Federico Zuliani, Travelling South, letture critiche di Lorenzo Carlucci e Martyn Zadeka, Milano, Lampi di Stampa (Collana “Festival”, a cura di Valentino Ronchi), 2008.
Ubi tu, ego gaius
(formula matrimoniale nella Roma repubblicana)
Tampoco sabemos ya rezar
porque hemos perdido el silencio
y también el gríto
(Ernesto Sabato, La resistencia)
1.
Diretti a sud-ovest, marciando,
tra la brina dei campi del Nord dell’Irlanda, quando l’alba è lontana
e il cielo morto, d’una morte di venerdì, senza alcuna speranza
m’accorgo che di Yeats non ne ho letto abbastanza
così che invento per me apocrifi e ritraduco poesie
qui che un aviere irlandese prevede la sua morte (e il Donegal si fa scuro, come torba porosa)]
in una stanza d’ostello riposa una ragazza
le cui mano sono come stelle, o bottiglie aguzze di ricoprire muri
ora che è passata la pioggia, e ci sono le stelle.
Ma la marcia non è cinese, e non è marziale
e l’Irlanda questa notte è in lontananza arancio, e qui vicino verde
quasi un invito a cadere, e a dire basta, o a lasciarsi dormire.
2.
Dopo aver chiamato il mio letto molti letti diversi
si è imparato a confidare poco, ma a fidarsi molto. Così
questa notte. L’inferno dicono sia fatto di luce, e di acqua.
Affinché ci si possa vedere. Faccia a faccia
e te, nell’acqua. Ora in compenso maggio è già settembre
e il viaggio temuto è passato, trasformandosi in foto e in ricordo.
Negli empori d’Africa non si conosce la parola biscotti
al massimo ci sono gallette oltre alle liste d’attesa
e alle legende in tigrigno a coprire originali italiani
mentre il sole di fuori si abbassa e si tramuta in pianura.
Qui dove noi abbiamo un passato, ed una colpa.
Mentre il sole si abbassa, e compare la luna.
7.
C’è qualcosa nella luce stanotte oltre le sponde del fiume.
Sono gl’alberi e gl’uccelli dei boschi
mentre la macchina si fa più vicina
arriva, e si fa più distante. Tu sei laggiù.
Mentre io sono qua. Non ho più magliette stanotte
bruciato come sono mani e piedi dal freddo.
La faccia di questa estate è come un grumo di neve.
L’occhio del mondo invece non guarda, e scruta,
qui che è capanni in abete, e sdraio d’ottone.
Nel bosco poi la notte senza fine scopre che anche il buio
ha fine. Come coriandoli d’oro le stelle svengono piano
e la luce diventa saggio, sguardo e violenza, contenta.
9.
Chi non l’ha mai vista non sa, cosa sia, la Croce del Sud.
Mitologia senza dei di chi si dirige in basso
laggiù dove si cammina a testa sotto, e si fa tanto sesso
e simbolo preesistente di un Dio giunto, profezia e figura.
Riassunto celeste di ciò che è il Sud: cinque stelle
di cui nessuno sa il nome, nessuna polare
nessuna unica. Unicità inesistente in un mondo che ne è altri
ma che (non) è (mai) se stesso. Così per quella croce
vale la pena addormentarsi in lagune basse
o sopra i tetti mai spioventi di una città argentina
mentre la notte per una volta non è straniera, ma è madre, e quelle]
cinque stelle sono te, e tu puoi anche decidere di essere loro.
21.
3/12/2005, a te
Quando nel buio scuro di quando s’è spenta la luce,
e ci si è denudati, tu ti avvicini a me
e mi offri ciò che sei, e che un tempo fosti
anche allora io non ti avrò mai conosciuto sino al giorno in cui
- a occhi chiusi – appoggiando le sole dita su di te non saprò riconoscere]
le ciccatrici profonde che mi nascondi.
Ciccatrici di mozziconi spenti in passant e di parole
gettate con mala grazia su di noi un giorno
quando eravamo più brutti e appena imberbi
prima che partissimo, neanche diretti lontano, come
barche a vela latina certi mattini di maggio
sopra un mare che è lastra azzurra, e vecchia speranza.
24.
Il giorno che non sarò più raccoglimi,
come castagne vecchie che non mangeremo, in un sacco, e gettami]
oltre le siepi del tempo, e del pianto.
Allora, solo allora, invita a cena i miei amici e dì loro
di scegliere tra gli scaffali un mio libro, e di tenerlo, quindi
vendi gli altri e va dove vuoi
e dimenticami. Fosse per me vorrei solamente
svegliarmi un giorno laggiù, dove sai, e dove è bello.
Tu, ora che puoi, sposati; solo ricordati di aspettare giugno
tra tutti senza dubbio il mese più bello. Bello perché ha notti accoglienti]
e mattini ampi e ricordi che non saranno più tali
quando saremo morti, come una specie di vento.
28.
La neve là dove non nevica mai
ha la fragranza di un tovaglia di Fiandra
sepolta nei cassetti più intimi, e più speciali.
Qualcosa di cui s’è mantenuto il mito
più che il ricordo e che si è imparato ad immaginare
e a non vedere. Sino al giorno
in cui una forza inappellabile come una madre
la sceglie, e l’estrae. Una coltre bianca
e apparecchiata: con sottobottiglia in argento
e cristalli Boemia. Allora, vale la pena alzarsi
di notte, uscire dal letto e andare a osservala: prima
che ci cadano il vino, la pioggia e il mattino.
36.
Svegliarsi quando gli altri dormono
è come entrare nella stanza proibita.
Allungarsi sulla porta per girare il pomello
reggendone il peso perché chiudendo non sbatta
quindi respirare a ritmo, e camminare piano.
Gelosi più che timorosi del proprio silenzio.
Svegliarsi alle 6 significa poter guardare
finestre che altrimenti vedrei solo aperte.
Accendendo la luce più piccola mi siedo
al tavolo quadrato della mia cucina,
da solo, e apro il giornale del giorno prima
per leggere notizie morte mentre mi sento vivo.
37.
Nel momento in cui il lutto diventa vivo
il fardello più duro da portare fra tutti
è il cambio in corsa del proprio sistema metrico.
Rieducandosi a pensare a tre subito
(e non dicendo quattro e sottraendo uno), nel pratico:
contare i posti in un ristorante
o in quante frazioni ridurre una mela.
Abituando la mente a un nuovo cambio,
a una nuova misura, filosoficamente,
a un nuovo modo di interpretare il mondo.
Scoprendo le riconversioni quanto poco valgano
e quanto spazio abbia l’approssimazione.
39.
Per me tu sei i cimiteri,
la terra grassa che han concimato le mie ossa.
Quando ero lontano mi hai parlato
velandomi gli occhi colle tue fattezze.
Pianura di campi immensi e di uomini integri,
sei la mia fede, il luogo da cui non si parte
ma a cui si torna, sempre. Tu sei i campanili,
un barocco dolce per quanto austero; fatto
di santi lavoratori conservati con la cura
con cui si conserva il pane. Ebbene tu
concedimi in ultimo di poter tornare
sterco e humus tra i tuoi pioppi, e la tua brina.
Nota
Federico Zuliani è nato a Milano nel 1983. Si è laureato in Storia del Rinascimento presso l’Università Statale della stessa città. A partire dall’adolescenza ha vissuto lunghi periodi all’estero, tra Argentina, Scandinavia e Asia. Ha pubblicato alcune traduzioni da autori iberici e nordici su riviste e in volume (J. V. Jensen, Alla stazione di Memphis, La Pulce, 2005). Travelling South, che raccoglie testi scritti tra il 2005 e il 2006, è la sua opera prima.
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Ottobre 4, 2008 alle 11:42 pm |
Qui, invece, mando un commento a me stesso: “Travelling South” è uno dei più bei libri di poesie letti quest’anno (e ne ho letti parecchi): un “oggetto alieno”, splendente di luce propria come “Chiusure” di Gianluca D’Andrea.
Attenti a ’sti due!
fm
Ottobre 5, 2008 alle 10:18 am |
” Qui dove noi abbiamo un passato, ed una colpa.
Mentre il sole si abbassa, e compare la luna. ”
” Come coriandoli d’oro le stelle svengono piano ”
” ..e mattini ampi e ricordi che non saranno più tali
quando saremo morti, come una specie di vento. ”
Si, Francesco, è bello sapere che la Poesia non muore.
Questi testi navigano il mare del tempo, in una dimensione allargata che tutto sa comprendere e accogliere. E sapere il timone ben saldo è garanzia per ulteriori e affascinanti viaggi.
Complimenti a Federico, a te il mio abraccio
jolanda
“
Ottobre 5, 2008 alle 10:19 am |
versi nitidi, di una scansione che sale leggera da bronchi e polmoni, senza ansie di diversi respiri, un abbraccio Francesco, V.
Ottobre 5, 2008 alle 7:56 pm |
Giovane, ma già molto bravo.
Una scrittura, un pensiero molto intriganti.
Francesco, sappi che se continui a pubblicare autori così, sarai responsabile del mio dissesto finanziario dovuto all’acquisto di libri :))
Grazie e congratulazioni all’autore.
Buona settimana
liliana
Ottobre 6, 2008 alle 11:59 am |
Scopro oggi (sono all’estero e un pò tagliato fuori dal mondo) del post di Francesco che come sempre non posso che ringraziare di tutto cuore per la generosità (di spazio, tempo, parole…) che mi concede. Ne approfitto poi per ringraziare gli altri lettori. Mi stupisce e mi onora sempre trovare qualcuno disposto a leggermi, e addirittura a commentarmi
Ancora grazie di cuore
Federico
Ottobre 6, 2008 alle 8:48 pm |
Un bellissimo raccontare con qualcosa di giovane, direi di splendente.
Un saluto
Ottobre 7, 2008 alle 10:41 pm |
Grazie Jolanda, Viola, Liliana e Nadia: felice che questa proposta abbia incontrato il vostro gradimento.
Liliana, il nostro “dissesto”, almeno da questo punto di vista, è un “naufragare dolce”: attesta, in definitiva, la grande vitalità della poesia italiana, alla faccia di chi la vuole e la vorrebbe morta e sepolta.
Federico, credo tu debba dei ringraziamenti unicamente a te stesso.
Un saluto a tutti.
fm
Ottobre 12, 2008 alle 6:57 pm |
Sono veramente colpita dalla morbidezza di questi versi. Un sud interiore che ha per me un certo sapore nerudiano. Mi piace questo sguardo traverso che non aggredisce ma in cui si ribaltano le convenzioni.
Bravo veramente.
lisa
Ottobre 13, 2008 alle 11:36 pm |
Dici bene, Lisa: “bravo veramente”.
fm