Zbigniew HERBERT nella lettura di Sergio BARATTO (I)

By francescomarotta


(Tadeusz Dominik, Red, 1962)

Sergio Baratto – Inno agli uomini che muoiono in piedi

     Zbigniew Herbert è un illustre poeta pressoché sconosciuto, almeno in Italia. Peccato, perché mi sembra che possa essere tranquillamente annoverato tra i più importanti del Novecento – e non mi riferisco alla sola Polonia.
     Le prime versioni italiane sono apparse negli anni Ottanta, in due edizioni di nicchia ormai introvabili. Poi, nel 1993, Adelphi ha pubblicato un’antologia di poesie tratte dalle sue prime sette raccolte. Si intitola Rapporto dalla città assediata. Le poesie qui citate provengono tutte da questo volume, nella bella traduzione di Pietro Marchesani (con la sola eccezione dei versi tratti da Anabasi, la cui traduzione è frutto della fatica dello scrivente).
     Il volume Adelphi si trova facilmente nelle librerie di remainders, a metà prezzo: una scusa in meno per chi non se lo fosse ancora procurato.

     Le pagine che seguono sono una rilettura personale, senza pretesa di completezza. Ho cercato essenzialmente di spiegare cosa le poesie di Herbert dicono a me, anche prescindendo dalle interpretazioni ormai consolidate della critica che – se hanno avuto il merito di inquadrarne l’opera nel suo tempo – troppe volte hanno finito per ancorarla al passato, limitandone l’estensione vocale e chiudendola entro schemi interpretativi troppo angusti, rispetto alla sua prodigiosa capacità di rigenerarsi e sprigionare significati.
     Sono consapevole del fatto che un’analisi veramente approfondita dell’opera di Herbert meriterebbe un numero ben maggiore di pagine. Si prenda perciò il mio lavoro per quello che è: un invito ad avvicinarsi a questo poeta grande e appartato.

I. Cenni biografici

     Zbigniew Herbert nasce il 29 ottobre 1924 a Leopoli, all’epoca città polacca, in una famiglia agiata di lontane origini britanniche. Durante la Seconda Guerra mondiale si arruola giovanissimo nell’Armia Kraiowa, l’esercito di liberazione nazionale polacco. Negli stessi anni studia economia, diritto e filosofia. Per tutto il periodo staliniano vive di lavori saltuari; nonostante la preparazione e il notevole bagaglio culturale, il suo rifiuto di aderire al discorso ideologico ufficiale gli preclude ogni possibilità di carriera, se si eccettuano alcune sporadiche collaborazioni a riviste letterarie: «Dopo tre mesi mi buttavano fuori da vari miseri uffici di torbiere, cooperative di invalidi, eccetera, come nemico di classe… La cosa peggiore a quei tempi era la visione acuta dell’assurdità di tutta quella vita. L’isolamento completo, i dubbi che si presentavano – che loro avessero ragione».
     Il suo apprendistato poetico si svolge nel silenzio: la prima raccolta apparirà solo nel 1956, in concomitanza con il breve periodo del disgelo.
     A partire dagli anni Cinquanta compie diversi viaggi in Europa occidentale e negli Stati Uniti; in patria è già circondato da notevole fama, ma il suo nome comincia a circolare anche a livello internazionale, tanto che, tra il 1970 e il ’71, gli viene affidato un corso di letteratura europea contemporanea presso l’Università di Los Angeles.
     Herbert vive stabilmente all’estero Fino al 1975: da quel momento in poi, il suo ostinato atteggiamento di dissidenza intellettuale e l’appoggio al nascente movimento di protesta contro il regime comunista gli varranno una crescente e aperta ostilità da parte del potere politico. In realtà, le opere di Herbert subiscono sì diversi interventi censori, ma non ne viene proibita la pubblicazione: un’apparente anomalia che si spiega con l’ottusità e la miopia della censura.
     Nel 1987 lascia nuovamente la Polonia per trasferirsi a Parigi, ma con la caduta del regime, nel 1991, fa ritorno in patria. Malato da tempo, muore a Varsavia il 28 luglio del 1998.
     Nove in tutto sono le raccolte poetiche pubblicate in vita da Herbert:

Corda di luce (1956)
Hermes, il cane e la stella (1957)
Studio dell’oggetto (1961)
Iscrizione (1969)
Il signor Cogito (1974)
Rapporto dalla Città assediata e altre poesie (1983)
Elegia per l’addio (1990)
Rovigo (1992)
Epilogo della tempesta (1998).

II. Il funzionario cieco

     La censura comunista, pur senza astenersi dall’intervenire con sforbiciate feroci, ha sempre sostanzialmente ignorato il potenziale sovversivo della poesia di Herbert, perché persuasa che cantasse di cose remote e senza attinenza con il presente. Cerco di immaginarmi il grigio burocrate incaricato di vagliare le poesie di Herbert, alla ricerca della minima traccia di sedizione. Inforca gli occhiali, si aggiusta il colletto, si gratta la pelata e comincia a leggere. Si trova a un tratto circondato da nomi e figure preistoriche: Marco Aurelio. Le orde barbariche alle porte dell’Impero: roba di duemila anni fa, pensa, e prosegue.
     Procuste: un serial killer dell’antica Grecia.
     Senofonte e i suoi in fuga tra i Curdi.
     Gli angeli con le sferze nel Giorno del Giudizio. Qui si sofferma un attimo pensieroso: odore di religione?

         Dopo la pioggia di stelle
         sul prato di ceneri
         si riunirono tutti vigilati da angeli

         da un’altura superstite
         si può abbracciare con lo sguardo
         l’intero gregge belante dei bipedi

         in verità non sono molti
         contando perfino quelli che verranno
         da cronache favole e vite dei santi

         ma basta con queste considerazioni
         portiamoci con lo sguardo
         alla gola della valle
         da cui si leva un grido

         dopo il sibilo dell’esplosione
         dopo il sibilo del silenzio
         quella voce pulsa come sorgente d’acqua viva

         è come ci spiegano
         il grido delle madri a cui vengono tolti i figli
         giacché a quanto pare
         saremo redenti singolarmente

         gli angeli custodi sono intransigenti
         e va riconosciuto fanno un duro lavoro

         lei implora
         – nascondimi in un occhio
         nel palmo di una mano tra le braccia
         siamo sempre stati insieme
         non puoi abbandonarmi adesso
         che sono morta e ho bisogno di tenerezza
         un angelo più anziano
         spiega sorridendo l’equivoco

         una vecchietta porta
         i resti d’un canarino
         (tutti gli animali erano morti un po’ prima)
         – era così caro – dice piangendo
         capiva tutto
         quando gli dicevo –
         la sua voce si perde nel chiasso generale

         perfino un taglialegna
         che non si sospetterebbe di cose simili
         un vecchio omone ricurvo
         si stringe l’ascia al petto
         – per tutta la vita è stata mia
         anche adesso sarà mia
         mi ha dato da vivere là
         mi darà da vivere qui
         nessuno ha il diritto
         – dice –
         non la consegnerò

         quelli che a quanto sembra
         hanno obbedito agli ordini senza soffrire
         vanno a capo chino in segno di conciliazione
         ma nei pugni stretti nascondono
         frammenti di lettere nastri ciocche di capelli
         e fotografie
         credendo ingenuamente che
         non verranno tolti loro

         è così che appaiono
         per un attimo
         prima della divisione finale
         in chi digrignerà i denti
         e chi canterà i salmi

         (Alle porte della valle)

     Legge meglio, gli sembra che gli angeli non ne vengano fuori molto bene. Ma sì, tutto sommato può andare. Va avanti. Un tale che si reincarna in un coleottero. Il censore potrebbe qui di nuovo inquietarsi, ma proprio in quei minuti è preda di una crisi d’astinenza da nicotina e non presta molta attenzione allo scandalo. Torna tutto odoroso di fumo, si risiede, riapre il dattiloscritto: un imperatore sanguinario che si faceva fotografare coi bambini tra i fiori, faceva incubi e sognava di essere un millepiedi… Tutto quanto è abbastanza strano e gli ricorda in modo confuso qualcosa… ma cosa? Bah, del resto gli imperatori stanno nei paesi capitalisti. Tutto a posto. Va avanti.
     Apollo strappa la pelle a Marsia, e il satiro urla. Roba presa dalla mitologia greca. Innocua.
     Antiche divinità pagane fanno una miserevole fine. Di nuovo i barbari. Giona nella balena. Che palle, pensa, che vecchiume. Va avanti.
     Druso, il proconsole, l’imperatore: robivecchi. Va avanti.
     Fortebraccio parla al cadavere di Amleto… Ah, il vecchio Shakespeare, va bene, va bene.
     Un dio celtico. Una demistificazione della passione di Gesù, che si rivela una semplice, anonima trafila burocratica e per di più si risolve in una «procedura amministrativa irreprensibile» (compiaciuto per la propria vis critica il censore sorride tra sé). Un’altra poesia in cui il paradiso si rivela un posto di merda, dove sono in pochi a vedere Dio e la massa dei «proletari celesti» è oppressa e sfruttata. Antiche matrone romane, Caronte, Zeus, Tucidide, Caligola, Gilgamesh, il divo Claudio… La più recente (si fa per dire): Isadora Duncan. Baruch Spinoza. Tito Livio, Achille, Agrippa, Atene, Babilonia, Cartagine… Qualche sforbiciata qua e là non se la risparmia: delle volte il poeta si sveglia dal torpore dei secoli passati e allora si lascia andare a trasparenti imprecazioni contro il governo. Ma tutto sommato è innocuo. Imprimatur.

III. Il dio dell’ironia

     «Non bisogna mai prendersi troppo sul serio» recita il primo comandamento del dio dell’ironia, una divinità oggetto di culto soprattutto nelle province più ricche ed estenuate dell’Impero.
     Herbert viveva e scriveva in una terra schiacciata da un potere ossessivo, che forniva ben poche ragioni per ridere. Le eleganti facezie masturbatorie che provenivano dall’altra parte del limes lo lasciavano decisamente perplesso.

     In principio era il dio della notte e della tempesta, un idolo nero senz’occhi, dinanzi al quale saltellavano  nudi e unti di sangue. Poi, ai tempi della repubblica, c’erano molti dèi con mogli, figli, letti cigolanti e il tuono che esplodeva innocuo. Alla fine ormai solo nevrotici superstiziosi portavano in tasca una statuetta di sale, raffigurante il dio dell’ironia. Non esisteva a quel tempo dio più grande di lui.
Allora giunsero i barbari. Anche loro apprezzavano molto il piccolo dio dell’ironia. Lo frantumavano coi tacchi e lo spargevano sui cibi.

(Dalla mitologia)

     Oggi invece l’imperatore gradisce più di ogni altra cosa che i sudditi ridano di cuore. La catastrofe climatica e l’eventualità di finire sparpagliati lungo il tunnel della metropolitana dall’ordigno di qualche volenteroso adepto di un dio assolutamente serio non devono toglierci il gusto e il privilegio di riderci sopra.

     Proprio per questo – e non sembri un paradosso – «Herbert è un maestro dell’ironia», come scrive Josif Brodskij nell’introduzione al volume Adelphi. La sua ironia è serissima, il suo sorriso è una smorfia piena di amarezza. Niente è davvero relativo: il potere è sanguinario, la barbarie è la barbarie, la tragedia è la tragedia.
     Si può ridere così solo se si percepisce la tragedia, solo l’assunzione su di sé della tragedia concede il diritto a quel riso. Del resto, è anche l’unico che sia possibile esprimere. Forse bisognerebbe chiamarlo sarcasmo. Sarkazein è greco: «mordersi le labbra per l’ira» ma anche «dilaniare, strappare pezzi di carne (sarx) come le belve». Il riso tragico nel momento in cui guardi dritto negli occhi il mostro che ti sbrana è un atto di eroismo.

IV. «Quid me mihi detrahis?»

     Il poeta Tadeusz Różewicz, ha scritto – facendo collidere Valéry e Adorno – che «la danza della poesia ha terminato la sua esistenza durante la Seconda guerra mondiale nei campi di concentramento costruiti dai sistemi totalitari».
     Ma chi ha detto che la poesia deve per forza danzare? E se potesse anche permettersi di gridare?

     Sulla possibilità della poesia ai tempi della «vita offesa», Herbert si contraddice:

     aveva ovviamente scordato che l’arte hélas non salva
     (Isadora Duncan)

     con fretta eccessiva abbiamo creduto che la bellezza non salvi
     (Lettera a Ryszard Krynicki)

     Eppure esiste una poesia del 1961, intitolata Apollo e Marsia, in cui io non riesco a non leggere, celata sotto il velo del mito antico, se non una risposta, almeno una prima ambigua ipotesi di soluzione.
     È la celebre storia, narrata da Ovidio nelle Metamorfosi, del duello musicale tra il sileno Marsia e il dio:

         Il vero duello fra Apollo
         e Marsia
         (orecchio assoluto
         contro enorme gamma)
         avviene verso sera
         quando come già sappiamo
         i giudici
         avevano assegnato la vittoria al dio

         saldamente legato all’albero
         meticolosamente scorticato
         Marsia
         grida
         prima che il grido giunga
         alle sue alte orecchie
         egli riposa all’ombra di quel grido

         scosso da un fremito di disgusto
         Apollo pulisce il suo strumento

         solo in apparenza
         la voce di Marsia
         è monotona
         ed è formata da una sola vocale
         A

         in realtà Marsia
         narra
         l’inesauribile ricchezza
         del suo corpo

         i monti calvi del fegato
         le bianche forre dei cibi
         le selve fruscianti dei polmoni
         le dolci alture dei muscoli
         le giunture la bile il sangue e i fremiti
         il vento invernale delle ossa
         sul sale della memoria

         scosso da un fremito di disgusto
         Apollo pulisce il suo strumento

         adesso al coro
         si unisce la colonna vertebrale di Marsia
         in sostanza quella stessa A
         solo più profonda con l’aggiunta di ruggine

         questo supera ormai la resistenza
         del dio dai nervi di fibre artificiali

                   per il viale ghiaioso
                   fiancheggiato da bosso
                   il vincitore si allontana
                   chiedendosi se
                   dall’ululo di Marsia
                   non sorgerà col tempo
                   un nuovo ramo
                   di arte – diciamo – concreta

         d’improvviso
         cade ai suoi piedi
         un usignolo pietrificato

         volta la testa
         e vede
         che l’albero al quale era legato Marsia
         è canuto

         completamente

     «Come già sappiamo», Apollo vince per un soffio una competizione cui forse sarebbe stato più giusto attribuire un pareggio. Per punire l’arroganza di Marsia (quella hybris che da sempre ci fotte nel rapporto con i padroni di lassù), Apollo lo lega a un albero e lo scortica. Marsia grida. Ma a differenza di ciò che riportano le cronache antiche, nella ricostruzione di Herbert il suo grido agghiacciante pietrifica gli usignoli e fa incanutire l’albero a cui è legato. È talmente impressionante, quel grido, che persino il dio si arresta per un attimo e ha come un’esitazione, un dubbio.
     Chi dunque è il vincitore e chi il vinto?
     Noi oggi sappiamo che anche il grido può essere un canto. Per quanto Herbert possa cincischiare, quell’urlo echeggia anche nei suoi versi. Che lo voglia o no.

     Sarà allora come scrisse Adorno correggendo sé stesso: «Il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz, poiché esso è stato e resta possibile per un tempo imprevedibile, non ci si può più immaginare un’arte serena»?
     Ma dio santo, quando mai l’arte è stata serena?

     Nella poesia I cinque, cinque uomini – «due molto giovani / gli altri adulti» – vengono fucilati da un plotone di esecuzione. Tra le cose di Herbert è forse la massima e più esplicita dichiarazione di liceità della bellezza.
     Il tono e l’oggetto delle conversazioni dei cinque condannati nella loro ultima notte, di fronte alla morte, ci insegnano il dovere di continuare a trafficare con la bellezza:

         non l’ho appreso oggi
         lo so non da ieri
         perché dunque ho scritto
         futili poesie sui fiori

         di cosa parlarono i cinque
         la notte prima dell’esecuzione

         di sogni profetici
         di una scappata al bordello
         di pezzi d’automobile
         di un viaggio in mare
         del fatto che quando aveva picche
         non avrebbe dovuto aprire
         del fatto che la vodka è migliore
         che il vino fa venire il mal di testa
         di ragazze
         di frutta
         della vita

         e allora è lecito
         usare in poesia nomi di pastori greci
         tentare di fissare i colori d’un cielo mattutino
         scrivere d’amore
         e anche
         una volta ancora
         con serietà mortale
         offrire al mondo tradito
         una rosa

(continua…)

Nota

Ringrazio di cuore Sergio Baratto, Il Primo Amore e l’omonima rivista per aver concesso di ripubblicare questo testo.

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10 Risposte a “Zbigniew HERBERT nella lettura di Sergio BARATTO (I)”

  1. Marina Pizzi Dice:

    grande poeta Z. H.
    su lpels postai due poesie.
    “Le case di periferia”: [splendida] e “Del tradurre versi”.
    Ringrazio i promotori di questo amorevole e attento post!

  2. francescomarotta Dice:

    Ciao, Marina, hai perfettamente ragione: un grande poeta. E una grande “lettura”. Della serie: quando la critica è un “atto d’amore” e non una sterile, inutile esercitazione accademica.

    fm

  3. alessandro Dice:

    Un gradito contributo per il quale ringrazio, ed è proprio su quella sterilità che sottolinei da parte di un inesistente critica che dovremmo riflettere, ma a questo stato di cose forse abbiamo contribuito tutti..un caro saluto
    ale

  4. francescomarotta Dice:

    Concordo con te; ma, salvo poche eccezioni, non vedo in giro segnali certi di inversione di tendenza. Prendi le riviste, cartacee o elettroniche che siano: non più luoghi di “ricerca” e di “approfondimento”, ma ridicole piazzette dove si “imbachecano” le poesie degli amici (e degli abbonati!) e se ne recensiscono i sempre più inutili libri (pagati, peraltro, profumatamente). Pietoso…

    Ciao, a presto.

    fm

  5. Marina Pizzi Dice:

    Francesco, il buon gratuito è DAVVERO una mosca BIANCA! questa miserrima patria, per altro, ne è MAESTRA!
    i editori NON rispondono, gli altri, quasi tutti, propongono “impeccabili” contratti a PAGAMENTO! cose che sanno TUTTI e TUTTI TACCIONO!

    grazie infinite ed ancora per questi due post dedicati a Zbigniew HERBERT! itinerante e grande con estrema naturalezza.

  6. Marina Pizzi Dice:

    i editori è l’ironia plurima di gli

  7. francescomarotta Dice:

    Sono d’accordo, Marina.

    Conosco, però (l’eccezione che conferma la regola), alcuni “piccoli” e “piccolissimi” editori che, prima di essere tali, sono principalmente degli appassionati di poesia e curano i libri con passione e dedizione, con profonda onestà intellettuale.

    Niente a che vedere, quindi, col sottobosco di chi prospera a spese della vanagloria dei “gonzi in versi” (il cui numero, purtroppo, è in crescita esponenziale).

    fm

  8. lucetta Dice:

    Mi inchino al dio dell’ironia….e a Herbert che amo dai tempi del primo e unico libro Adelphi. Grande e appartato, grande e semi sconosciuto (almeno in Italia).
    Ringrazio moltissimo Marotta che ce lo ha riproposto nella bella lettura di Sergio Baratto.
    E onore a dei siti letterari come questi che si mantengono “appartati” dall’assordante cicaleccio di tanti altri
    lucetta frisa

  9. francescomarotta Dice:

    Grazie per le belle parole: su Herbert (è un grande), su Sergio e sul blog.

    A presto.

    fm

  10. carmine vitale Dice:

    insieme a rosewicz e milosz rappresenta la triade perfetta della poesia del novecento la più alta
    vi ringrazio moltissimo magari ce ne fossero di post cosi

    in merito all’editoria ormai ci sono più poeti che topi e ognuno con il suo blog
    ma l’utilità della poesia sta nel riconoscere e sovranamente derimere i versi verso luoghi dell’anima e quando passa il tempo sospeso l’onestà e i cardini della poetica vera difficilmente si piantano nel cuore
    altrove ci sono le lettere e parole incatenate
    qui c’è poesia
    e passione
    c.

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