Barbagianni, merendine, terzi piani

by

Livio Borriello

“Questo per dire che io vorrei che la letteratura fosse qualcosa del genere, il grido del barbagianni che ha catturato il topo, l’ascia kafkiana che rompe il mare di ghiaccio, l’incendio che getta bagliori nell’oscurità.”

 

 

Barbagianni, merendine, terzi piani.
Considerazioni sparse su Terracarne di Franco Arminio.

Quest’estate, dormendo con la finestra aperta in campagna, a un certo punto mi sono svegliato per l’urlo di un barbagianni (meravigliosa, angelica civetta bianca), così vicino che credevo fosse entrato nella stanza. Era un grido acuto, straziante, violento, un suono perturbante e irreale, che sembrava venisse da un’altra era. Credo fosse un grido di cattura, forse di qualche topo dei paraggi. In realtà l’era da cui proveniva era quella animale, in cui tutto è violento e estremo, era l’era in cui noi siamo stati animali. Poi abbiamo inventato questo curioso processo, la scrittura, attraverso cui riduciamo l’atto corporeo del parlare, del gridare, dell’ansare, del desiderare, a un’ordinata sequenza di gesti rattrappiti e misurati, silenziosi, immobili.
Questo per dire che io vorrei che la letteratura fosse qualcosa del genere, il grido del barbagianni che ha catturato il topo, l’ascia kafkiana che rompe il mare di ghiaccio, l’incendio che getta bagliori nell’oscurità.

All’origine della parola forse c’è un grido, e all’origine del gesto di scrittura di Franco Arminio c’è sempre questo grido, anche nei lavori più misurati e controllati, come questo Terracarne, che apparentemente può sembrare un quieto reportage, un distanziato se non distaccato resoconto del mondo. Ma questo raccontare sorvegliato è sempre scosso dai sussulti del corpo, da moti, spasmi, revulsioni, dal vacillare di fronte a qualche vertigine. Il corpo di Arminio boccheggia, la mente fa fluire parole esatte e calibrate.

Certo questo è un libro mondadoriano (e personalmente io gli preferisco le riuscite più estreme del Circo dell’ipocondria – Le lettere – e di Cartoline dai morti – Nottetempo), un libro sollecitato da un editor mondadoriano, che ha guardato alle sue possibilità commerciali, o nel caso migliore comunicative. Mi sembra però comunque un libro che aggiunge qualcosa al lavoro di Arminio, più che sottrarlo, gli aggiunge una dimensione più ampia e, come si dice, globale.

Terracarne parla dei paesi, ma anche qui, ancor più evidentemente che in altri libri in cui affronta il tema della morte direttamente, Arminio più che un paesologo, è un tanatologo, e alternamente un tanatofilo e un tanatofobico. Nella corruzione e imputridimento lento dei paesi, osservata minutamente e compiaciutamente come in certe riprese di Greenaway, nella descrizione della purulenta urbanizzazione dell’hinterland napoletano, nell’infiltrazione del corpo estraneo e neoplastico della modernità entro il tessuto ancora antropometrico della civiltà rurale (nel “passaggio dalla civiltà contadina alla modernità incivile”), Arminio contempla, con voluttà e vertigine, il proprio disfacimento, in quella morte sente, teme e ama la propria.

La controprova di quanto dico è lo spaesamento del paesologo nei luoghi in cui la forma-paese esprime il suo fenotipo puro e incorrotto, l’Alto Adige. Arminio probamente li elogia, trova a tratti un rispetto autentico per la “fatica immensa e silenziosa” della gente che li ha costruiti; ma intimamente tutta quella salubrità efficiente la sente estranea, non lo convince. Lo convince di più la malattia. Lì le merendine non scadono, nessuno sparla di nessuno, non ci sono sfaccendati che vivacchiano sulla pensione della madre, non c’è “il giovane davanti al bar che si sistema i testicoli”, al mercato non si contratta con la “teatralità bizantina” delle sue parti, ma è come se si vivesse in una specie di spettacolo a 3 dimensioni, i paesaggi vanno bene per le pubblicità della mela melinda, le campiture cromatiche sono uniformi e sature come quelle dei fumetti o di photoshop, “tutto è apparecchiato”, “i balconi sembrano dei supporti per i fiori”, le persone sono “solide”, lo ripete più volte: ma una cosa sfatta e deliquescente come una psiche umana, una cosa che non sappiamo nemmeno che cavolo, o altro vegetale, sia, fatta di parole e strani filamenti semantici che sbavano e si dissipano da tutte le parti, come può essere solida?
Alla fine il paesologo trova la scusa: “pochi giorni non servono a darti il sangue che hanno quelli che stanno qui da una vita”, e se la svigna. Ma quel sangue il suo midollo non lo produrrebbe mai, e comunque gli sembrerebbe rosso antico col colorante o lacca. Tutto è ineccepibile, sì, trova pure la valle che gli sembra “il paradiso terrestre”, ma liquida la descrizione in 2 virgola 5 righe, e questa metafora sciapa, l’unica banale di tutto il libro. Non lo dice, perché è anche lui un europeo civilizzato, ma a lui, tutta quell’igiene, gli fa schifo. E così ritorna fra i “pensatori delle panchine”, i “carpentieri del nulla”, i “ripetenti”, i “convalescenti”, nei paesi “affranti, arresi, sfiniti, sfiatati”. Quelli sono i “veri” paesi perché incorporano la morte, non la placcano di efficienza e produttività, non la riverniciano ogni anno coi soldi dei “turisti più danarosi”, quelli così ben accetti, a differenza dei poeti male in arnese come lui.

Il modello vincente, nella specie umana, non c’è dubbio, è quello di città, così come nella specie mirmecale ha prevalso il formicaio, che so, sul buchino bilocale, o il ranch o la masseria formichesca… Tutto accade nella città, la tv (e di fatto il web) si produce nella città, Michelangelo è lì che ha scolpito, Baudelaire, Socrate, Marx, e persino Gesù Cristo per bocca di Paolo di Tarso hanno detto la loro nelle città, ogni potere ha sede lì.
È altrettanto vero però che all’interno nella società civica e edile, spesso sovrapposta o inclusa in essa, o presente come un carattere recessivo, esiste una società contadina e tellurica. La nostra vita sociale “ha ormai una sua natura intimamente dialettale” ha scritto altrove Arminio. In qualche modo il tessuto vivente della realtà è paesologico, è fatto del giornale posato sul banco dei gelati e le merendine scadute nei bar, delle splendide sequenze di insegne e nomi incongrui e stratificati che egli elenca, delle piccole ambizioni, chiacchiere e maldicenze degli uomini dei paesi… tutto ciò che è metaforizzato nel concetto così attuale e futuristico di villaggio globale.
Bisogna ammettere che solo dopo aver letto Terracarne, o magari anche Cartoline dei morti, abbiamo la sensazione di conoscere finalmente la carne dell’Italia, come dopo un’endoscopia o un’istologia. E questa carne è impressionante.
Arminio visita i luoghi, ma poi questi luoghi si condensano nella sua testa e formano una specie di sospensione di parole. Grazie al magico processo chimico della rielaborazione letteraria, ci appaiono più veri del vero. La terminologia poeticamente esatta di Arminio, filtrando l’ammasso di carni e terra che è l’Italia, fa il miracolo di restituircene i veri colori, cromatizzati e postprodotti dalla tv e dal web.

Qual è la vera diffrenza fra città e paese? Quantitiva? Ma Arminio classifica paesi giganti da 120.000 anime… amministrativa? Ma esistono città o cittadine che non sono capoluoghi… la presenza di quel genius loci, quid, odore, riconoscibilità che Arminio rintraccia così bene in ogni paese? Ma quello c’è anche a Ferrara, Perugia o Palermo… forse le case basse, forse il passaggio da paese e città è quello dal secondo piano al terzo piano. Non è un’idea tanto strampalata, il terzo piano suppone una condizione condominiale, una spartizione meno carnale, familistica, rurale dello spazio. La città è un paese coi condomini, nel paese il momento di condivisione si sposta nello spazio pubblico…

Eppure, i momenti più autentici di Arminio, che egli dissemina nel testo come un segno di manifattura, come le irregolarità e le macchie che garantiscono il prodotto naturale, sono quelli in cui confessa il suo stesso sfinimento, la sua stessa stanchezza di stancarsi, di eccitarsi a descrivere quello sfinimento. Quel giorno non ce la fa più a fare la parte del paesologo, quella mattina le rughe dei vecchi non gli danno nessuna emozione, e magari si va a godere un programmino berlusconiano alla tv. La crisi è profonda, intima, riguarda tutti noi, il male che deturpa il paese sta polimerizzando e plastificando anche le alture e le province vergini della psiche, e la poesia.

Sul rapporto fra Arminio, la morte e la scrittura ho scritto abbondantemente. Ecco per es. cosa dicevo recensendo Circo dell’ipocondria:

Arminio stabilisce con la morte un rapporto fusionale, intrinseco, quasi amoroso: “La paura si è invaghita del mio cuore/ e io le corrispondo”. Questo audace ribaltamento non è solo una trovata espressiva, ma corrisponde a un effettivo cambiamento di prospettiva. La paura non è più una disfunzione della psiche, ma un’arcana divinità che incute un timore misto a fascinazione, una sorta di ipostasi dell’ essere-per-la morte heideggeriano, che si è incapricciata della psiche molle, porosa e altamente adesiva dell’autore, e gli ha proposto un rapporto faustianamente ambivalente, di scambio fra dannazione e conoscenza. L’avventuroso Arminio ha ceduto al daimon che voleva possederlo, e ha trovato in quel rapporto quell’intensità erotica – nell’accezione in cui eros sta per vita, suggerita dal testo stesso – che gli è negata o che si è surrettiziamente negata nella vita ordinaria. La paura insomma come forma dionisiaca della conoscenza, come mania che si fa mantica, e appunto vaticinio poetico. In questo senso, forse, nel palpitare frenetico e eternamente agonizzante delle valvole mitrali di Arminio si può leggere l’ultimo, scompensato residuo di romanticismo della civiltà dei nostri giorni.
… Nello stesso modo nella disperazione di Arminio freme sempre il domani, pulsa sempre quella felicità stilistica che contraddice e riscatta la coscienza della fine.

Ed ecco cosa scrivevo a proposito di Nevica e ho le prove:

Questa volta mette in atto un altro espediente: crea una miriade di personaggi, fra i quali fa muovere un personaggio che dice io. Questi personaggi si accavallano e sovrappongono, esprimono punti di vista differenti e contraddittori, ma a ben guardare hanno in comune proprio quell’elemento che costituisce la sostanza e la realtà di una scrittura: la voce, lo stile, il tic linguistico. Insomma, a ben guardare, ciascun personaggio è in realtà sempre lui, diffratto in mille nomi come in un prisma. E non poteva essere altrimenti: nei libri di Arminio non può parlare altri da Arminio, perché a morire sarà lui. Chi deve vivere al suo posto, per assolvere alla funzione magica e compensatoria della scrittura, può essere solo lui stesso. Arminio è un po’ come quegli attori – Gassman o Sordi per esempio – che in realtà non recitano mai, perché sono sempre se stessi. Sono attori che fanno i se stessi, il cui personaggio consiste nel proprio io, infinitamente declinato, e diventa tale solo perché si duplica nello spazio della rappresentazione.

Basta sostituire la parola paese a personaggio, e a “io”, e quello che avevo detto risulta ugualmente valido.
Arminio parla sempre della stessa cosa, di quell’oggetto misterioso che è il suo corpo, di quel processo misterioso che è il tempo che accade a quel corpo, che sperde quel corpo. E dell’altrettanto misteriosa felicità che lo pervade finché esiste nella vita, è esistito dalla vita, su quel bilico fra vita e non vita che è la scrittura.

 

***

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5 Risposte to “Barbagianni, merendine, terzi piani”

  1. Pier Franco Uliana Says:

    La scrittura di Franco Arminio cammina sul margine slabbrato del Paese (che fu) delle cento città e segna quel che resta di marginale, prima che si faccia emarginazione urbana. Se fosse ancora presente il contrasto urbs-rus-sylva, egli sarebbe poeta di limitare. (E Livio Borriello di lui sarebbe degno compagno.)

  2. elio_c Says:

    Lettura sensibile, sgombera la mia riluttanza.

  3. icittadiniprimaditutto Says:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  4. liviobo Says:

    giusto quel che dice uliana, il mondo di arminio è marginale senza essere emarginato… tuttavia io ammetto di non credere granchè al modello paese (e neanche arminio infine lo vive bene).. la città mi andrebbe meglio, ma non “questa” città, quella moderna…magari una città a fasce alternata di verde, tipo scandinavo.. o ripescare quei bei modelli di “comuni” in campagna che non si sa perchè abbiamo buttato nel dimenticatoio insieme a certe idee dei decenni passati…

  5. Arminio Says:

    grazie a livio e a francesco. i libri belli non esplodono mai nel centro della società…lavorano ai suoi bordi

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