Argini e maree (I)

By francescomarotta

Argini e maree (2008)

si fissano in cieli di astri e maree
immagini mai sentite eclissi
risonanti – dico riapri i tuoi occhi
fa sosta sull’argine e
libera dalla pietra il chiarore
dove dimora ogni cosa al dileguare
ma tu prepari un dubbio
distrai la luce
che è già cammino declinato in grida
un volo di memoria

 

la spina innesta il dolore al volteggio di un rito, mentre l’eco alimenta la fiamma del rovo al compiersi dell’acqua. un’alba stremata si annuncia dai fondali bruciati dell’attesa

 

                   vedi,
                   sono stagione anch’io, goccia
                   che penzola da un ramo
                   a lume di mistero

                   così dicevi, e la tua mano
                   rovesciava sul tavolo l’ultimo carico di foglie

                   la mano casta, sfilacciata in fibre verdi
                   confinava la morte
                   in calici colmi di resina

                   lasciava scivolare dai pori
                   momenti d’acqua, lampi di antichi roseti

                   oggi porgi le labbra
                   a un rivo che urla, allagato di luna
                   verso la foce intravista
                   in chiarità d’esilio

 

*

 

non sigillare in cardini vivi la parola, né la piaga votiva nell’urlo degli occhi. piuttosto fanne un racconto di imbarchi, la soglia che si profila nell’intrico di dolenti radici

 

                   eri stagione di un antico andare
                   la tua polvere
                   ancora
                   parla il riposo, la quiete sofferta
                   tra ombre affilate di domande

                   come quando nell’alba
                   il profilo allarmato del sole
                   aveva la forma
                   esatta di una piaga

                   e tu insegnavi al cielo vuoto
                   il richiamo materno
                   della sete, l’alfabeto taciuto
                   dei tuoi occhi

 

*

 

dicono che le parole sognano geometrie di corpi e lingue ramificate d’acqua. per questo tentano pietre dove non trovi nulla, non una forma viva che le salvi dall’immobilità di voci smesse. resta del desiderio appena un’orma, un’eco del passaggio, un lume dispensatore di silenzi

 

                   i tuoi passi segnano inudibili
                   distanze, costeggiano case
                   che sono offerte
                   di volti, di assenze, paesaggi
                   inchiodati a una bocca da cui escono grida

                   la mano
                   che batte alle porte dell’ora
                   esplode nel gelo, e nel palmo
                   dove covava l’alba
                   la pioggia che cresce ali
                   alla voce, solo la cenere rimane
                   inaspettata
                   dei fiori che non eri venuta a cercare

 

*

 

solo il lampo ricorda che la pupilla di una rosa ha dimora altrove. che da soglie inaccessibili contempla acque inesplorate, dove l’orizzonte si abbatte senza un grido, e l’alba

 

                   il ricordo è questo chiostro di voci
                   senza movimento, uno spazio
                   dove il mare si orienta
                   sicuro
                   e invade a ondate ogni angolo in ombra

                   l’acqua
                   libera luci rapprese
                   per la conta del tempo
                   che resta, per la carezza che ammassa
                   frammenti di vita
                   in rilievo, profili di spuma

                   e questa rosa
                   ancorata a un pensiero
                   senza parole, questa spina trasparente
                   dove un altro giorno frange
                   senza ferirsi

 

*

 

angeli remoti, esiliati dalla voce, negli occhi che osservano arcipelaghi immobili di parole scritte. s’avanzano con passi sognanti d’acqua tra simulacri fossili, spazzando sillabiche mura che ogni immagine isolano e assimilano facendone porte sbarrate alla rotta di sensi futuri, a illimitate topografie della passione – riverberi d’ala nell’inavvertito linguaggio delle nevi. se a volte dolgono anche i segni mentre sul foglio t’inoltri a lume di marea cercando un guado oltre i deserti di cenere dell’inesprimibile, pensa una meridiana che non finge labbra per la sua agonìa quando si infrange d’improvvisa eclissi, rovesciando l’abisso di una lampada al tuo sguardo. trattieni allora quel volto che ti guarda, sorgente altra che dissolve i volti, indicibile presenza di presenze – che il suo silenzio è un nascere di rose sulla superficie illimitata delle notti.

***

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5 Risposte a “Argini e maree (I)”

  1. Rina Dice:

    Per trovare la Poesia bisogna leggerti, Francesco.
    …vorrei scrivere come te.
    ‘Argini e maree’. Grazie.

    Rina

  2. nadia agustoni Dice:

    Complimenti Francesco, sempre cose vivissime, intense.

  3. jolanda catalano Dice:

    I tuoi versi, Francesco, tutti, mi pongono sempre nella stessa condizione già descritta da altro poeta : ” ove per poco il cor non si spaura”.

    Grazie per questo tuo essere e dire
    jolanda

  4. michele marinelli Dice:

    “il ricordo è questo chiostro di voci
    senza movimento, uno spazio
    dove il mare si orienta
    sicuro
    e invade a ondate ogni angolo in ombra”

    trovo questa parte veramente emozionante. parole alte.
    semplici grandi versi. francesco marotta sa come e cosa dire.
    sa, chiaramente, ascoltare.
    complimenti, davvero.

  5. francescomarotta Dice:

    Grazie a voi.

    fm

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