Archive for the ‘antonin artaud’ Category

Artaudiana (III)

settembre 20, 2013

Jean-Dubuffet, Portrait d'Antonin Artaud, 1946

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Artaudiana (II)

agosto 31, 2013

Antonin Artaud, La Projection du véritable corps, 1946

Antonin Artaud

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Artaudiana (I)

agosto 28, 2013

Antonin Artaud

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Juif errant

maggio 23, 2012

Marco Ercolani

Juif errant

1943. Scritta a Genica Athanasiou durante le prove del Juif errant. Artaud, delirante, non recitò la sera della prima.

Genica,
con il Juif errant va malissimo. Sono talmente scoraggiato che non faccio più niente. Recito con un’assenza profonda. Per la prima volta mi rimproverano di essere inerte. Eppure non lo faccio apposta. La mia potenza di espansione si è bruscamente afflosciata. E poi, il regista è di una grossolanità odiosa.
La tua ultima lettera è stata terribile. Perché insisti a giudicarmi? Perché ti aspetti da me delle risposte normali e ripugnanti, degne di un attore da Comédie Française? I miei nervi, Genica, sono di marmo. La mia anima è di pietra. Non sono più neppure ciò che mi illudevo di essere – grido rauco sparso nell’aria. La mia malattia – mi sorprendo a chiamarla psichica – si diffonde nel corpo con una rigidità che solo certi veleni orientali sanno provocare. Le parole sembrano inutili prigioni, ossa che non trattengono il soffio del corpo. Ricordi la cascata di Nantes? Tu amavi la sua parete di schiuma, bianchissima; io, invece, ero tutte le sue gocce, nel loro ininterrotto e violento dissolversi, nel loro inutile brulicare, rincorrersi, ricrearsi… (more…)

Un magico transitare: Michaux e Artaud (III)

aprile 18, 2012

Gilberto Isella

Artaud: la follia della carne e il vuoto

Avvistare i confini dell’Altrove con la consapevolezza di rimanere eternamente confinati sulla sua soglia, non potendo far altro che additarla, interrogarla all’infinito e tentare di dare un senso alle ombre-luci che essa proietta, è la condizione di ogni poeta moderno. «Urta, / Urta per sempre. / Nell’insidia della soglia. / Contro la porta, sigillata, / Contro la frase, vuota», scrive Yves Bonnefoy. La mitopoiesi – classicamente esemplificata dal virgiliano mito di Enea che viaggia nel regno dei morti incontrandovi l’ombra paterna – ha creato i modelli narrativi fondanti della cultura d’Occidente. (more…)

Un magico transitare: Michaux e Artaud (II)

aprile 17, 2012

Gilberto Isella

Michaux: il rallentare

Né l’immobilità parmenidea, né lo scorrere eracliteo. La cosa poetica può essere altro. Vi si può annunciare quello stato di contrazione, di ri-tenuta del moto, che è il rallentamento. Una momentanea entropia, una sorta di ambigua passività necessaria alla rivelazione: allentando la sua vista, il poeta si prepara a rivelare ciò che lo sguardo rapido e “frontale” del soggetto comune non ha mai rivelato. Il rallentante, in circostanze del genere, non è né un io né il mensurabile kronos. Corrisponde a uno stato dell’essere o della verità in procinto di manifestarsi là dove solo gli è possibile, ossia in quel luogo che verrà chiamato “lontano interiore”.
     Per enunciarne lo svelamento occorre che qualcuno, il poeta, rinunci ad accedere agli enti attraverso maschere pronominali precostituite. L’“accelerante” sapere dell’io-persona-presenza cede al “rallentante” senza nome, all’anonimo “si” livellatore. Nuvola, velo che protegge dai rumori del mondo, questo “si” assurge a una sorta di sublime anonimia in Henri Michaux, e non va confuso con l’impersonale “si” che Heidegger riferiva all’Esserci quotidiano e inautentico. (more…)

Un magico transitare: Michaux e Artaud (I)

aprile 16, 2012

Gilberto Isella

La carne, i libri

Leviamo l’ancora per un’esotica natura! Questo imperativo di Brise marine – che Mallarmé rielabora da Baudelaire e consegna ai posteri – sarà un faro per la poesia della nostra epoca. Una luce irradiante il cui colore dipenderà dal suo rifrangersi nelle diverse singolarità poetiche. Non c’è nessun esotismo corrivo in quell’esotica, nessun compiacimento romantico in quella natura su cui del resto la falce di Leopardi è passata da tempo. Natura è il naturando, il di là da venire che avviene: un impensato rifiorire degli elementi, lo stesso rinascere di uno sguardo sul mondo, alternativo a quello che vi ha gettato la ragione scientifica “positiva” e ordinatrice. (more…)

L’ultimo Artaud

ottobre 9, 2011

Marco Ercolani
Antonin Artaud

La scrittura “interminabile” dell’ultimo Artaud è, nel secondo Novecento, un punto di frattura nel concetto stesso di “opera” letteraria. Frammentaria, lacerata da neologismi, allitterazioni, imprecazioni, invettive, preghiere, glossolalie, non classificabile in nessun genere letterario (è simultaneamente diario, lettera, poesia, monologo, schizzo), testimonia la libertà di un artista eretico, intimamente surrealista, clinicamente folle, pervaso dal pathos dei suoi soliloqui. Artaud, dal 1946 al 1948, riempie quaderni su quaderni, li infittisce di morfemi, schegge verbali, disegni, creando un palinsesto straziato che sospende qualsiasi interpretazione, critica e clinica. Siamo, da lettori, spettatori di un “resoconto minuzioso e tremendo di stati vissuti fino al limite della morte”. Lo stesso Artaud, nei Frammenti di un giornale d’inferno, ne è il consapevole profeta: «Verrà il giorno in cui potrò scrivere per intero ciò che penso / nella lingua che da sempre non smetto di perfezionare / la lingua che nasce da me attraverso il mio dolore».

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Tre lettere a Picasso

luglio 28, 2010

Antonin Artaud

Roland Barthes

 

[N. d. T.] Le lettere di Artaud, conservate negli archivi del Musée Picasso di Parigi, sono apparse in «Europe», n. 873-874, 2002, pp. 39-43; le ultime due sono state poi riprese in A. Artaud, Œuvres, Paris, Gallimard, 2004, pp. 1143-1145. Le singolarità grafiche (ad esempio gli «a capo» nel corso della frase o la punteggiatura lacunosa) sono ovviamente presenti nel testo originale. La traduzione qui proposta è apparsa in «Arca», n. 10, 2004, pp. 117-120. Il saggio di Barthes, Artaud: écriture/figure, datato 21 giugno 1971, doveva servire da prefazione ad un libro su Artaud di Bernard Lamarche-Vadel, che poi quest’ultimo ha rinunciato a pubblicare; il testo è apparso in «Luna Park», n. 7, 1981 e ora si legge in R. Barthes, Œuvres complètes, III, Paris, Éditions du Seuil, 2002, pp. 877-879. [Giuseppe Zuccarino]

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Un’esperienza folgorante. Derrida e Artaud

giugno 18, 2010

Giuseppe Zuccarino

 

 

 

Un’esperienza folgorante. Derrida e Artaud

     L’attenzione di Derrida per Antonin Artaud si manifesta abbastanza presto, nel 1965, con la pubblicazione sulla rivista «Tel Quel» del saggio La parole soufflée. Il titolo è volutamente ambiguo, perché lo si può intendere sia come «la parola suggerita» che come «la parola sottratta». Il filosofo apre il suo testo discostandosi dal modo in cui di solito, a proposito di Artaud, si cerca di mettere in rapporto discorso critico e discorso clinico. Egli ritiene che, invece di trasformare lo scrittore in un caso (sia esso di tipo letterario o psichiatrico), occorra prestargli un ascolto del tutto diverso, «perché ciò che le sue urla ci promettono […] è, prima della follia e dell’opera, il senso di un’arte che non dà luogo a opere […], di una parola che è corpo, di un corpo che è un teatro, di un teatro che è un testo»(1). (more…)

L’opera non perfetta (III) – di Marco Ercolani

dicembre 22, 2009

Pazzie di artisti
Antonin Artaud

E’ dall’interno di un «dinamismo mai caratterizzato, mai situato, mai definito» che Artaud vive l’esperienza-scrittura. Nessuna forma definitiva, e quindi sepolcrale, potrà intrappolare la forza d’urto e d’urlo che ci arriva dai febbrili taccuini scritti e disegnati durante e dopo l’internamento nel manicomio di Rodez. Artaud rifiuta l’influsso centrale dello spirito, non tanto come soffio vitale quanto come senso teologico e ordinatore, forma delle cose, volume degli oggetti, tono della voce, codici sessuali, fisiologia corporea. «Io concepisco l’azione e la creazione/ in un dinamismo mai caratterizzato,/ mai situato,/ mai definito,/ la cui legge sono l’invenzione perpetua/ e il mio capriccio/ e tutto assume il valore/ nell’urlo e nell’urto vicendevole/ senza che si possa attribuire ad alcunché una virtù logica o dialettica caratterizzata/ poiché il mobile/ respinge le mire dello spirito e l’influsso dello spirito,/ da dove esso prende forma, volume, tono, splendore,/ non posso volere che appaiano degli elementi,/ dei principi, delle essenze,/ o delle qualità/ o delle virtù/ o soprattutto DEGLI ESSERI». (more…)


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