Nei giorni che mi condussero al confine (II) - Antonella PIZZO


(Immagine di Pierino Di Sebastiano, 1993)

[La prima parte qui.]

Da Partenope – sette piaghe e un segno - Edizioni Biagio Cepollaro

Farei, per questa poesia, il nome di Iolanda Insana. E mi parrebbe di riconoscere in questi versi non il debito a un altro poeta, ma alle ragioni di ciò che ancora può sopravvivere di una lingua. Ancora necessaria, malgrado tutto, perché sopraggiunge da qualcuno, da qualcosa che la anima della necessità di riportare Proserpina alla terra, alla sua innocenza, in un prato di fiori. Il luogo di questo ritornare è ancora, lo si voglia o no, nella terra delle madri. A sud.
(Sebastiano Aglieco)

Si riscrivono le sette piaghe apocalittiche con visioni che non predicono ma dicono, dell’oggi. Ci attende una natura irriconoscibile, che si rivolta, che si confonde e ci confonde, alla fine: “sparisce il segno/ si piegano le ore/ in mescolanza d’uomini e d’insetti”. Ma anche noi siamo resi irriconoscibili: dal dolore (”dal sopraggiungere pallore”, dalle pene che abitano la casa, perfino “le macchie sul soffitto”). E i raggi di luce rinnovano il dolore, “sono ferite che tagliano il muro”. Al termine dei versi d’introito ecco sgorgare un canto, la disperata chiamata d’un “medico santo”, poiché ormai “piena è la piaga/ arsa la mano”. Siamo così pronti a sentire il racconto delle sette piaghe.
(Antonio Fiori)

 

quando arrivammo
s’era già aperta la seconda piaga
putrida puzzolente
nostra signora dei dementi
delle pustole e delle cancrene
della pelle squamata e rossa
nascosta sotto una maglia a scacchi
dacci la direzione perché
è come una croce questa galleria
i chiodi sono i negozi
l’estremo capo profuma di babà:
baroccano le scatole
di ceramiche e d’argenti
calzascarpe d’avorio e tartarughe
ci ammiccano agli occhi.
Stasera sono pettinata alla sciantosa
in gonna a fiori e zatteroni
velo alla grande e barco a navigare
in un sogno di mari a specchio
smeriglio vetro, sanguino lenta.

 

la meraviglia mi cava un dente
lo faccio d’oro
lo infilo nell’apposita feritoia
non entra e lo forzo e lo sforzo
è masso che mi risuona nel cristallino dirotto
poi mi viene una mestizia quieta
di liquirizia e menta
di buccia di limone
la meraviglia mi toglie una mola
amore e morte
vocale e consonante
nel seno la madre, nel caos a caso
l’ imperdibile occasione
d’andare a Pausillipon

dove finisce il dolore

 

e poi uno disse andiamo
dai, s’è fatto tardi
per oggi abbiamo visto abbastanza
se facciamo il giro dell’isolato
giriamo a destra e poi a sinistra
tempo un’ora arriveremo in hotel
occhi negli occhi
nocche su nocche
mio muscolo mastoideo
oh mio maschio angioino
qui c’è tutto un formicolio di gente
un brulichio di vermi sotto un masso
i piedi prudono sanguinano le mani
ma fai many shopping darling
fai many shopping money money
a toledo fai stima e comparazione
detto fatto siamo già a pezzi
vetrine e prezzi nostra follia

 

III

occhio nell’asfalto scandaglio di tombini
alla terza piaga lo vedemmo:
tempeste nella barba
le guance tormente
alcune stridevano fra i denti
eccolo è un santone
un primitivo che scava nella roccia
ha una mano
fa come una fossa
un catino lento, un incavo cavo
vano, fa una buca fonda fonda
usa un cucchiaio senza manico
una conchiglia capesanta
oh le nostre borse piene di orpelli
e luccichii di stelle
sono vere e false
derivate da processi di sintesi
sono vuote e piene
ma a scuoterle non escono parole credibili

 

***

Da Catasto ed altra specie – Fara Editore, 2006

Entro una cornice impiegatizia, di per sé tranquilla, in cui – in apparenza e capovolgendo l’occasione montaliana – torna il calcolo dei dadi, e ognuno sa chi va e chi resta, l’autrice sperimenta il comico e il tragico della vita, sino a smascherare le strategie di sopravvivenza degli umani, a perdonarle, con intima pietas [...]
Il registro è leggero, come se la ferita fosse pudicamente velata dallo stile e spettasse al lettore di cercarne altri indizi, che l’autrice dissemina qui e là, quasi per caso. E lo fa sul piano semantico [...], ma soprattutto sfruttando soluzioni formali..
(Stefano Guglielmin)

Se la parola è forza generatrice, quella di Antonella Pizzo lo è al di qua di qualsiasi teoria simbolista o ideologia preventivamente adottata. La poesia della Pizzo è intrisa di quotidianità trascolorante, che svolta in angoli privati e drammi della memoria, dietro l’apparente leggerezza e svagatezza del verso; incline ad affidarsi ad una parola che sia anche esorcismo: espiazione e riscatto. L’esorcismo si compie lì dove la parola si maschera e racchiude tragicamente un segreto: colpisce nel segno Stefano Guglielmin nella prefazione, quando mostra il processo di occultamento-apertura che l’autrice opera con l’ausilio del «refuso, la parola sbagliata», con il disseminare indizi «qui e là, quasi per caso» (si veda a tal proposito la poesia a p. 50, Parola d’ordine collazionare…, sapientemente notata da Guglielmin ed eletta ad emblema di questo tipo di procedimento). Così, senza forzare sul piano interpretativo, si può leggere Catasto ed altra specie come un libro che traspone piccole e grandi tragedie private su un piano corale, universale, con una prima parte che ripercorre tante minime biografie sommarie (senza voler scomodare De Angelis). Forse l’esorcismo si compie proprio lì: nel passaggio dal singolo al plurale, dal grumo di impressioni e sentimenti alla parola che accomoda il dolore.
(Luigi Metropoli)

Ho scritto già sulla sua poesia: del clima di mestizia che l’ha determinata, della diffusa liricità, calibrata dovizia; degli assetti linguistici e della taumaturgia di quel dettato e dell’eco che ne propaga. Posseggo i suoi lavori editi e parecchi degli inediti, siamo ambedue Siciliani, per giunta in contatto con regolarità a mezzo posta elettronica, abbiamo avuto la ventura di conoscerci di persona. Non ho nessuna remora a dichiararmi suo strenuo ammiratore.
E dunque, esclamerete voi, bella forza: siete amici, conterranei, familiari è normale, addirittura d’obbligo, che io ne debba scrivere favorevolmente.
Ebbene, queste ammissioni mea sponte tendono giusto a falciare alle radici tale pregiudizio, si propongono di dimostrare, unitamente agli argomenti della nostra cornice, vale a dire la Poesia, che l’ammirazione, la stima, il credito sono dovuti unicamente in virtù di talento, di qualità, di stoffa, e non già per mere piaggeria, affinità, solidarietà tra Isolani.
(Marco Scalabrino)

Su Catasto ed altra specie di Antonella Pizzo

1.
Il libro si organizza come per frammentazione o gemmazione da un testo originario che sembra raccoglierlo come una sorte di monade da cui per svolgimento il resto si precisa e nasce. La memoria è fatta di documenti, precisi, netti, catalogabili, collocabili, eppure la memoria svapora non appena si fa strada il sospetto che ci sia stato dell’altro, che c’è comunque dell’altro, sempre. E a nulla vale inventariare la superficie delle cose, quando le cose non sono esse stesse superficiali, dotate come sono di profondità, aggrovigliate nel profondo.

2.
Nella poesia di apertura in sentenza si anticipa lo svolgimento successivo e minuzioso. Non c’è patema ma disinvolta registrazione. Almeno in apparenza, dal momento che la prosastica leggerezza dell’avvio ben presto scivola nell’indeterminato e nell’allusione più scura.

Tutto comincia dalla banalità del male, da una svista, da burocratico errore, ma poi è già ‘ingiustizia cieca’, è già ‘urlo nella nebbia’, è giù ‘il fosso oltre misura’.

3.
Registrare, collocare, dividere, sistemare. Sbagliare, correggere… Come se davvero le cose una volta ‘accatastate’ s’acquietassero in un senso, pacificate.

E invece no: non i girasoli di Van Gogh ma carciofi e cavolfiori. Il sogno dell’arte come il sogno della vita non è ancora arte non è ancora vita. Anzi, tutto il contrario: quest’arte, come la vita, comincia dall’accettazione ‘fogli arrotolati e carte/ come i pensieri in testa’ (pag24).

4.
La diminuzione, la desublimazione, l’utilizzo fino all’esaurimento della metafora-catasto come abbassamento della più aulica metafora-libro ed ecco che il tempo si àncora: ‘Il mio tempo è di ventiquattro righe/una per ogni ora del giorno’. E questo diventa lucido ma non spietato sguardo sui meccanismi di una storia anche famigliare:‘non è per mancanza di rispetto/ ma è il meccanismo che non fa per me’ (pag.31).

5.
Più lieve è il dettato, più essenziale e scarno, più diretto e necessario, più la lingua risponde alla chiamata. E’ un’esistenza che si racconta attraverso un espediente che organizza e che dice lasciando intatto il mistero, il senso e il non senso, secondo la responsabilità degli anni e della vita vissuta. Ed è accettazione umile e dunque vera che dopo un po’ che risuona, a chi legge, nell’universale rimbalza: ‘Ti prego la mattina non parlare/ che mi cancelli i pensieri/ne ho uno sottile e chiaro/ come filo di seta dipanato/ lucido e serico/ lampante e incontestabile/ che m’attraversa la mente: il principio è legato alla fine’ (pag.37).
(Biagio Cepollaro)

 

Sognammo nel ‘90 o giù di lì

II sogno era di un campo coltivato a girasoli
quadro di Van Gogh o distesa gialla e nera
ma si piantarono a dimora carciofi e fave
broccoli e cavolfiori, e niente fiori
alla fine s’alluparono le fave e furono fusti alti
e bocche strette, e non ci fu il raccolto
ma lo stesso grandinarono uova sode
e pane e lo stesso risero per quella sputacchiera
con preghiera di centrare:
in cartella grigia a memoria futura
circolare n. 3 del dopoguerra.

 

E gli addii

E’ un parlare vano quando aprire la bocca
parole e invece mi escono i misteri
dolorosi che recito una tantum

oggi abbiamo festeggiato non so bene cosa
ma qualcosa si è fatto visto che si sono sentiti
voli di tappi al soffitto e sfrigolio d’ossa mascellari,
l’uvetta non mi piace tanto - dico -
preferisco i canditi
oppure la cioccolata calda con la panna sopra
mi piacciono molte cose dolci, croissant compreso
ma gli zuccheri mi provocano stanchezza
festeggiare gli addii la nausea.

 

***

In stasi irregolare – Edizioni Le voci della luna – Premio Giorgi 2007

Nella poesia di Antonella Pizzo v’è un ritorno in eco, una fiamma che si autoalimenta, una rifrazione dell’invisibile, un giorno che ricomincia dal punto in cui si è spento: c’è un canto che si innesta nella visione, nell’odore, nel tatto. C’è la percezione sinestetica dell’aldilà.
E in questo moto circolare, ritmi di intensità variabile, digrignanti armonie assumono il valore di segno straziante dell’assenza.
(Alfia Milazzo)

Questo di Antonella Pizzo è un libro febbrile e visionario che si fa strada ed entra sottilmente nei pori del respiro e della pelle. Come aria e vento. Come pioggia che batte.
Pulsante. Incisivo e disarmante.
Nasce da un progetto dal taglio strettamente privato e autobiografico, costellato di momenti prosastici e di ispirazione lirica di grande pathos, che si snoda “in uno spazio che non è più spazio/ in un luogo che non è più luogo”.
(Maria Pina Ciancio)

E’ una mano che ti afferra alla gola e stringe cancellando il respiro, questa nuova opera di Antonella Pizzo.
Una mano che ti ghermisce e ti porta con sé, in quel non luogo che cita Ivan Fedeli nella postfazione del libro: ” Di In stasi irregolare possiamo dire che è poesia di “non luogo”. Il tessuto poetico si sviluppa, infatti, in una terra di nessuno dove concreto è soltanto il grido di dolore in direzione di un universo fatto di strappi… in cui l’unica materia possibile è quella di una parola dolorosa, incancrenita dalla stessa matrice fonica che la compone”.
Un dolore senza orpelli, questo della Pizzo. L’autrice si sveste di ogni superfluo e le parole sono dirette e appuntite senza sbavature e feriscono, ma sono ferite cui non ci si può ribellare. Le sentiamo necessarie, in questa notte dell’anima urlante.
(Morena Fanti)

La pubblicazione, con prefazione di G. Scalise (”Una straziata pietas”) e postfazione di I. Fedeli (”Non luoghi, non tempi”), si articola attraverso sezioni che tracciano il percorso poetico di una donna che prende il via dall’esperienza del dolore, la dimensione connaturata all’esistere dell’essere umano ma più consona all’essere femminile, storicamente abituato ad avvertire la felicità - rara - come peccato o come qualcosa di immeritato e a subire la condizione di vittima di un dolore inflitto per lo più da chi pensa di avere diritto alla felicità. Di questo dolore la donna beve tutto l’amaro calice, descrivendo nelle composizioni poetiche ogni aspetto del suo dispiegarsi fenomenologico; si ferma quindi (”stasi”) a ricreare una diversa condizione del vivere, nella consapevolezza tanto lucida quanto disperante che il dolore non è una volta per tutte, e l’esistere è epifania “irregolare” del suo presentarsi; approda in ultimo ad una composta “cognizione del dolore” che la coscienza non consola ma che sorprende il cuore arrecandogli alfine un po’ di pace. Vi corrisponde una forma scissa, perché la scissione è la cifra del soggetto poetante, un dialogo interiore tra le parti dimidiate del sé di cui l’una piange protesta urla, l’altra sussurra razionalizza decanta.
(Marinella Fiume, La Sicilia, 28 novembre 2007)

 

VIII

i versi declamare
i verbi le rime sussurrate
ma sulle lingue schiaffi
e sulle guance appuntate spilli
vacillo nella passeggiata
in cerchio mi frenetico
(oh le chiacchiere e i denti intatti
la bocca settembrina
l’ombrello a stecche, oh il piede bianco
la caviglia, le sete)
discinta m’accovaccio
attizzo il fuoco, lo frano
le travi in legno il tetto e le pareti
i quadri, la tavola rotonda su tre gambe
e m’accovaccio ancora e apro e slargo
è mutamento di frontiere, è
periscopio, prisma
e sulla mano le linee più non reggo

 

X

Viola violenza appena radicata
fra nasturzi e gigli
fiera in pasto stende
e in seno
il gladiatore distratto
da un applauso fuori scena
confuse la lingua e i denti
così non ci fu
polvere nel sangue o sangue nella polvere
ma solo stretta limatura di ferro
nei sedili in pietra, ossido marcio
nell’aria mesta di un pomeriggio estivo
le pale di un parco eolico
ancora da impiantare

 

XI

Indifferente la vela stesa e nella sponda
scassa e squassa l’onda e la riva
immaginata naufrago
valente uomo dalle spalle larghe
indica il dito indica lontano
urla il connubio rivendica la mano
il posto la caverna la creta e il ferro
infisso nella terra, la ruota e il legno
la donna aspetta che torni la luna
ho marito buono e forte
con grandi mani e baci
che mi consola sempre

 

***

Testi inediti

Anoressia

Il lavoro del becchino è necessario e anche quello del poeta
non è male, il cuoco affetta la fronte, inarca la schiena
dà il colpo finale e gira la poltiglia
la pentola bolle. Lasciatemi alzare le ali dico
lasciatemi volare, prego, se voglio, che questo peso
inutilmente mi trattiene
e tiene alle mammelle gonfie che mi disgusta
il latte saporoso e i baci, la bocca chiudo
schiudo il ventre stretto, stretta la via
dite la vostra
amoressia la mia
che rara malattia
è scritto sulla cartella clinica
ricordo bene che fu l’infermiera grassa
con la coda vaccina e il sanguinaccio
che mise un’altra gamba, fece un treppiedi
storto, un barbecue dove arrostì le costolette
e l’anca.

 

Alle sette in punto la sirena

Alle sette in punto la sirena
trilla strilla il suono sale
sussultano le guance, i cuori in gola, in gioia
le mascelle strette a sanguinare
si rilassano, si chiudono le presse

oh dolce amore mio fumo di paglia
cosa ti piglia, ho questa voglia
umida sulla schiena e una poltiglia
di desiderio folle fra le gambe

nella rivoluzione industriale i bambini
sono strappati presto
dal seno delle madri
cosa sono queste urla, questi pianti
questi discorsi di caramelle al latte
qui si svitano bulloni, si riavvitano le viti
in movimenti senza fine e con impegno
è l’ingegno che l’oro cola
è l’olio che i meccanismi unge e regge
questo tempo battuto, queste ore impilate
questo dire strozzato di capomastro
che soffia con voce di piffero
sulla nuca, sull’orecchio
fatti toccare bella, fatti palpare
alza le gonne accogli il novecento.

 

Nella mia casa vecchia, nella mia stanza

Nella mia casa vecchia, nella mia stanza
antica scrivo forse di me
scrivo nella tastiera uso due dita
il terzo dito e l’occhio dentro
lo svolto e lo rivolgo al mondo
alle previsioni del tempo, di un tempo
unico, il mio assieme a quello
che agli altri appartiene
in questo secolo tutto tondo
che iniziò con molti zero
e poi finì quando l’uno
mi si appiccicò davanti e mi cambiò
Tempo di torri e di sciacquette
tempo di Macerie di miss italia
di sbarchi e missili
di muri e pianti
spazi ristretti fra muro e muro
quando i vicini fecero la strage
quando ammaniti scrisse del comando
quando il commando fece l’irruzione
e si divisero le ossa del maiale.

La mitraglietta sputa e sangue
spande e mi riprende il verso
lì dove ieri lo lasciai a marcire

 

Di questa danza il passo rosso

Di questa danza il passo rosso
è doppio il petto e sangue languido
d’una memoria antica
dell’argentina voce che mescola e rimpasta
il corpo i muscoli i polpacci
di questo passo doppio ho visto in alito di specchio
il corso del fiume che gorgoglia
in patagonia e nella pampas
dove puledri e giovani anelanti
s’allacciano in un tango
peccaminoso e al fango
impronte ed orme lasciano
di quel passaggio
e poi un assaggio di baci e di ricordi
ed una stanza bianca
le tende trasparenti si muovono davanti ad un balcone
un pavimento a quadri rosso e nero
un fiore fra i capelli ed il corpetto stretto
ampia la gonna a ruota gira e gira
le nacchere sul tavolo
di mani battito che scrivono le note
dell’incoscienza per un fattore ignoto
per l’oste matto che a Barcellona
serviva vino e miele agli ospiti stranieri

 

*

Regina madre che al castello sgravasti
Cuore di tortora e leone
Beati i poveri di spirito
beati quelli che non hanno visto il pozzo
e l’oro ricoprire gli abiti e delle donne bionde
truccatissime coi trampoli nelle passerelle
non hanno raccolto il passo
in minimal style valentino
che non hanno leccato le nuche sottili ed il profumo
dal traslucido non hanno bevuto
miscuglio micidiale che arriva in gola e strozza
il pensiero di una terra a zolle e di una semina
di sudori sparsi e di occhi di pernice spessi

 

*

Si ni putìssimu sciògghiri lu rassu
livàrini l’ossa ro custatu
i luonghi, i curti, chiddi ri la manu
la crozza, u fèmuri, a carina
n’arristassi un senzu
ciù ranni da ranizza
ca s’allarga supra ogni cosa
ca sùpira ogni forma
e va oltri ogni misura.

[Se potessimo scioglierci il grasso
toglierci le ossa del costato
le lunghe, le corte, quelle della mano
il cranio, il femore, la schiena
ci resterebbe un senso
più grande della grandezza
che si allarga sopra ogni cosa
che supera ogni forma
e va oltre ogni misura.
]

 

2-1-2008

Il sangue annacquato del pesce spada
che hai scannato e poi affettato giù
sul ballatoio o sul ceppo di legno
l’hai pulito col mio accappatoio
bianco e non si fa così, brutto ceffo
sono molto arrabbiata con te
non ti conosco e ti sei preso troppa
confidenza
Il sangue annacquato del pesce spada
non si leva senza ammollo
è un lavoro lungo e fastidioso
 (la sera prima lo devi candeggiare
a secco strofinare, passare in lavatrice a100 gradi
centrifugare, stendere, stirare)
rialzi il braccio con la mannaia in mano
mi guardi, sono alta, sono alta
arrivo fino al soffitto
sto viaggiando dentro un aerostato
sono tornata da un lungo viaggio
loro passeggiavano
a gruppi di sette otto al lungomare
salutandomi con la mano alzata molleggiante
mi riconoscono e non si meravigliano
della mia sconsiderata altezza
il mare era quello di un paesino
antico di pescatori, lì la civiltà
non è arrivata ancora e spesso bambini
giocano con la sabbia e le conchiglie
del cibo offerto a questi matrimoni
moderni
non gradisco niente
rimpiango il primo piatto
lo sformato di lasagne
le fave secche, i lupini
che vendeva davanti alla villa comunale
col suo carretto verde il padre anziano
e burbero di franchitedda
pelosa e stupida ma molto generosa

tu sei deluso
non lavo l’onta
la butto proprio e mi compro un altro accappatoio

 

*

intanto un cane passeggia fuori
sul bordo di un balcone
le statistiche parlano chiaro
ci sono i nati vivi
i nati morti
i morti che son stati vivi
i vivi che sono come morti

ed è un fantastico risultato
conseguito, il balzo, il guizzo
che lo fece andare oltre lo steccato
oltre la siepe, oltre l’infinito
oltre l’orecchio di Dionisio
cavalieri erranti e le pugne
ed i soldati tutti
massacrati e le testuggini
di sale le statue fatte
gli alambicchi, gli orinali
dai manici dorati, le borse
sotto gli occhi di tutti
la notizia fu quella
un uomo che salta dal balcone col suo cane
e che non ha le ali, non è un eroe
è solo un imbecille che non sa volare

 

29 marzo 2008

Ecco
ci siamo lasciati dietro un ghiaccio
ed una luce aperta al bianco
che ci impediva di sognare
cosa non fosse assente e cosa
invece c’era
per i racconti in litania
seppur presente in testa la sera quando
nessuno strazio ai piedi e tira
la fune al pozzo
uno sguardo a quell’ora
potrebbe essere fatale
grimilde grida la vendetta
dirsi non cambierà il destino
quando l’edera si avvinghia
a strozzarci la vita
così quel Tenco che si sparò le note e le parole
in testa confessò che non conviene
ora che sono fioriti i glicini
e le margherite spandono i petali al cielo.

*

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3 Risposte a “Nei giorni che mi condussero al confine (II) - Antonella PIZZO”

  1. antonella Dice:

    Caro e generoso Francesco grazie di cuore per l’ospitalità. Un caro saluto antonella

  2. francescomarotta Dice:

    Grazie a te, Antonella. Alla prima occasione, pubblico la nota ai tuoi testi che, per svariati motivi, non ho avuto modo di completare in questi giorni.

    Un caro saluto.

    fm

  3. antonella Dice:

    non sei mica obbligato :-) non fa nulla, va benone così. ti ringrazio ancora per l’ospitalità. ciao antonella

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