Nel circuito ingessato e spesso autoreferenziale della poesia italiana capita a volte che i riconoscimenti vadano a chi davvero li merita: è il caso di Fabio Franzin, autore che negli ultimi anni ha saputo coniugare ad una produzione quantitativamente rilevante un livello qualitativo decisamente elevato. Al tempo stesso mi sembra di poter dire che il desiderio di schematizzazione (non per volere di Franzin stesso, sia ben chiaro) abbia a volte portato a classificare la sua opera in modo decisamente semplicistico: da “poeta del Nordest perduto” a “poeta della fabbrica”, fino a “poeta del precariato”. Trovo che, come spesso accade con le definizioni, anche queste siano riduttive, e non rendano giustizia allo spessore della poesia dell’autore mottense. Così in fondo mi viene da sorridere di fronte ai Canti dell’offesa, pubblicati da Il Vicolo di Cesena: si tratta di una manciata di testi in italiano – per numero più di una plaquette, meno di una raccolta vera e propria – in cui Franzin rivolge il proprio sguardo alla crisi, questa bestia che ci imprigiona tutti ma di cui non comprendiamo bene le ragioni. (continua…)
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Canti dell’offesa
aprile 22, 2012Francesco Tomada, nell’ordine dei nomi
novembre 5, 2011“E oggi qualsiasi cosa mi passi accanto, può suscitare un verso dei poeti che ho letto: è la mia biologia che li porta, il mio ritmo cardiaco, essi vivono nelle mie fibre, talvolta parlano con la mia voce, della rete misconosciuta di strade che li conduce dentro il futuro, io non sono che una remota stazione, finché il Tempo non estinguerà il mio tempo di uomo.”
(Pierluigi Cappello, La mela di Newton)
Alcune cose
agosto 5, 2011Francesco Tomada
Carmine Vitale
Carmine Vitale ci consegna con Alcune cose (L’Arcolaio) un libro di una vitalità umile e sorprendente, che merita di essere letto, lasciato sedimentare e riletto più volte per scoprirne le immagini ed i segreti che forse ci erano sfuggiti. “A volte nella gola mi resta un balbettio / che non saprei tirare fuori neanche con le mani – / e così per un po’ di tempo smetto di parlare”: sembra che da qui nasca la poesia di Vitale, da un senso che a volte è stupore e altre sgomento, dipanandosi in parole e pensieri che, apparentemente, non sempre trovano un filo preciso ma in realtà lo tengono ben saldo, ancorandone i capi in una tensione che ha per estremi opposti l’infinitamente grande e il piccolissimo quotidiano. (continua…)
Gli alberi di Argan
luglio 15, 2011Maurizio Mattiuzza
Francesco Tomada
Il friulano Maurizio Mattiuzza giunge con Gli alberi di Argan (La Vita Felice) alla sua terza raccolta poetica, dopo La Cjase su l’ôr (1997) e L’inutile necessità(t) (2004); si tratta dunque del frutto di un percorso che prosegue da molti anni, anche attraverso una intensa attività di paroliere – ha lavorato con Lino Straulino e Renzo Stefanutti –, spoken poetry, stesura di racconti. Le collaborazioni in ambito musicale immagino che siano state fondamentali nella maturazione di Mattiuzza, in quanto la sua poesia si contraddistingue già ad una prima lettura per una metrica cadenzata e per un attento gioco di assonanze e rime, che caratterizzano quasi sempre la chiusa dei testi conferendogli una forza fonetica ed emotiva di grande spessore. Così a colpire non è tanto la forma in sé, né l’alternanza dell’italiano, del friulano, del dialetto della Valsugana, quanto la capacità di padroneggiare tutto ciò, di adattarlo con una grandissima naturalezza all’andamento delle composizioni, aspetto che spicca ancora di più ascoltando Mattiuzza leggere dal vivo. (continua…)
Il riparo che non ho
marzo 29, 2011Giovanni Fierro
Francesco Tomada
Il riparo che non ho (Le Voci della Luna, 2011) è la seconda raccolta del poeta goriziano Giovanni Fierro, e rappresenta un notevole passo in avanti lungo lo stesso percorso che già ne aveva caratterizzato l’esordio alcuni anni fa con Lasciami così. Giovanni Fierro amplifica i tratti distintivi della propria scrittura, che è una scrittura frantumata, che procede a scatti: se la bellezza sta nell’imperfezione, è proprio questo (ed è un pregio, non una critica) il valore della sua poesia, che si espone nella propria nudità privilegiando la tensione etica e morale che nasce dal vivere intensamente e totalmente le situazioni ed i luoghi. Non è il contenuto ad adattarsi alla forma, ma fortunatamente il contrario: le parole diventano livide, impietose, a volte dolcissime, a volte estremamente dure nel gridare quelle verità che normalmente vengono taciute. (continua…)
Il giorno dopo il vento
agosto 15, 2010Francesco Tomada
Francesca Pellegrino
E’ passato poco più di un anno da Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, la precedente raccolta di Francesca Pellegrino, eppure in Chernobylove molte cose appaiono mutate. Fortunatamente non la forza di Francesca, che si nutre di una poesia vivissima, formata da angoli, dolcezze, contrasti, e trova le sue basi su un talento decisamente notevole; il nuovo lavoro però appare più compatto e unitario, e per diversi aspetti anche più cupo. Già il titolo, estremamente evocativo, richiama ad una catastrofe ed insieme opera una fusione tra pubblico e privato, ed è questo uno dei tratti distintivi dell’intera raccolta: quasi tutti i testi portano un nome che richiama direttamente o indirettamente filastrocche, slogan pubblicitari, espressioni comuni nel dire, ed allo stesso modo quasi tutti i testi sono estremamente privati e personali, ed hanno come tema il come ci si sente “il giorno dopo il vento”, dopo che l’amore è finito. Due catastrofi che si compongono di dolore e rabbia, di insicurezza e necessità di riaffermazione del proprio orgoglio: in questo orizzonte la poesia di Francesca Pellegrino coraggiosamente diventa esposizione-escoriazione del sé, mettendo a nudo gli spigoli e le amarezze in misura più immediata di quanto facesse in passato.
Le regole del gioco
giugno 28, 2010Kajetan Kovič
Scrivere è l’esortazione a non dimenticare chi si è, soprattutto nel momento in cui ci si affaccia pericolosamente sul bordo di un precipizio che, se affrontato con coraggio, non si apre nel vuoto assoluto.
- REGOLE DEL GIOCO
(Poetica)
Bisogna trovare parole cariche di elettricità.
Bisogna metterle in fila
e trasformarle in batterie.
Bisogna convogliare i fiumi
e costruire turbine.
Bisogna erigere linee di alta tensione.
Bisogna commissionare la pioggia.
Tutto dev’essere pronto.
All’arrivo della grande acqua
una poesia vera funziona come una centrale elettrica.
Basse verticali
maggio 31, 2010Stefano Leoni
Francesco Tomada
“Non c’è volgarità nell’essere a tratti impoetico / calibrare / mettere un verso sporco al punto giusto”: così si apre Basse Verticali, la nuova raccolta di Stefano Leoni, ed è una esplicita ma non forzata dichiarazione di intenti. E’ bene chiarire subito che Leoni si è reso protagonista negli anni di un percorso appartato ma molto valido, in continuo divenire, di cui Basse Verticali rappresenta uno dei punti più limpidi. Immagino che l’autore abbia (anche se ammetto di non esserne sicuro) una formazione in qualche modo scientifica: si nota dalla sua accurata capacità di analisi, verrebbe da dire in certi momenti quasi di catalogazione delle piccole cose da cui inizia il cammino del libro. Al tempo stesso però riesce sempre e subito ad introdurre uno scarto emotivo che scava una distanza, uno spazio in cui la poesia sembra trovare albergo. “La mia pelle bianca / qualche erezione mattutina / un piccolo sputo di dentifricio // si resta anche dove non si vorrebbe restare // e niente parla di noi”, questo è osservare per andare oltre, fare uno sforzo umano prima ancora che poetico, conoscere il labirinto per poter così dividere ciò che appartiene da ciò che è superfluo, “distaccare tutta l’estraneità”. Se la vita ci appare come una serie di coincidenze meccaniche, se l’uomo è una sorta di piccolo/grande accidente nell’Universo, se il tempo in cui siamo è solo uno fra tutti i numerosi possibili tempi, in che cosa possiamo trovare il senso del nostro essere che invece nel tempo e nello spazio è limitato ad un qui e un adesso, a chi incontriamo, a chi vediamo anche distrattamente? “C’è da chiedersi perché ci siamo dati appuntamento / proprio qui / io e qualcun altro”.
Le parole nascono già sporche
gennaio 3, 2010La scrittura di Michele Obit viene dalla pazienza, dal silenzio, dalla sincera esigenza di fissare i versi sulla carta solo quando si sono davvero trovati il tempo ed il modo di farlo: si tratta di parole coagulate e concresciute come sassi attorno al loro senso, che ne diventa densità e pienezza. Michele non si accontenta di esprimere rabbia o indignazione o affetto, ma scava fino alla radice comune di questi sentimenti – al seme duro che portiamo dentro – e di volta in volta li declina in un percorso profondamente ed eticamente umano. Allora nasce una poesia giusta, dove la parola non ha bisogno di essere gridata perché è già lì dove doveva stare, a raccontare tutta la tenacia che serve per restare attaccati alla vita e provare a darle una forma in cui ci si possa riconoscere. (Francesco Tomada)
Decametron – La nuova poesia slovena
dicembre 5, 2009
Da poco è stata pubblicata dalla Società degli Scrittori Sloveni e dal Centro Sloveno P.E.N. “Decametron”, una interessante antologia bilingue che racchiude i testi di dieci autori e può fornire un primo sguardo sullo stato della poesia d’oltreconfine anche a chi non ha familiarità con la lingua originale. Gli autori selezionati non appaiono omogenei dal punto di vista anagrafico: alcuni di essi sono nati negli anni sessanta (Cvetka Bevc, Ivan Dobnik, Maja Vidmar, Cvetka Lipuš, Michele Obit), altri nei settanta (Primož Čučnik, Lucija Stupica, Jurij Hudolin, Miklavž Komelj), e uno, Andrej Hočevar, nel 1980. Inoltre due di essi, Cvetka Lipuš e Michele Obit, vivono rispettivamente in Carinzia ed in Friuli Venezia Giulia. Per quanto dunque tutti facciano parte delle generazioni medio-giovani, alcuni hanno iniziato la loro attività ai tempi della Jugoslavia, o almeno hanno vissuto quella realtà per un periodo piuttosto lungo, mentre per altri la formazione è legata quasi esclusivamente ad una situazione più simile a quella attuale. Forse per questo, oltre alle naturali peculiarità individuali, anche i canoni espressivi sono alquanto eterogenei, come risulta evidente anche dai testi proposti qui di seguito. (continua…)
Lorenzo Carlucci – Note su “A ogni cosa il suo nome” di Francesco Tomada
settembre 26, 2009
Cosa c’è nel museo di Auschwitz // ci sono scarpe abbastanza da calzarne i piedi / di una intera generazione // occhiali per vedere tutti i panorami d’Europa // valigie per milioni / di possibili ritorni a casa // tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima / il nome sulle etichette il fango secco sulle suole / solo una cosa è andata avanti / – non posso chiamarlo proprio vivere – // c’è una stanza intera di capelli / sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora / che nella vecchiaia / non li hanno mai raggiunti //

Note su A ogni cosa il suo nome di Francesco Tomada.
La richiesta di Tomada in “A ogni cosa il suo nome” è una richiesta di completezza e correttezza del discorso. Per ogni cosa esiste un nome proprio (nel senso di adeguato) e attribuire ad ogni cosa il nome ad essa adeguato è un bene. Leggendo il libro mi sono chiesto su cosa si fondasse questa certezza del poeta, se ad essa fosse sottesa una ontologia, in quale orizzonte metafisico essa si trovasse iscritta. Mi sono dato qualche risposta, e soltanto parziale, e provo a scriverla qui sotto.
Saperti a piedi nudi – di Filippo Amadei
giugno 24, 2009
Nota critica di Francesco Tomada
“Saperti a piedi nudi” (Lietocolle) è la seconda raccolta poetica di Filippo Amadei, che aveva esordito nel 2005 con “La casa sul mare” (Il Ponte Vecchio), e si caratterizza per una versificazione distesa, leggibile e sicura. Rispetto all’opera prima sono evidenti i passi in avanti compiuti dal giovane autore forlivese nella consapevolezza dell’utilizzo della lingua e nella definizione di uno stile personale senza nascondere il punto di partenza:
Il tramonto confonde il gioco dei confini
ruota l’emisfero luminoso degli oggetti
li conduce verso l’oceano dell’ombra
anche lo spazio del mio corpo ritorna
tutt’uno, senza equatori né divisioni
di luce, senza ferite – è così che si rinasce.
In Palestina non crescono abeti…
dicembre 25, 2008“BLESSED ARE THE PERSECUTED
AND BLESSED ARE THE ONES WHO MOURN”

(Murales a Ramallah, immagine fotografica tratta da Georgiamada)
Natale, un altro
C’è una pecora riversa sul fianco da una settimana
ci sono due donne in coda davanti al forno
che ha una finta luce sempre accesa
ma il pane da mangiare non cuoce mai
abbiamo avuto poca cura nel fare il presepe quest’anno
e i nostri bambini hanno voluto mettere
i loro soldatini fra le statuine
adesso assomiglia di più alla Palestina di oggi
ci sono tre uomini con i fucili e il volto coperto
e dove finisce il muschio che imita l’erba
subito inizia il deserto
(F. Tomada, da A ogni cosa il suo nome, Le Voci della Luna, 2008)
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A ogni cosa il suo nome – di Francesco TOMADA
novembre 7, 2008
E’ un libro splendido, indimenticabile, questa seconda prova di Francesco Tomada. Se L’infanzia vista da qui lasciava balenare, comunque, pur tra i reticoli e le ferite di una materia umana ricondotta alla sua primogenitura sulle ragioni del verso, l’artigianato di matrice sapienziale di una mano capace di ricostruire volti e storie da un dettaglio minimo, quotidiano, trattenuto ad altezza di sguardo e di memoria un attimo prima di vederlo consegnarsi, inerte e vanescente, all’oblio degli anni, A ogni cosa il suo nome scardina ogni argine, ogni sia pur minima vocazione e dicibilità retorica, di natura e ascendenza intellettuale o emotiva, e costringe alla resa, all’immersione in uno spazio fluttuante, elementare, dove le voci acquistano la risonanza albale di ciò che, senza inizio, pur circoscritto ineluttabilmente dal ciclico ripetersi delle stagioni, non teme la deriva verso il deserto, perché i segni che lascia sulla pagina ne sono la negazione: semplicemente esistendo nel loro corpo, antico e sempre nuovo, di parole, di sangue e terra, di acque e di radici. (continua…)














































