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	<title>La dimora del tempo sospeso</title>
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	<description>Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto.</description>
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		<title>Le balene &#8211; di Antonio Scavone</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Dec 2009 08:00:53 +0000</pubDate>
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&#160;
Le balene
     Non trovano calamari ma buste di plastica, le ingoiano per fame, hanno perso l’orientamento per sfuggire ai cacciatori giapponesi e norvegesi, si spiaggiano anche sulle nostre coste ormai lontane dalle loro acque abituali, muoiono per asfissia, restano sulla battima come giganti abbattuti da forze invincibili, mastodonti del mare ma fragili come malati terminali, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19655&subd=rebstein&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/00135004.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-19656" title="00135004" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/00135004.jpg?w=166&#038;h=336" alt="" width="166" height="336" /></a></p>
<p align="center"><a href="http://www.ihousephilly.org/images/BetteDavis.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-19658" title="BetteDavis" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/bettedavis.jpg?w=118&#038;h=150" alt="" width="118" height="150" /></a></p>
<p><a href="http://www.silentsaregolden.com/photos/lilliangish.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-19661" title="lilliangish" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/lilliangish.jpg?w=118&#038;h=150" alt="" width="118" height="150" /></a></p>
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<p align="center"><strong>Le balene</strong></p>
<p>     Non trovano calamari ma buste di plastica, le ingoiano per fame, hanno perso l’orientamento per sfuggire ai cacciatori giapponesi e norvegesi, si spiaggiano anche sulle nostre coste ormai lontane dalle loro acque abituali, muoiono per asfissia, restano sulla battima come giganti abbattuti da forze invincibili, mastodonti del mare ma fragili come malati terminali, orrendi e titanici come il mostro marino che Marcello Mastroianni scopre alla fine de “La dolce vita” di Fellini: sono i cetacei scampati agli arpioni ma non al degrado, sono le balene che Sarah e Libby, sin da bambine, aspettavano di vedere in un altro angolo di mondo, sulle coste rocciose dell’isola Maine sull’Atlantico. <span id="more-19655"></span><br />
     La storia che David Berry scrisse nel 1981, e che Lindsay Anderson girò nel 1987, è in realtà senza storia, non c’è racconto se non come abbozzo, non c’è sviluppo se non come iter narrativo. È una “storia” che si ripete e ripiega su se stessa, sulle due sorelle Logan – una, Libby, arcigna e dispotica; l’altra, Sarah, gentile e premurosa. Da ragazze, Sarah e Libby con la loro amica d’infanzia Tisha andavano sulla punta del promontorio per osservare il passaggio delle balene nel mese di agosto: l’avvisaglia di questo transito – spettacolare e suggestivo – era data da un altro passaggio, da un’invasione più cospicua e fortunosa per la pesca del signor Randall, quello delle aringhe che anticipava appunto l’arrivo delle famose balene. Dopo cinquant’anni e più, dal 1910, le due sorelle – ormai vecchie – si sono ritrovate a vivere insieme nel cottage di Sarah di fronte al mare, all’Oceano Atlantico, e vivono come possono farlo due anziane, di una pensione di guerra (del marito di Sarah), di qualche sporadica generosità dei figli (di Libby), del tempo quieto e delicato “che non aspetta tempo” come dice Sarah e, non ultime, dell’amicizia talvolta esuberante di Tisha, di quella ossequiosa e forbita dell’esule russo Maranov, dell’invadenza di Joshua Brackett, un chiassoso idraulico che propone di sistemare a un prezzo conveniente una luminosa vetrata sul portico del cottage, per godersi il panorama al riparo dal vento e in tranquillità.<br />
     Ma in questa saga della terza età non sempre le cose sono tranquille, non sempre gli animi lo sono. L’ipotesi della vetrata viene respinta vigorosamente da Libby, sebbene il cottage appartenga a Sarah. Colpita da cecità, Libby trasuda di egoismo e crudeltà, è chiusa in se stessa, rifugge dai ricordi, predica l’abbandono e la futilità degli avvenimenti e aspetta nient’altro che la morte perché tutto è svanito nel tempo, perché tutti sono a suo giudizio infingardi e opportunisti. Sarah, invece, è il ritratto della pazienza e della disponibilità: riordina la casa e i ricordi, fa da mangiare e assiste la sorella, confeziona koala di stoffa e invita a cena il nobile decaduto Maranov che le fa dono delle aringhe pescate di buon mattino, pregustando il chiaro di luna che da quel portico è una meraviglia. Libby rifiuta anche l’ospite e minaccia di disertare la cena.<br />
     Che senso ha una storia così semplice e senza sviluppo? Che significati acquistano quelle balene che passano d’agosto, sulla costa del Maine, quasi solo per rinverdire il passato di queste due sorelle sole e abbandonate?<br />
     Il senso potrebbe essere, ed è in realtà, quello di una vita vissuta sullo scadere delle stagioni, sia quelle naturali, sia quelle esistenziali. Il senso potrebbe essere quello di una scansione “andante” nel ritmo della vita, di una ciclica e monotona ripetitività, così tipica per le persone anziane al di là e al qua dell’Atlantico.<br />
     Questo è senz’altro il senso che Libby ha conferito alla sua vita e quindi all’esito della sua vita – vantaggi e sfortune, desideri e rinunce – ma non è l’aspettativa di Sarah che, sebbene più vecchia di Libby, “si dà da fare comunque”, si accetta e si propone, si indigna e risolve. “Fare, fare, fare” è l’invettiva, l’accusa che Libby rivolge a Sarah, sempre occupata in faccende, a governare la casa e le necessità della vita in comune. Cieca, scontrosa, tradita dalla figlia, Libby può solo toccare con le dita le ortensie del giardino, quelle che la madre aveva piantato quand’erano piccole, può solo immaginare i colori lussureggianti dell’isola come può solo immaginare di avere indosso il suo abito preferito, quello blu, quello che le sta meglio e che Sarah deve prontamente tirar fuori dalla cassapanca.<br />
     E a cosa alludono quelle balene che passano al largo nel mese di agosto? Sono anche qui, in questa storia, simbolo di una caccia ossessiva, di una ricerca o di un’analisi dell’io com’era “Moby Dick” per Achab? Rappresentano il lato oscuro di una smania sia pure sopita, come un Moloch invincibile ma seducente? Anche qui ci troviamo sull’Oceano Atlantico, sulle coste che degradano dal New Hampshire al New England: anche qui sembra di risentire e rileggere, attraverso la storia di Sarah e Libby, le atmosfere e le suggestioni liriche di poeti come William Carlos Williams, di Stephen Crane, di John Ciardi, per non parlare di Robert Frost o Edgar Lee Masters. Anche qui rivediamo paesaggi, costruzioni, pontili che sembrano vecchi di secoli e tuttavia agibili, rispettosamente vissuti, adoperati, utilizzati.<br />
     Le balene delle due sorelle incarnano gli stessi desideri della balena bianca che il capitano Achab si è prefisso di distruggere, per distruggere definitivamente il percorso tragico e desolato del proprio orgoglio, della propria esistenza. Per Libby, “achabiana” negli intenti, è senz’altro questa la verità: il tempo che è passato – tanto, troppo – non solo le impedisce di vedere per la cecità le cose che ancora vivono, ma di vedere dentro se stessa – con un’asciutta consapevolezza, un lungimirante disincanto – l’apatia e la vulnerabilità della sua esistenza ormai alla fine. Sarah si contrappone a questa visione tragica senza sbocchi con sorprendente vitalità, con un’idea di consolazione e di riscatto che è molto più propizia di un’illusione, la stessa per esempio che Melville configurò per lo scrivano Bartleby.<br />
     Se non trasmettono paura ma, anzi, coraggio e passione, cosa saranno mai queste balene? Tutto è molto quieto e quotidiano in questa storia: Sarah si preoccupa di precisare, per sé e sua sorella, di essere “persone comuni”…  Persone comuni, che cos’è? Una bestemmia, uno sproposito, il sigillo dell’ovvietà, delle sconfitte patite, di una malinconia a buon mercato?<br />
     Invitato a cena da Sarah, il nobile russo Maranov viene cinicamente apostrofato da Libby come uno sfaccendato e uno scansafatiche, smascherando l’intenzione segreta di voler diventare inquilino del cottage dopo essere stato sfrattato dal suo appartamento in affitto.<br />
     Maranov è costretto ad ammettere che il pensiero di poter abitare una parte del cottage lo aveva coltivato, che si sarebbe reso utile alle due sorelle con lavoretti di manutenzione, che non avrebbe procurato nessun tipo di fastidio giacché, ormai anch’egli vedovo e dalle finanze striminzite, poteva contare soltanto sul ricavato della vendita di uno smeraldo, gioiello di famiglia, e sulla disponibilità di amici comprensivi e discreti. Il devoto Maranov si congeda da Sarah con il garbo dei suoi modi squisiti, lasciando capire che troverà comunque una soluzione ai suoi problemi di sopravvivenza, una via d’uscita che gli consentirà giorno per giorno il recupero di una dignità ferita, di un bel tempo che è stato e che non sarà più.<br />
     L’amica d’infanzia, Tisha, afflitta dall’artrite e delusa perché le hanno negato il rinnovo della patente di guida, passerà il suo tempo a raccogliere more e pettegolezzi, fiori ed espedienti contro la noia, a rendersi inutilmente utile quando propone a Sarah di vendere il cottage. Ma Sarah non venderà il cottage, congederà con fermezza l’agente immobiliare che Tisha imprudentemente aveva portato con sé, indosserà il suo vestito più bello per la cena delle aringhe, imbandirà la tavola con le candele, pettinerà e spazzolerà i capelli bianchi e lunghi di Libby, parlerà alla foto del marito morto in guerra ricordandogli la necessaria riservatezza che deve mostrare una moglie sul letto di nozze e affronterà la sorella dispotica dichiarando il proprio diritto a vivere finché è possibile, nei modi giusti e possibili. Solo in quest’ultima sequenza, spaventata e sopraffatta da un brutto sogno e dall’atteggiamento franco e irremovibile di Sarah, Libby capirà il fondo delle sue malìe e delle sue guerre perdute: darà la mano a Sarah, acconsentirà che l’idraulico Brackett installi una luminosa vetrata nel portico, e si farà accompagnare da Sarah sulla punta del promontorio, nei loro vestiti leggeri e con i loro cappelli di paglia, per vedere o comunque percepire con la memoria il silenzioso passaggio al largo delle loro balene d’agosto.<br />
     Raccontare una storia anche quando non c’è diventa l’unico motivo per lettori e scrittori di far parte di un destino e di esserne perdutamente consapevoli.</p>
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		<title>Il ritorno di Carson McCullers</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Dec 2009 00:00:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Giorgio Di Costanzo dedica due splendidi post alla figura e all&#8217;opera di Carson McCullers, riproponendo la recensione di Caterina Riccardi (il manifesto, 6 marzo 2009, ora qui) e quella di Marisa Bulgheroni (Lo Straniero, n. 104 &#8211; febbraio 2009, ora qui) alle recenti riedizioni, rispettivamente, di Riflessi in un occhio d&#8217;oro (Reflections in a Golden [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19805&subd=rebstein&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://site.xavier.edu/POLT/TYPEWRITERS/mccullers.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/mccullers.jpg?w=225&#038;h=300" alt="" title="mccullers" width="225" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-19810" /></a><a href="http://insonnoeinveglia.splinder.com/">Giorgio Di Costanzo</a> dedica due splendidi post alla figura e all&#8217;opera di <strong>Carson McCullers</strong>, riproponendo la recensione di <strong>Caterina Riccardi</strong> (<em>il manifesto</em>, 6 marzo 2009, ora <a href="http://insonnoeinveglia.splinder.com/post/21960950">qui</a>) e quella di <strong>Marisa Bulgheroni</strong> (<em>Lo Straniero</em>, n. 104 &#8211; febbraio 2009, ora <a href="http://insonnoeinveglia.splinder.com/post/21964434">qui</a>) alle recenti riedizioni, rispettivamente, di <em>Riflessi in un occhio d&#8217;oro</em> (<em>Reflections in a Golden Eye</em>, 1941) e <em>Il cuore è un cacciatore solitario</em> (<em>The Heart Is a Lonely Hunter</em>, 1940).<br />
Riprendere in mano questi libri, sfogliarli e rileggerne qualche pagina a caso, a distanza di tanti anni (in attesa di recuperare il tempo necessario per completare l&#8217;opera), mi ha suscitato le stesse emozioni che quelle scritture aliene e fuori quadro seppero regalare a un ragazzo di sedici-diciassette anni, svelandogli gli anfratti, le luci e le ombre di una bellezza incomprensibile, tanto più vera e reale quanto più inafferrabile e sfuggente. Tutti elementi, inutile ribadirlo, praticamente sconosciuti ed estranei alla stragrande maggioranza delle produzioni letterarie attuali. (<strong>fm</strong>) </p>
<p>Ecco l&#8217;incipit dello scritto di Marisa Bulgheroni.</p>
<p> Se <strong>Carson McCullers</strong> pubblicasse oggi il suo romanzo d&#8217;esordio (<em>Il cuore è un cacciatore solitario</em>, 1940) qualche editor sapiente la indurrebbe a manipolarlo o a mutilarlo su misura del presunto lettore. Del libro che abbiamo amato per la sua sregolata unicità rimarrebbe, forse, il titolo, felice, scelto da un editor di allora.</p>
<p><a href="http://insonnoeinveglia.splinder.com/post/21964434">(Continua a leggere qui&#8230;)</a></p>
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		<title>Gaza Freedom March</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 17:00:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si sono dati appuntamento per il 31 dicembre a Gaza 1400 attivisti (il numero dei palestinesi uccisi nell&#8217;operazione Piombo fuso) provenienti da tutto il mondo, fra cui 140 italiani (di Action for Peace e Forum Palestina). Dovevano partire dal Cairo il 27 ma il governo egiziano li ha bloccati. Action for peace ha chiesto di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19785&subd=rebstein&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/gazafreedommarch.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-19786" title="gazafreedommarch" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/gazafreedommarch.jpg?w=280&#038;h=156" alt="" width="280" height="156" /></a>Si sono dati appuntamento per il 31 dicembre a <strong>Gaza</strong> 1400 attivisti (il numero dei palestinesi uccisi nell&#8217;operazione <em>Piombo fuso</em>) provenienti da tutto il mondo, fra cui 140 italiani (di <strong>Action for Peace</strong> e <strong>Forum Palestina</strong>). Dovevano partire dal Cairo il 27 ma il governo egiziano li ha bloccati. <strong>Action for peace</strong> ha chiesto di bombardare di mail l&#8217;ambasciata egiziana.<br />
<a href="http://www.trend.infopartisan.net/trd0308/Hedy_Epstein.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/hedy_epstein.jpg?w=150&#038;h=99" alt="" title="Hedy_Epstein" width="150" height="99" class="alignright size-thumbnail wp-image-19794" /></a>Proteste in tutto il mondo, mentre <strong>Hedy Epstein</strong>, l’85enne scampata ai campi di concentramento nazisti, che partecipa alla marcia, fa lo sciopero della fame contro il rifiuto del governo egiziano di far passare i pacifisti.</p>
<p><a href="http://georgiamada.splinder.com/post/21964639">(Continua a leggere qui&#8230;)</a></p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
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		<title>Una favola per il nuovo anno &#8211; di Ivan Crico</title>
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		<comments>http://rebstein.wordpress.com/2009/12/30/una-favola-per-il-nuovo-anno-di-ivan-crico/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 05:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
(Un esemplare di pochi giorni di rossa friulana, foto di Ivan Crico)
&#160;
Una preghiera per tutti i bambini del mondo
Le finestre delle stalle sono molto piccole, di solito, ma la luce
che entra, e che illumina mucche e fieno, le fa assomigliare
a delle chiese. Al posto dei mosaici ci sono dei bellissimi
acciottolati e gli animali, nel loro [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19605&subd=rebstein&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/rossa-friulana.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/rossa-friulana.jpg?w=300&#038;h=270" alt="" title="rossa friulana" width="300" height="270" class="alignnone size-medium wp-image-19760" /></a><br />
(Un esemplare di pochi giorni di <em>rossa friulana</em>, foto di Ivan Crico)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><strong>Una preghiera per tutti i bambini del mondo</strong></p>
<p>Le finestre delle stalle sono molto piccole, di solito, ma la luce<br />
che entra, e che illumina mucche e fieno, le fa assomigliare<br />
a delle chiese. Al posto dei mosaici ci sono dei bellissimi<br />
acciottolati e gli animali, nel loro continuo ruminare,<br />
sembrano proprio assorti in una perenne preghiera. <span id="more-19605"></span> E pregano<br />
davvero, pregano per tutti i bambini che berranno il loro<br />
latte; quel latte che, assieme alla neve, è una delle cose<br />
più pure da vedere al mondo. Sono tanti, tantissimi i bambini<br />
che soffrono nelle nostre città: bambini picchiati, lasciati<br />
soli, bambini a cui vengono fatte cose che non si possono<br />
nemmeno nominare. Le mucche pregano in ogni momento<br />
affinché il loro latte sia sempre più buono, poiché quel latte </p>
<p>caldo sarà, forse, l’unica cosa buona che questi bambini<br />
avranno nella loro giornata. Loro diventano così, oltre<br />
che mamme dei propri vitellini, anche un po’ mamme<br />
di tutti i bambini del mondo. Oggi, purtroppo, le mucche<br />
devono subire, come tutti, l’avidità dell’uomo. Le vecchie<br />
stalle di pietra stanno lasciando via via il posto a freddi<br />
capannoni di lamiera in cui sono costrette a lavorare<br />
continuamente, fino allo stremo, per produrre ogni volta<br />
sempre più latte. In quei tristi posti fanno molta fatica<br />
a pregare, trattate come macchine pronte a essere<br />
sostituite, e il loro latte ne risente: per questo non riesce<br />
sempre bene. Lì non c’è più il contadino che parla </p>
<p>loro e chiede come stiano, che si preoccupi di loro<br />
come se fossero parte della famiglia e che, all’arrivo<br />
di un vitellino, sorride pieno di gioia, come se fosse nato<br />
un suo figlio. Nelle grandi stalle moderne i piccoli<br />
delle mucche non fanno quasi in tempo a vedere<br />
i propri genitori, già destinati alla tavola di qualche<br />
signora anemica. “Ma come si fa a pregare in queste<br />
condizioni?”, si chiedono a volte le mucche, interrompendo<br />
la loro preghiera; subito però la riprendono perché sanno<br />
che i bambini maltrattati sono sempre di più ed il loro aiuto<br />
è molto, molto importante. “Perdonateci bambini cari”, dicono<br />
ogni tanto, “se il nostro latte non è più buono come </p>
<p>una volta, ma non è colpa nostra. Qui ci danno da mangiare<br />
soltanto cose cattive per farci produrre sempre di più. Qui<br />
nessuno ci vuole bene, siamo solo delle cose da sfruttare<br />
e da mandare al macello quando non serviamo più. Ma finché<br />
vivremo, state tranquilli! Anche se tutto ci sarà contro, saremo<br />
con il pensiero sempre con voi! Finché vivranno le vostre mamme<br />
mucche, voi non sarete mai soli!”. Tutto questo i bambini<br />
lo sentono, anche se non sanno spiegarlo a parole: è per questo<br />
motivo che, quando le maestre li portano a vedere<br />
una stalla, sono sempre contenti. Magari a casa<br />
nessuno li considera, ma qui sanno che c’è sempre<br />
qualcuno che li pensa, che prega per loro.</p>
<p>(Tratto da &#8220;<em>Presto saremo canto</em>&#8220;, raccolta di favole inedita)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/rossa-fiulana.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/rossa-fiulana.jpg?w=225&#038;h=300" alt="" title="rossa fiulana" width="225" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-19759" /></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>______________________________<br />
<strong>Nota dell&#8217;autore</strong> </p>
<p>Le foto ritraggono un esemplare rarissimo di &#8220;<em>rossa friulana</em>&#8220;, una specie bovina in via di estinzione (ne sopravvivono solo una ventina di capi ormai in regione) per cui mio suocero, scomparso esattamente tre anni orsono, ha lottato per tutta la vita. La moda, del resto mai cessata, era quella ed è di sostituire le nostre razze antiche con altre, come l&#8217;olandese frisona bianca e nera, molto più produttive. Poco prima di morire, dopo essere stato deriso per decine d&#8217;anni, mio suocero Tullio Benfatto ha avuto almeno la soddisfazione di ricevere una telefonata dall&#8217;Ateneo udinese in cui gli si chiedeva di collaborare ad un progetto di salvaguardia di queste bellissime mucche. Questa fiaba è dedicata a lui e a tutti coloro che, come lui, non hanno mai smesso di sognare.<br />
______________________________</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/uccellino-tra-i-cachi-6.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/uccellino-tra-i-cachi-6.jpg?w=300&#038;h=190" alt="" title="uccellino tra i cachi 6" width="300" height="190" class="alignnone size-medium wp-image-19763" /></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><strong>VIGILIA</strong></p>
<p>Dire le ore<br />
che passano, sempre<br />
di più assomiglia ad uscire<br />
di casa quando ancora è buio, ancora<br />
tutti dormono, sentire </p>
<p>il contatto sulle dita<br />
della legna spaccata su cui l&#8217;ultima<br />
neve ha dormito, il ruvido, rapiti<br />
nella lontananza di ossidati<br />
licheni, profumate reliquie<br />
del bosco d&#8217;agosto.</p>
<p>Con calma. Misurati<br />
nell&#8217;ombra i passi, lenti. Ma senza<br />
smettere di pensare alle braci<br />
ormai prossime a spegnersi, al filo<br />
di fuoco che non deve spezzarsi. Offrire<br />
l&#8217;aria. Offrire gesti pazienti di rami<br />
ordinati, pieni di spazi. Varchi<br />
dove la fiamma possa muoversi<br />
libera, cercare da ogni lato</p>
<p>l&#8217;alto<br />
mentre si propaga<br />
di stanza in stanza l&#8217;iniziale<br />
calore che le ho dato. </p>
<p>Vigilia, chiara, di frutti innevati.</p>
<p>(<em>dicembre 2009</em>) </p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
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	</item>
		<item>
		<title>FranzWolf &#8211; di Franz Krauspenhaar</title>
		<link>http://rebstein.wordpress.com/2009/12/28/franzwolf-di-franz-krauspenhaar/</link>
		<comments>http://rebstein.wordpress.com/2009/12/28/franzwolf-di-franz-krauspenhaar/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 15:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Noi navighiamo in un vasto mare, sempre incerti e instabili, sballottati da un capo all&#8217;altro. Qualunque scoglio, a cui pensiamo di attaccarci e restar saldi, vien meno e ci abbandona e, se l&#8217;inseguiamo, sguscia alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una fuga eterna. Per noi nulla si ferma.
            (Blaise Pascal &#8211; [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19481&subd=rebstein&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://www.torinopoesia.org/franzwolf.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-19521" title="franzwolf" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/franzwolf.gif?w=210&#038;h=300" alt="" width="210" height="300" /></a><em>Noi navighiamo in un vasto mare, sempre incerti e instabili, sballottati da un capo all&#8217;altro. Qualunque scoglio, a cui pensiamo di attaccarci e restar saldi, vien meno e ci abbandona e, se l&#8217;inseguiamo, sguscia alla nostra presa, ci scivola di mano e fugge in una fuga eterna. Per noi nulla si ferma.</em><br />
            (Blaise Pascal &#8211; <em>Pensieri</em>)<br />
<a href="http://img73.imageshack.us/img73/1426/wolfhowling8vn.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-19719" title="wolfhowling8vn" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/wolfhowling8vn1.jpg?w=150&#038;h=117" alt="" width="150" height="117" /></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="right"><em>La pioggia risale al vento, primavere<br />
azzannano gli occhi sparuti al suolo.<br />
Vale andarsene al viaggio in fuga<br />
del sonno lungo, e non da sogno.</em></p>
<p><span id="more-19481"></span></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>Uno sguardo impietoso, ferito quanto basta a rendere trasparente la sua visione e acuminato il volto che la regge, attraversa un paesaggio desolato, costellato di rovine scintillanti, lo spazio inabitabile, degradato e paludoso, di una civiltà al tramonto, capace soltanto di camuffare e imbellettare, con i segni innaturali di una festa senza fine, il nulla di senso e la maceria etica che ne sostanziano gli atti, i desideri, i miti, le quotidiane ritualità: tutti simulacri che vengono sistematicamente denudati, smascherati, irrisi e devastati dal fuoco di  una pupilla che non concede requie, che non fa sconti, perché ad ogni incrocio, ad ogni stazione, non si chiama fuori dal quadro di inesistenze e di dolore che esplora, ma se ne alimenta, cambia pelle alla natura e alla consistenza delle sue fiamme, rovescia la direzione del vento e il moto della cenere &#8211; rivendicando, contro il dettato usuale dell’assuefazione e dell’accettazione passiva, la libertà interiore di chi è capace di evadere dalla gabbia in ogni momento, in grazia di una memoria intatta, incontaminata, refrattaria ad ogni compromesso, a qualsiasi cedimento.</p>
<p>FranzWolf emerge, il corpo segnato da una mappa fitta di cicatrici ben visibili, dalle pagine più oscure, o dal bianco insostenibile delle tele mai dipinte, che abitano <a href="http://rebstein.wordpress.com/2007/08/30/le-cose-come-stanno-di-franz-krauspenhaar/">le notti insonni di Puch</a>, dai suoi diari mai scritti, testimoni muti della sua lotta contro dio e  i demoni che lo abitano, della nobiltà della sua eterna sconfitta. La sua sofferenza si è trasformata in una ironia senza scampo che incide, con tagli netti, incurabili, la superficie delle cose: le cose “che stanno” improvvisamente  si rianimano, riprendono sentimento, respiro e voce, rivestite dei colori viventi impastati nel corso di altre esistenze, da altre mani – forse proprio le sue, quando ancora ignorava di possederle, quando il suo vero nome era Bacon, o Ensor, o Pollock. Ora quei colori sono versi, costruzioni sghembe, suadenti e urticanti, amorevoli e beffarde, che irridono la stessa esistenza della poesia ogni volta che si ammanta della pretesa di svelare, di dare senso, di consolare e innalzare oltre l’umana vicenda. La poesia, forse, è tutta in un paio di scarpe sopravvissute al naufragio, tratte a riva da un oblio di vent’anni e calzate, con le movenze irripetibili di un rito senza tempo. Per lasciare nei giorni nuove impronte, il <em>lupo</em> fa i conti, ad ogni passo, con la traccia dolente e solitaria del suo destino: con l’inappagata richiesta d’amore che grida dalla scia frammentata che lascia alle sue spalle. (<strong>fm</strong>)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>Testi</strong></p>
<p>(Da: <strong>Franz Krauspenhaar</strong>, <em>Franzwolf. Un&#8217;autobiografia in versi</em>, Torino, Edizioni Torino Poesia, &#8220;I Sassi&#8221;, 2009)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>Come sono</em></p>
<p>Amami ti prego come sono.<br />
Un pagliaccio, la sfida, una spada,<br />
un porco appollaiato, un tè freddo.<br />
Amami come sono, accetta questa<br />
mia furia, questo mio buco dentro,<br />
il chiavistello, la porta, il gemito.</p>
<p>Come sono, come sono, un ladro<br />
di quel che trovo, un topo, una mosca<br />
che vede senza essere vista.</p>
<p>Come sono, col dolore che non passa<br />
con la voglia di riderti in faccia<br />
con la tua tenerezza che non trovo<br />
mai, con la mia, che sopravvaluto.</p>
<p>Con il mio carattere orribile, con<br />
la disperazione di essere vivo<br />
mentre i morti, nelle tombe,<br />
fanno la siesta tra le tarme vive.</p>
<p>Con i buchi nel petto, col pianto<br />
appiccicato al muro, con la nevrosi<br />
che mi taglia vivo, con il perfetto<br />
mio modo per non tirare dritto.</p>
<p>Se puoi, se vuoi, se vuoi farti<br />
del male, accettami come sono.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>Mosaicos</em></p>
<p>La scrittura è la terra del fuoco,<br />
la salute all&#8217;inferno, è tabacco<br />
e memoria, è il cuscino che mi abita<br />
la notte. Di giorno io sono più nero.<br />
E ancora scrivo.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Fare benzina con ricordi sfocati.<br />
Esagerare nel crederli rivisti.<br />
E scriverne ancora, come rumore<br />
a grappoli nel cono che rovina<br />
nel sogno. Ricorrente.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>E ancora scrivo. Non ho niente<br />
da perdere. Così scrivo.<br />
Per riavere, per risarcirmi<br />
gli occhi agglutinati<br />
da ciò che non è stato.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>Ritratto di vero intellettuale</em></p>
<p>Hai spaccato la strada con la tua coda<br />
e ora sei stanco. Sei un infimo bugiardo,<br />
hai collezionato sputi fluenti dagli occhi.<br />
Chi sei tu? un piccolo uomo inutile<br />
a se stesso, utile al sostentamento<br />
dei miserabili. Le miserie ti sono utili<br />
per farne cibo caldo di fango, l&#8217;alibi<br />
per la tua fame di morte. Tu hai cancellato<br />
il tuo futuro sollazzandoti nei retrobottega<br />
la notte, una sigaretta infilata al cielo,<br />
la tua barba a grattare la carta, le ali<br />
spuntate dai denti del tuo cane malato.</p>
<p>Sei un luminare del patetico, sconcio<br />
andamento caracollante della perfidia.<br />
Sai di benzina andata a male, di calce<br />
ammoniacata, di copertone bruciato<br />
dalla puttana che eri. Ti sei svenduto<br />
agli offerenti più oscenamente tirchi<br />
che si possono trovare sul mercato<br />
delle idee. Sei un vero intellettuale,<br />
resti indifferente alla tua meritata fine.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Ma non è stato sempre così, tu<br />
in questo modo non ci sei nato.<br />
Sei stato diverso e pronto a pensarti<br />
con le mani dirette sulle cose, chino<br />
sulle vere idee, sui valori di non parole,<br />
ma fatti. Hai creduto nel futuro a brillare<br />
sassi di protesta grezza, ma diamante.</p>
<p>Un bambino prodigio, occhi puliti<br />
sugli sfondi a colori piatti e brillanti,<br />
bello di sincerità esplosiva, per tutti<br />
una parola separata dall&#8217;interesse.<br />
E poi, con la stessa lentezza degli inverni<br />
ti sei separato da te stesso, hai preso<br />
anche tu la tua forma di mostro<br />
piano piano, nell&#8217;incedere del gesto<br />
quotidiano, versovento, nella corrente,<br />
seguendo il viaggio dei pesci affamatori,<br />
e nutrienti del sangue lesso<br />
delle ultime idee, degli ultimi sogni.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>Scrivere</em></p>
<p>Grande spreco di energie. Il lavoro<br />
mi mandò all&#8217;aria i piani. Decidevo<br />
di morire ogni mattina, l&#8217;alba era<br />
un coltello, io sapevo di penne<br />
strappate, e sangue di sacrificio.</p>
<p>Lavorai con mio padre un anno.<br />
Lo vedevo muoversi con facilità<br />
nell&#8217;antro della balena, a muovere<br />
le fauci dell&#8217;animale, Achab arreso<br />
che non voleva morire.</p>
<p>Loro, la coppia di mezza età, volevano<br />
per me la sicurezza, l&#8217;appiglio cronico<br />
il futuro lanciato come una striscia<br />
netta: bianco latte sulla strada.<br />
Non fu possibile. Fu il demone.</p>
<p>Quando decisi di dire a quello il fatto<br />
suo, ero distrutto da anni di piega<br />
e taglia, e incolla. Non ero fatto<br />
per quel delirio. E io dovevo capire<br />
di che delirio ero fatto, e se in quel sogno<br />
ci fosse stata una nicchia per l&#8217;amore.</p>
<p>Dipinsi capitalisti osceni e giunsi a patto<br />
con la rabbia. La pittura è sfogo dell&#8217;anima<br />
come la musica. La scrittura è giogo perenne,<br />
è lavoro, è la mia vita. Fallire non ha più senso<br />
e l&#8217;idea del successo è ridimensionata.</p>
<p>Negli anni mi guardo sempre più deciso,<br />
riempio la bocca di racconti e poi gemo,<br />
per il piacere di raccontarli. E&#8217; un vizio, <br />
conclamato. L&#8217;inchiostro è la mia bava di luce.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>Dalla clinica psichiatrica</em></p>
<p>Scriverò un&#8217;altra sfilza<br />
edificante, l&#8217;assaggio sale su<br />
chiodato per la gola. Ensor lo vidi<br />
persino al museo, tra<br />
le sue maschere, come<br />
il salumiere tra i clienti fissi.</p>
<p>Vino e birra. Lo sbronzo non<br />
sapeva dov&#8217;era. La poesia<br />
è muta come la scala B, calva<br />
come la follia che hai fatto,<br />
sporge in giù come un suicida.<br />
E un operaio sghignazzava.</p>
<p>&#8220;Non è valido! Non è valido!<br />
Non è valido! La scrivo meglio io<br />
la lista della spesa! Siete bravi<br />
a mangiare senza muovervi dalla<br />
sedia, io sui tubi grondanti piscio<br />
le rime dell&#8217;edilizia franca!&#8221;</p>
<p>Sono diventato moralista al cubo,<br />
intubo sentenze e massime<br />
giù nella gola, cibo liquido,<br />
fino alla fine della composizione.<br />
In alto perciò i cuori di pietra!<br />
In alto i calici del grande sbronzo!<br />
In alto i camici delle infermiere!</p>
<p>E se non conosci Ensor affrettati,<br />
delirio puro made in Belgium,<br />
un cantore di corte vuota, solo spettri<br />
che rodono, che pisciano nei vasi<br />
del disumano. Io, qui all&#8217;asylum<br />
per prestatori tumefatti, con l&#8217;anima<br />
gonfia di preservativi, vado avanti<br />
a cadaverilene malmostato, 100 mg.</p>
<p>Quattro signori pazzi guardano l&#8217;aria<br />
cadere, una donna è sdentata, una<br />
volta era bella, e sapeva di confettura<br />
di ciliegia, me l&#8217;ha detto il marito<br />
in visita. Il professore è tutto bianco<br />
forse per via del camice, e Sonia,<br />
l&#8217;infermiera dalle tette lunghe, con<br />
labbra Gran Riserva, mi suscita<br />
erezioni di tenerezza splendida.</p>
<p>Ma qui non si sta male. Ricordo di nuovo<br />
l&#8217;operaio, lui sghignazzava dal ponteggio<br />
mentre nevicava pelle bianca, e gli alberi<br />
simulavano un pestaggio. Erano ridotti<br />
all&#8217;osso, come ciminiere smangiate<br />
dal fumo, che lento ritornava indietro.</p>
<p>Ricordo che scrivevo molto, le sere<br />
soprattutto d&#8217;estate, il notes<br />
sulle ginocchia color malva, i testicoli<br />
introflessi dall&#8217;angoscia, le murene a sgusciare<br />
sulla mia schiena con un fischio di treno<br />
sgozzato da coltelli di lamenti.</p>
<p>Poi mi spensi come un sigaro rubato,<br />
venni portato qui da una Citroen bianca,<br />
familiare, ardimentosa a scantonare<br />
nel traffico topesco della sera.<br />
Dai polsi sudavo stigmate di nonsense<br />
aperto, a liquidare il mio sangue<br />
di santo apposito, di santo curioso<br />
non ufficiale, fustigato dal male.</p>
<p>Qui si sta bene. Il ronzio della mente<br />
fa buon brodo sullo sciacquio dei sensi<br />
sedati. Fissato alla parete, prendo la dose<br />
elettrica e mi scuoto come un cane<br />
sotto la pioggia, le gocce sparano dal bianco<br />
della camicia, nell&#8217;ombra lieve separata dal corpo.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>Pollock il Seminatore</em></p>
<p>In una giornata di semi caduti, il seminatore<br />
sparge il colore, frattali a balzi, scalpelli di luce<br />
scura.</p>
<p>L&#8217;uomo calvo in un fienile si muove come se fosse<br />
quello il mondo, tela a terra, accampamento Sioux<br />
e danza propiziatoria. Intanto prende a piovere<br />
rossi, blu, verdi, a strati puri, da bastoni e altre sonde,<br />
coltelli, pennelli induriti. Pollock è il capo indiano.</p>
<p>Minuti, ore. Pollock cena con l&#8217;aria attorno,<br />
nel fienile spande humus a tinte, a vita, attorno,<br />
<em>around around</em>. E&#8217; dentro e fuori, muove e si legge<br />
nella tela. La tela non è mai stata così dipinta,<br />
non è mai stata così tanto il pittore.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>Bacon Portrait</em></p>
<p>Colori primari della pena, su tela<br />
grezza, Londra perversa, sale<br />
sulle ferite. Bacon approva di soffrire,<br />
le fette di carne lacerata da graffi<br />
esalati da respiri sempre più grandi.</p>
<p>Al mattatoio. Scudisciate di male<br />
l&#8217;amore allatta il piccolo, l&#8217;animale<br />
subito ammaccato sul ciglio<br />
bistrato dal pugno di un killer.</p>
<p>Sofferenza. L&#8217;urlo dei papi.<br />
&#8220;Se riuscissi a urlare, chi sentirebbe&#8221;,<br />
dice il pittore guardando una lampadina<br />
che dondola sopra la sua testa.</p>
<p>Ammanettato. La frusta cala sulla schiena<br />
come da bimbo, il padre, faceva. E sangue.<br />
George, la cintura arrotolata in mano.<br />
Tra scoppi affamati di tenerezza.</p>
<p>George Dyer, ubriaco. Tenta il suicidio<br />
sulla torre. Bacon sghignazza alla sorte<br />
sputa rosso sulla tela, al ritorno,<br />
poggia il bicchiere di Pernod, urla<br />
contro le foto picchiate sul pavimento.</p>
<p>Alla morte del ragazzo. Continua la<br />
fantasia a spalmare di fumanti rossi<br />
e blu di spada. Si separa dal pennello,<br />
retrocede, si ferma, avanza, lancia<br />
il colore, si gode la distruzione.</p>
<p>La carne corrompe se stessa, per lui<br />
tutto è luce che splende fissa<br />
su blocchi di morte prima del trapasso.<br />
E&#8217; il demone a possederlo, a picchiarlo,<br />
a carezzarlo di sperma e sangue.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>L&#8217;arte di Bacon</em></p>
<p>L&#8217;arte è violenza, i gusti sono gusti<br />
e colori freddi, i primari della vita, della morte<br />
fienile sparso di pioggia amara,<br />
laboratorio di immagini, crudo a sangue<br />
di vita a ferita, abrasa, caotiche atmosfere.</p>
<p>Senza interpretazioni, ognuno dica la sua,<br />
ognuno veda quel che vuole vedere.<br />
Tutto sembra crudele: la realtà è <br />
crudele, non c&#8217;è scampo, il leone<br />
è ferito e ancor di più azzanna, senza posa.</p>
<p>E così, l&#8217;uomo, lasciato con la disperazione<br />
che si abbassa e si spande sulla tela<br />
- l&#8217;ingrediente d&#8217;ogni colore e forma -<br />
si voltola nella fuga dal mondo, diventa<br />
cerchio magico, di fuoco, che ravviva e vivifica<br />
su segni di morte e sofferenza.</p>
<p>Da ogni taglio viene fuori ciò che ci vive<br />
come dalla donna, dal suo taglio, il neonato, condannato.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>Occhi nudi</em></p>
<p>Un po&#8217; di glamour, suvvia, dice l&#8217;addetta stampa<br />
mentre piovono lacrime dentro il cubo<br />
alle pareti. E&#8217; una festa di morte, a incubo<br />
condizionato, a desideri fiondanti, finestre<br />
che ridono a gesti, a bocche socchiuse.</p>
<p>La moda è di morte. Incede con scandalosi<br />
corpetti di rosso pompeiano, vestendo<br />
la crisi. Come a Weimar, donne fumano<br />
contro le pareti di un soppalco, mentre<br />
uomini non sbarbati ballano lo shimmy, tra loro.</p>
<p>In un canto un&#8217;orgia. Sei o sette si scambiano<br />
effusioni saporose, nel pallore di morte delle<br />
carni appassite. C&#8217;è il gesto del padrone di casa,<br />
un ricco smidollato, succhiato dalla cocaina,<br />
che cerca una sigaretta nell&#8217;atrio scintillante.</p>
<p>Champagne. Carezze fulve su pellicce a torre.<br />
Una ricca guardarobiera si fa palpeggiare da un<br />
povero uomo d&#8217;affari. Mi trovo con indosso la maschera<br />
veneziana, all&#8217;avventura, eccitato e insieme sconsolato.<br />
Sono un viandante perduto del piacere.</p>
<p>Dove sono? forse nell&#8217;incubo di un pittore malato<br />
degli anni Venti. Vedo facce come ritratti cubisti,<br />
si muovono e si deformano. Lasciano scie della loro<br />
presenza scenica, sono lucciole multicolori sotto<br />
le lampade affumicanti dell&#8217;interno, a corolla.</p>
<p>Avanzo, guardando. Scopro solo con gli occhi.<br />
Il giro delle danze m&#8217;intimidisce, una donna nuda<br />
bellissima mi prende per mano, e mi dice qualcosa<br />
all&#8217;orecchio. Da quel momento non sono più io.<br />
Faccio di tutto per fuggire, ma resto prigioniero<br />
di un cubo di vetro, il naso appassito a una parete<br />
le mani che si muovono nel vuoto, come ruote,<br />
nel niente esploso dell&#8217;aria viziata.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>Ho raggiunto</em></p>
<p>Ho raggiunto le farfalle<br />
del mio stomaco.<br />
Un volo, un senso<br />
unico. Di morte.<br />
La primavera ha cent&#8217;anni<br />
ha le speranze senz&#8217;ovulo<br />
ha i fiori gettati nella gola,<br />
il manifesto nudo, le urla<br />
dei soccorritori.<br />
Ho pianto col riso, ho fatte<br />
mie le scarpe di mio padre<br />
ferme qui da vent&#8217;anni.<br />
Le ho indossate nel sogno<br />
andando a prenderlo<br />
come fosse il rapito da calce<br />
da macerie giganti.<br />
Dopoguerra dell&#8217;oggi<br />
senza colpe e aguzzini,<br />
solo natura folle, carne<br />
di terra tesa. Come le menti<br />
scolpite nella bruma, lo squarcio<br />
apre ferite abrase, vecchie<br />
e sole. E noi rimorti, dentro.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>Sensibilità</em><br />
<br />
Come una radio, notturna<br />
che trasmette mille cose<br />
in mille lingue, capto le onde<br />
disturbanti, le emissioni<br />
del cuore e del vangelo<br />
del rosso. Il mio gigantesco<br />
azzurro chiama. Il nero della<br />
notte è una collina di chiodi<br />
infissi nelle pareti bianche.<br />
Non le vedo, come un cieco.<br />
Come una radio, notturna<br />
mille voci si calpestano, onde<br />
che svariano e allungano<br />
le lingue di suono. Nel sonno<br />
le recupero, tra i sogni.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><a href="http://img73.imageshack.us/img73/1426/wolfhowling8vn.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/wolfhowling8vn2.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" title="wolfhowling8vn" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-19739" /></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>________________________________<br />
<strong>Franz Krauspenhaar</strong> è nato Milano nel 1960.<br />
Ha pubblicato i romanzi: <em>Avanzi di balera</em> (Addictions, 2000), <em>Le cose come stanno</em> (Baldini &amp; Castoldi, 2003), <em>Cattivo sangue</em> (Baldini Castoldi Dalai, 2005), <em>Era mio padre</em> (Fazi, 2008, Premio &#8220;Palmi&#8221; speciale per la narrativa, edizione 2008), <em>L&#8217;inquieto vivere segreto</em> (Transeuropa, 2009). Ha partecipato alle antologie: <em>Best Off 2006</em> curata da Giulio Mozzi (Minimum Fax, 2006), <em>I persecutori</em> (Transeuropa, 2007), <em>Lettere ai politici</em> (Fazi, 2007), <em>Attenzione! Uscita operai</em> (No Reply, 2007), <em>Il lavoro e i giorni</em> (Ediesse, 2008). In poesia ha pubblicato per Feaci Edizioni gli e-book <em>Champagne</em> (2005), <em>Monoscopio segreto</em> (2007), <em>Cocktail K</em> (2008), e ha partecipato all&#8217;antologia <em>Pollockiana</em> curata da Francesca Tini Brunozzi (Edizioni Torino Poesia, 2009).<br />
Collabora con giornali e riviste scrivendo di letteratura e costume.<br />
______________________________</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rebstein.wordpress.com/19481/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rebstein.wordpress.com/19481/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rebstein.wordpress.com/19481/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rebstein.wordpress.com/19481/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rebstein.wordpress.com/19481/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rebstein.wordpress.com/19481/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rebstein.wordpress.com/19481/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rebstein.wordpress.com/19481/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rebstein.wordpress.com/19481/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rebstein.wordpress.com/19481/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19481&subd=rebstein&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Do you remember Gaza?</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Dec 2009 18:03:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[cultura della pace]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[crimini contro l'umanità]]></category>
		<category><![CDATA[gaza un anno dopo]]></category>
		<category><![CDATA[restiamo umani]]></category>

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		<description><![CDATA[DO YOU REMEMBER GAZA?

 
 
______________________________
IN DEN WOHNUNGEN DES TODES
______________________________
       <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19675&subd=rebstein&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><a href="http://sites.google.com/site/falastinel7ora/do-you-remember-gaza"><strong>DO YOU REMEMBER GAZA?</strong></a><br />
<a href="http://sites.google.com/site/falastinel7ora/do-you-remember-gaza"><img class="alignnone size-medium wp-image-19679" title="gaza-holocaust" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/gaza-holocaust1.gif?w=300&#038;h=207" alt="" width="300" height="207" /></a></p>
<p align="center"><a href="http://sites.google.com/site/falastinel7ora/do-you-remember-gaza"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-19711" title="25gaza-span-600" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/25gaza-span-600.jpg?w=150&#038;h=99" alt="" width="150" height="99" /></a> <a href="http://rebstein.wordpress.com/?s=in+den+wohnungen+des+todes"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-19697" title="gaza_candlessm" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/gaza_candlessm2.jpg?w=150&#038;h=99" alt="" width="150" height="99" /></a><br />
<a href="http://rebstein.wordpress.com/?s=in+den+wohnungen+des+todes"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-19703" title="_41909866_gaza_dark_416" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/41909866_gaza_dark_416.jpg?w=150&#038;h=99" alt="" width="150" height="99" /></a> <a href="http://rebstein.wordpress.com/?s=in+den+wohnungen+des+todes"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-19702" title="pic" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/pic.jpg?w=150&#038;h=100" alt="" width="150" height="100" /></a></p>
<p align="center">______________________________<br />
<a href="http://rebstein.wordpress.com/?s=in+den+wohnungen+des+todes"><strong>IN DEN WOHNUNGEN DES TODES</strong></a><br />
______________________________</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rebstein.wordpress.com/19675/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rebstein.wordpress.com/19675/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rebstein.wordpress.com/19675/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rebstein.wordpress.com/19675/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rebstein.wordpress.com/19675/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rebstein.wordpress.com/19675/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rebstein.wordpress.com/19675/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rebstein.wordpress.com/19675/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rebstein.wordpress.com/19675/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rebstein.wordpress.com/19675/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19675&subd=rebstein&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Repertorio delle voci (VI) &#8211; Manuel Cohen</title>
		<link>http://rebstein.wordpress.com/2009/12/27/repertorio-delle-voci-vi-manuel-cohen/</link>
		<comments>http://rebstein.wordpress.com/2009/12/27/repertorio-delle-voci-vi-manuel-cohen/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2009 13:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[alessandro moscè]]></category>
		<category><![CDATA[manuel cohen]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[scritture]]></category>
		<category><![CDATA[erranza e residenza]]></category>
		<category><![CDATA[il viaggiatore residente]]></category>
		<category><![CDATA[repertorio delle voci]]></category>
		<category><![CDATA[vita e letteratura]]></category>

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		<description><![CDATA[ERRANZA E RESIDENZA: VITA E LETTERATURA.

“Per un romanziere deve sempre essere esistito un primo romanzo impossibile, un attimo di terrore al primo tentativo d’immagine umana; il resto della sua opera, la sua importanza, dipenderà dal modo con cui avrà riempito questa lacuna, dalla sua storia continua giorno per giorno dell’uomo. Il letterato per noi non [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19001&subd=rebstein&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><strong>ERRANZA E RESIDENZA: VITA E LETTERATURA.</strong></p>
<p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/foto-mosce.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/foto-mosce.jpg?w=210&#038;h=300" alt="" title="Alessandro Moscè" width="210" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-19643" /></a><br />
<em>“Per un romanziere deve sempre essere esistito un primo romanzo impossibile, un attimo di terrore al primo tentativo d’immagine umana; il resto della sua opera, la sua importanza, dipenderà dal modo con cui avrà riempito questa lacuna, dalla sua storia continua giorno per giorno dell’uomo. Il letterato per noi non avrà altro ufficio: come questo romanziere non rinunzierà a uno studio infinito di se stesso: non cederà a nessun calcolo ma riporterà alla coscienza ogni movimento suscitato nello spirito: crederà a una collaborazione che va oltre le proprie parole, non limiterà i colpi di sonda e non smetterà di cercare in tutti i testi possibili l’immagine di quel testo, per cui ha deciso la propria vita e la propria dignità.”</em> (<strong>Carlo Bo</strong>, <em>Letteratura come vita</em>).</p>
<p><strong>     I.</strong> Roberto Pazzi, nella sua prefazione a <em>Le ombre parlano</em> (La citt@’gioiosa, Fabriano 2000), seconda prova narrativa di Alessandro Moscè, rimarcando l’accento sulla adozione di un linguaggio di ‘rara maestria’, enuclea alcuni tratti distintivi dello stile: “E’ il modo che conquista, l’originalità, la personalità, la forma delle metafore, l’uso corale-epico del parlato, del dialogo, la tentazione dell’oralità trasposta sulla pagina con tutta la ricchezza perfino un po’ eccessiva del suo vissuto”. <em>Il viaggiatore residente</em>, il libro che il lettore si accinge a leggere, si conferma e amplifica nei suoi punti cardinali. E’, va detto, un libro composito. <span id="more-19001"></span> Potremmo intenderlo pure come una <em>summa</em> o bilancio: molte in frequenza le coordinate o i tratti distintivi rintracciabili nel testo e accomunanti con i libri precedenti, dal primo romanzo alle pregevoli raccolte di versi, alla ponderosa produzione critica in cui il nostro si è prodotto nell’ultimo decennio. <em>Il viaggiatore residente</em> sembra, già a una prima lettura, intenzionato a un abbrivio di riconnessione dinamica della propria esperienza: poesia, narrativa, scrittura saggistico-letteraria, adunate a un riassetto, tentando la via poco praticata, come già in <em>Le ombre parlano</em>, il cui titolo non a caso viene riproposto nel settimo dei nove capitoli di questo ampio libro, di un racconto sul racconto, una narrazione plurima, che è narrazione sulla narrazione, e narrazione della narrazione: un’idea di opera aperta e inclusiva che sembra muoversi non tenendo granché conto del gusto della stagione in corso. Al contrario, Moscè punta decisamente in alto e controcorrente, l’idea che sottende all’opera essendo quella di un naturale e voluto affrancamento dai generi letterari, dai canoni, nell’accoglimento di una scrittura che tenga conto della molteplicità dei registri, delle sfumature, in una parola, della complessità: in questa ottica, i riferimenti ideali andranno a esperienze pure molto divaricate tra loro ma che praticarono sentieri di sconfinamento e di crisi: <em>L’uomo senza qualità di Musil</em>, <em>L’Ulisse</em> di Joyce, e più prossimi nel tempo, <em>Un weekend postmoderno</em> di Tondelli, <em>Gli anni giovani</em> di D’Elia, <em>Più luce, padre</em> di Buffoni: “Non ho un’intesa con ciò che racconterò, mai dentro i canoni dello scrivere un romanzo come genere” è l’<em>incipit</em> di <em>Le ombre parlano</em>, ed ha valore di intento o proposta.</p>
<p><strong>     II.</strong> Possiamo intendere <em>Il viaggiatore residente</em> quale scrittura a carattere saggistico. Il titolo stesso, nella sua valenza ossimorica, ben al di là della collocazione paratestuale, si offre come spia di senso, enunciato <em>programmatico</em> del testo, rinviando di per sé a quella endiadi: viaggio-stanzialità, o meglio, <em>diaspora-residenza</em>, così ben individuata da Franco Scataglini alla fine degli anni ‘Settanta, e tesa a ri-marcare la centralità propulsiva di un’area culturale periferica: le Marche. La messa in atto di una nozione che l’anconetano derivava da Adorno, nella sua resa <em>marxisante</em>, esistenziale e operativa, di una residenzialità da opporre al costante impoverimento del territorio a causa della fuga dalla regione di esistenze e intelletti, reimmetteva lo scrittore nel suo alveo socio-culturale, artefice del suo destino. Significò, va da sé, riappropriarsi di una cultura, di una lingua e, con questa, confrontarsi con altri centri, con altre periferie, esperienze, contesti. Il magistero di Scataglini, una delle massime voci del secondo ‘Novecento, ha contribuito non poco alla consapevolezza culturale di una regione al plurale, e alla agnizione delle sue individualità letterarie. Tutto il lavoro di Moscè sembra tenere ben a mente l’insegnamento del poeta anconetano, lo attualizza quasi, declinando la questione lungo l’arco del libro. Viaggio e residenza ne sono il <em>leit-motiv</em> , la coordinata fondamentale o invariante, rintracciabile in più luoghi o prelievi lessicali, in una fitta messe di stilemi, e nelle varie sezioni narrative, e non è un caso se <em>Viaggio residente</em> s’intitola pure una sezione del libro di versi <em>L’odore dei vicoli</em> (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 2005) a conferma di una continuità di temi e motivi . Sarà un viaggio nella residenzialità, un <em>grand tour</em> alla ricerca di ragioni e luoghi della residenza: richiami paesaggistici, scorci territoriali, nominazioni faunistiche e floreali, perlustrazioni di città (Roma, Bologna, Ancona, Pesaro, la riviera adriatica, e le più amate, Urbino e la Fabriano, in cui l’autore vive e di cui è, di fatto, la voce destinata a esserne memoria in divenire), modalità argomentative e ragionative investono descrizioni di persone, ritratti psicologici, dalle <em>nuances</em> psicoanalitiche… un attraversamento a vari stadi della <em>residenzialità come condizione</em>: di natura, di storia, di credenze e tradizioni popolari (nelle ampie sezioni dedicate alla Fabriano nel tempo, alle dicerie e leggende che rinviano all’oralità, anch’esse riprese e in continuità col suo primo romanzo ambientato nella sua città), e residenzialità come destino: di solitudine, di abiezione o degrado, di reclusione e incomunicabilità (: ‘La residenzialità non è un sogno di conciliazione’, scrive Moscè, a ribadire come questa ricognizione sorvegliata eviti i rischi di un’oleografia da strapaese…) di sofferenza, di malattia, di indagine cognitiva sulla morte e di inchiesta su dio… un percorso <em>à rebour</em> alle scaturigini della scrittura, alle sue ragioni. Ecco che come a pioggia o costellazione, tratteggiati con intelligenza e originalità, farsi avanti, autentici <em>revenantes</em>, gli autori più amati: Scarabicchi, Bertoni, Guerra, Gatto, Rondoni, Malavasi, Walkott, Heaney, Baudelaire, Luzi, Prisco, Bonnefoy, Standhal, un orizzonte di letture di riferimento culminante in una triade di rispecchiamento: i maestri amici, Piersanti, ‘il più importante poeta naturalistico’ in circolazione, accomunati da una civiltà di natura, dall’essere ostinatamente <em>dentro</em> il paesaggio, e da una sensibilità panica; Bevilacqua, con cui intrattiene un illuminante dialogo da cui alcuni temi: l’osservazione della vita da una particolare <em>couche</em> emiliana, l’eros, il rapporto con la madre, alcuni suggerimenti di mestiere, le possibilità di <em>dire in poesia come in prosa</em>, un riferimento al metalinguaggio in adozione, e, per finire, il ricorso a Saviane, personalità di spicco del ‘romanzo medio’ del secondo ‘Novecento, dal brillante taglio speculativo, ingiustamente trascurato dalla critica, cui lo lega una razionalità laica e un’esigenza irrisolta di trascendenza. Sono alcune tra le pagine saggistiche più felici, a testimonianza di una libertà e di una autonomia autoriale che travalica griglie o pregiudizi. La ricognizione saggistica tocca vari ambiti, come accade in <em>Gioventù del tempo</em>, dove Moscè non si esime dall’affrontare questioni complesse, grandi temi, sorretto da una cultura filosofica che spazia da Sant’Agostino a Nietzsche, da Bergson a Kierkegaard, da Deleuze a Pascal, evitando certe derive, o approdi suggestivi o consolatori (Nancy), per giungere all’Heidegger di <em>Essere e tempo</em>, di cui attualizza spunti e riflessioni. E’, francamente, credo, la sua scommessa totale, confrontarsi con il tempo, con la morte, con l’esigenza del divino, questioni fondamentali a cui la parte più considerevole della narrativa contemporanea sembra avere rinunciato.</p>
<p><strong>     III.</strong> Ma <em>Il viaggiatore residente</em> è, per sua natura, un testo narrativo. Una miniera di <em>plots</em>, di narrazioni o storie che si avvicendano, dove il <em>piacere</em> di dire e narrare è una istanza mai mortificata. Una galleria notevole di personaggi tratteggiati con rapidità e precisione di dettaglio, un occhio narrativo che zuma focalizza e si sofferma su soggetti che restano, figure non secondarie, con particolare predilezione per quelli femminili, orizzonte di riferimento e chiave di accesso all’esperienza del mondo dell’autore, descritte in uno stile mai ridondante o esornativo, parlano, nei frequenti inserti dialogici. Il discorso libero diretto di Moscè sortisce buoni esiti di pertinenza: dialoghi secchi essenziali precisi, in un linguaggio scarno, veloce, da parlato. Persino quando tocca gli aspetti molto privati della esperienza della malattia, in <em>L’adolescenza strozzata</em>, le modalità non indugiano nel patetico, tentano la distanza oggettiva del referto, della cronaca; o come nei lacerti di dialogo in certe risacche di degrado, la lingua mina l’<em>argot</em> con verosimiglianza e congruità. Il discorso libero diretto è un tratto costitutivo della quiddità dell’autore, del suo <em>stile</em>. Altro punto forte, una modularità della tecnica narrativa, risiede nel fatto che le narrazioni nascono spesso da elementi di paesaggio apparentemente esterni: l’osservazione e la percezione sensoriale, fisica, uditiva, relativa a una particolare tonalità coloristica o a una gradazione della luce, un odore, attivano la miccia (mito)poietica del racconto proprio come <em>madeleines</em> proustiane (qui, certamente, un riferimento puntuale, un paradigma); un procedimento in cui Moscè rivela particolare abilità. Altrove, a volte, l’attivazione della memoria del racconto è ingenerata dal ricordo o citazione di un autore o brano o particolare strofa di versi: come a dire che l’oscillazione tra scrittura scritta e quella da scrivere è un confine labile e non necessario. E che la vita e la letteratura, riducendo un <em>gap</em> tentano la via di una approssimazione: vita come letteratura, letteratura come vita. Ma pure natura come vita e letteratura come paesaggio: cogliendone le fertili intramature immaginative e sensitive (qualcosa di analogo leggo dalla prefazione di Bertoni a <em>Stanze all’aperto</em>, Moretti &amp; Vitali, Bergamo 2008, altro titolo ossimorico, altro puntuale rinvio endiadico a <em>diaspora-residenza</em>) Può accadere, poi, al contrario, che siano gli stessi episodi o dialoghi a rinviare a ricordi di letture, o alla percezione del paesaggio. E’, mi pare, una tecnica di Moscè ben collaudata, e resa, dopo il necessario <em>apprentissage</em> (un libro di racconti del 1998 e il romanzo del 2000) con convinzione. Ulteriore elemento, ormai nello stile del nostro, sta nel ricorso alla <em>mise en scène</em> di un espediente narrativo, l’inchiesta, il questionario, la telefonata, attraverso cui, come in un filo di continuità, legare varie sequenze, rinsaldare la trama. Le interviste telefoniche, nelle serrate sequenze dialogizzate, favoriscono la riduzione della distanza intercorrente tra autore, scrittore, e personaggio convocato. La prosa del nostro, tra le sue qualità, possiede, non ultima, il ricorso a una lingua distesa, serena, dalla voluta controllata e la sintassi mai complessa o ipotattica; il lessico adottato, inoltre, non risulta mai esibito o compiaciuto. Tra le stelle polari di questa scrittura, intravedo, oltre a Proust, Dostoevskij, per quella particolare tensione ad affrontare questioni ineludibili quali tempo, morte, male; e Cĕchov, di cui qui ritrovo la dolcezza di fondo, nella descrizione, e la <em>pietas</em>, come pure Tondelli, per quella attitudine conoscitiva umanissima che tocca amicizia e amore.</p>
<p><strong>     IV.</strong> Facendo affidamento alla geometria, e immaginando la rappresentazione di coordinate cartesiane nel piano, se linea narrativa è l’ordinata, e la saggistica ne è l’ascissa, la poesia viene a configurarsi quale origine. <em>Il viaggiatore residente</em> porta in sé i germi e i geni della poesia. Ben al di là delle varie citazioni presenti nel testo, e pure al di là dei continui rimandi alla sua esperienza poetica, di cui questa prosa potrebbe essere pure letta quale controcanto o dilatazione (e il terzo capitolo, <em>Terrazze sul mare</em>, richiama temi e motivi di una analoga esperienza che sta in <em>Stanze all’aperto</em>, tanto da poter ritenere che le due scritture siano quantomeno di gestazione coeva), tracce di poesia restano nella rete del testo, non per una diffusa effusività, quanto, piuttosto, per quella capacità di tratteggiare con sintesi di parole e immagini, un profilo, un personaggio, un gesto, un pensiero. O una particolare vena coloristica del cielo, o della notte. C’è una semantica delle parole, che ha a che fare con la pratica della poesia. Una semantica del paesaggio e dei personaggi, che rinviano spesso a una natura analogica del testo. Accade così, ad esempio, che una serie di parole chiave: viaggio, residenza, notte, ombra… assurgano a veri e propri correlativi oggettivi di una lettura esistenziale, speculativa, ontologica, morale. Così, pure la dimensione notturna, altra linea sotterranea del testo, rinvia irredimibilmente a Leopardi, alla <em>camera oscura</em> abitata da ombre, <em>ombre che parlano</em>, presenze a cui dare dignità di voce, a volte guide virgiliane nel viaggio. Anche Dario Bellezza, in prosa e in poesia, amava spesso evocare la presenza – genetiana e leopardiana – di un <em>viaggiatore d’ombra</em>, presenza deuteragonista nel percorso d’esperienza. Come stretta a un verso di <em>‘un amoroso filo di pensiero’</em> dell’ombra amica di Remo Pagnanelli, la prosa di Alessandro Moscè si muove indagando le tracce e i transiti di un ‘umanesimo sensibile’. <em>Il viaggiatore residente</em>, come a un nodo o a uno snodo della stagione artistica di Moscè, porta in sé e realizza le potenzialità di <em>dire</em>. Sarà al nostro, ora, ed è il miglior auspicio, continuare con decisione su un solco già ben delineato.</p>
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<strong>Nota biobibliografica</strong></p>
<p><strong>Alessandro Moscè</strong> è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano.<br />
Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei <em>Lirici e visionari</em> (Ancona, il lavoro editoriale, 2003); i libri di saggi critici <em>Luoghi del Novecento</em> (Marsilio, Venezia 2004) e <em>Tra due secoli</em> (Neftasia, Pesaro 2007); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, <em>The new italian poetry</em> (Gradiva, New York 2006, seconda edizione 2008).<br />
Ha date alle stampe le raccolte poetiche <em>L’odore dei vicoli</em> (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 2004) e <em>Stanze all’aperto</em> (Moretti &amp; Vitali, Bergamo 2008).<br />
E’ tradotto in inglese e in spagnolo.<br />
Si occupa di critica letteraria e di filologia su varie riviste e giornali (“Il Corriere Adriatico”, “Il Tempo”, “Pelagos”). Ha ideato e dirige il periodico di letteratura “Prospettiva”, ed è caporedattore della pagina della cultura del settimanale “L’Azione”.<br />
Ha ideato e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”.<br />
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		<title>Franco Arminio nella lettura di Emanuele Trevi</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Dec 2009 11:10:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
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Franco Arminio, Nevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta, Bari, Laterza, 2009.
Poeta e prosatore tra i più intensi e originali del panorama letterario contemporaneo, Franco Arminio approfondisce, di libro in libro, una scienza di cui è il fondatore e il solitario cultore, da lui definita «paesologia». L’orizzonte è sempre lo stesso, l’Irpinia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19332&subd=rebstein&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/9788842090502g.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-19335" title="Arminio " src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/9788842090502g.jpg?w=200&#038;h=304" alt="" width="200" height="304" /></a></p>
<p><strong>Franco Arminio, <em>Nevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta</em>, Bari, Laterza, 2009.</strong></p>
<p>Poeta e prosatore tra i più intensi e originali del panorama letterario contemporaneo, Franco Arminio approfondisce, di libro in libro, una scienza di cui è il fondatore e il solitario cultore, da lui definita «paesologia». L’orizzonte è sempre lo stesso, l’Irpinia orientale, terra di confine afflitta da lunghissimi e gelidi inverni. Quanto alla «paesologia», bisogna dire che, pur non essendo né una sociologia né una specie di urbanistica, si tratta di una scienza molto più esatta di quello che il suo stesso inventore vorrebbe farci credere. E’ una malinconica anatomia delle evidenze quotidiane, e della loro ineluttabile ripetizione. E’ la registrazione di un eterno moto pendolare, dal turbamento alla rassegnazione e viceversa. Non a caso, in quest’ultimo libro, è la «cicuta» a definire l’essenza stessa della vita di paese: qualcosa di amaro e velenoso, certamente, ma anche da ingoiare fino all’ultima goccia. Degno complemento della paesologia è l’ipocondria, altra scienza che non ha segreti per lo scrittore, inesausto cronista della sua «quasi impossibilità di stare al mondo». L’efficacia e il fascino della prosa di Arminio si basano su un vincolo, non del tutto comprensibile sul piano razionale, tra l’individuo che osserva e il mondo che circonda. <span id="more-19332"></span> Date queste premesse, qualcuno potrebbe sospettare una scrittura ripetitiva, asfissiante a causa dello stesso innominabile disagio che si propone di sceverare. Nulla di più sbagliato: frutto di un lavoro di lima che può richiedere lunghi anni, e di continui ripensamenti, i libri di Arminio sono mirabili meccanismi formali, tanto esigui quanto ricchi di invenzioni memorabili e soluzioni inaspettate. In <em>Nevica e ho le prove</em> si passa dal diario privato ai racconti in cui Arminio dà voce alla sua galleria di esseri umani arresi e confusi, e poi ancora all’apologo, all’aforisma, al puro e nudo elenco di fatti e circostanze. Questa scomposizione prismatica riesce nell’impresa, quasi miracolosa, di vivificare una materia così inerte e lutulenta. Particolarmente efficaci, in quest’ultimo libro, risultano le forme brevi, ad esempio quelli che l’autore definisce «Pseudoapologhi», capaci in poche righe di contenere la miniatura di un destino, con esiti amaramente comici o del tutto surreali destinati a incidersi profondamente nella memoria del lettore («Dopo la morte della moglie è divenuto astemio. Ha messo la foto della moglie nel bicchiere». E ancora: «Al colmo dell’eccitazione si denudavano, ma ognuno a casa propria»). Arminio indulge volentieri nel resoconto dei suoi mali e nello scavo interiore, ma un istinto potente lo induce costantemente ad affacciarsi fuori dai confini della sua mente, sviluppando straordinarie qualità di ritrattista. La terza persona, insomma, non si limita a sostituirsi al discorso in prima, ma lo completa, ne porta a compimento le possibilità. Anche il parlare degli altri, in fin dei conti, può essere una forma di confessione. Cronicamente malata, sottratta al divenire storico, e in tutti i sensi arretrata, l’umanità di Arminio è qualcosa che si farebbe volentieri a meno di conoscere, eppure bisogna. Sembrerebbe un semplice residuo del passato, e invece rischia d’essere il futuro di tutti. Lasciando una buona volta in pace la Sicilia, sarà arrivato il momento di parlare di Irpinia come metafora?</p>
<p align="right">(Tratto da <em>TuttoLibri</em>, Ottobre 2009)</p>
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<p><strong>L’UNIVERSO ALLE UNDICI DEL MATTINO</strong><br />
(da <em>Nevica e ho le prove</em>, pag. 30-38)</p>
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<p>A me piacciono le donne che non fanno tante storie prima di farsi scopare. In questa cittadina democristiana le donne fanno tante storie e non si fanno scopare.</p>
<p>     La cittadina si chiama Avellino. Ci sono cinque giornali, diretti tutti da giornalisti democristiani. In questa cittadina si sono appena svolte le elezioni e hanno vinto i soliti democristiani che adesso si chiamano in un altro modo e stanno assieme ai loro nemici che anche loro si chiamano in un altro modo. Queste persone sono più o meno stronze come lo siamo tutti ma non lo sanno, sono stronzi e ignoranti. Oggi nessuno si vergogna di essere ignorante.</p>
<p>     Io amo scopare con le donne intelligenti e questo, secondo quello che ha scritto <em>I fiori del male</em>, è un piacere da pederasti. Le donne intelligenti si dividono in due categorie, le sadiche e le masochiste. Ce ne stava una al cinema Cineplex di Mercogliano che le ho detto tu sei una donna intelligente. Erano due ore che vedevamo un film che non ci piaceva nella sala c’era solo una coppia a cui anche noi sembravamo una coppia, questi due una volta si sono baciati poi non hanno fatto più niente, io invece mi sono abbassato i pantaloni e la donna intelligente che era con me ha detto che sono pazzo, non me lo ha toccato non me lo ha preso in bocca e non ha voluto neppure che mi facessi una sega. Dopo il film abbiamo discusso del mio gesto per cinque ore. Abbiamo girato in macchina tutta la piccola città, tutte parole sprecate, tutta benzina sprecata, poi tre telefonate al cellulare di mattina poi cinque e-mail e poi quaranta gocce di Valium e tutto questo poteva essere evitato solo se mi metteva un dito sulle mutande, le avevo fatto vedere la forma eretta sotto il cotone bianco della Fila ma non era servito a niente.</p>
<p>     Adesso hanno tutte il fidanzato. Ci hanno appena litigato escono con te parlano ti sorridono ma poi tirano sempre fuori sto fidanzato, sarebbe meglio se ti dicessero ho paura di morire guardami la fica leccamela abbiamo una sola vita mettimelo dentro. Queste cose le donne di Avellino non te le dicono. Puoi corteggiarle puoi avvicinarti una sera sentirti un poco intimo poi devi sorbirti la delusione del giorno dopo quando lei riprende le distanze, la senti al telefono la voce che se ne sta lontana con certe sillabe tutte rigide e paonazze e se la vedi non toccarla, lei è un riccio e il tuo desiderio è abusivo.</p>
<p>     Io purtroppo per me non frequento le polacche di Avellino, le senti che parlano da una cabina telefonica queste cabine ormai stanno solo per loro, nella piazza le ragazze irpine che sono state a scuola e aspettano il pullman stanno sempre col telefonino in mano, il cazzo non ha i numeri non manda messaggi, il cazzo interessa meno del telefonino.</p>
<p>     Le ragazzine che prendono i pullman io non le posso avvicinare perché ho quarant’anni e vari strati di tristezza ben visibili, la tristezza è una cosa che viene a tutti, a me viene al posto dell’ansia, io non sono triste dopo il coito sono triste dopo l’ansia.</p>
<p>     Ad Avellino sono tutti tristi e affaticati e parlano con una lentezza e un’indolenza che mi dà fastidio. Gli avellinesi sono mediamente ipocriti, parlo di quelli che conosco, giornalisti aspiranti intellettuali artisti poeti avvocati figli di avvocati figlie di architetti professori prefetti, insomma io conosco donne che tengono ai modi e alle forme, gente che si spia per fare quello che fanno gli altri, ormai è una mania fare una vita piccola piccola e tenersela ben stretta, salvo poi lamentarsene per sentirsi diversi, per sentirsi poeti, artisti.</p>
<p>     Ieri sera con una delle solite sembrava la solita storia. Lei dice che siamo amici, ma io le donne che non mi baciano non le considero amiche, gliel’ho anche detto ma quello che dici non serve a niente e appena tenti un gesto, ieri sera volevo appoggiare la testa sulle sue spalle, lei diventa una sindacalista: ma come ti permetti e si arrabbia e gli fai schifo e non capisce perché rovini una bella amicizia con queste smanie, tu soffri e lei s’indispone, l’incontro finisce nel solito aborto. Invece a un certo punto lei avrebbe potuto dire: ma ce l’hai un profilattico e io sorpreso avrei detto di no, bene andiamolo a cercare. In cerca della farmacia già una sua mano sulle mie gambe e io già tremante, andiamo a casa tua anzi no a casa mia: breve saluto a mamma e papà televisore acceso. Noi dobbiamo vedere una cosa al computer dice lei, porta chiusa computer acceso, la mamma e il papà vanno a dormire, la stanza è vicina lei sta seduta sul letto io giro per la stanza ho un libro in mano lei mi vuole vicino ferma le sue mani sui miei polpacci potrebbe bastare già tutto questo, la ricerca del profilattico l’ingresso in casa il toccare i polpacci invece lei sale adesso con una mano sulle gambe poi la bocca socchiusa sul mio jeans la cerniera la tira giù con i denti io non apro bocca chiudo il cuore in uno stanzino tiro la pancia indietro, ora il cazzo è allungato verso destra ma è tutto dentro lo slip lei percorre con un dito lo spazio sotto il glande vorrei farle notare che il mio glande ha la forma di un cuore ma nel bagno si sentono ancora rumori, lei passa con le narici sulla forma disegnata dallo slip sesta taglia (con la quinta non fa la stessa impressione) vorrei spegnere la luce ma resto fermo e lei continua a guardare e ad annusare.</p>
<p>     Per me è già successo tutto, continuo a restare fermo, penso alla morte, penso che potrei morire, ho una fitta in cima al capo, per allontanare il pensiero della morte comincio a muovermi, mi abbasso lo slip le prendo la testa tra le mani l’avvicino al mio ventre. La prima parola che dico ovviamente è sbagliata, lei si ritrae si alza dal letto: vado a bere mi dice, io resto nella stanza col coso che diventa piccolissimo, quando torna mi faccio trovare disteso sul letto, è meglio che ce ne andiamo, io le dico che vorrei venire, ho detto che ce ne dobbiamo andare mi dice ma io la porto verso di me la giro faccio coincidere il mio cazzo col suo culo le bacio il collo sento il suo odore la bacio e la mordo ora è lei che sta ferma, è stretta tra me e il muro faccio avanti e indietro sul suo jeans, mi fa male ma non fa niente, credo che le piaccia e infatti le piace ma è inutile tentare di abbassarle i pantaloni. Ora non penso alla morte ma mi viene in mente un’altra ragazza, vivere è una breve interferenza, un brusio che viene a rompere il silenzio della morte, siamo vivi ma circondati dalla morte, intanto devo decidere se continuare a spingere tra i suoi pantaloni o ritirarmi e cercare un altro passaggio, basta mi dice e mi leva l’imbarazzo della decisione, usciamo, il profilattico non è servito, mica potevamo scopare a casa sua davanti alla stanza dei genitori col fratello che doveva ancora rincasare, ora c’è il problema che devo pisciare, fermo la macchina e scendo, lei si accende una sigaretta, la musica balcanica le piace, lei fuma e io piscio, mi guardo la punta arrossata, mi piace sentire la sua grandezza, una grandezza senza la vanità dell’erezione. Torno in macchina, lei mi dice che vuole andarsi a bere qualcosa in un locale del centro storico. A me questi locali del centro storico mi sembrano finti e pieni di gente finta, giovani che stanno per laurearsi giovani che fumano, gruppi di tre e di cinque uomini e donne, gente che parla fuma o mangia, in questi locali si sta al chiuso si sta dove gli altri stanno, preferirei andare in un cimitero scavalcare il muro farci lì dentro una passeggiata, ovviamente andiamo nel locale e lei incontra una sua vecchia amica che è giovanissima, ma come ha fatto a diventare una vecchia amica non si capisce, e questa amica tiene un fidanzato lo presenta io dico il mio nome e lui mi dice il suo, sarebbe stata una bella cosa se lui mi avesse detto il mio nome ed io il suo, sarebbe stato un segno che vale la pena di conoscerci, ci sediamo insieme, un tavolo a quattro siamo due coppie da questa sera, gli amici di lei non lo sanno che lei mi ha toccato lo slip con la bocca e io gliel’ho messo tra le gambe anche se era vestita anche se non sono venuto si è trattato comunque di un coito, io spingevo, facevo su e giù ogni tanto pensavo alla scena di <em>Ultimo tango a Parigi</em>, ovviamente al tavolo si parla di cinema, a un altro tavolo parlano di computer e a un altro tavolo dell’Irlanda, il mio mouse è puntato sulla morte. Il cuore è uscito dallo stanzino ed ora batte in disordine, un lato della faccia è più caldo dell’altro, vado al bagno mi guardo allo specchio i capelli li rovisto un po’ con le mani cerco di portare quelli che ci sono nelle zone calve, è un lavoro che faccio molte volte al giorno, mi butto un po’ d’acqua fresca sulla punta arrossata, piscio un altro poco mi guardo gli occhi allontanandomi dallo specchio, sono rossi, sembrano le bacche della rosa canina, torno su e lei mi guarda con una certa insofferenza, il fidanzato della sua vecchia amica è un patito della Ferrari, ora siamo in cinque, con noi c’è un giovane avvocato che somiglia a Kafka ma non ha i suoi problemi. Sono le tre, usciamo dal locale penso che a questo punto la cosa migliore sarebbe andare a dormire, dei cinque sono l’unico a dover fare qualcosa il giorno dopo. La mia amica fa lezioni private ma solo nel pomeriggio, l’avvocato vive coi soldi che guadagna suo padre ingegnere, quello della Ferrari non fa niente, la vecchia amica della mia semiamante fa lavori flessibili ma adesso sta preparando un concorso.</p>
<p>     In verità siamo un buon numero ed è una buona ora per fare un’orgia, penso questo quando l’amante della Ferrari ci invita tutti a casa sua perché ha un’erba buonissima, andiamo e appena si entra lui accende lo stereo col telecomando, una schifezza di musica, ma il suono è di grande qualità, mi sembra perfino di sentire una mosca che si sarà posata per un attimo sulla chitarra. La mia semiamante parla sempre con la sua vecchia amica, il giovane avvocato manda un messaggio col telefonino, l’erba è pronta, io mi astengo per incapacità e per paura, l’idea della morte mi torna mentre sono nuovamente al bagno, anche se ho bevuto un bicchiere di birra faccio scendere sulla lingua un po’ di gocce di En, lo porto in tasca quando le giornate sono impegnative, dall’infarto comunque dovrei essere coperto ho preso una cardioaspirina in mattinata. Mentre piscio controllo il rossore sulla punta, i testicoli mi fanno male, mi viene l’idea che potrebbe venirmi un cancro lì sotto, potrei già averlo, visto che mi trovo alzo la maglietta e do una controllata ai nei, uno mi sembra più grande. Mentre esco dal bagno vedo la mia semiamante che si è rimessa il giubbino rosso, sembrano tutte belle le ragazze con questi giubbini che si portano adesso. Andiamo via mi dice, mi fa male la testa. Sono le cinque del mattino e non ho capito perché abbiamo fatto così tardi. Le strade della città sono vuote, in pochi minuti siamo sotto casa sua. Lei mi saluta con un bacio frettoloso. Le dico che non ha senso andare a dormire a quest’ora, se si vuole essere davvero strani e sbandati bisogna andare a dormire alle undici di mattina.</p>
<p>     Torna in macchina. La destinazione è decisa, Rocca San Felice. Arriviamo all’alba fa un po’ freddo ci abbracciamo tra le pietre sotto la rocca. Il cielo si riempie di luce molto lentamente, io sono sopra di lei dentro la rocca, qui non ci disturba nessuno, sono sopra ma lei non vuole saperne di abbassare i suoi jeans, spingo furiosamente annuncio che sto per venire poi la bacio dolcemente proviamo vari tipi di bacio, quando il bacio dura molto mi manca il respiro perché io non uso il naso e quando mi manca il respiro torna l’idea della morte, comunque questa rocca dove fu imprigionato Manfredi è assai meglio del salotto avellinese con erba e chiacchiere inutili. Sospendo il mio su e giù mi alzo in piedi. Fammi venire con le mani e poi ce ne andiamo al bar a fare colazione. Io desidero soltanto porre fine al mio desiderio, non so bene cosa voglia lei, le dico che basterebbero cinque secondi con le sue mani, fallo da solo mi dice, non ho voglia di toccarti, le faccio vedere il profilattico le dico che mi basterebbe solo entrare, due secondi esatti. A questo punto ho una fitta violentissima al petto, sbianco, lei mi chiede se mi sento male, sì mi sento male, ma voglio farlo. Lei si spoglia e mi aiuta a spogliarmi, sono nudo ho un dolore fortissimo so che sto morendo, lei apre le gambe, sì fallo, fallo presto. Non riesco ad entrare me lo prende in bocca io gemo per il dolore al petto e per il piacere giù nel ventre, il mio corpo è spaccato, sto morendo e mentre muoio comincio a fare l’amore come non l’ho mai fatto in vita mia. Mi muovo furiosamente, la punta sembra andare sempre più dentro, anche lei gode urla mi morde mi bacia mi lecca mi stringe con le gambe con le braccia, il mio corpo attraversa il suo come una migrazione di bisonti, tutta la torre sembra tremare, io so che sto morendo ma resisto avanzo sudo urlo mi sollevo la sollevo la prendo da dietro lei piange si è accorta che sto male il mio viso è bianchissimo, tutto il mio corpo è bianco tranne il sesso violaceo, mentre spingo cerco con le mani il pantalone prendo il tranquillante faccio scendere molte gocce nella bocca, forse non è un infarto forse è solo un attacco di panico, il mio corpo sta fingendo di morire, lo ha fatto tante volte, continuo a spingere, lei sta godendo: sì ti amo ti adoro ti voglio sì vienimi dentro. Io non ricordo il mio nome non so dove mi trovo, il dolore al petto si è attenuato ma ora non sento più la testa, la sento più piccola di una pulce e mi sembra che tutto l’universo stia scivolando via e ci lasci soli, niente stelle niente bar niente luce né buio, niente amici nemici braccia capelli macchine scarpe, tutto se ne va via da un buco, a furia di spingere dentro di lei ho sfondato l’universo.</p>
<p>     Anche il mio sperma cola giù e si perde, non ho più la mia bocca non ho più le mie ansie, la paura della morte si è dissolta come un miraggio, non ho più niente e non ho neppure l’idea di non avere più niente che già sarebbe qualcosa, mi sembra che tutta la vita dall’inizio dei tempi a ora sia stata un grande film con tante guerre amori cataclismi ma che adesso tutto questo è finito se ne vanno le comparse e gli attori principali si smontano le scenografie dei fiumi e delle montagne, era tutto finto, anche i poeti anche i morsi dei serpenti. La mia semiamante è l’unica rimasta a farmi compagnia, si pulisce il mio succo mi bacia sui capelli ma io non ho più cranio e la sua lingua cade giù, i corpi ormai non hanno più leggi, gli atomi delle sue dita esplodono liberamente, gli elettroni sciamano nello stomaco, il fegato non vuole più fare il fegato e vola via e si perde. Non ci è possibile vestirci. Rimaniamo nudi e sparsi, oltre la vita e oltre la morte, oltre le cose e oltre noi stessi, l’umanità era una pellicola sottile ma resistente, il mondo era un’illusione consistente ma forse da tempo senza saperlo gli uomini stavano migrando per uscire dalla loro forma, si erano stancati di amarsi e di odiarsi, si erano stancati perfino della loro indifferenza. Da tempo si sentiva che doveva succedere qualcosa che non era mai successo prima, nessuna rivelazione, nessuna distruzione, ma uno scioglimento dello spazio e del tempo, uno scioglimento di tutti gli aggregati, nessun atomo vuole più saperne degli altri atomi, l’universo finisce come un bicchier d’acqua e noi restiamo nudi dentro una torre.</p>
<p>     Sono le undici del mattino quando prendiamo sonno.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
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		<title>[di fili d&#039;erba e bave di vento]</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Dec 2009 00:50:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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		<category><![CDATA[di fili d'erba e bave di vento]]></category>

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		<description><![CDATA[
&#160;
non è inverno quello che veramente vede, non è brina quella che lo assale, ma fiore, e il piano è collina. L’amore per qualcuno è forte, fino a questo segno; ma il testo
&#160;

&#160;
correrà «in un punto senza brina». Cercando l’eufonia esplodono suoni, suoni, e squilli, squilli. così vola la punta delle dita: digita, incolla, copia.
&#160;

[...]
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1
corridoi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19451&subd=rebstein&ref=&feed=1" />]]></description>
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<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>non è inverno quello che veramente vede, non è brina quella che lo assale, ma fiore, e il piano è collina. L’amore per qualcuno è forte, fino a questo segno; ma il testo</em></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/img_6695b1.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/img_6695b1.jpg?w=150&#038;h=99" alt="" title="IMG_6695b" width="150" height="99" class="alignright size-thumbnail wp-image-19456" /></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>correrà «in un punto senza brina». Cercando l’eufonia esplodono suoni, suoni, e squilli, squilli. così vola la punta delle dita: digita, incolla, copia.</em></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><span id="more-19451"></span></p>
<p align="center"><strong>[...]</strong></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><strong>1</strong></p>
<p>corridoi e pratiche, vetri: uno stile<br />
non è completo – forse è una testa,<br />
ma è nuda; è una nuca. Cerere<br />
non madre, madre<br />
mai Cerere, per fingere la storia<br />
più bella. <em>piacente primavera</em> è la stagione, l’ospedale<br />
comincia, e lo scalzo e la nuda<br />
grossa e giovane, alta e l’urina sopra<br />
i posti vuoti dell’acqua grossa e giovane.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><strong>2</strong></p>
<p>ora bisogna che gli scandali avvengano. la lingua scende<br />
sul pube aperto, che delira. la mano tocca la guancia, «vedi<br />
che è grassa», e no, è morbida –<br />
«io giaccio SOLA», Saffo grida: che sembra un modo non popolare – e Cristo è popolare –, e una fuga<br />
senza riguardo o pietà: ecco, potrei non essere solo, <em>se voglio</em>.</p>
<p>   dopo la vita pubblica, l’occhio ha visto i <em>cosiddetti</em> cementi, i <em>cosiddetti</em> pavimenti: gli uni «grigi» gli altri «freddi», per convenzione della lingua. Questi piccoli appassionati, tante piccole <em>cose</em> – il piede si appoggia piano, per il freddo; la mano evita il tocco, per la polvere – e ti hanno rapito: propriamente, ti attirano a sé. e si aggiungerà molto <em>gentile lampo</em>, o grazia, al mondo vissuto prima. Gesù mostrava a Teresa PRIMA le mani. Non le altre bellezze, perché bruciano. Altre prose, di prima, sembrano BAMBOLE e FALSETTO. Di forte e caldo caro si vive, il bello e il buono; non si muore di altro, ma che <em>il cuore scoppi</em>, perché – confessione <em>piana</em>, in una telefonata <em>lunga</em> – il cuore è rosso, il cuore adora.</p>
<p>   la fantasia promette un mondo puro; nell’anima è stato promesso. Guardalo ora, che cade. Guarda il mondo, che si trasforma: non c’è più il bambino – che non sa se vivrà e come – né l’anziano – che non sa quanto vivrà; ma il giovane. E muore – perché si trasforma per sempre – una fama raggiunta, che non vale più.<br />
l’occhio penetra nelle finestre aperte, a sera, per l’estate; immagina il non visto, il sapore; il sapere; una fontana getta acqua, sotto.<br />
qui penetra poco freddo e il rumore è minimo, che viene dalla strada. Il giorno è festivo: sono quasi colpi, e sembrano sospiri – per questo è amato il telo ricamato, leggerezza, i piccoli passi dietro, la propria madre, forse.</p>
<p>   non è inverno quello che veramente vede, non è brina quella che lo assale, ma fiore, e il piano è collina. L’amore per qualcuno è forte, fino a questo segno; ma il testo correrà «in un punto senza brina». Cercando l’eufonia esplodono suoni, suoni, e squilli, squilli. così vola la punta delle dita: digita, incolla, copia.</p>
<p>   l’altalena e l’appello erano nella stessa mattina, e la palestra e gli insulti: una scuola, l’Italia. ti vedi, e sembra <em>libero</em> il transito tra Tevere e Centro, poi verso i Saxa Rubra. Andata, ritorno. e ora a <em>chi</em> ne scrivi? a chi rimane [vedi, dopo: non rimane nessuno]. gli angoli della casa, e la polvere, e tutti i libri raccolti sono <em>uniti</em>. Da qui si viene e si torna. Le serrature sono state violate una volta, due, tre, quattro, negli anni. E l’inchiostro sparso? E la porta del frigorifero – aperta? Queste forbici, quella carta; il tavolo; nostra figlia, nostra figlia, <em>la casa</em>.</p>
<p>   dentro l’acqua si ride. A sedici anni, la nudità non è grave; l’inizio della vita è delicato. Ferito il corpo, ora la pelle sta lavorando (la pelle è l’esoscheletro, il limite): produce i liquidi che sa quando è colpita, come oggi. Non è più il sangue di ieri. Il liquido lubrifica i tagli, nelle gambe. Molti – che prima sono – dubbi scompaiono. E che il corpo, entro certi limiti, <em>si basti</em> è una consolazione e funziona.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><strong>3</strong></p>
<p>contro lo splendore – la vista<br />
d’occhio – incredibile, la fine<br />
di membra vive, carni – come<br />
i cani le cercano. Ad uno<br />
splendore si chiede: ora splenderà.<br />
Alla grandezza, che sazi. Alla cosa sensibile:<br />
tutto è amore, tutto, e questo<br />
non sembra amore.</p>
<p>per esistere, la pelle vive. e piove; si vive<br />
15 anni, per esistere, con ardore. la madre<br />
non è dea, senza ardore: che parla per esistere,<br />
in uno stato vero. il suono della R esiste<br />
in uno stato vero, nell’autore: che regge<br />
la notizia, per la donna che vive e l’area<br />
che ci resta.</p>
<p>si contrae il nome, PAV.: il pavimento sempre.</p>
<p>chi pende è un velo lento, ora cade: chi fu<br />
le <em>belle membra</em>.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><strong>4</strong></p>
<p>ista cartula est di un capo<br />
stanco – la testa – nell’ora<br />
della sua soluzione.</p>
<p>o padre o madre<br />
difende febbre e acqua<br />
di questa casa e insetti<br />
ospiti, lasciàti <em>vivere</em><br />
e topi. il POCO<br />
non è questo: in un posto<br />
prezioso i fratelli nascono<br />
prima, il lembo di placenta</p>
<p>sparirà! e l’ingenuo. Questa è<br />
una realtà più grande e certa, l’ultima<br />
COSA della prima vita.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><strong>5.</strong></p>
<p>in una sala si provoca il parto, i giorni<br />
avanti, per esistere: qui puoi morire<br />
subito, non nato qui morire: o no.</p>
<p>l’incarnazione è rotta nella<br />
corsa, l’otto agosto dell’<br />
uomo una goccia decora</p>
<p>il suo motore morto, l’amore<br />
senza errore andato e via<br />
veloce, aperto. Non sono</p>
<p>atteggiamenti. Ora uscite.</p>
<p>di stazione in stazione il filo<br />
del telefono c’è, la cucina<br />
più <em>nuda</em>, e la casa, ci sono:<br />
come è un tamburo duro<br />
in mano ai figli, per gioco; come<br />
la pioggia <em>fredda</em>, che non è neve<br />
<em>bianca</em>.<br />
un punto tondo bello<br />
si romperà, se cade:</p>
<p>forte il ginocchio sul fondo<br />
della strada, il mento forte</p>
<p>sopra lo stesso punto, forse,<br />
non deve più, non deve niente.</p>
<p>[<strong>massimo sannelli</strong>]</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>______________________________<br />
Le immagini fotografiche sono dell&#8217;autore.<br />
Il soggetto è uno scultura di Andrea Dal Lago.<br />
______________________________</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
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		<title>Non andare spegnendoti</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Dec 2009 11:11:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[hilde domin]]></category>
		<category><![CDATA[incisi per un dialogo augurale]]></category>
		<category><![CDATA[l'albero di rebstein]]></category>
		<category><![CDATA[la biblioteca di rebstein]]></category>
		<category><![CDATA[non andare spegnendoti]]></category>
		<category><![CDATA[quaderni delle officine]]></category>
		<category><![CDATA[quaderni di rebstein]]></category>
		<category><![CDATA[quaderni di traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[stefanie golisch]]></category>

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		<description><![CDATA[

Geh nicht als
Erlöschender.
Wir sind Brennendes,
Steigendes,
oder wir sind nicht gewesen.
(Hilde Domin)
&#160;
 Non andare
spegnendoti.
Siamo fiamme
che salgono
o non siamo stati.
(Hilde Domin/Tr. Stefanie Golisch)
&#160;


  
  
   
  
  
  
  
 


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&#160;
***
       <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19022&subd=rebstein&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/communitas.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/communitas.jpg?w=300&#038;h=199" alt="" title="communitas" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-19524" /></a><br />
<a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/communitas1.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/communitas1.jpg?w=150&#038;h=99" alt="" title="communitas" width="150" height="99" class="alignright size-thumbnail wp-image-19526" /></a></p>
<p align="center"><strong>Geh nicht als<br />
Erlöschender.<br />
Wir sind Brennendes,<br />
Steigendes,<br />
oder wir sind nicht gewesen.</strong><br />
(<em>Hilde Domin</em>)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"> <strong>Non andare<br />
spegnendoti.<br />
Siamo fiamme<br />
che salgono<br />
o non siamo stati.</strong><br />
(<em>Hilde Domin/Tr. Stefanie Golisch</em>)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><span id="more-19022"></span></p>
<p align="center"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/oiuhw1.gif?w=150&#038;h=150" alt="" title="oiuhw1" width="150" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19534" /><br />
<a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/09/antonio-scavone-il-tempo-dei-desideri1.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/dreyfus28-05-09-61.jpg?w=150&#038;h=124" alt="" title="Antonio Scavone" width="150" height="124" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19400" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/08/giuseppe-zuccarino-effrazioni-e-simulacri.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/1033b-11.jpg?w=105&#038;h=150" alt="" title="Giuseppe Zuccarino" width="105" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19405" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/09/marco-ercolani-la-terra-mi-e-di-peso1.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/d4c5a6a09aacc5c3bca72e6295565699_medium.jpg?w=150&#038;h=125" alt="" title="Marco Ercolani" width="150" height="125" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19401" /></a></p>
<p align="center"><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/david-ramanzini-il-volto-infranto.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/2_carne-altrui_grande.jpg?w=150&#038;h=148" alt="" title="David Ramanzini" width="150" height="148" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19387" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/alessandro-ghignoli-tristizia.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/kollwitz_1.jpg?w=150&#038;h=131" alt="" title="Alessandro Ghignoli" width="150" height="131" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19391" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/franco-arminio-cimelio-dei-profili.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/79871876in4.jpg?w=112&#038;h=150" alt="" title="Franco Arminio" width="112" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19385" /></a></p>
<p align="center"><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/manuel-cohen-cartoline-di-marca2.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/emilio_1229776287_it_was_not_the_promised_land5.jpg?w=150&#038;h=145" alt="" title="Manuel Cohen" width="150" height="145" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19384" /></a>  <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/jolanda-catalano-mia-signora-della-parola.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/n34-la20mia20musa202003.jpg?w=150&#038;h=120" alt="" title="Jolanda Catalano" width="150" height="120" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19382" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/abele-longo-la-linea1.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/41d47edf6f29032624389.jpg?w=126&#038;h=150" alt="" title="Abele Longo" width="126" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19378" /></a></p>
<p align="center"><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/marta-campi-apnee.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/medium_le20nuvole20di20c_20baudelaire201420-20g_f_g_20liminare_206.jpg?w=150&#038;h=95" alt="" title="Marta Campi" width="150" height="95" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19383" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/salvatore-ritrovato-dedo.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/amadeo_modigliani_0533.jpg?w=96&#038;h=150" alt="" title="Salvatore Ritrovato" width="96" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19128" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/enrico-de-lea-lumina-et-semina.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/scan000611.jpg?w=150&#038;h=106" alt="" title="Enrico De Lea" width="150" height="106" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19131" /></a></p>
<p align="center"><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/natalia-castaldi-il-canto-nel-cerchio-dellacqua.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/anima20del20corpo.jpg?w=150&#038;h=99" alt="" title="Natàlia Castaldi" width="150" height="99" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19381" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/antonio-sabino-quaestiones.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/g_cail1.jpg?w=102&#038;h=150" alt="" title="Antonio Sabino" width="102" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19388" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/08/giorgio-bonacini-i-segni-e-la-polvere.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/scacchi1.jpg?w=150&#038;h=100" alt="" title="Giorgio Bonacini" width="150" height="100" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19386" /></a></p>
<p align="center"><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/08/antonio-scavone-filosofia-dello-scrivere-i.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/thot.jpg?w=124&#038;h=150" alt="" title="Antonio Scavone" width="124" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19409" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/08/hugo-mujica-poesie-1995-20041.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/2767129815_1356b8cc3f.jpg?w=150&#038;h=112" alt="" title="Hugo Mujica" width="150" height="112" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19412" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/08/jack-spicer-after-lorca.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/afterlorca.jpg?w=113&#038;h=150" alt="" title="jack spicer" width="113" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19413" /></a></p>
<p align="center"><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/lisa-sammarco-perche-e-cosi.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/so-what1.jpg?w=112&#038;h=150" alt="" title="Lisa Sammarco" width="112" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19376" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/05/gianluca-dandrea-evosistemi.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/http___www_sahara_it_bm_saharathree_moxiepix_b21_10981.png?w=150&#038;h=112" alt="" title="Gianluca D&#39;andrea" width="150" height="112" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19133" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/08/lorenzo-calogero-poesie-gedichte.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/ritratto3.jpg?w=86&#038;h=150" alt="" title="Lorenzo Calogero" width="86" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19414" /></a></p>
<p align="center"><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/09/giuseppe-zuccarino-scritti-su-edmond-jabes.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/q4_4sir.jpg?w=103&#038;h=150" alt="" title="Giuseppe Zuccarino" width="103" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19554" /></a> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/08/giuseppe-zuccarino-la-fiamma-e-la-cenere.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/benjamin-sm3.jpg?w=100&#038;h=150" alt="" title="Giuseppe Zuccarino" width="100" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19552" /></a></p>
<p align="center"><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/marco-ercolani-lopera-non-perfetta1.pdf"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/paul-klee-senecio-1922-1628714.jpg?w=136&#038;h=150" alt="" title="Marco Ercolani" width="136" height="150" class="alignnone size-thumbnail wp-image-19570" /></a><br />
<img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/rhiza1.jpg?w=225&#038;h=300" alt="" title="rhiza1" width="225" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-19573" /></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/auguri.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/12/auguri.jpg?w=300&#038;h=180" alt="" title="auguri" width="300" height="180" class="aligncenter size-medium wp-image-19580" /></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rebstein.wordpress.com/19022/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rebstein.wordpress.com/19022/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rebstein.wordpress.com/19022/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rebstein.wordpress.com/19022/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rebstein.wordpress.com/19022/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rebstein.wordpress.com/19022/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rebstein.wordpress.com/19022/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rebstein.wordpress.com/19022/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rebstein.wordpress.com/19022/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rebstein.wordpress.com/19022/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=19022&subd=rebstein&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Antonio Scavone</media:title>
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			<media:title type="html">Marco Ercolani</media:title>
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			<media:title type="html">David Ramanzini</media:title>
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			<media:title type="html">Alessandro Ghignoli</media:title>
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			<media:title type="html">Franco Arminio</media:title>
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			<media:title type="html">Manuel Cohen</media:title>
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			<media:title type="html">Jolanda Catalano</media:title>
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			<media:title type="html">Abele Longo</media:title>
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			<media:title type="html">Marta Campi</media:title>
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			<media:title type="html">Giorgio Bonacini</media:title>
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			<media:title type="html">Antonio Scavone</media:title>
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			<media:title type="html">Giuseppe Zuccarino</media:title>
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