Luminosa signora.
Quasi un “poema in prosa”
“Il suo nome, signora; come vorrei conoscere il suo nome!”… Chissà se c’è modo di sapere chi veramente sia o come si chiami l’affascinante, misteriosa interlocutrice, evocata, percepita e talora ‘vista’, della lunga lettera – un “luminescente tappeto di scrittura”, un pezzo di bravura e preclaro poema in prosa – d’un personaggio, tutto en poète, il cui mittente è a sua volta anonimo.
Sedentario in una Venezia di limacciosi specchi d’acqua ma splendente di bellezza, chi scrive (trattasi di tipografo, “fabbricante di libri” lillipuziani, e ‘io’ loquente del romanzo di Alfonso Lentini Luminosa signora. Lettera veneziana d’amore e d’eresia, Firenze, Mauro Pagliai, 2011) è un uomo marcato dall’alieno stigma d’una ferita sul viso – un sanguinante schiaffo e un’offesa del mondo alla sua sensitiva identità – provocatagli da un proiettile vagante che gli ha lambito la guancia come uno sputo infuocato e salmastro.
Di lui apprendiamo, a parte la glossa sul suo vago mestiere, soltanto la vicenda dell’amatissimo padre anarcomarxista, guittesco e paradossale ‘musicista del silenzio’ morto pazzo nel manicomio, oggi “Museo della Follia”, dell’isola veneziana di San Servolo.




































