La scintilla inestinguibile: Del pesce e dell’acquario di Ilaria Seclì
«Il fine ultimo della poesia è il paradiso», scriveva Zanzotto a proposito di Montale. Eppure non è a caso che Eden possa dare in prestito il proprio nome a una località di devastazioni psico-fisiche, come accade nell’ultimo film di Von Trier, Antichrist. Il paradiso non è mai solo una meta, ma comincia già col percorso accidentato che vi ci porta: ha più familiarità con una condizione liminale, una soglia in cui dannazione e benedizione si danno convegno. Il paradiso non è privo di peso: il corpo ne fa parte quanto la levità e la trasfigurazione. Il percorso fa penare anche le membra, non solo l’anima. Equivale a dire che non esiste una separazione netta tra i tre ipotetici regni oltremondani: la regione è pressappoco la stessa e il punto di partenza – e forse anche quello di arrivo – è sempre e comunque questa terra. Si può concludere che la purezza ha commercio con la perdizione, rielaborando le parole di Amleto rivolte a Ofelia: non lasciare che la tua onestà (o autenticità, genuinità potremmo dire) abbia rapporto con la tua bellezza. Nei nostri tempi, ugualmente “out of joint” (“fuor di sesto”), come quelli del principe di Danimarca, è la purezza a essersi smarrita e non per commercio con la corruttibilità del bello, ma per un mancamento della sua stessa quidditas. La purezza non si fonda più su una generica rinuncia di stampo cristiano, ma sulle macerie di una ormai inconsistente spontaneità. La purezza non ha più nulla di trascendente, nell’accezione canonica, ma corrisponde all’ingoiare le nefandezze del nostro tempo.





































