Terracarne

by

Franco Arminio

“I libri spesso sono una sconfitta per chi li scrive. Chi pensa di aver aggiunto qualcosa è un illuso. I libri migliori non aggiungono nulla, solo in pochi casi miracolosi sottraggono qualcosa al mondo e il mondo più tardi se ne accorge.”

 

Franco Arminio, Terracarne
Milano, Mondadori Editore
“Strade Blu”, 2011

 

viaggio in lucania

 

Il Sud degli altri
è sempre meno duro del nostro.
Uno è sangue
l’altro è inchiostro.

 

Il paese di Scotellaro

Finalmente sono arrivato a Tricarico, il paese di Scotellaro. In cielo c’è un falco, gli alberi sono tranquilli e lontani. Il mezzogiorno di novembre ha il buio che sale già sui fianchi. La luce che resta è bevuta dalle vacche nei campi, dalle argille dei calanchi.
     Da queste parti negli anni Cinquanta un sociologo americano venne a studiare “le basi morali di una società arretrata”. Adesso non viene nessuno, né studiosi, né turisti, dunque un luogo ideale per le visite paesologiche. La Lucania non si presta ad apparecchiare dibattiti televisivi: nessuna violenza, sparita anche la secolare arretratezza che faceva di questa regione un laboratorio ideale per gli studiosi della questione meridionale. Questa regione vive più nella testa di chi se n’è andato che in quella di chi è rimasto. E perfino arrivandoci dalla desolata Irpinia d’Oriente si sente un ulteriore e per me riposante senso di vuoto, un vuoto che ti fa rivedere la terra, come se negli altri giorni vedessimo solo quello c’è sopra.
     Da casa mia ci metto poco a entrare in Lucania, a sentire il soffio selvatico che spira da quelle alture. Qui non c’è trambusto, sento che tutto è distante, ogni cosa, il nodo di un paese, la cima di una montagna, è preceduta da un prologo di solitudine e silenzio.
     È una tiepida mattinata di fine autunno. I nervi un poco cominciano a distendersi. Lascio la Basentana e prendo la strada per Tricarico. Prima del paese mi trovo davanti uno strampalato accampamento. Mi fermo, è una sorta di parco giochi ricavato da una pista di motocross che non ha avuto successo. L’uomo che ha messo al mondo questo carnevale di figure è un ex emigrato, tornato dalla Germania portandosi dietro come bagaglio una profonda depressione. Adesso è qui, prende oggetti in disuso e li scioglie nel miele della sua fantasia infantile. Ne vengono fuori creature felicemente improbabili, una ragnatela di animali di carta e metallo, il sogno e la ruggine distesi su una collina. Mi pare un bell’ingresso al paese, una cosa che non vedi mai in questo mondo ridotto a una caserma dove tutto è infilato nella stessa collana di squallore.
     Parcheggio in piazza e subito mi colpisce il fatto che è abbastanza animata. Forse godo degli effetti della visione precedente, anche qui mi pare che alligni un qualcosa di favoloso. Vedo molti corpi animati da una felice deformità. Sono assai più tristi in fondo quelli alla moda, quelli che hanno le forme giuste e l’anima sigillata. Anche alcuni negozi esibiscono vetrine strampalate. Sento un brivido di euforia che mi attraversa. Pare che tutto abbia un suo accento, come se una specie di scottatura abbia privato questo luogo della guaina che avvolge i luoghi e li isola, come se niente dovesse più parlare veramente, né gli uomini, né le cose.
     Chiedo un’informazione sulla parte più antica e mi ritrovo con un vecchietto che mi fa da guida. Mi accompagna con una puntigliosità quasi nevrotica. Non si capisce bene cosa dice e sembra rispondere non tanto alle domande, ma a se stesso, è come assorto in un ossessivo dialogo interiore, un dialogo autistico, fatto di domande inesistenti e risposte incomprensibili. Arrivo dove hanno buttato giù le case più vecchie, eppure il paese è ancora imbevuto di un sapore antico: non c’è niente da fare, certe cose non vanno via nemmeno con le ruspe, restano nell’aria, si depositano ai margini meno battuti del paesaggio.
     A questo punto è ora di andare da lui, dal poeta morto a trent’anni perché si è fatto passare nelle vene tutto il dolore e la rabbia di un popolo. Nel 1946, all’età di ventitré anni, divenne sindaco. Quattro anni dopo fu accusato di concussione, truffa e associazione a delinquere dai suoi avversari politici e per questo si fece quarantacinque giorni di carcere, fino a quando la cospirazione politica che aveva subito fu chiara.
     So che c’è un centro di documentazione dedicato al sindaco poeta. Immagino di trovare lettere, libri, fotografie. Mi ritrovo in una biblioteca con un paio di ragazzi che copiano qualche pagina per fare le solite ricerche che assegnano a scuola.
     La signora che mi accompagna dice che non c’è niente da vedere. Le foto non sono esposte. Mi mostra solo un libro curato da Umberto Zavattini nel 1954. Non è in vendita ed è introvabile pure altrove. È bellissimo, anche se certe foto sembrano finte, tanto impressionante è la miseria immortalata.
     Un po’ mi scompongo. Penso che se vai al paese di Padre Pio ti fanno vedere la stanza del santo e tutto il resto. Qui niente, un riserbo che per certi aspetti potrebbe anche rincuorare. Rocco Scotellaro non è diventato un eroe da esibire sulle magliette. Forse sarà pure per il fatto che gli manca il fisico. Me ne rendo conto al cimitero osservando la sua foto accanto a quella del fratello e dei genitori, ma forse i ragazzi delle montagne potrebbero portare addosso un suo verso al posto delle incomprensibili parole americane e dei loro stemmi tutti uguali: È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi / con i panni e le scarpe e le facce che avevamo. / Le lepri si sono ritirate e i galli cantano, / ritorna la faccia di mia madre al focolare.
     Usciti dal cimitero non sento più quel brio del mattino, forse è svanito l’effetto dovuto alla visione iniziale del sognatore tornato dalla Germania. Lui mi aveva detto che spesso si ciba solo di erbe. Io invece ora sto dentro una salumeria a fare un panino che è sempre più grande del necessario. Mi capita spesso dopo mangiato di restare imbambolato dalla digestione e il mondo volteggia intorno a me come un uccello intorno a uno spaventapasseri.
     Me ne vado a mangiare il panino a Pietrapertosa, sulle Dolomiti lucane, non lontano da Tricarico. Scotellaro, di Rapallo, scriveva che le case sbucano nella / costa come margherite. Questo paese è come se sbucasse dalla roccia. Le case però non sono fiori, sono tane per proteggersi dai nemici e dall’inverno. Qui ci sono già stato, ma era un altro giorno, avevo un’altra combustione. Non provo nemmeno a salire gli scalini che portano a un brandello di castello in cima alla roccia. Resto su una panchina a prendere il sole e il silenzio di un pomeriggio insolitamente grazioso. Quando mi accorgo che comincio a stare bene decido che è ora di smuoversi, la mia corsa contro il benessere non mi concede lunghe tregue.
     Decido di andare a vedere Acerenza. Nelle guide sulla Lucania è segnalata per la sua cattedrale. A me colpisce la stradina che porta al paese in un paesaggio che sembra quello di altri secoli. E poi mi colpisce ancora di più l’apparizione del paese, una chiocciola di pietra, una forma che fa sembrare il tutto come una torta a più strati.
     Di fronte alla cattedrale resto un po’ deluso. Forse non c’è la luce giusta. Per rifarmi vado a sporgermi da un belvedere dove ammiro un’altra cattedrale, quella del paesaggio, senza capitelli e stemmi, una facciata di terra arata, un omaggio orizzontale al dio della fatica e del sudore.
     Ormai è quasi notte, è tempo di tornare. Adesso che non posso guardare intorno, adesso che ho davanti a me solo l’asfalto, vengo assalito dalla solita paura. Mi riprendo un poco attraversando Pietragalla e Filiano, dove mi aspetta l’acquisto del formaggio. Poi è ancora asfalto, ancora il cecchino dell’ansia che non spara, prende solo la mira.
     Il tesoro di questa giornata è al sicuro. Il tesoro è in quei minuti in cui sono arrivato a Tricarico e l’ho vista luccicare davanti ai miei occhi con la sua divisa profondamente meridionale. Il Sud è diventato tante cose, ma la matrice è qui, è qui lo stampo di quella rude civiltà contadina che in ogni luogo ha avuto una sua diversa fine. Scotellaro è morto nel 1953, il suo mondo è durato altri vent’anni, poi ha ceduto, come una terra che prima frana in maniera impercettibile e poi viene giù di colpo. Il mondo che è venuto dopo non è mai veramente entrato nel sangue di questa terra. Qui si capisce meglio che altrove perché l’Italia è diventata la tana degli scontenti. Nessuno fa veramente quello che vorrebbe e nel posto che vorrebbe. La vita, prima pastorale e poi contadina, la vita fatta col fiato dei muli tra i vicoli e i dirupi, ha lasciato il posto all’asfalto e al cemento. La vergogna di essere antichi è stata camuffata con le automobili e le palazzine. Ma se ti spogli in fretta del tuo passato, se resti nudo, non puoi pensare di rivestirti con due bottoni e un cappello. C’è da trovare il tessuto e bisogna filarlo con pazienza. Tricarico nuova ha la stessa mesta oscenità della nazione che abbiamo costruito negli ultimi cinquant’anni. È un luogo che sparisce. Mano a mano che viene costruito.

 

La farfalla di pietra

Gennaio sul confine tra Irpinia e Lucania. Sulla strada poche macchine, nel cielo molte nuvole, ma sono senza pioggia, nuvole vuote, striature di grigio in un cielo sbiadito. La meta di oggi è San Fele. Ho voglia di conoscere Assunta Finiguerra, una poetessa che scrive nel dialetto del paese. Intanto guardo il paesaggio rotto dell’inverno: montagne d’argilla che fra poco inizieranno a franare, alberi avviliti.
     Avanzo in questo mattino silenzioso e il paese arriva subito: è piegato tra due montagne, come due spicchi di una mela aperta, come due ali di un vecchio angelo. Fa freddo e a me fa ancora più freddo. Mi hanno detto che la poetessa è andata a Bari, intanto incontro per strada il marito cieco e la sua giovane accompagnatrice. Parlo con un signore di mezza età dei problemi del paese. Qui risulta occupato poco più del dieci per cento della popolazione. A San Fele nel censimento del 1871 c’erano quasi undicimila abitanti. Adesso sono assai meno di quattromila. Questo paese è una capitale, un’altra capitale dell’emigrazione.
     Domani è la festa del patrono, in giro c’è anche qualche giovane donna. È l’animazione del mattino: si esce per il pane, per la frutta, si esce e si torna a casa, poi all’una si ferma tutto, il paese diventa ancora più chiuso. Procedo in disordine, la giornata prende luce e calore. Adesso sono a casa della poetessa. È tornata da una visita medica, le chiedo con un po’ di impudenza di leggere una sua poesia e la riprendo con la videocamera.
     Ósce, trenda novembre d’u dujemile e ttré / scrive stu testamiénde esistenziale / a presenze de na trestézza bestiale / na deméneca cchiù longhe de nu mese / Lasse re ttiérre ca tenghe ngimme a lune / e cavadde janghe cu r’asscédde e piede / e i giacinde’n fiore nzine a Venere / a re mamme de magge da purtuà e figlje / lasse l’utreje mberlate d’a mende / a re cecale chešcose e candatrice / ca pònne ngiutì subbete a luvatrice / se le face nassce nu penziere scure / lasse re scarpe cu re ttacce sotte a capanévere / nghiuse ndò cunvende / accussì se chióve forte e méne u viénde se póte fà nu tippe tappe assatanate / e ppe ffenì lasse tutte re poesije / a re puttuane de l’India misteriose / e qquanne Kalì m’avvranghe rabbiose / re ponne legge da u Pualazze u Viénde.
     “Oggi, trenta novembre del duemilatré / scrivo il mio testa-mento esistenziale / alla presenza di una tristezza bestiale / e una domenica più lunga di un mese / Lascio le terre che possiedo sulla luna / ai cavalli bianchi con le ali ai piedi / e i giacinti in fiore nel grembo di Venere / alle madri di maggio da portare ai figli / lascio l’utero imperlato della mente / alle cicale estrose e cantatrici / che potranno stordir la levatrice / se gli fa nascere un oscuro pensiero / lascio le scarpe con le bullette alla suola alla capinera / rinchiusa nel convento / così se piove forte e tira il vento potrà danzare un tip tap assatanato / e per finir lascio tutte le poesie / alle puttane dell’India misteriosa / e quando Kalì mi abbrancherà rabbiosa / potranno leggerle dal Palazzo del Vento.”
     A vederla e a sentirla non pare tanto malata. L’ascolto e mi riscaldo con la sua voce e con il fuoco del camino. L’anno scorso ero passato da qui, ma non sapevo nulla di lei e non credo che fermandomi qualcuno me ne avrebbe parlato, forse neppure se avessi incontrato il figlio o il marito. Non immaginavo che dimorasse una poetessa già apprezzata da attenti lettori che vivono altrove. Ero passato proprio vicino casa sua, dove il paese mostra il suo volto peggiore: due costruzioni di sofisticata pacchianeria modernista. San Fele visto da qui non è una farfalla e fa pensare a ben altro che alle ali di un angelo.
     Prendo un’altra strada e il paese prende un’altra faccia. Sono contento di essere qui, sono contento che oggi non devo parlare a nessun convegno. È un giorno come piace a me, in un paese senza trucchi. I numeri delle case segnati alla buona con un pennarello nero, va bene così: niente artifici, un popolo di vecchi e qualche giovane gentile, almeno con i forestieri.
     Un ragazzo mi accompagna verso la montagna dove c’è un’azienda che fa i caciocavalli. Torno al paese per comprare il pane. Il negozio è chiuso, mi dicono che posso citofonare tranquillamente all’abitazione del proprietario. Ecco il pane, ecco uno scalino dove consumare il mio pranzo. Davanti a me uno slargo asfaltato, panni stesi sotto un lampione, un paio di gatti.
     Il sole svanisce, riprendo la macchina e riprendo la via della montagna. Seguo l’indicazione per un santuario e mi ritrovo in un borgo di poche case attaccate alla chiesa: è un luogo infinitamente triste, c’è un cane con due zampe ferite.  Sta qui e nessuno se ne cura. Mi pare un segno di come l’autismo corale ormai dilaghi anche nelle campagne o semplicemente dice che in un luogo così sconfortante un cane ferito fa parte della scena.
     Salgo ancora, arrivo in un bosco, la Lucania non è terra di grandi folle ed è il luogo giusto per oggi. Ripenso alle persone incontrate, a tre giovani donne in un bar, a un operaio che lavora alla Fiat di Melfi, ripenso al fatto che nei due bar in cui sono entrato c’erano le foto della festa degli anziani fatta qualche mese fa. In questo paese la vecchiaia è una cosa che nessuno aborrisce, una cosa accettata con clemenza.
     Oggi non ho avuto appuntamenti col panico, forse gli abitanti del luogo mi hanno trasmesso il loro quieto sconforto.  Ci saranno anche qui i campioni del rancore e della maldicenza, la Lucania è terra di gente solitaria, poco propensa a fare gruppo e a incoraggiare i suoi figli migliori, ma sono storie che ti feriscono quando vuoi che ti feriscano. Adesso io posso accogliere solo silenzi, porte chiuse, anime leggere, non ho spazi in me per i rumori tipici dell’epoca. Sento che la vita giusta è andare in paesi come San Fele.
     Il Sud ti ammutolisce o ti fa parlare a vuoto. Non è tra noi adesso che possiamo trovare la salvezza, i nostri discorsi sono piume di un animale morto. La luce è fuori, la bellezza dei monti, il verde che spunta impetuoso. Non è la piazza, non è il passato la soluzione, ma le strade abbandonate, le mosche che verranno, i rovi. Forse comincia a nascere un Sud che dispera di ricevere attenzioni e cure e proprio per questo diventa più lirico, torna selva, paesaggio, torna acqua che scorre, fuoco che brucia, un Sud lontano dagli imbrogli di chi ancora lo conduce, un Sud che si sgretola e torna luce.

 

***

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14 Risposte to “Terracarne”

  1. Anna Maria Says:

    La poesia di Rocco Scotellaro è stata ed è per me, per ragioni biografiche, lingua materna. Ho letto con comprensibile partecipazione, pertanto, i passaggi da “Terracarne” di Franco Arminio proposti qui e li ho affiancati idealmente a quelli che ho avuto modo di sentire da Felice Di Nubila (autore, tra l’altro, di “Francavilla sul Sinni. Le origini feudali, la civiltà contadina, il lavoro, lo sviluppo.”) nel suo intervento “Basilicata un laboratorio – dalla civiltà contadina al villaggio globale”:, tenuto a Roma nella primavera del 2011: sguardo ‘esterno’ (Arminio) e ‘interno’ (Di Nubila) si completano nel procedere rigoroso del “ricordo come conoscenza nuova” e, allo stesso tempo, nel mettere in guardia, dalla “distruzione della memoria genetica” (Di Nubila) operata dalla “civiltà dell’apparire”.

  2. erremme Says:

    testo da non perdere..

  3. marco ercolani Says:

    Complimenti, come sempre, alla scrittura di Franco.

    m

  4. Gabriele Gabbia Says:

    “E’ un luogo che sparisce. Mano a mano che viene costruito”.
    Sì: è la medesima sensazione che provo sottopelle quando incedo nei vecchi quartieri della città, e non trovo quasi più nulla di quand’ero bambino. “La stessa mesta oscenità della nazione che abbiamo costruito negli ultimi cinquant’anni”.
    Sì. Credo sia proprio così.
    Lo conosco poco, ma pare essere una grande scrittura questa di Franco Arminio.
    Un saluto.

    Gabriele Gabbia

  5. francescomarotta Says:

    Il libro è una vera summa “paesologica”. Ho pescato questi testi anche per rendere omaggio a due poeti di cui poco o niente si dice nel grande e indaffarato parlatoio della poesia italiana attuale. Il resto lo fa la scrittura di Arminio…

    fm

  6. Dinamo Seligneri Says:

    La scrittura di Arminio mi convince a tratti, questo mi rende malfidato. Eppure vedo (senza ironia) che riscuote il suo successo anche tra fidate genti. Alla fine cosa scoprirei, francè, che sono coglione io? bella scoperta!
    i paesaggisti scrittoriali non mi piacciono mai tanto, bisogna far abitare i paesaggi, sennò ciccia. è quello che fa celati, paesaggista instancabile tanto quanto marciatore instancabile di sentieri di campagna.
    ciao

  7. francescomarotta Says:

    Ti rispondo stasera, un imprevisto mi costringe a sbaraccare in tutta fretta.

    Ciao.

    fm

  8. francescomarotta Says:

    Dinamo, innanzitutto, grazie per avermi messo tra le tue “fidate genti” – ne sono veramente felice (e sai bene che non c’è nessuna ironia in questa “felicità”).

    Per il resto, posso solo dirti che, personalmente, non mi sentirei giammai un “coglione” per il fatto che un autore non mi piace o mi piace solo in parte ciò che scrive – anche a fronte di un consenso plebiscitario di segno opposto.

    Per quel che posso capirne io, avendo letto tutti i suoi libri, penso che Arminio (che reputo un ottimo scrittore, uno dei migliori in circolazione) sia tutto tranne che un “paesaggista”, nell’accezione comunemente intesa: la “paesologia”, la “scienza” di cui si fa propugnatore, è proprio la negazione della rappresentazione puramente descrittoria e decorativa. Tutto l’apparato denotativo, infatti, nelle sue migliori pagine (e non sono poche) funge solo da pre-testo (o da para-testo) che, nel fuoco desolato di una visione senza (apparente) redenzione, si risolve (o si dissolve) nella “sospensione” (talvolta nell’azzeramento) delle categorie usuali, le stesse che legittimano la persistenza del “dato infetto” e la sua superfetazione in incrostazioni e grumi di storicità e socialità malate (esattamente quanto, ricorrendo a un felicissimo ossimoro, un vero e proprio pungolo ermeneutico, lui chiama “autismo corale”).

    Per “attraversare” e “sparigliare” (per me i due termini, nella sua scrittura – penso in particolare al bellissimo “Nevica e ne ho le prove” – sono sinonimi) le mappe di un “paesaggio” siffatto, serve uno sguardo disincarnato, altro (“l’occhio dei morti”): capace di confondere i piani tra l’immagine memoriale, intangibile e inattingibile (il già-stato o il non-ancora del ricordo) e l’immagine “traumatica” dell’esistente – senza sangue e senza canto, cioè senza futuro. Nello squarcio mai risanabile e mai pacificato tra le due visioni sta la sostituzione dell’impossibile utopico alla certezza reificata: un’operazione dove non si covano nostalgie e rimpianti, ma una sotterranea e segreta “vocazione d’insorto”.

    Se l’arte ha proprio questo compito, tra gli altri – quello di farti camminare sui sentieri dell’improbabile come fossero gli unici capaci di traghettarti verso (un) dove, molte sue pagine sono proprio arte.

    Il riferimento che facevi a Celati, poi, lo trovo più che pertinente, perché credo che Arminio abbia assorbito fino in fondo la lezione di questo grande maestro: l’attraversamento orizzontale che, nel primo, è cammino d’acque e di terra, saldezza di passo e di sguardo, in lui ha ceduto il posto alle cadenze sghembe ed erratiche del vento, alla visione circolare di inesistenti (quanto più radicalmente concrete e reali) alture.

    Arminio, a mio modo di vedere, dovrebbe solo liberarsi dai tanti lacci che, in rete e altrove, lo assediano per costringerlo nell’abbraccio pestifero di improbabili imparentamenti e acquartieramenti… I suoi “paesi invisibili” sono un repertorio unico di luoghi dello spirito-non-ancora-arreso che non ha bisogno né di etichette né di sigle, tantomeno di sigilli identitari da parte di chicchessia…

    fm

  9. Dinamo Seligneri Says:

    Francesco, grazie della bella sintesi.
    In relazione ad Arminio, avendolo letto esclusivamente su internet, parlo solo di sensazioni di scrittura.
    E da internet si può intuire parecchio, ma è l’opera che conta… un po’ come quando si scende campo… haivoglia a saper palleggiare se in partita non tocca na palla.
    Ecco direi che a livello di palleggio Arminio non mi piace… e forse non mi piacciono nemmeno le pose che assume, che sono snervanti. Potrebbero coincidere, chissà, con i “lacci” di cui parli tu; un grande calciatore che non si sa allacciare le scarpe…
    Opinioni, ad ogni modo.

    Ps: certo che sei tra la fidata gentaglia :-)))

  10. francescomarotta Says:

    Ça va bien, Dinamo.

    Sai bene che la rete è un catarifrangente di miraggi, di ipertrofie egotiche conclamate e di narcisismi artatamente depistati, (sempre più) spesso in guise dislavate di pseudo-critica prêt-à-porter; così come sai, benissimo, che il segugio che si appartiene, per indole e per istinto, alla “fidata gentaglia”, punta sempre diritto all’osso/testo – e lo azzanna: un colpo secco: ed è lauto pasto – o nausea.

    Ciao, caro.

    fm

  11. Arminio Says:

    caro francesco grazie per la sempre affettuosa cura che ti prende delle mie e delle altrui parole.
    c’è questo libro e ci sono gli altri libri miei, ma in questi anni ho fatto altre cose significative, fuori dalla pagina….
    sarà questa la posa di cui parla seligneri. mi farebbe piacere che magari mi spiegasse il motivo dello snervamento, magari posso provare a correggermi.

  12. Dinamo Seligneri Says:

    Arminio,
    bene quest’ironia bianca che mi arrovescia, mi fa piacere non se la piglia. Dal canto mio, che ricette vuole che possa consigliare – ho tanto da correggere e digrossare qui da me… La persona estetica che è in lei saprà bene valutare ciò che è bene indossare e ciò che no. Forse, metricamente, le nostre sartorie hanno diversi strumenti di taglio e cucitura. Io, per esempio, compro sempre all’ingrosso, dove comprano tutti… cerco di rendermi il meno saliente possibile, al massimo selignere, ma poche volte, la ritengo una concessione al processo di minopoiesi incessante che porto indietro da tempo…
    buonanotte

  13. Barbagianni, merendine, terzi piani « La dimora del tempo sospeso Says:

    [...] Arminio c’è sempre questo grido, anche nei lavori più misurati e controllati, come questo Terracarne, che apparentemente può sembrare un quieto reportage, un distanziato se non distaccato resoconto [...]

  14. da “la dimora del tempo sospeso” « Comunità Provvisorie Says:

    [...] Arminio c’è sempre questo grido, anche nei lavori più misurati e controllati, come questo Terracarne, che apparentemente può sembrare un quieto reportage, un distanziato se non distaccato resoconto [...]

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