Quaderni di RebStein
XLV, Maggio 2013
Natàlia CASTALDI
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Natàlia Castaldi, Solo la parola sopravvive (2013)
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Quaderni di RebStein
XLV, Maggio 2013
Natàlia CASTALDI
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Natàlia Castaldi, Solo la parola sopravvive (2013)
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Era l’unica cosa da fare
“Era l’unica cosa da fare”, ripeteva tra sé, stringendo i lembi del cappotto sul petto. Non aveva mai creduto alle cose durature, all’eterno manco a parlarne, ma non riusciva a dimenticare quel volto, quello che avrebbe dovuto cancellare col suo solito cinismo.
La stagione delle cose passate, quella degli ideali per cui lottare si era spenta dentro il suo sguardo cupo, che a guardarlo bene fino in fondo, rifletteva un abisso di paure e rimpianti infantili, che solo gli abbandoni ingiustificati possono generare. (continua…)
“Dove vanno a finire i personaggi di un film ancora da girare?
Qualunque pellicola immagini, l’umano è sempre in agguato con le sue gabbie da raccontare.”
Davide sapeva che non poteva tornare, la scena era ormai cambiata, il regista gli stava riscrivendo ruolo e partitura. La sua canzone tra memoria e compiacenza avrebbe dovuto occultare la scena precedente in una pozza di sangue, ma il sangue di Elvira aveva una dolcezza particolare, che s’intonava all’incarnato bianco, facendo risaltare la passione in un balbettio di reminiscenze.
Elvira aveva portato a termine i compiti, chiarito la sequenza delle scadenze. In poche parole la madre era soddisfatta, era riuscita nel suo borghese intento di incastrare la figlia nel ruolo anonimo del suo salotto: un personaggio scomodo come Davide non avrebbe più dovuto varcare la soglia delle fantasie della sua prediletta complice di ruoli e reclusione. “Davide doveva evaporare”.
“tutto ciò che vidi e seppi fu illusorio,
come i sogni della notte che all’alba svaniscono,
e così fu per quelli che mi stavano intorno”
MECCANISMO
Il meccanismo richiedeva di provare a stendere le braccia così come alcuni millepiedi le zampe e abbracciare più tempo rimasto a scivolare sulla schiena. Molto cantavano i nervi stirati nel percorso irato tra lo iato e il dattilo scritto a mano e il peso conteso tra la lingua e il candore. Sempre articolata anche l’anca dolorante deambulante pari a un sogno svegliato che si astiene confuso mentre era ancora visibile il fumo soffiato via dal mare per le stelle cadute a spegnersi così come quando smette di stringerti la vita e rilascia scaglie forate di derma creando un polverone che parla in controluce.
Es
Non so esattamente cosa mi spinse ad addentrarmi in quella terra arida, così diversa dal biancore della mia pelle tutta imbibita di cortisonici, ma fu la prima cosa che feci appena uscito da quel ricovero forzato. Ne avevo sentito parlare in quei giorni di degenza come meta per i pellegrini in cerca di grazia, tuttavia, la ragione del mio viaggio aveva radici diverse dalla necessità d’intercessione col Padreterno e dalla fede, che peraltro non mi avrebbe mai illuminato. Ciò che mi incuriosiva al punto da decidere che sarebbe stata la prima cosa da fare con ancora il bagaglio appresso e l’odore di anestetici addosso, era l’idea della spiaggia sotto la rupe su cui capeggiava l’immaginetta di una madonna nera con le braccia aperte e uno sguardo triste, che mi aveva mostrato un compagno di stanza nell’ora del suo quotidiano recitare vespertino. Era un uomo mite, silenzioso, di una fede riservata e misteriosa, poco invadente, rara in questo senso. Ne percepivo il pregare a voce soffocata, rotta dentro un silenzio fatto di sguardi e paure, ma anche di speranze cui aggrapparsi tenacemente. (continua…)
Giancarlo Mazzacurati
Carlo Emilio Gadda
Giovanni Campi
20-01-1987
(Sulla ‘digressione’)
(Su come Gadda, cioè, sia riuscito a costruire
la Cognizione del dolore)
Eco è veramente la dea del linguaggio poetico. Sull’opera che deve nascere, fa passare questo soffio lamentoso, desolato, in cui si eleva l’esigenza della vita fisica che si alimenta di uniformità e ripetizioni. Nel pensiero la vita vuole ritrovare la carne; ecco perché la poesia è il suo atto più alto: interiorizza la parola. E io pensavo a questo, è chiaro, quando ho scritto, in un quaderno di note che ho sotto gli occhi: «scrivere è trovare il cammino delle lacrime, scoprendo quello che si conosceva. Siamo separati dal mondo perché lo siamo da noi stessi; una ferita è proprio questa separazione, e se siamo feriti possiamo amare solo ferendo». Sono certo che esistano esseri di luce, e la loro mente annulla la distanza con la velocità. Tutta la realtà è il contenuto del loro pensiero. (Joë Bousquet)
Monique Pistolato
E’ come la consuetudine di tracciare nell’aria le virgolette con le mani quando non siamo in grado o non abbiamo voglia di pensare la parola giusta: ci si accontenta, non è proprio quello che voglio dire ma tu cerca di capire, più o meno funziona così. Possiamo lamentarci che le mails, gli sms, le chat impoveriscano la lingua, ma è vero fino ad un certo punto: impoveriscono il lessico, è possibile, ma la prima forma di svilimento sta nel non rispettare le parole, nel non cercare per pigrizia o fretta le giuste parole. Così lentamente e impercettibilmente ci si accomoda nell’omogeneità, ci si appoggia su espressioni talmente comuni da perdere il loro senso senza acquistarne in cambio uno di uguale valore. (continua…)
EX.IT
Materiali fuori contesto
Biblioteca Comunale “Pablo Neruda”
Albinea (Reggio Emilia)
12-13-14 aprile 2013
scrittura, video e musica
reading, proiezioni audiovideo e
performance sonore
in tre giornate di incontri
ideati e curati da
Marco Giovenale, Mariangela Guatteri,
Giulio Marzaioli, Michele Zaffarano
LA PUSTOLA
Quel giorno Rolando Musu non aveva niente da fare. Stava seduto sulla panchina verde scomparso e provava a sentire il fruscio degli occhi che aspettavano il tempo. Anche se sapeva benissimo che per lui il tempo non esisteva, perché era morto e aveva scoperto che il tempo non si occupa più dei morti; in effetti, il tempo non si occupa di nessuno, solo i vivi pensano spesso a lui, al tempo, come a una cosa di fretta nel mondo. (continua…)
Davvero a volte non riesco a capire. Cos’è la prosa poetica? Cos’ha di diverso dalla prosa non poetica? Forse è una forma di cortocircuito: ricordo Erri De Luca che scriveva, a proposito della sua poesia: “Non li ho raggiunti, i versi. Qui ci sono linee che vanno troppo spesso a capo.” Eppure io, la sua, l’avrei chiamata poesia.
Come chiamerei poesia anche altre scritture, quelle dove probabilmente “ci sono versi che vanno troppo poco a capo”. Leggo discussioni interessantissime – e lo dico senza nessuna ironia, anzi – sulla forma, alle quali io di solito non partecipo, ma assisto per imparare. Poi però capita qualcosa che sfugge, che spiega l’inutilità di quanto si è appreso, l’eccezione che conferma la regola perché la poesia è, per fortuna, eccezione anche a se stessa. (continua…)
Una felice eredità
“Vivere un’immagine affinché altri, anche a distanza di secoli, la vivano a loro volta: ecco un dono che non ha prezzo”. In questa frase di Marco Furia, tratta dalla sua plaquette La parola dell’occhio (Edizioni L’Arca Felice, collana “In Limine”, Salerno 2012), è racchiuso il senso di questo prezioso libriccino, dove l’autore commenta dodici dipinti di pittori classici e contemporanei, viaggiatore innamorato di immagini lasciate a noi in eredità da artisti amici e affini. “Se la conoscenza è il destino dell’uomo, l’arte sarà sempre sua preziosa alleata”. Furia elenca ponti, passi, castelli, vedute, nature morte, come fossero appena visti e subito ricreati dall’innocenza della sua parola, che li descrive e li evoca con elegante stupore: “la parola dell’occhio”. Ripercorre un mondo composito e multiforme dove inventare immagini è atto vitale fertile e inesauribile, che non smette mai di creare, nel presente e nel futuro, gli spettatori di quei dipinti. “Il suo scopo non è quello di approntare una ‘valutazione’ delle loro qualità stilistiche o della loro costituzione formale; il proponimento mira invece a far da coro, potremmo dire, alle medesime vibrazioni avvertite dai pittori nel momento della stessa creazione artistica” (Mario Fresa). (continua…)
“E tutta la vita sono stato alla ricerca di una lingua
in grado di dire l’anima. E intanto quella lingua diceva
ed io soltanto da quella mi lasciavo dire.”