Franco Arminio nella lettura di Emanuele Trevi

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Franco Arminio, Nevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta, Bari, Laterza, 2009.

Poeta e prosatore tra i più intensi e originali del panorama letterario contemporaneo, Franco Arminio approfondisce, di libro in libro, una scienza di cui è il fondatore e il solitario cultore, da lui definita «paesologia». L’orizzonte è sempre lo stesso, l’Irpinia orientale, terra di confine afflitta da lunghissimi e gelidi inverni. Quanto alla «paesologia», bisogna dire che, pur non essendo né una sociologia né una specie di urbanistica, si tratta di una scienza molto più esatta di quello che il suo stesso inventore vorrebbe farci credere. E’ una malinconica anatomia delle evidenze quotidiane, e della loro ineluttabile ripetizione. E’ la registrazione di un eterno moto pendolare, dal turbamento alla rassegnazione e viceversa. Non a caso, in quest’ultimo libro, è la «cicuta» a definire l’essenza stessa della vita di paese: qualcosa di amaro e velenoso, certamente, ma anche da ingoiare fino all’ultima goccia. Degno complemento della paesologia è l’ipocondria, altra scienza che non ha segreti per lo scrittore, inesausto cronista della sua «quasi impossibilità di stare al mondo». L’efficacia e il fascino della prosa di Arminio si basano su un vincolo, non del tutto comprensibile sul piano razionale, tra l’individuo che osserva e il mondo che circonda. Date queste premesse, qualcuno potrebbe sospettare una scrittura ripetitiva, asfissiante a causa dello stesso innominabile disagio che si propone di sceverare. Nulla di più sbagliato: frutto di un lavoro di lima che può richiedere lunghi anni, e di continui ripensamenti, i libri di Arminio sono mirabili meccanismi formali, tanto esigui quanto ricchi di invenzioni memorabili e soluzioni inaspettate. In Nevica e ho le prove si passa dal diario privato ai racconti in cui Arminio dà voce alla sua galleria di esseri umani arresi e confusi, e poi ancora all’apologo, all’aforisma, al puro e nudo elenco di fatti e circostanze. Questa scomposizione prismatica riesce nell’impresa, quasi miracolosa, di vivificare una materia così inerte e lutulenta. Particolarmente efficaci, in quest’ultimo libro, risultano le forme brevi, ad esempio quelli che l’autore definisce «Pseudoapologhi», capaci in poche righe di contenere la miniatura di un destino, con esiti amaramente comici o del tutto surreali destinati a incidersi profondamente nella memoria del lettore («Dopo la morte della moglie è divenuto astemio. Ha messo la foto della moglie nel bicchiere». E ancora: «Al colmo dell’eccitazione si denudavano, ma ognuno a casa propria»). Arminio indulge volentieri nel resoconto dei suoi mali e nello scavo interiore, ma un istinto potente lo induce costantemente ad affacciarsi fuori dai confini della sua mente, sviluppando straordinarie qualità di ritrattista. La terza persona, insomma, non si limita a sostituirsi al discorso in prima, ma lo completa, ne porta a compimento le possibilità. Anche il parlare degli altri, in fin dei conti, può essere una forma di confessione. Cronicamente malata, sottratta al divenire storico, e in tutti i sensi arretrata, l’umanità di Arminio è qualcosa che si farebbe volentieri a meno di conoscere, eppure bisogna. Sembrerebbe un semplice residuo del passato, e invece rischia d’essere il futuro di tutti. Lasciando una buona volta in pace la Sicilia, sarà arrivato il momento di parlare di Irpinia come metafora?

(Tratto da TuttoLibri, Ottobre 2009)

 

______________________________

 

L’UNIVERSO ALLE UNDICI DEL MATTINO
(da Nevica e ho le prove, pag. 30-38)

 

A me piacciono le donne che non fanno tante storie prima di farsi scopare. In questa cittadina democristiana le donne fanno tante storie e non si fanno scopare.

     La cittadina si chiama Avellino. Ci sono cinque giornali, diretti tutti da giornalisti democristiani. In questa cittadina si sono appena svolte le elezioni e hanno vinto i soliti democristiani che adesso si chiamano in un altro modo e stanno assieme ai loro nemici che anche loro si chiamano in un altro modo. Queste persone sono più o meno stronze come lo siamo tutti ma non lo sanno, sono stronzi e ignoranti. Oggi nessuno si vergogna di essere ignorante.

     Io amo scopare con le donne intelligenti e questo, secondo quello che ha scritto I fiori del male, è un piacere da pederasti. Le donne intelligenti si dividono in due categorie, le sadiche e le masochiste. Ce ne stava una al cinema Cineplex di Mercogliano che le ho detto tu sei una donna intelligente. Erano due ore che vedevamo un film che non ci piaceva nella sala c’era solo una coppia a cui anche noi sembravamo una coppia, questi due una volta si sono baciati poi non hanno fatto più niente, io invece mi sono abbassato i pantaloni e la donna intelligente che era con me ha detto che sono pazzo, non me lo ha toccato non me lo ha preso in bocca e non ha voluto neppure che mi facessi una sega. Dopo il film abbiamo discusso del mio gesto per cinque ore. Abbiamo girato in macchina tutta la piccola città, tutte parole sprecate, tutta benzina sprecata, poi tre telefonate al cellulare di mattina poi cinque e-mail e poi quaranta gocce di Valium e tutto questo poteva essere evitato solo se mi metteva un dito sulle mutande, le avevo fatto vedere la forma eretta sotto il cotone bianco della Fila ma non era servito a niente.

     Adesso hanno tutte il fidanzato. Ci hanno appena litigato escono con te parlano ti sorridono ma poi tirano sempre fuori sto fidanzato, sarebbe meglio se ti dicessero ho paura di morire guardami la fica leccamela abbiamo una sola vita mettimelo dentro. Queste cose le donne di Avellino non te le dicono. Puoi corteggiarle puoi avvicinarti una sera sentirti un poco intimo poi devi sorbirti la delusione del giorno dopo quando lei riprende le distanze, la senti al telefono la voce che se ne sta lontana con certe sillabe tutte rigide e paonazze e se la vedi non toccarla, lei è un riccio e il tuo desiderio è abusivo.

     Io purtroppo per me non frequento le polacche di Avellino, le senti che parlano da una cabina telefonica queste cabine ormai stanno solo per loro, nella piazza le ragazze irpine che sono state a scuola e aspettano il pullman stanno sempre col telefonino in mano, il cazzo non ha i numeri non manda messaggi, il cazzo interessa meno del telefonino.

     Le ragazzine che prendono i pullman io non le posso avvicinare perché ho quarant’anni e vari strati di tristezza ben visibili, la tristezza è una cosa che viene a tutti, a me viene al posto dell’ansia, io non sono triste dopo il coito sono triste dopo l’ansia.

     Ad Avellino sono tutti tristi e affaticati e parlano con una lentezza e un’indolenza che mi dà fastidio. Gli avellinesi sono mediamente ipocriti, parlo di quelli che conosco, giornalisti aspiranti intellettuali artisti poeti avvocati figli di avvocati figlie di architetti professori prefetti, insomma io conosco donne che tengono ai modi e alle forme, gente che si spia per fare quello che fanno gli altri, ormai è una mania fare una vita piccola piccola e tenersela ben stretta, salvo poi lamentarsene per sentirsi diversi, per sentirsi poeti, artisti.

     Ieri sera con una delle solite sembrava la solita storia. Lei dice che siamo amici, ma io le donne che non mi baciano non le considero amiche, gliel’ho anche detto ma quello che dici non serve a niente e appena tenti un gesto, ieri sera volevo appoggiare la testa sulle sue spalle, lei diventa una sindacalista: ma come ti permetti e si arrabbia e gli fai schifo e non capisce perché rovini una bella amicizia con queste smanie, tu soffri e lei s’indispone, l’incontro finisce nel solito aborto. Invece a un certo punto lei avrebbe potuto dire: ma ce l’hai un profilattico e io sorpreso avrei detto di no, bene andiamolo a cercare. In cerca della farmacia già una sua mano sulle mie gambe e io già tremante, andiamo a casa tua anzi no a casa mia: breve saluto a mamma e papà televisore acceso. Noi dobbiamo vedere una cosa al computer dice lei, porta chiusa computer acceso, la mamma e il papà vanno a dormire, la stanza è vicina lei sta seduta sul letto io giro per la stanza ho un libro in mano lei mi vuole vicino ferma le sue mani sui miei polpacci potrebbe bastare già tutto questo, la ricerca del profilattico l’ingresso in casa il toccare i polpacci invece lei sale adesso con una mano sulle gambe poi la bocca socchiusa sul mio jeans la cerniera la tira giù con i denti io non apro bocca chiudo il cuore in uno stanzino tiro la pancia indietro, ora il cazzo è allungato verso destra ma è tutto dentro lo slip lei percorre con un dito lo spazio sotto il glande vorrei farle notare che il mio glande ha la forma di un cuore ma nel bagno si sentono ancora rumori, lei passa con le narici sulla forma disegnata dallo slip sesta taglia (con la quinta non fa la stessa impressione) vorrei spegnere la luce ma resto fermo e lei continua a guardare e ad annusare.

     Per me è già successo tutto, continuo a restare fermo, penso alla morte, penso che potrei morire, ho una fitta in cima al capo, per allontanare il pensiero della morte comincio a muovermi, mi abbasso lo slip le prendo la testa tra le mani l’avvicino al mio ventre. La prima parola che dico ovviamente è sbagliata, lei si ritrae si alza dal letto: vado a bere mi dice, io resto nella stanza col coso che diventa piccolissimo, quando torna mi faccio trovare disteso sul letto, è meglio che ce ne andiamo, io le dico che vorrei venire, ho detto che ce ne dobbiamo andare mi dice ma io la porto verso di me la giro faccio coincidere il mio cazzo col suo culo le bacio il collo sento il suo odore la bacio e la mordo ora è lei che sta ferma, è stretta tra me e il muro faccio avanti e indietro sul suo jeans, mi fa male ma non fa niente, credo che le piaccia e infatti le piace ma è inutile tentare di abbassarle i pantaloni. Ora non penso alla morte ma mi viene in mente un’altra ragazza, vivere è una breve interferenza, un brusio che viene a rompere il silenzio della morte, siamo vivi ma circondati dalla morte, intanto devo decidere se continuare a spingere tra i suoi pantaloni o ritirarmi e cercare un altro passaggio, basta mi dice e mi leva l’imbarazzo della decisione, usciamo, il profilattico non è servito, mica potevamo scopare a casa sua davanti alla stanza dei genitori col fratello che doveva ancora rincasare, ora c’è il problema che devo pisciare, fermo la macchina e scendo, lei si accende una sigaretta, la musica balcanica le piace, lei fuma e io piscio, mi guardo la punta arrossata, mi piace sentire la sua grandezza, una grandezza senza la vanità dell’erezione. Torno in macchina, lei mi dice che vuole andarsi a bere qualcosa in un locale del centro storico. A me questi locali del centro storico mi sembrano finti e pieni di gente finta, giovani che stanno per laurearsi giovani che fumano, gruppi di tre e di cinque uomini e donne, gente che parla fuma o mangia, in questi locali si sta al chiuso si sta dove gli altri stanno, preferirei andare in un cimitero scavalcare il muro farci lì dentro una passeggiata, ovviamente andiamo nel locale e lei incontra una sua vecchia amica che è giovanissima, ma come ha fatto a diventare una vecchia amica non si capisce, e questa amica tiene un fidanzato lo presenta io dico il mio nome e lui mi dice il suo, sarebbe stata una bella cosa se lui mi avesse detto il mio nome ed io il suo, sarebbe stato un segno che vale la pena di conoscerci, ci sediamo insieme, un tavolo a quattro siamo due coppie da questa sera, gli amici di lei non lo sanno che lei mi ha toccato lo slip con la bocca e io gliel’ho messo tra le gambe anche se era vestita anche se non sono venuto si è trattato comunque di un coito, io spingevo, facevo su e giù ogni tanto pensavo alla scena di Ultimo tango a Parigi, ovviamente al tavolo si parla di cinema, a un altro tavolo parlano di computer e a un altro tavolo dell’Irlanda, il mio mouse è puntato sulla morte. Il cuore è uscito dallo stanzino ed ora batte in disordine, un lato della faccia è più caldo dell’altro, vado al bagno mi guardo allo specchio i capelli li rovisto un po’ con le mani cerco di portare quelli che ci sono nelle zone calve, è un lavoro che faccio molte volte al giorno, mi butto un po’ d’acqua fresca sulla punta arrossata, piscio un altro poco mi guardo gli occhi allontanandomi dallo specchio, sono rossi, sembrano le bacche della rosa canina, torno su e lei mi guarda con una certa insofferenza, il fidanzato della sua vecchia amica è un patito della Ferrari, ora siamo in cinque, con noi c’è un giovane avvocato che somiglia a Kafka ma non ha i suoi problemi. Sono le tre, usciamo dal locale penso che a questo punto la cosa migliore sarebbe andare a dormire, dei cinque sono l’unico a dover fare qualcosa il giorno dopo. La mia amica fa lezioni private ma solo nel pomeriggio, l’avvocato vive coi soldi che guadagna suo padre ingegnere, quello della Ferrari non fa niente, la vecchia amica della mia semiamante fa lavori flessibili ma adesso sta preparando un concorso.

     In verità siamo un buon numero ed è una buona ora per fare un’orgia, penso questo quando l’amante della Ferrari ci invita tutti a casa sua perché ha un’erba buonissima, andiamo e appena si entra lui accende lo stereo col telecomando, una schifezza di musica, ma il suono è di grande qualità, mi sembra perfino di sentire una mosca che si sarà posata per un attimo sulla chitarra. La mia semiamante parla sempre con la sua vecchia amica, il giovane avvocato manda un messaggio col telefonino, l’erba è pronta, io mi astengo per incapacità e per paura, l’idea della morte mi torna mentre sono nuovamente al bagno, anche se ho bevuto un bicchiere di birra faccio scendere sulla lingua un po’ di gocce di En, lo porto in tasca quando le giornate sono impegnative, dall’infarto comunque dovrei essere coperto ho preso una cardioaspirina in mattinata. Mentre piscio controllo il rossore sulla punta, i testicoli mi fanno male, mi viene l’idea che potrebbe venirmi un cancro lì sotto, potrei già averlo, visto che mi trovo alzo la maglietta e do una controllata ai nei, uno mi sembra più grande. Mentre esco dal bagno vedo la mia semiamante che si è rimessa il giubbino rosso, sembrano tutte belle le ragazze con questi giubbini che si portano adesso. Andiamo via mi dice, mi fa male la testa. Sono le cinque del mattino e non ho capito perché abbiamo fatto così tardi. Le strade della città sono vuote, in pochi minuti siamo sotto casa sua. Lei mi saluta con un bacio frettoloso. Le dico che non ha senso andare a dormire a quest’ora, se si vuole essere davvero strani e sbandati bisogna andare a dormire alle undici di mattina.

     Torna in macchina. La destinazione è decisa, Rocca San Felice. Arriviamo all’alba fa un po’ freddo ci abbracciamo tra le pietre sotto la rocca. Il cielo si riempie di luce molto lentamente, io sono sopra di lei dentro la rocca, qui non ci disturba nessuno, sono sopra ma lei non vuole saperne di abbassare i suoi jeans, spingo furiosamente annuncio che sto per venire poi la bacio dolcemente proviamo vari tipi di bacio, quando il bacio dura molto mi manca il respiro perché io non uso il naso e quando mi manca il respiro torna l’idea della morte, comunque questa rocca dove fu imprigionato Manfredi è assai meglio del salotto avellinese con erba e chiacchiere inutili. Sospendo il mio su e giù mi alzo in piedi. Fammi venire con le mani e poi ce ne andiamo al bar a fare colazione. Io desidero soltanto porre fine al mio desiderio, non so bene cosa voglia lei, le dico che basterebbero cinque secondi con le sue mani, fallo da solo mi dice, non ho voglia di toccarti, le faccio vedere il profilattico le dico che mi basterebbe solo entrare, due secondi esatti. A questo punto ho una fitta violentissima al petto, sbianco, lei mi chiede se mi sento male, sì mi sento male, ma voglio farlo. Lei si spoglia e mi aiuta a spogliarmi, sono nudo ho un dolore fortissimo so che sto morendo, lei apre le gambe, sì fallo, fallo presto. Non riesco ad entrare me lo prende in bocca io gemo per il dolore al petto e per il piacere giù nel ventre, il mio corpo è spaccato, sto morendo e mentre muoio comincio a fare l’amore come non l’ho mai fatto in vita mia. Mi muovo furiosamente, la punta sembra andare sempre più dentro, anche lei gode urla mi morde mi bacia mi lecca mi stringe con le gambe con le braccia, il mio corpo attraversa il suo come una migrazione di bisonti, tutta la torre sembra tremare, io so che sto morendo ma resisto avanzo sudo urlo mi sollevo la sollevo la prendo da dietro lei piange si è accorta che sto male il mio viso è bianchissimo, tutto il mio corpo è bianco tranne il sesso violaceo, mentre spingo cerco con le mani il pantalone prendo il tranquillante faccio scendere molte gocce nella bocca, forse non è un infarto forse è solo un attacco di panico, il mio corpo sta fingendo di morire, lo ha fatto tante volte, continuo a spingere, lei sta godendo: sì ti amo ti adoro ti voglio sì vienimi dentro. Io non ricordo il mio nome non so dove mi trovo, il dolore al petto si è attenuato ma ora non sento più la testa, la sento più piccola di una pulce e mi sembra che tutto l’universo stia scivolando via e ci lasci soli, niente stelle niente bar niente luce né buio, niente amici nemici braccia capelli macchine scarpe, tutto se ne va via da un buco, a furia di spingere dentro di lei ho sfondato l’universo.

     Anche il mio sperma cola giù e si perde, non ho più la mia bocca non ho più le mie ansie, la paura della morte si è dissolta come un miraggio, non ho più niente e non ho neppure l’idea di non avere più niente che già sarebbe qualcosa, mi sembra che tutta la vita dall’inizio dei tempi a ora sia stata un grande film con tante guerre amori cataclismi ma che adesso tutto questo è finito se ne vanno le comparse e gli attori principali si smontano le scenografie dei fiumi e delle montagne, era tutto finto, anche i poeti anche i morsi dei serpenti. La mia semiamante è l’unica rimasta a farmi compagnia, si pulisce il mio succo mi bacia sui capelli ma io non ho più cranio e la sua lingua cade giù, i corpi ormai non hanno più leggi, gli atomi delle sue dita esplodono liberamente, gli elettroni sciamano nello stomaco, il fegato non vuole più fare il fegato e vola via e si perde. Non ci è possibile vestirci. Rimaniamo nudi e sparsi, oltre la vita e oltre la morte, oltre le cose e oltre noi stessi, l’umanità era una pellicola sottile ma resistente, il mondo era un’illusione consistente ma forse da tempo senza saperlo gli uomini stavano migrando per uscire dalla loro forma, si erano stancati di amarsi e di odiarsi, si erano stancati perfino della loro indifferenza. Da tempo si sentiva che doveva succedere qualcosa che non era mai successo prima, nessuna rivelazione, nessuna distruzione, ma uno scioglimento dello spazio e del tempo, uno scioglimento di tutti gli aggregati, nessun atomo vuole più saperne degli altri atomi, l’universo finisce come un bicchier d’acqua e noi restiamo nudi dentro una torre.

     Sono le undici del mattino quando prendiamo sonno.

 

***

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15 Risposte to “Franco Arminio nella lettura di Emanuele Trevi”

  1. arminio Says:

    caro francesco
    questo mio libro fatica a trovare i tantissimi lettori del precedente
    VENTO FORTE TRA LACEDONIA E CANDELA.
    nevica è un libro ipeletterario e non strizza l’occhio al’attualità. sarà questo il suo limite?

  2. Franco Arminio nella lettura di Emanuele Trevi Says:

    [...] Guarda Articolo Originale: Franco Arminio nella lettura di Emanuele Trevi [...]

  3. francescomarotta Says:

    E’ strano, Franco, chi ha letto i tuoi precedenti a maggior ragione dovrebbe procurarsi questo libro, che è il più bello e completo in assoluto (secondo me).

    O forse dovresti provare a entrare in qualche giro “giusto”, ma allora non ti chiamresti più Arminio e non scriveresti più quello che scrivi.

    Scherzo, naturalmente, anche perché nei “giri”, giusti o non giusti, proprio non riesco a vederti.

    fm

  4. renatamorresi Says:

    questo è un libro spietato, Franco, e anche ciecamente innamorato della parola e assai svelto nel capire il mondo e nel darcelo in questa forma sintetica e potente nella sua dichiarazione d’impotenza – secondo me verrà fuori col tempo, come una profezia

    un caro saluto,
    r

  5. francescomarotta Says:

    Sono d’accordo con te, Renata: questo è un libro destinato a restare.

    fm

  6. comunitaprovvisoria Says:

    ho appena scritto una disperata poesia su questo mio stare sempre a scrivere….
    mi chiede meglio il giorno leggere le vostre parole, renata e francesco,
    questo libro mi ha dato tante ansie per farlo
    ma il peggio è venuto con l’uscita, davvero pochissime soddisfazioni per ora.
    molto bello renata
    quel tuo
    assai svelto nel capire il mondo….
    i libri non possono prendersela comoda, come una volta….
    adesso sono curioso di vedere come saranno accolte le cartoline dei morti, lì penso davvero di avere inventato qualcosa….
    quanto ai giri
    caro franceso
    non so cosa siano come tu hai ben capito.
    comunque da lunedi a venerdì sarò ospite a fahreneit nella sezione dedicata al vocabolario.

  7. francescomarotta Says:

    Troverò il modo di ascoltare la trasmissione, caro Franco. In attesa dell’uscita della “Cartoline”.

    fm

  8. marco ercolani Says:

    Il tuo libro più bello, Franco.
    E lo sai.
    La tua scrittura c’è, per pochi che sono molti.
    Non troppo visibile ma neppure troppo sotterranea.
    Vai così.
    Marco

  9. natàlia castaldi Says:

    :-) non l’ho letto e mi impegno a farlo (con piacere).
    ah… le soddisfazioni!?! la più grande soddisfazione e non cercarne di soddisfazioni … e poi sono proprio le piccole cose le vere soddisfazioni
    la legna quando brucia come nel focolare qui giù
    la soddisfazione è (sarà) il coro quando prende(rà) insieme la nota giusta

    ok… meglio andare che è l’ora delle farneticazioni
    vi abbraccio.
    n.

  10. natàlia castaldi Says:

  11. arminio Says:

    qui per esempio c’è soddisfazione, c’è un’aria di accoglienza.
    mica volevo il nobel. vorrei semplicemente sentire più spesso quello che sento qui. visto che non ci sono guadagni economici mi pare assurdo trattare la scrittra con tanta indifferenza.

  12. carmine vitale Says:

    arminio qui è il posto giusto per un resistente della parola come te
    del resto la dimora dà tanto a chi scrive sul serio
    ti auguro sempre osgni bene e serenità
    ma ricorda che hai dalla tua il dono della scrittura e nonostante l’urgenza sono certo che quewsto libro resterà
    c.

  13. Rocca San Felice : informations, photos, carte, vue satellite Says:

    [...] IrpinoCastelgrande (Italie) Liens connexes : Franco Arminio nella lettura di Emanuele Trevi « La dimora del …La destinazione è decisa, Rocca San Felice. Arriviamo all'alba fa un po' freddo ci abbracciamo tra [...]

  14. Fabio Franzin Says:

    Seguo e leggo Arminio da “Viaggio nel cratere” in poi, e qui lo ringrazio per ogni sua parola, per osservare il microcormo dei paesi e saperlo trasferire in paradigma di ogni civiltà; di più, le storie, vere, quelle che contano davvero, le figure umane che si scolpiscono da sole, fra luce e ombra, le ultime vere, vivono solo nei paesi, ormai, nelle periferie di ogni impero, di ogni volgare città.
    Con riconoscenza. Fabio F.

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