Archivio per la categoria ‘jacques derrida’

Quaderni delle Officine (XXVIII)

aprile 1, 2013

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Quaderni delle Officine
XXVIII. Aprile 2013

Giuseppe Zuccarino

 

 

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Giuseppe Zuccarino – Derrida e la metafora (2013)
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Derrida e la metafora

aprile 1, 2013

Remedios Varo, Tránsito en espiral, 1962

Giuseppe Zuccarino

Derrida: l’avanzare-ritrarsi della metafora

     Nel 1971, Jacques Derrida pubblica sulla rivista «Poétique» un ampio saggio, La mythologie blanche, ripreso l’anno dopo all’interno del volume Marges – de la philosophie(1). Argomento del saggio è il rapporto tra filosofia e retorica, e più in particolare il ruolo che va assegnato, in quest’ambito, alla metafora. (continua…)

Quaderni delle Officine (XXVII)

luglio 8, 2012

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Quaderni delle Officine
XXVII. Luglio 2012

Giuseppe Zuccarino

 

 

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Giuseppe Zuccarino – Il Libro, il mimo, il dono (2012)
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Il Libro, il mimo, il dono. Derrida e Mallarmé

luglio 8, 2012

Giuseppe Zuccarino

Il Libro, il mimo, il dono. Derrida e Mallarmé

     1. Una delle prime opere del filosofo Jacques Derrida, L’écriture et la différence, si apre con una singolare epigrafe virgolettata: «le tout sans nouveauté qu’un espacement de la lecture»(1). Non viene indicata la paternità della formula, bensì soltanto il testo da cui è tratta, vale a dire la prefazione a Un coup de dés, il che basta a far riconoscere l’autore, il poeta ottocentesco Stéphane Mallarmé. Per capire il senso del segmento frastico prelevato da Derrida, occorre risalire al contesto originario. (continua…)

Il dono del lutto

dicembre 14, 2010

Lorenzo Barani

“E’ doveroso ri-pensare da capo l’essenza del dono, oltrepassare un’economia basata sul profitto e sulla speculazione. I nostri morti ci donano, nel lavoro del lutto, un tempo gratuito e ci indicano che è possibile un modo nuovo di lavorare e di abitare la terra.”

(continua…)

Un’esperienza folgorante. Derrida e Artaud

giugno 18, 2010

Giuseppe Zuccarino

 

 

 

Un’esperienza folgorante. Derrida e Artaud

     L’attenzione di Derrida per Antonin Artaud si manifesta abbastanza presto, nel 1965, con la pubblicazione sulla rivista «Tel Quel» del saggio La parole soufflée. Il titolo è volutamente ambiguo, perché lo si può intendere sia come «la parola suggerita» che come «la parola sottratta». Il filosofo apre il suo testo discostandosi dal modo in cui di solito, a proposito di Artaud, si cerca di mettere in rapporto discorso critico e discorso clinico. Egli ritiene che, invece di trasformare lo scrittore in un caso (sia esso di tipo letterario o psichiatrico), occorra prestargli un ascolto del tutto diverso, «perché ciò che le sue urla ci promettono […] è, prima della follia e dell’opera, il senso di un’arte che non dà luogo a opere […], di una parola che è corpo, di un corpo che è un teatro, di un teatro che è un testo»(1). (continua…)

Derrida e Joyce

marzo 21, 2010

Giuseppe Zuccarino

Babele, il riso, il sì.
Derrida e Joyce

In apparenza, Derrida non si è occupato molto dell’opera di James Joyce, dedicando ad essa solo uno dei suoi libri. Tuttavia, a un esame più ravvicinato, diventa possibile scorgere il ruolo esemplare che il filosofo assegna allo scrittore irlandese. Ciò, anzi, si manifesta fin dall’inizio, ossia in un testo datato 1961. Alludiamo al lungo saggio introduttivo che precede la traduzione, ad opera dello stesso Derrida, di uno scritto di Husserl sull’origine della geometria(1). A prima vista parrebbe difficile trovare un nesso tra il pensiero del filosofo tedesco e l’opera joyciana, ma ciò dipende dal fatto che si pensa subito a una possibile analogia e non all’ipotesi di un rapporto oppositivo. È appunto di questo tipo, secondo Derrida, il legame che è possibile stabilire non tanto fra il corpus testuale dell’uno e dell’altro, quanto piuttosto fra i due rispettivi atteggiamenti. (continua…)

Quaderni delle Officine (IV)

gennaio 20, 2010

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Quaderni delle Officine
IV, Gennaio 2010

Giuseppe Zuccarino

 

 

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Giuseppe Zuccarino, Modalità di lettura-scrittura in Derrida
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Modalità di lettura-scrittura in Derrida

gennaio 20, 2010

Giuseppe Zuccarino

 

Tout se réfléchit dans le medium ou le speculum de la lecture-écriture…

(J. Derrida, La double séance)

 

Porre il problema del rapporto, o dei diversi tipi di rapporto, tra le posizioni teoriche di Jacques Derrida e la letteratura significherebbe già discostarsi, almeno in parte, dal punto di vista dell’autore. Questi, infatti, non ha mai inteso assumere gli ambiti letterario e filosofico, e i loro modi di discorso, come semplicemente delimitati o delimitabili. Ai suoi occhi non si tratta dunque, e per esempio, di fare dei testi letterari un oggetto eventuale dell’interrogazione filosofica, ma piuttosto di riflettere in primo luogo sulla linea di demarcazione che si ritiene separi le due aree culturali. Come si legge in un testo derridiano abbastanza recente, «la filosofia si trova, si ritrova allora nei paraggi del poetico, anzi della letteratura. Vi si ritrova poiché l’indecisione di questo limite è forse ciò che più la provoca a pensare. Vi si ritrova, non vi si perde necessariamente come credono, nella loro tranquilla credulità, coloro che presumono di sapere dove passa questo limite e vi si trattengono paurosamente, ingenuamente, benché senza innocenza, privi di ciò che si deve chiamare l’esperienza filosofica: una certa traversata interrogante dei limiti, l’insicurezza quanto alla frontiera del campo filosofico – e soprattutto l’esperienza della lingua, sempre tanto poetica, o letteraria, quanto filosofica».

(continua…)

L’ultimo pezzullo di db (XXIV – XXV)

ottobre 20, 2009

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(continua…)

Scrivere la ferita – di Giuseppe Zuccarino

ottobre 13, 2009

[GIUSEPPE ZUCCARINO]

9782020982832Scrivere la ferita.

Geoffrey Bennington riceve l’incarico di redigere, per la collana «Les contemporains» delle Éditions du Seuil, una monografia su Derrida. I libri di questa serie vertono normalmente su narratori e poeti, non su filosofi (tra i dieci titoli apparsi fino a quel momento, solo uno fa eccezione, essendo dedicato a Wittgenstein), e presentano inoltre un piccolo corpus di fotografie relative allo scrittore oggetto del discorso. Nel caso specifico, il contratto prevede una clausola aggiuntiva, quella che nel volume, oltre allo studio di Bennington, sia incluso uno scritto realizzato per l’occasione dallo stesso Derrida. Il filosofo però, invece di limitarsi a redigere una premessa o postfazione, sceglie di procedere in modo assai più inventivo: il suo testo, Circonfession, si presenta infatti come una lunghissima e autonoma nota a piè di pagina (stampata in caratteri piccoli su fondo grigio), che accompagna dall’inizio alla fine il testo di Bennington(1). (continua…)

Luci e ombre ad Atene – di Giuseppe Zuccarino

marzo 30, 2009

[GIUSEPPE ZUCCARINO]

9782718607931 «Je voyageais en Grèce avec ces photographies depuis que Jean-François Bonhomme me les avait données. Un risque avait déjà été pris, promettre d’en accompagner de quelque façon la publication, et je commençais à m’approcher d’elles, avec une familiarité d’ignorant, déjà, où se mêlaient la fascination, l’admiration, l’étonnement, toutes sortes de questions inquiètes, en particulier sur la forme que je pourrais bien donner à mon texte. Sans le savoir, j’avais dû décider, à cette date, le 3 juillet, n’ayant encore rien écrit, que cette forme serait à la fois aphoristique et sérielle. Jouant ainsi du noir et blanc, de l’ombre et de la lumière, je disperserais alors mes “points de vue” ou “perspectives”, tout en feignant de les rassembler dans la séquence de leur séparation même, un peu comme un récit incessamment interrompu, mais aussi comme ces pierres mortuaires, dressées dans L’Allée des tombeaux. Autour de celle qui donnait à lire le nom d’Apollodore, j’avais déjà remarqué l’insistance d’un motif sériel. Allée (et venue) de l’une à l’autre, d’une colonne à l’autre et d’un terme à l’autre, cette sérialité porte le deuil. Elle porte le deuil en raison de sa structure discrète (interruption, séparation, répétition, survivance), elle porte le deuil d’elle-même, au-delà des choses de la mort qui forment son thème, si l’on veut, ou le contenu des images. Jamais, et non seulement dans les allées du Céramique, au milieu de ses stèles funéraires, qu’on en voie l’intégrité ou un détail, jamais aucune de ces photographies n’évite de signifier la mort. Mais sans la dire. Chacune en tous cas rappelle à la mort accomplie, à la mort promise ou menaçante, à la monumentalité sépulcrale, à la mémoire dans la figure de la ruine. Livre d’épitaphes, en somme, et qui, oui, porte le deuil en effigie photographique.» (J. D.)

[Jacques Derrida, Demeure, Athènes, Photographies de Jean-François Bonhomme, Paris, Éditions Galilée, "Ecritures/Figure", 2009.]

(continua…)


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