
lascio vent’anni e in una tuta il cuore.
E perché non abbiate alcuna remora
a chiamarmi quando poi sarà l’ora
io con me porto la nostra bandiera.)

Farò io conto di un cielo che mi cade
per questa lettera senza un saluto.
E di quanto la pietà ancora vale
: per me, certo, e anche per voi che restate.

(1 maggio 1994)

***

Da POESIE INEDITE
(1994 – 2001)

IN VENTO DI FRONDA CHE TI TRASCINA
(Fuori è giorno)

E fuori, ti assicuro, è giorno, giorno
e poi sera, notte e di nuovo giorno;
è cifra impassibile di minuti
- che avvolgo – di un dono da meritare;
fuori è attesa di sicari, di lucciole,
di andirivieni – anche baci precari.
fuori è giorno, ti dico, è ancora giorno,
fetida arena, a volte, o malia splendida
in vento di fronda che ti trascina,
è rumori del passo e tulipani,
sudore d’anca e primavera ai campi;
è bisbiglio di nomi e di profumi,
fronte di fronti e sentimenti al macero,
carne alla catena – anche santi e fumi.
Fuori è giorno col caldo delle mani,
con le strette sui cuori di cartone;
sole e giorno anche in cera bassa di anni,
quando è sera al profilo delle case
e sulla via il lustro decide il peso.
Fuori è giorno anche questo giorno, dico,
io che di questo giorno inchiodo le ore
alla parete del tempo che inclina
: per farne linfa di vita, nutrirmi,
farne abito di una festa che aspetto
o mattanza di sogni sull’altare,
farne un nodo al fazzoletto o, magari,
nel sangue riottoso ai sensi assorbirle
in forma invisibile di ricami.
Fuori è giorno, ti dico: è ancora vita!

(19 marzo 1994)

*

L’OCCASIONE DEI MORTI E’ MALAPENA

Ora se vale investirsi del dramma.
Se un color fuoco, un fiotto,
una deiezione in bocca al vulcano.
Se una sparizione, piana, avere àdito
e scivolare
(avere àdito
e scivolare)
derapare con un
convincente respiro.
Se una mano un Dio un grano
di sale o la parola, piena, che
ci manca e mai verrà.
                         Se vale uno sgomento.
O uno zero, una superfluità. (Noi,
anche noi ci portiamo a compimento.
Non altro).

L’occasione dei morti è malapena.
qui ci piomba il silenzio delle alture,
mesti sull’onda verso il grande mare.

(10 gennaio 1996)

*

SALMO DELL’INADATTO PASSEGGERO

                                    (a Suor Viviana, che non è più suora)

                        L’uomo non sia indegno dell’Angelo
                        la cui spada lo protesse
                        da quando lo generò quell’Amore
                        che muove il sole e le stelle
                        fino all’Ultimo Giorno in cui rimbomba
                        il tuono della tromba.
                        Non lo trascini ai rossi lupanari
                        né ai palazzi che eresse la superbia
                        né alle taverne insensate.

                        …
                        (Jorge Luis Borges, L’Angelo)

Ho un amico che mi parla di Dio,
gli dico: ascolto, ma ho già la mia via;
mi dice: sali sul mio carro e poi
sia il canto di una risoluta gioia.

Ho un amico che mi parla di Dio,
non mostra le ali ma ha tratti gentili;
mi dice: guarda, questo è un segno e noi
sapremo coglierlo ed avremo i cieli.

Mi muovo per sentimento di luce,
provo a dirgli, ma se non è superbia
io nulla devo ed è ciò che mi assolve;
sta nei nostri atti ogni salvezza, in essi
è il seme che l’essere ci rivela
: io, che pur t’ascolto, ho già la mia via.

Il giorno è ampio quando la luce sale
                                 – mi porge -
e dispera la via chi resta al buio;
ci si esprime per vezzo di sapienza
ma conosce chi sa di non sapere,
chi nell’ascesa alfine si ritrova
: lascia che ti porti per ciò che vale.

Ho un amico che mi parla di Dio,
che sospinge a insondabile mistero;
ma io non valgo per ciò che non conosco,
per passo d’inadatto passeggero
io mai saprò seguirlo nel suo volo.

Chi indaga il suo desiderio profondo
                                 – mi dice -
riporterà l’elogio di una gioia,
chi non indulge in uso di celarsi
si condurrà sulla via del mio cielo.

(Maggio 1996 – dicembre 2001)

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6 Risposte a “Apprendimento di cose utili (II) – Gennaro GRIECO”

  1. Nella dimora del tempo sospeso - 2 « Apprendimento Di Cose Utili Dice:

    [...] blog La dimora del tempo sospeso, curato da Francesco Marotta, è disponibile da ieri sera una seconda selezione di testi, dopo la [...]

  2. violaamarelli Dice:

    grieco ha questo mix di classicismo formale e di sostrato ctonio- passionale che volte si fonde veramente bene come in “Se vale uno sgomento.
    O uno zero, una superfluità. (Noi,
    anche noi ci portiamo a compimento.
    Non altro).” ma in altre cede alle (nobili, per carità sirene di una nostalgia quasi arcadica, risuonando il miglior Quasimodo (“O per un digiuno disperante di acqua dolce,
    impazzito il fiume per il riverbero,
    sfatto nel letto per la troppa luce), un caro saluto, Viola

  3. francescomarotta Dice:

    Cara Viola, come puoi vedere, la maggioranza dei testi postati risale ai primi anni Novanta. In questo caso (soprattutto riguardo a “Rivus Niger”), al di là del valore dei testi, a determinare la mia scelta è stato un elemento di natura “affettiva”, visto che fu la lettura di queste liriche, in un libretto trovato per caso molti anni fa, a farmi conoscere la poesia di Gennaro Grieco.

    Sul “classicismo formale”: penso che in lui si tratti, essenzialmente, di un “abito”, e di una conseguente opzione stilistica, sostanziale, connaturato, non artefatto o costruito a posteriori: nel senso che la natura etica, dalla quale scaturisce tutta quanta la sua produzione, si sedimenta, senza nessuno sforzo, in strutture rigorose e cristalline, che fanno della “comunicabilità” del dettato il punto di partenza e l’approdo, in una ricerca che è sempre un movimento, un darsi all’esterno, mai un ripiegamento autoreferenziale. In lui parla, spessissimo, la lingua della memoria e delle radici: una lingua che permette al suo canto di farsi immediatamente materia di prassi e di meditazione civile (con pochi eguali, oggi, almeno stando a quello che conosco).

    In “Rivus Niger”, comunque, l’operazione è volutamente mimetica, nel senso che la lingua (e il relativo corredo di immagini) non è filtrata attraverso la coscienza dell’adulto, ma si rivela, nel suo farsi memoria attiva, proiettata nel futuro, attraverso gli occhi e l’immaginario tipico dell’adolescenza o della prima giovinezza. Da qui anche l’opzione di un certo lessico di chiara matrice leopardiana.

    Ti ringrazio molto per il tuo intervento.

    fm

  4. gennarogrieco Dice:

    Credo di poter dire che quanto espresso da Francesco al secondo capoverso del suo intervento rappresenti la sintesi più efficace, illuminante del mio rapporto con la scrittura poetica. Altri ci erano andati vicino, lui ha centrato in pieno. Perché, certo, è possibile. Ma non alla sola condizione di una intelligenza viva, ci vuole anche profonda onestà e attenzione, disponibilità a capire (e a darsi), senza pregiudizi di sorta (e magari anche una qualche vicinanza, ovvero condivisione dei valori sociali primari). Francesco, ti sono profondamente grato. Sei mio fratello. (E per mio conto, per il tuo dono, ho uno di quei piccoli, rari momenti di felicità).

    E ciò, anche sulla base dell’acutissimo stimolo offerto da Viola Amarelli, che ringrazio per la sua costante attenzione. Un’attenzione per me davvero preziosa, perché, per quanto mi è dato di appurare, viene da degnissima persona: limpida, libera, non compiacente. (Ah sì, certo, Quasimodo lo preferisco di gran lunga ai Montale o agli Ungaretti. Per una questione di cuore, di autenticità – che è il prerequisito della vera poesia).

    Un caro, carissimo saluto ad entrambi,
    gennaro

  5. francescomarotta Dice:

    Ti ringrazio, Gennaro, e ricambio stima e sentimenti.

    Chi scrive versi come questi:

    Non t’incontravo
    perché mi hanno reso cieco;
    riesco a malapena, nei giorni di luce,
    a baciare il piatto in cui mi cresce di mangiare
    : questo mi hanno fatto.

    Ho cultura di libri,
    ed è il pasto ricco del mio sangue, della mia vita;
    ma se non vedo mi strappano le pagine,
    anche quelle della tua storia, del tuo viaggio senza requie
    : questo mi hanno fatto.

    è stato, è e sarà mio fratello: dovessimo pure non incontrarci mai, ci conosciamo da sempre.

    fm

  6. violaamarelli Dice:

    caro grieco, felice che tu abbia colto la mia stima per i tuoi versi anche perchè per ragioni geografiche ed umane sono viciniore al Rivus Niger e conosco le terre dell’osso..trovo inoltre più sincero e produttivo esporsi coi propri modelli che sperimentare “a vacante” come si suol dire dalle mie parti. Francesco ha colla sua bravura centrato quel ch’io volevo dirti, a presto rileggerti, Viola

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