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	<title>La dimora del tempo sospeso</title>
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	<description>Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto.</description>
	<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 15:32:29 +0000</pubDate>
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	<language>it</language>
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		<title>Argini e maree (I)</title>
		<link>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/18/argini-e-maree-i/</link>
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		<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 15:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[fm]]></category>

		<category><![CDATA[inediti]]></category>

		<category><![CDATA[memoria]]></category>

		<category><![CDATA[poesia]]></category>

		<category><![CDATA[scritture]]></category>

		<category><![CDATA[argini e maree]]></category>

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		<description><![CDATA[
Argini e maree (2008)
si fissano in cieli di astri e maree
immagini mai sentite eclissi
risonanti – dico riapri i tuoi occhi
fa sosta sull&#8217;argine e
libera dalla pietra il chiarore
dove dimora ogni cosa al dileguare
ma tu prepari un dubbio
distrai la luce
che è già cammino declinato in grida
un volo di memoria

 
la spina innesta il dolore al volteggio di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><img src="http://farm1.static.flickr.com/183/432344350_59171d3900.jpg?v=0" alt="" width="386" height="298" /></p>
<p align="center"><strong>Argini e maree</strong> <em>(2008)</em></p>
<p align="right"><em>si fissano in cieli di astri e maree<br />
immagini mai sentite eclissi<br />
risonanti – dico riapri i tuoi occhi<br />
fa sosta sull&#8217;argine e<br />
libera dalla pietra il chiarore<br />
dove dimora ogni cosa al dileguare<br />
ma tu prepari un dubbio<br />
distrai la luce<br />
che è già cammino declinato in grida<br />
un volo di memoria</em></p>
<p><span id="more-936"></span></p>
<p align="center"> </p>
<p><em>la spina innesta il dolore al volteggio di un rito, mentre l’eco alimenta la fiamma del rovo al compiersi dell’acqua. un&#8217;alba stremata si annuncia dai fondali bruciati dell&#8217;attesa</em></p>
<p align="center"> </p>
<p>                   vedi,<br />
                   sono stagione anch’io, goccia<br />
                   che penzola da un ramo<br />
                   a lume di mistero</p>
<p>                   così dicevi, e la tua mano<br />
                   rovesciava sul tavolo l’ultimo carico di foglie</p>
<p>                   la mano casta, sfilacciata in fibre verdi<br />
                   confinava la morte<br />
                   in calici colmi di resina</p>
<p>                   lasciava scivolare dai pori<br />
                   momenti d’acqua, lampi di antichi roseti</p>
<p>                   oggi porgi le labbra<br />
                   a un rivo che urla, allagato di luna<br />
                   verso la foce intravista<br />
                   in chiarità d’esilio</p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p><em>non sigillare in cardini vivi la parola, né la piaga votiva nell’urlo degli occhi. piuttosto fanne un racconto di imbarchi, la soglia che si profila nell’intrico di dolenti radici</em></p>
<p align="center"> </p>
<p>                   eri stagione di un antico andare<br />
                   la tua polvere<br />
                   ancora<br />
                   parla il riposo, la quiete sofferta<br />
                   tra ombre affilate di domande</p>
<p>                   come quando nell’alba<br />
                   il profilo allarmato del sole<br />
                   aveva la forma<br />
                   esatta di una piaga</p>
<p>                   e tu insegnavi al cielo vuoto<br />
                   il richiamo materno<br />
                   della sete, l&#8217;alfabeto taciuto<br />
                   dei tuoi occhi</p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p><em>dicono che le parole sognano geometrie di corpi e lingue ramificate d’acqua. per questo tentano pietre dove non trovi nulla, non una forma viva che le salvi dall’immobilità di voci smesse. resta del desiderio appena un&#8217;orma, un&#8217;eco del passaggio, un lume dispensatore di silenzi</em></p>
<p align="center"> </p>
<p>                   i tuoi passi segnano inudibili<br />
                   distanze, costeggiano case<br />
                   che sono offerte<br />
                   di volti, di assenze, paesaggi<br />
                   inchiodati a una bocca da cui escono grida</p>
<p>                   la mano<br />
                   che batte alle porte dell’ora<br />
                   esplode nel gelo, e nel palmo<br />
                   dove covava l’alba<br />
                   la pioggia che cresce ali<br />
                   alla voce, solo la cenere rimane<br />
                   inaspettata<br />
                   dei fiori che non eri venuta a cercare</p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p><em>solo il lampo ricorda che la pupilla di una rosa ha dimora altrove. che da soglie inaccessibili contempla acque inesplorate, dove l’orizzonte si abbatte senza un grido, e l’alba</em></p>
<p align="center"> </p>
<p>                   il ricordo è questo chiostro di voci<br />
                   senza movimento, uno spazio<br />
                   dove il mare si orienta<br />
                   sicuro<br />
                   e invade a ondate ogni angolo in ombra</p>
<p>                   l&#8217;acqua<br />
                   libera luci rapprese<br />
                   per la conta del tempo<br />
                   che resta, per la carezza che ammassa<br />
                   frammenti di vita<br />
                   in rilievo, profili di spuma</p>
<p>                   e questa rosa<br />
                   ancorata a un pensiero<br />
                   senza parole, questa spina trasparente<br />
                   dove un altro giorno frange<br />
                   senza ferirsi</p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p><em>angeli remoti, esiliati dalla voce, negli occhi che osservano arcipelaghi immobili di parole scritte. s’avanzano con passi sognanti d’acqua tra simulacri fossili, spazzando sillabiche mura che ogni immagine isolano e assimilano facendone porte sbarrate alla rotta di sensi futuri, a illimitate topografie della passione - riverberi d&#8217;ala nell’inavvertito linguaggio delle nevi. se a volte dolgono anche i segni mentre sul foglio t’inoltri a lume di marea cercando un guado oltre i deserti di cenere dell&#8217;inesprimibile, pensa una meridiana che non finge labbra per la sua agonìa quando si infrange d’improvvisa eclissi, rovesciando l’abisso di una lampada al tuo sguardo. trattieni allora quel volto che ti guarda, sorgente altra che dissolve i volti, indicibile presenza di presenze - che il suo silenzio è un nascere di rose sulla superficie illimitata delle notti.</em></p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
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	</item>
		<item>
		<title>VDBD - Una nuova rivista telematica</title>
		<link>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/17/vdbd-una-nuova-rivista-telematica/</link>
		<comments>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/17/vdbd-una-nuova-rivista-telematica/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 Jul 2008 21:17:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[alessandra pigliaru]]></category>

		<category><![CDATA[annunci]]></category>

		<category><![CDATA[antonella pizzo]]></category>

		<category><![CDATA[arte e letteratura]]></category>

		<category><![CDATA[critica]]></category>

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		<category><![CDATA[scritture]]></category>

		<category><![CDATA[teoria]]></category>

		<category><![CDATA[arte]]></category>

		<category><![CDATA[filosofia]]></category>

		<category><![CDATA[letteratura]]></category>

		<category><![CDATA[riviste]]></category>

		<category><![CDATA[via delle belle donne]]></category>

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		<description><![CDATA[
E&#8217; on-line VIADELLEBELLEDONNE N° 1. Quadrimestrale di letteratura, filosofia e arte, diretto da Alessandra Pigliaru e Antonella Pizzo.
La rivista è scaricabile anche nel formato pdf.

Ecco il sommario del primo numero: 
STRETTOIE
Andrea Oppo - NOTE SUL «DIARIO DI UN DOLORE» DI C.S. LEWIS
Antonella Pizzo - LE INTERVISTE IMPOSSIBILI: Mary Shelley  
* 
PIANEROTTOLI
Cristina Contilli - UNA [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2008/07/logoverderivista1.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2008/07/logoverderivista1.jpg?w=212&h=300" alt="" width="212" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-944" /></a></p>
<p><strong>E&#8217; on-line</strong> <a href="http://nuke.viadellebelledonne.it/"><strong>VIADELLEBELLEDONNE</strong> N° 1.</a> <strong>Quadrimestrale di letteratura, filosofia e arte, diretto da Alessandra Pigliaru e Antonella Pizzo.</strong></p>
<p align="center"><strong>La rivista è scaricabile anche nel <a href="http://nuke.viadellebelledonne.it/Portals/0/viadellebelledonneluglio2008numerouno.pdf">formato pdf</a>.</strong></p>
<p><span id="more-940"></span></p>
<p>Ecco il sommario del primo numero: </p>
<p><strong>STRETTOIE</strong></p>
<p><strong>Andrea Oppo</strong> - NOTE SUL «DIARIO DI UN DOLORE» DI C.S. LEWIS<br />
<strong>Antonella Pizzo</strong> - LE INTERVISTE IMPOSSIBILI: Mary Shelley  </p>
<p><strong>*</strong> </p>
<p><strong>PIANEROTTOLI</strong></p>
<p><strong>Cristina Contilli</strong> - UNA FIGURA POCO CONOSCIUTA DEL RISORGIMENTO: la Contessa milanese Costanza Trotti Arconati<br />
<strong>Erika Ranfoni</strong> - HANNAH ARENDT: la vita è un miracolo a due voci </p>
<p><strong>*</strong> </p>
<p><strong>FINESTRE</strong></p>
<p><strong>Morena Fanti</strong>  - UNDERWORLD di Don DeLillo – una lettura ‘sospettosa’<br />
<strong>Fernanda Ferraresso</strong> - LEG(G)ENDA DI UN FILM : TAXI DRIVER di Martin Scorsese<br />
<strong>Marta Ajò</strong> - PATRIMONIO. UNA STORIA VERA di Philip Roth</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>CAMMINAMENTI</strong></p>
<p><strong>Fabiano Alborghetti</strong> - RIABILITATO COME UOMO. Il laboratorio di lettura e scrittura creativa al carcere di Opera<br />
<strong>Emilia De Rienzo</strong> - DIALOGARE CON LE PERSONE ANZIANE: UNA DIMENSIONE CHE SI STA PERDENDO<br />
<strong>Maria Pina Ciancio</strong> - RITI ED ARTI MAGICO-RELIGIOSI NELL&#8217;ANTICA SOCIETA&#8217; LUCANA DEL POLLINO </p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>PONTEGGI</strong></p>
<p><strong>Valter Binaghi</strong> - LA TELEVISIONE DEI LIBRI<br />
<strong>Paola Pluchino</strong> - QUATTRO MOMENTI SU TUTTO IL (MIO) NULLA. Omaggio a Carmelo Bene<br />
<strong>Lia Volpatti</strong> - TUTTE LE (belle) DONNE DI MARLOWE!<br />
<strong>Ilaria Ciancilla</strong> - LO SPECCHIO INFRANTO: i paradigmi della moda nel Nuovo Mondo</p>
<p><strong>*</strong> </p>
<p><strong>GIARDINI</strong></p>
<p><strong>Marco Scalabrino</strong> - MARIA FAVUZZA<br />
<strong>Anna Maria Bonfiglio</strong> - AUTUNNO SICILIANO<br />
<strong>Francesco Marotta</strong> - I NOMI DELLA LUCE</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>GIARDINI</strong> (Rubrica di poesia a cura di Francesco Marotta)</p>
<p><strong>Marina Pizzi</strong> - DAVANZALI DI PIETA&#8217;<br />
<strong>Lorenzo Carlucci</strong> - LA COMUNITA&#8217; ASSOLUTA<br />
<strong>Federico Zuliani</strong> - TRAVELLING SOUTH<br />
<strong>Francesca Sallusti</strong> - LA LEPRE CEDE IL PASSO ALL&#8217;ORO</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>BALAUSTRE</strong></p>
<p><strong>Sandra Palombo e Lucetta Frisa</strong> - PETIT QUESTIONNAIRE pour Jean Echenoz<br />
<strong>Marina Raccanelli</strong> - L&#8217;ARTE DEL RESTAURO. Intervista a Barbara Biciocchi<br />
<strong>Alessandra Pigliaru</strong> - LA FEMMINILITA&#8217; RITROVATA. Saggio-intervista sul cinema di Alina Marazzi<br />
<strong>Marco Buttafuoco</strong> - ARTE E PSICANALISI. Intervista a Laura Pigozzi</p>
<p><strong>*</strong> </p>
<p><strong>PRIMO PIANO</strong></p>
<p><strong>NOTE SUL «DIARIO DI UN DOLORE» DI C.S. LEWIS</strong> di Andrea Oppo - legge Alessandra Pigliaru<br />
<strong>I NOMI DELLA LUCE</strong> di Francesco Marotta</p>
<p><strong>***</strong> </p>
<p>Gli autori, i dialoganti, gli artisti che hanno collaborato a questo numero:</p>
<p align="center">Fabiano Alborghetti - Marta Ajò - Barbara Biciocchi - Valter Binaghi<br />
Anna Maria Bonfiglio - Marco Buttafuoco - Giusy Calia<br />
Lorenzo Carlucci -  Maria Pina Ciancio - Cristina Contilli<br />
Emilia De Rienzo -Jean Echenoz - Morena Fanti<br />
Fernanda Ferraresso - Lucetta Frisa - Alina Marazzi<br />
Francesco Marotta - Andrea Oppo - Sandra Palombo<br />
Alessandra Pigliaru - Laura Pigozzi - Marina Pizzi - Antonella Pizzo<br />
Paola Pluchino - Salvatore Pluchino - Marina Raccanelli<br />
Erika Ranfoni - Francesca Sallusti - Marco Scalabrino - Lia Volpatti<br />
Federico Zuliani</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
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	</item>
		<item>
		<title>Genti dolorose - di Luca ARIANO</title>
		<link>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/17/genti-dolorose-di-luca-ariano/</link>
		<comments>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/17/genti-dolorose-di-luca-ariano/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 Jul 2008 10:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[inediti]]></category>

		<category><![CDATA[luca ariano]]></category>

		<category><![CDATA[memoria]]></category>

		<category><![CDATA[poesia]]></category>

		<category><![CDATA[scritture]]></category>

		<category><![CDATA[contratto a termine]]></category>

		<category><![CDATA[genti dolorose]]></category>

		<category><![CDATA[vite periferiche]]></category>

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		<description><![CDATA[
[Genti dolorose è una delle sezioni dell'ultima opera di Luca Ariano, Contratto a termine, di prossima pubblicazione.]
Genti dolorose
“che tu vedrai le genti dolorose
c&#8217;hanno perduto il ben de l&#8217;intelletto”
Dante (Inf., III)
Gli occhiali scuri la mattina presto
per Patrizio sono uno scudo alla sabbia
della notte, all&#8217;ansia d&#8217;un passo autunnale.   
Ti porti sempre la tua aria di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><img src="http://www.culturacampania.rai.it/site/_contentimages/00059600/59634_periferia.jpg" alt="" width="323" height="344" /></p>
<p>[<em>Genti dolorose</em> è una delle sezioni dell'ultima opera di <strong>Luca Ariano</strong>, <strong><em>Contratto a termine</em></strong>, di prossima pubblicazione.]</p>
<p align="center"><strong>Genti dolorose</strong></p>
<p align="right"><em>“che tu vedrai le genti dolorose<br />
c&#8217;hanno perduto il ben de l&#8217;intelletto”</em><br />
<strong>Dante</strong> (<em>Inf., III</em>)</p>
<p>Gli occhiali scuri la mattina presto<br />
per Patrizio sono uno scudo alla sabbia<br />
della notte, all&#8217;ansia d&#8217;un passo autunnale.   <span id="more-905"></span><br />
Ti porti sempre la tua aria di sagra<br />
e ravioli d&#8217;oca ma quel giro di giostra<br />
un po&#8217; stantio l&#8217;hai lasciato lì.<br />
I palazzoni delle periferie non sono poi<br />
così diversi nella Metropoli e in quei piani<br />
s&#8217;intrecciano note suonate male e l&#8217;odore<br />
umido del vento quasi non si sente più.<br />
Teresa per mano ti porta nel suo molo di pescatori,<br />
in una di quelle navi dove è salita,<br />
dove si sentivano le grida di mercato e reti<br />
ancora da sciogliere; parla e ti racconta<br />
la sua storia di piazze e sotto la campana<br />
di strade vuote e rintocchi di lacrime<br />
sono i graffi della lunga notte.<br />
Don Gigi nel suo oratorio di quartiere<br />
un po&#8217; di teste le aveva cambiate tra biglietti<br />
anonimi e giornali bruciati ma solo nell&#8217;ombra<br />
d&#8217;uno sparo le sue preghiere durano l&#8217;attimo<br />
d&#8217;una notizia alla radio e le stanze si gonfiano<br />
di paura un&#8217;altra giornata.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Eserciti s&#8217;affrontano ai limes sguarniti:<br />
orde depredano tra burocrati e ministri<br />
da Basso Evo e dal balcone si sente<br />
la canzone dell&#8217;eroe del Rione<br />
benedetto la domenica in confessione.<br />
Il tuo naso semita – forse traccia cromosomica<br />
d&#8217;un altra epoca – è il passo di braccianti<br />
da masseria a masseria<br />
quando i briganti aspettavano i Piemontesi<br />
al bivio; le tue mani pulite hanno dita<br />
d&#8217;artigiano a risuolare scarpe.<br />
Teresa oggi è chiusa in casa con quel tempo<br />
che non sai più che stagione è:<br />
“Mira mira” il battello che costeggia le isole<br />
con gli ultimi spruzzi di sole<br />
ed è tempo di migrar come bufale<br />
a pascolare su discariche.<br />
Accanto alle scuole in via Toscana dell&#8217;Eridania<br />
è rimasto solo lo scheletro e siringhe<br />
tra l&#8217;erba dove domani si sposeranno.<br />
Una dose la puoi comprare al Parco Ferrari<br />
e t&#8217;immagini un&#8217;azione della banda Corbari<br />
prima dell&#8217;ultima rappresaglia gridando “W l&#8217;Italia!”</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>In quella casa Teresa ha trascorso<br />
stagioni – quando hai gli occhi spensierati,<br />
ma le generazioni passano<br />
e delle onde sugli scogli rimane un po&#8217; di sale<br />
a erodere il tempo d&#8217;un tuffo.<br />
Fiulin le conosce bene quelle case,<br />
lui che ancora gioca con l&#8217;Enrico,<br />
stanotte in riva all&#8217;Enza con la gola trepidante<br />
e calzoni stirati dal vento d&#8217;una promessa<br />
non ancora mantenuta.<br />
L&#8217;Emilio una domenica a Milano senza partite,<br />
nell&#8217;imponente silenzio di San Siro<br />
tra cani scodinzolanti e stoviglie della festa,<br />
a svuotare scatoloni come prima d&#8217;un ritorno.<br />
L&#8217;Andrea voterà socialista – forse per tradizione:<br />
suo padre commosso<br />
a fischiare l&#8217;Internazionale<br />
che nemmeno una lira avrebbe preso negli anni Ottanta.<br />
Guido è rimasto comunista per quarant’anni<br />
anche quando suo fratello Paolo<br />
non è più tornato dalle valli<br />
e il Maresciallo Tito era un altro sogno<br />
da riporre in cantina.<br />
Sicuramente lui c&#8217;era quando han bruciato<br />
Giordano Bruno: ha filmato tutto<br />
col videofonino e lo puoi scaricare su you tube<br />
ma per le scene piccanti lo trovi su you porn.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Ogni benedetta mattina all&#8217;Emilio<br />
tocca insegnare a quei ragazzi in bomber<br />
e stivali d&#8217;oca – figli della buona borghesia,<br />
ancora freschi di spedizioni punitive<br />
a schiacciar le zecche ubriachi di birra<br />
la sera ai Navigli.<br />
Se lo ricorda Luciano che giocava a scuola<br />
con lui, ora tifa Lazio e l&#8217;ha riconosciuto<br />
manganellare in una rissa.<br />
Suo nonno era sceso in Piazza Principe<br />
fino a Piazza De Ferrari e Tambroni<br />
“L&#8217;abbiamo cacciato noi!”<br />
Ora ha il sorriso d&#8217;un dolce vecchietto<br />
di forti rughe ma con la Volante Rossa<br />
non c&#8217;era da scherzare&#8230; “Se non era per il Partito<br />
li sistemavamo ben bene!”<br />
E la faccia di quel bambino sorridente in una foto<br />
scolorita sarà il truce polso d&#8217;un dittatore<br />
morto nel suo letto in tarda età.<br />
Teresa coi suoi occhi di febbre danza di tosse<br />
ma dal lucernaio della mansarda la nebbia<br />
mescola le case come un brano d&#8217;opera<br />
cantato in altre stagioni d&#8217;antiche radio.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>Stessa stazione un anno dopo,<br />
sala d&#8217;aspetto a sfogliare giornali;<br />
un operaio interinale suicida:<br />
lascia moglie e figli.<br />
Teresa volta un&#8217;altra pagina<br />
prima dell&#8217;ansia d&#8217;un volo interrotto nella nebbia.<br />
L&#8217;Enrico – che la sua storia pare uscita<br />
da un film d&#8217;Almodovar&#8230; da una canzone<br />
di sorcini – vorrebbe una zingarata d&#8217;altri tempi,<br />
tra campi come quando le risaie si riempivano;<br />
non rimane che l&#8217;Emilio con la sua spoglia casa<br />
tra lo scalo merci e il silenzio dei marmi.<br />
Stasera guarderà una tribuna politica<br />
prima di due passi in Duomo per i cent&#8217;anni<br />
della sua Beneamata.<br />
Fiulin si ricorda la pioggia a Senigallia,<br />
con tua nonna già vittima dell&#8217;osteoporosi<br />
e quel cancro che soffiava da Casale<br />
non troppo lontano.<br />
C&#8217;era un sole d&#8217;autunno a Barceloneta<br />
tra mura sfarinate di vecchi pescatori:<br />
non è roba da turisti, tapas in quel bar<br />
dove ancora ritrovi le facce di quartiere<br />
incartapecorite dal sale e dai gas</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>I cavalieri d&#8217;Annibale<br />
- si dice presso il Ticino, sconfissero<br />
i fanti di Scipione in fuga sul Trebbia.<br />
I cercatori d&#8217;oro – dai tempi di Plinio –<br />
setacciano il fiume e ora non rimane<br />
che pescare metalli pesanti<br />
mentre la Tavola Periodica sgorga dal rubinetto.<br />
Teodosio non ci credeva poi molto in quel Dio,<br />
preferiva Apollo e Marte,<br />
ma il potere delle religioni vale più di mille eserciti.<br />
L&#8217;Emilio ripassa la sua storia<br />
e quando Claretta sul divano si struscia,<br />
manda giù il suo boccone amaro e gli anni all&#8217;Università.<br />
Il professor Piero non capì mai<br />
l&#8217;azione di Via Rasella e il figlio Franco,<br />
comunista dell&#8217;ultima ora,<br />
forse ci sperava davvero nella Rivoluzione.<br />
Nell&#8217;antica provincia romana c&#8217;è odore<br />
di raffineria, di petroliere nel porto<br />
che tanti sghei hanno portato:<br />
guai a parlarne ma quei sorrisi non diventeranno<br />
mai padri e la chemio per quel cancro al polmone<br />
ha il sapore nero del vento che s&#8217;alza di notte.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p><strong>Nota</strong></p>
<p><strong>Luca Ariano</strong> è nato nel 1979 a Mortara (PV), è cresciuto a Vigevano e dal 1998 vive a Parma. Ha pubblicato nel 1999 la raccolta di poesie “<em>Bagliori crepuscolari nel buio</em>” presso Cardano di Pavia. Numerose sue poesie sono apparse su riviste tra cui La Clessidra, Il Foglio Clandestino, Ciminiera, La Barriera, Tabard, clanDestino, Palazzo Sanvitale, Nel verso, siti e blog letterari in internet tra cui Faranews, Farablog, Viadellebelledonne, FuoriCasa.Poesia, La poesia e lo spirito, Oboe sommerso, La costruzione del verso, LiberInVersi e su antologie tra cui <em>Oltre il tempo/Undici poeti per una Metavanguardia</em>, curata da Gian Ruggero Manzoni per le Edizioni Diabasis (2004) e <em>La coda della galassia</em>, a cura di Alessandro Ramberti, FaraEditore (2005). Collabora con le riviste Il Foglio Clandestino e Tabard. Nel 2005 è uscita la sua seconda raccolta di poesie “<em>Bitume d’intorno</em>”, con la prefazione di Gian Ruggero Manzoni, per le Edizioni del Bradipo di Lugo di Romagna. Con Enrico Cerquiglini ha curato per Campanotto l&#8217;antologia <em>Vicino alle nubi sulla montagna crollata</em> (2008).</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
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	</item>
		<item>
		<title>La memoria è un giudice implacabile</title>
		<link>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/16/la-memoria-e-un-giudice-implacabile/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Jul 2008 08:17:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>

		<category><![CDATA[diritti]]></category>

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		<category><![CDATA[memoria]]></category>

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		<category><![CDATA[processi farsa]]></category>

		<category><![CDATA[verità e giustizia]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
LA MEMORIA E&#8217; UN GIUDICE IMPLACABILE, L&#8217;UNICO CHE NON E&#8217; AL SERVIZIO DI NESSUN PADRONE.
LA MEMORIA NON HA BISOGNO DI PROCESSI FARSA, NEI QUALI IL MANDANTE DI MASSACRI E VIOLENZE DI MATRICE FASCISTA FA FINTA DI CHIAMARE A GIUDIZIO IL SUO BRACCIO ARMATO E SI AUTOASSOLVE, IN SPREGIO DI OGNI SIA PUR MINIMA PARVENZA [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img src="http://www.prato.linux.it/~lmasetti/antiwarsongs/img/upl/diaz.jpg" alt="" width="224" height="227" /> <img src="http://www.toscanaoggi.it/fotoAlbum/Foto/m_359.jpg" alt="" width="218" height="227" /></p>
<p align="center"><strong>LA MEMORIA E&#8217; UN <em>GIUDICE</em> IMPLACABILE, <em>L&#8217;UNICO</em> CHE NON E&#8217; AL SERVIZIO DI NESSUN PADRONE.</strong></p>
<p align="center"><strong>LA MEMORIA NON HA BISOGNO DI PROCESSI FARSA, NEI QUALI IL <em>MANDANTE</em> DI MASSACRI E VIOLENZE DI MATRICE FASCISTA <em>FA FINTA</em> DI CHIAMARE A GIUDIZIO IL SUO BRACCIO ARMATO E SI AUTOASSOLVE, IN SPREGIO DI OGNI SIA PUR MINIMA PARVENZA DI VERITA&#8217; E GIUSTIZIA. E QUESTO, DOPO AVER CALPESTATO, INSIEME A CENTINAIA DI CORPI INERMI, DEMOCRAZIA, LIBERTA&#8217;, COSTITUZIONE, DIRITTO, LEGALITA&#8217;, VALORI, UMANITA&#8217;.</strong></p>
<p><span id="more-881"></span></p>
<p align="center"><strong>LA MEMORIA NON SA CHE FARSENE DEI VOSTRI <em>VERDETTI GIA&#8217; SCRITTI</em>, QUELLI CHE TRASFORMANO UN&#8217;OPERAZIONE POLITICA DI <em>MACELLERIA</em> E DI AZZERAMENTO DI OGNI TUTELA COSTITUZIONALE, PREPARATA A TAVOLINO FIN NEI PIU&#8217; PICCOLI DETTAGLI, NELL&#8217;INIZIATIVA <em>SOPRA LE RIGHE</em> DI QUALCHE FUNZIONARIO UN PO&#8217;  <em>TROPPO ZELANTE</em>.</strong></p>
<p align="center"><strong>LA MEMORIA HA GIA&#8217; EMESSO LA SUA SENTENZA, <em>QUELLA VERA</em>, SETTE ANNI FA. E VI HA CONDANNATI INESORABILMENTE.</strong></p>
<p align="center"><strong>IO C&#8217;ERO, HO VISTO. E VE LO GRIDO OGGI, E PER SEMPRE, ESATTAMENTE COME ALLORA:<br />
VERGOGNA, SCHIFOSI!</strong></p>
<p align="center"><img src="http://www.prato.linux.it/~lmasetti/antiwarsongs/img/upl/diaz.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://www.cinemah.com/reporter/genova_g_8_2001/giotto00.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://www.lamiaterraan.it/images/diaz05.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://italy.indymedia.org/uploads/2005/01/25.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://i195.photobucket.com/albums/z42/lameduck1960/2_g.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://www.verdi.it/document/g8/4/pestaggi.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://www.indicius.it/g8/g8_images/pestaggio10lu4.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://www.avvelenata.it/foto/genova.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://www.lamiaterraan.it/images/diaz05.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://www.uonna.it/g8-2001-vertice-sangue.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://italy.indymedia.org/uploads/2005/01/3ekirc8.jpgmid.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://carl0z.files.wordpress.com/2007/06/5499.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://ima.dada.net/image/medium/532186.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://frapolitics.blog.kataweb.it/files/2008/04/genova.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://img519.imageshack.us/img519/3049/ferito001gj9.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://www.lamiaterraan.it/images/diaz02.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://farm1.static.flickr.com/40/113580116_dcd90ad3ae.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://img262.imageshack.us/img262/9052/genova2vo4.jpg" alt="" /></p>
<p align="center"><img src="http://www.globalproject.info/IMG/jpg/12antifaberlin_800_x_600_.jpg" alt="" /></p>
<p><a href="http://it.youtube.com/watch?v=L_8HUoaSTu4&amp;feature=related">
<p align="center"><img src="http://noantri.googlepages.com/piazza1.jpg/piazza1-full;effect:grayscale,100;brt:64.jpg" alt="" /></p>
<p></a><br />
</a>
<p align="center"><em>(clicca sulla foto)</em></p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/rebstein.wordpress.com/881/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/rebstein.wordpress.com/881/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rebstein.wordpress.com/881/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rebstein.wordpress.com/881/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rebstein.wordpress.com/881/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rebstein.wordpress.com/881/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rebstein.wordpress.com/881/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rebstein.wordpress.com/881/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rebstein.wordpress.com/881/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rebstein.wordpress.com/881/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rebstein.wordpress.com/881/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rebstein.wordpress.com/881/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=881&subd=rebstein&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Vicini a essere ombre - Nadia AGUSTONI</title>
		<link>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/15/vicini-a-essere-ombre-nadia-agustoni/</link>
		<comments>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/15/vicini-a-essere-ombre-nadia-agustoni/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 Jul 2008 08:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[cultura operaia]]></category>

		<category><![CDATA[inediti]]></category>

		<category><![CDATA[nadia agustoni]]></category>

		<category><![CDATA[poesia]]></category>

		<category><![CDATA[scritture]]></category>

		<category><![CDATA[condizione operaia]]></category>

		<category><![CDATA[dedica]]></category>

		<category><![CDATA[lavoro dell'alba]]></category>

		<category><![CDATA[lavoro in fabbrica]]></category>

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		<description><![CDATA[
Poesie inedite di Nadia Agustoni
     lavoro dell’alba
Lavoro dell’alba, shock mattutino
l’aspettare, tenere l’attesa che è acino maturo,
confondersi al quadrare dell’ora
far su le cose con gesto grezzo e grande
che t’impari quel che è creato
t’impari un sonetto di silenzi   
prima del rumore delle ferramenta
che esplodono quando ti maciulla il costato l’ingranaggio
e tu sei arnese che pensa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img src="http://www.thebart.it/image/archeologia/brescia.jpg" alt="" width="381" height="303" /></p>
<p><strong>Poesie inedite di Nadia Agustoni</strong></p>
<p><strong><em>     lavoro dell’alba</em></strong></p>
<p>Lavoro dell’alba, shock mattutino<br />
l’aspettare, tenere l’attesa che è acino maturo,<br />
confondersi al quadrare dell’ora<br />
far su le cose con gesto grezzo e grande<br />
che t’impari quel che è creato<br />
t’impari un sonetto di silenzi   <span id="more-878"></span><br />
prima del rumore delle ferramenta<br />
che esplodono quando ti maciulla il costato l’ingranaggio<br />
e tu sei arnese che pensa e non pensa <em>ch’è presto ancora<br />
e tardi farai anche alla tua veglia</em><br />
che hai un sonno vivo<br />
un sonno di redenzioni e d’innocenza<br />
dove ti tocca nascere<br />
ma nasci appena un po’ e bambina<br />
che avrà neanche parola neanche l’asciugarsi del pianto<br />
né un angelo infermo che si biasima.</p>
<p><strong><em>     lavoro della sera</em></strong></p>
<p>Quel che la sera comincia lascia presso le case<br />
fa cigolare dalle porte venir giù dal buio dal sonno<br />
che non è solo stanchezza ma si tiene alle cose<br />
frugale e forte forzando a far su <em>le vocine di dentro</em>.<br />
Si spifferano all’aria i segreti i ricordi le paure<br />
l’assenza di pause in quel fare magnifico e desto<br />
che agli altri ti consegna <em>senza realtà</em> né inizio e fine<br />
strozzato il senno il danno come a una soglia chiusa<br />
col tempo dentro e fuori a fare toc.</p>
<p><strong><em>     costruire castelli di sabbia</em></strong></p>
<p>Ci tocca pazientare…<br />
è un vespro lentissimo nei sogni<br />
<em>costruire castelli di sabbia</em> e abitarli<br />
sentire che trabocca dalla pelle una pelle più dura…</p>
<p>Agito le parole fino a invocarne un ritorno felice<br />
dicendo in maniera scaramantica nomi d’incantesimi<br />
<em>abracadabra</em> o quelli di una conta che il pensiero riafferra<br />
<em>pimpì oselì sota ol pe del taolì…</em> (<strong>*</strong>)</p>
<p>Nel prato c’è un pizzico di sole che pizzica la rete,<br />
in rettangoli il giorno tramonta, vien fuori un grido sul tardi<br />
che schianta gli altri suoni e la notte ci imbocca d’aria<br />
mostra stelle vere, una dolcezza incurabile…</p>
<p>(<strong>*</strong>) <em>inizio di una conta dei bambini in dialetto bergamasco</em>.</p>
<p><strong><em>     storia del cane</em></strong></p>
<p>Scherziamo sul dolore e l’averlo nella testa…<br />
c’è un coltello magico per incidere i dolori<br />
sono le parole della quiete non dette<br />
<em>l’uno due e tre</em> contati per finta<br />
perché al via ci siamo, ma c’è il trucco.</p>
<p>Lo stesso succede al cane che si lancia<br />
e trova la catena sulla fine e non prende niente<br />
né capisce perché c’è chi ride passando<br />
e chi ha paura di una rabbia sperduta<br />
dell’occhio che afferra un limbo.</p>
<p><strong><em>     quando andremo lontano</em></strong></p>
<p>Scommettiamo che il tempo farà ritorno a casa<br />
come noi, avrà lancette nuove d’orologio, una clessidra,<br />
la meridiana a lato della piazza e ci dirà fischiettandoli<br />
nomi e verbi <em>quando andremo lontano</em> e a tutte le stazioni<br />
un fazzoletto su qualche balcone ci chiamerà indietro<br />
quando senza parlare sentivamo parlare d’amore<br />
chi viveva l’amore…</p>
<p>Ma siamo chiusi nel nostro contrario, abbiamo spaventi<br />
grandi e grandi illusioni, <em>andiamo senza cammino girovolando</em><br />
e divenuti acrobati scambiamo le nuvole più pigre<br />
per quelli tra i simili che han la testa grave, pensiero di sé soltanto<br />
e mai sapranno che scherzo è il destino, che burla, che grassa<br />
idiozia…</p>
<p>Perché niente viene dal basso o dall’alto, ma da idee,<br />
come <em>i piccoli maestri</em> che qualcuno tirò in ballo<br />
a guerra partigiana cominciata e andavano sulle montagne<br />
e sognavano loro <em>e noi sogniamo ancora</em> questa scemenza<br />
di un mondo migliore, di gente che ama la gente…</p>
<p><strong><em>     una dedica</em></strong></p>
<p>Le righe vicino ad essere ombre nel sovrapporsi e l’idea di sé<br />
che è darsi pensiero di sé, ma in forma di diniego, quasi punendosi<br />
di una vanità sciocchina. M’è preso il cruccio fissando kl di ferro<br />
di sobbarcarmi non questa vita ma una sagoma nera, <em>una dedica nuda…</em>]</p>
<p>M’è assurdo mettermi alla lingua come a un meccano, ma c’è l’androginia]<br />
dei sogni che preme il polmone e sfiato parole, frasi smozzicate,<br />
un’ironia di paure che son fischio all’udito, vena pungente<br />
e un violarsi radioso, direi, <em>vicino al pappagallo</em> che miscuglia<br />
ordine animale e no…</p>
<p><strong><em>     lampadina</em></strong></p>
<p>All’interno, al centro del cervello, un ragnetto fila<br />
un <em>ditale</em> di materia, un io catramoso che annota<br />
mosche, moscerini, insettucoli minuscoli e forse<br />
mischia gli acari con la zampetta…</p>
<p>A <em>piovere</em> nella fantasia, se ci piove dentro,<br />
è l’idea di noi senza futuro, perché il tempo<br />
è andato altrove e qui non corre l’ora, le lancette<br />
infilzano secondi ovali come uova e gusci screziati…</p>
<p>Mentre sul <em>pavimento-scacchiera</em> gioco finte<br />
e finzioni, nitrisce un Pegaso e prendo la luna<br />
in contropiede salendo in cielo con una scala<br />
a pioli, cambiando una lampadina…</p>
<p><strong><em>     disegni</em></strong></p>
<p><em>Come bambino guardo l’alba sulle fabbriche…</em><br />
un fischio sgombera la solitudine    <em>e senza commenti</em><br />
una fuga incendia il cuore    i pensieri<br />
si scrivono su ferraglia.</p>
<p>La vita o l’essere quasi vita<br />
non ci sono più    e beato un uccello<br />
mette il capo in grembo all’erba<br />
e lamiere lucenti    tagliano il giorno<br />
i sogni al crepuscolo    come disegni<br />
di scene…</p>
<p><strong><em>     turno</em></strong></p>
<p>Giochi di prestigio inventi<br />
incontri lo squarcio di una porta<br />
l’odore della sera che attraversa i riflessi<br />
del buio…</p>
<p><em>a tua fortuna</em>    il sasso<br />
che porti in tasca    <em>ti consola</em><br />
uguale al crampo nel braccio<br />
e alzi km bianchi di passato<br />
una bellezza che è clausura di muscoli.</p>
<p><strong><em>     danza meccanica</em></strong></p>
<p><em>C’è una danza meccanica …</em><br />
un fasto di tic battibeccante<br />
balbuzie d’avambraccio ch’è scroscio<br />
di anime incrinate.</p>
<p>C’è un che dei sogni nel soffitto su in alto<br />
<em>una cappella sistina</em> di ragni e graffiature<br />
e peliamo arance mandarini ci tiriamo torsoli<br />
spicchiamo <em>l’ostrega</em>   con accento cromato.</p>
<p><strong><em>     preghiera</em></strong></p>
<p>Stasera la grandine c’ha sorpreso<br />
ha fermato il tempo delle macchine e la calura,<br />
il buio cavalca le finestre, i corridoi, le tettoie in lamiera<br />
e un ramo staccato all’alberello<br />
sta in mezzo al naufragio delle cose<br />
e la fionda dell’aria</p>
<p><em>fa quasi silenzio…</em></p>
<p>I panni stesi in un cortile oltre il muro<br />
son finiti come bandierine un po’ ovunque<br />
e li raccogliamo sventolandoli come dei Robinson<br />
riparando un cavo, spostando una cassa<br />
urlandoci uno sputo di <em>grazia</em><br />
e di grazie.</p>
<p><strong><em>     ci si stanca a vivere</em></strong></p>
<p>Ci si stanca a vivere e a fare il dovere nostro<br />
ma tra fili, campetti e marcite<br />
l’arbusto sbuca nel cortile, colma di luce<br />
è la luce, una speranza spinosa eguale all’ortica<br />
ci lascia immaginare il futuro e ci segue la sirena<br />
industriale come degli Ulisse con i tappi di plastica<br />
nelle orecchie e calzari di ferro e passi roboanti.</p>
<p><strong><em>     gioco di biglie</em></strong></p>
<p>Incline ai tic e a tirare le parole con la squadra<br />
so cos’ha di ferocia il futuro ma più temo il non placarsi<br />
del barbaro in me, del <em>ragazzo-io</em>, del <em>minotauro</em><br />
che diserta il labirinto e senza filo irradia il mondo…</p>
<p>Nuvole il mio dono a ragazze <em>di mite argento e violento oro</em> (<strong>*</strong>)<br />
ma ognuno è preda del dubbio ognuno è a sé pudore<br />
e un darsi agli altri in racconto di meraviglia<br />
perché pagata una morte qualsiasi sia salva la vita…</p>
<p>C’accompagna la pioggia e il metallo è nero,<br />
duro pane e stalagmiti di ruggine <em>mignon</em> a cui infantile inarco il cuore]<br />
in gioco di biglie che si superano e picchiandosi contro<br />
si fermano, tornano indietro un’oncia, <em>dove è regno</em> l’attesa…</p>
<p>(<strong>*</strong>) <em>In corsivo citazione da William Blake, Poesie</em>.</p>
<p><strong><em>     i fatti spogli</em></strong></p>
<p>Ma è difficile tenersi all’abbaglio<br />
succedono a noi le cose i fatti spogli,<br />
a un corpo cui l’ombra si fa callosa<br />
e c’è il disturbo degli occhi<br />
<em>il loro ammaestrarsi</em> a vedere soltanto<br />
l’ovvio…</p>
<p>Diventiamo soli e inventiamo<br />
di stare in disparte, di non sapere niente,<br />
perché niente collima con l’orda dei no<br />
come se un’altra sostanza ci facesse umani<br />
ma è lo stesso dirlo o lasciar perdere…</p>
<p>L’archeologia industriale ricostruirà<br />
il gesto intero della vita,<br />
ma non la brama del gesto,<br />
non il morso nella carne, il contemplare<br />
lo spazio…</p>
<p><strong><em>     fuori gioco</em></strong></p>
<p>Vivo due volte, ma non per due <em>e sono fuori gioco</em>,<br />
sottovento sento mareggiare gli odori, sento le ossa<br />
tritate, fuse insieme e di gomito agito la rabbia, scossa<br />
è la polvere e la rincorsa non plana che nei luoghi stessi<br />
che ho lasciato sempre…</p>
<p>Due volte sono viva, ma una non vale, perché storto<br />
è quest’essere fermi e cose non vere non dicono il vero<br />
e così sacramentando <em>mi vengono lucidi gli osanna</em><br />
i perché salgono tra i capelli, in cima alla testa svaporano…</p>
<p><strong><em>     indice</em></strong></p>
<p>L’abito frusto <em>e mai di pennuto festante</em><br />
cammino all’indietro il passato<br />
a fare un indice che si legga <em>suppergiù</em><br />
e tralasci pronunce che sono spine in bocca<br />
ortica che fa bolle…</p>
<p>Quassù è la notte con pareti informi<br />
che bucano il buio e le bruca un ciarpame<br />
d’insetti moribondi con scaglie di corazze<br />
sciupate e sembra l’estate crolli<br />
<em>a un nonnulla…</em></p>
<p>Ci precede il lutto dell’intonaco e ci intona<br />
<em>canzone di bombe</em> che cadevano alla guerra<br />
di gomma americana e ddt che ci dice,<br />
sgemmando le parole la vecchia sarda,<br />
ci salvò dai pidocchi…</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
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		<title>Zbigniew HERBERT nella lettura di Sergio BARATTO (II)</title>
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		<comments>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/13/zbigniew-herbert-nella-lettura-di-sergio-baratto-ii/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 13 Jul 2008 16:00:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[zbigniew herbert]]></category>

		<category><![CDATA[città assediata]]></category>

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		<description><![CDATA[
(Tadeusz Dominik, Blue, 1962)
Sergio Baratto - Inno agli uomini che muoiono in piedi
V. Perché i classici
     La censura comunista, si è detto, fu di manica larga con Herbert: i suoi funzionari ciechi credevano che cantasse di cose vetuste e polverose. Non avevano l’astuzia e la sottigliezza di accorgersi che in quei versi apparentemente così misurati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><img src="http://www.lmu.edu/AssetFactory.aspx?did=8259" alt="tadeusz dominik" width="392" height="332" /><br />
(<a href="http://images.google.it/imgres?imgurl=http://www.lmu.edu/AssetFactory.aspx%3Fdid%3D8259&amp;imgrefurl=http://www.lmu.edu/Page19800.aspx&amp;h=377&amp;w=500&amp;sz=69&amp;hl=it&amp;start=3&amp;sig2=FK2yYxtjNagJrG8eN2kE4Q&amp;um=1&amp;tbnid=ysndAPe3elGbLM:&amp;tbnh=98&amp;tbnw=130&amp;ei=gbR5SP3bGIiC7gW5vcgb&amp;prev=/images%3Fq%3Dtadeusz%2Bdominik%2B%26um%3D1%26hl%3Dit%26sa%3DN">Tadeusz Dominik</a>, <em>Blue</em>, 1962)</p>
<p align="center"><strong>Sergio Baratto - <em>Inno agli uomini che muoiono in piedi</em></strong></p>
<p align="center"><strong>V. Perché i classici</strong></p>
<p>     La censura comunista, si è detto, fu di manica larga con Herbert: i suoi funzionari ciechi credevano che cantasse di cose vetuste e polverose. Non avevano l’astuzia e la sottigliezza di accorgersi che in quei versi apparentemente così misurati si nascondevano un dialogo vivo, serrato. Che Caligola, Claudio e Tucidide stavano parlando <em>al nostro secolo</em>.<br />
<span id="more-877"></span><br />
     «Leggendo vecchie cronache e vite il Signor Cogito prova talvolta la sensazione della presenza fisica di persone morte da tempo»: così a un certo punto Herbert introduce una delle poesie. A me lettore accade esattamente la stessa cosa con le poesie di Herbert.<br />
     Marco Aurelio è morto nel 180 d.C. ma ancora dolorosamente ci parla, come se fosse passato un mese dalle battaglie contro i Quadi, dal miracolo della pioggia a Carnuntum.<br />
     Anche noialtri, noi tutti che soffriamo quaggiù, siamo ancora vivi. La nostra sofferenza è qui a provarcelo empiricamente. Non esiste alcuno spazio per l’epigonalità, per le fole rassicuranti sul fatto che ormai siamo tutti morti o mai nati e quindi non moriremo (più). Siamo ancora vivi e per questo, come è già successo a innumerevoli generazioni di uomini prima di noi, la macina della Storia ci polverizzerà.</p>
<p>         Buonanotte Marco spegni il lume<br />
         e chiudi il libro Già alto si leva<br />
         l’argenteo allarme delle stelle<br />
         il cielo parla con lingua straniera<br />
         e il barbaro grido del terrore<br />
         che il tuo latino non conosce<br />
         è la paura l’eterna oscura paura<br />
         ora batte sulla fragile terra</p>
<p>         umana E vincerà Odi il rombo<br />
         è la marea Distruggerà i tuoi<br />
         libri l’inarrestabile fiumana<br />
         e del mondo crolleranno i muri<br />
         quanto a noi – tremare al vento e<br />
         di nuovo smuovere ceneri aria<br />
         morder le dita dir parole vane<br />
         trascinarci dietro ombre di morti</p>
<p>         perciò Marco sospendi la tua quiete<br />
         dammi la mano sopra le tenebre<br />
         lascia che essa tremi quando il cieco<br />
         universo picchia sui cinque sensi<br />
         ci tradiranno universo astronomia<br />
         computo di stelle saggezza d’erbe<br />
         e la tua grandezza troppo immensa<br />
         e il pianto mio impotente o Marco</p>
<p>         (<em>A Marco Aurelio</em>)</p>
<p>     «Buonanotte Marco spegni il lume / e chiudi il libro Già alto si leva / l’argenteo allarme delle stelle…» Forse uno degli incipit più belli della poesia contemporanea. L’originale ha una cadenza dolcissima, da ninnananna: <em>Dobranoc Marku lampę zgaś / i zamknij książkę Już nad głową / wznosi się srebrne larum gwiazd…</em></p>
<p>     È strano il rapporto di Herbert con l’antichità classica. La sua è una nostalgia rigorosamente antiparnassiana, laica. Non si racconta balle eleganti su un mondo fatto di colonnine candide e filosofi a passeggio (del resto Herbert è un lettore appassionato di Tacito) ma ne rimpiange la sincerità e la semplicità: in <em>Anabasi</em> i Greci di Senofonte</p>
<p>         esasperati dall’insonnia attraversavano terre selvagge<br />
         guadi malsicuri valichi innevati e salate pianure<br />
         aprendosi la strada nella carne viva dei popoli<br />
         per fortuna non blateravano di difesa della civiltà</p>
<p>         i poeti sentimentali interpretano in modo sbagliato<br />
         il celebre grido sul monte Teche<br />
         avevano semplicemente raggiunto il mare ovvero l’uscita dai<br />
         sotterranei]</p>
<p>         fecero il viaggio senza Bibbia profeti roveti ardenti<br />
         senza segni in terra senza segni in cielo<br />
         con una feroce consapevolezza – che la vita è grande</p>
<p>     «Senza Bibbia.» Vibra nei versi di Herbert una sottile nostalgia della percezione antica del cosmo, della sua totale estraneità a ogni finalismo, a ogni idea o bisogno di redenzione. Della sobrietà con cui gli antichi si inserivano e stavano dentro la natura delle cose senza escatologie terrorizzanti ma al tempo stesso consolatorie:</p>
<p>         il Greco aveva ragione non voleva luna né stelle<br />
         era solo un uccello restava nell’ordine naturale<br />
         e le cose che creava lo seguivano come animali<br />
         e portava sulle spalle come un mantello ali e destino</p>
<p>         (Da <em>I padri d’una stella</em>)</p>
<p>     La poesia <em>Perché i classici</em> è forse la più esplicita, la più esplicativa del modo con cui Herbert entra in rapporto con i classici. Si tratta di una vera e propria dichiarazione d’intenti, di un manifesto insieme estetico ed etico (per Herbert, bellezza e bene sono inscindibili):</p>
<p>         1</p>
<p>         Nel quarto libro della Guerra del Peloponneso<br />
         Tucidide narra la storia della sua sfortunata spedizione</p>
<p>         tra le lunghe arringhe dei capi<br />
         le battaglie gli assedi la peste<br />
         la fitta rete di intrighi<br />
         gli sforzi diplomatici<br />
         quest’episodio è come uno spillo<br />
         in un bosco</p>
<p>         la colonia ateniese di Anfipoli<br />
         cadde nelle mani di Brasida<br />
         perché Tucidide tardò coi soccorsi</p>
<p>         pagò per questo alla sua città natale<br />
         con il bando perpetuo</p>
<p>         gli esuli di tutti i tempi<br />
         sanno quale prezzo esso sia</p>
<p>         2</p>
<p>         i generali delle ultime guerre<br />
         se capita un simile imbroglio<br />
         guaiscono in ginocchio dinanzi alla posterità<br />
         lodano il proprio eroismo<br />
         e innocenza</p>
<p>         accusano i subalterni<br />
         i colleghi invidiosi<br />
         i venti sfavorevoli<br />
         Tucidide si limita a dire<br />
         che aveva sette navi<br />
         era inverno<br />
         e navigava veloce</p>
<p>         3</p>
<p>         se oggetto dell’arte<br />
         sarà una brocca infranta<br />
         una piccola anima infranta<br />
         colma di autocommiserazione</p>
<p>         allora ciò che resterà di noi<br />
         sarà come il pianto di amanti<br />
         in un sudicio alberghetto<br />
         quando albeggia la carta da parati</p>
<p>     Il critico Ryszard Przybylski ha scritto che «il classicismo di Herbert è un inno agli uomini che muoiono in piedi». Non so se sia classicismo. Sicuramente è un inno agli uomini che muoiono in piedi.</p>
<p align="center"><strong>VI. Senza una goccia di speranza</strong></p>
<p>         L’assedio è lungo i nemici devono darsi il cambio<br />
         nulla li unisce tranne la voglia di annientarci<br />
         Goti Tatari Svedesi le schiere dell’Imperatore i reggimenti<br />
         della Trasfigurazione]</p>
<p>         chi potrà contarli<br />
         i colori dei vessilli cambiano come il bosco all’orizzonte<br />
         dal giallo delicato in primavera per il verde e il rosso fino al<br />
         nero autunnale]<br />
         (…)<br />
         crescono i cimiteri cala il numero dei difensori<br />
         ma la difesa continua e continuerà fino alla fine</p>
<p>         e se la Città cadrà e se ne salva uno<br />
         lui porterà in sé la Città lungo le vie dell’esilio<br />
         lui sarà la Città</p>
<p>         guardiamo il volto della fame il volto del fuoco il volto della<br />
         morte]<br />
         quello peggiore di tutti – il volto del tradimento</p>
<p>         e solo i nostri sogni non sono stati umiliati</p>
<p>         (Da <em>Rapporto dalla Città assediata</em>)</p>
<p>     Sia ben chiaro che la Città assediata non è soltanto la Polonia comunista del 1982, ai tempi della legge marziale e della giunta militare. Le poesie di Herbert, anche quelle più limpidamente legate alla storia polacca e ispirate alla tragedia di quegli anni, non hanno smesso di parlare. «Tutto ciò che appartiene al presente soltanto, muore con esso» scrive Michail Bachtin. Anzi, si può dire che proprio la fine di quell’epoca le ha ‘liberate’ dai vincoli della contingenza storica e ha permesso loro di dispiegarsi in tutta potenza.<br />
     Oggi, potrei dire, la mia Città assediata è prima di tutto una città immateriale, fatta non di mura e palazzi ma di tutti i valori che riconosco miei e su cui si fonda il mio modo di stare dignitosamente nel mondo: la libertà, la giustizia, l’attenzione, la tenerezza, la compartecipazione… Se per Herbert il mostro era un feroce e meschino totalitarismo, oggi posso dire che i mostri si sono moltiplicati quanto le orde barbariche: fanatismo religioso, imperialismo, deliri suicidari d’onnipotenza tecnologica, dittatura della merce…<br />
     Prendo per esempio una poesia sempre contenuta nella raccolta del 1983, <em>Rapporto dalla Città assediata</em>, ma composta nel 1956: si tratta infatti di una delle poesie cadute sotto le forbici della censura. Si intitola <em>Da in cima alle scale</em>. A una prima lettura, il richiamo ai <em>realia</em> del tardo stalinismo sono evidenti. Eppure, a rileggerla a più di cinquant’anni di distanza, oltretutto con gli occhi stranieri di chi ha conosciuto quella realtà solo sui libri e nemmeno la reca in sé, indirettamente, come eredità collettiva, l’impressione è che essa abbia, se possibile, addirittura guadagnato in lucidità e verità:</p>
<p>         Ovviamente<br />
         quelli che stanno in cima alle scale<br />
         loro sanno<br />
         sanno tutto</p>
<p>         invece noi<br />
         spazzini delle piazze<br />
         ostaggi d’un futuro migliore<br />
         ai quali quelli da in cima alle scale<br />
         si mostrano di rado<br />
         sempre con un dito sulle labbra</p>
<p>         noi siamo pazienti<br />
         le nostre mogli rammendano le camicie della festa<br />
         parliamo di razioni alimentari<br />
         di calcio del prezzo delle scarpe<br />
         e il sabato rovesciamo la testa all’indietro<br />
         e beviamo</p>
<p>         non siamo di quelli<br />
         che stringono i pugni<br />
         scuotono le catene<br />
         parlano e interrogano<br />
         incitano alla rivolta<br />
         febbrili<br />
         di continuo parlano e interrogano</p>
<p>         questa è la loro favola –<br />
         ci getteremo sulle scale<br />
         e le conquisteremo d’assalto<br />
         rotoleranno per i gradini<br />
         le teste di quelli che stavano in cima<br />
         e finalmente scorgeremo<br />
         cosa si vede da quelle altezze<br />
         quale avvenire<br />
         quale vuoto</p>
<p>         a noi non interessa lo spettacolo<br />
         di teste che rotolano<br />
         sappiamo con quanta facilità ricrescano le teste<br />
         e sempre in cima ne resterà<br />
         più d’uno<br />
         e in basso un nereggiare di scope e badili</p>
<p>         talvolta sogniamo<br />
         che quelli da in cima alle scale<br />
         scenderanno in basso<br />
         ossia da noi<br />
         mentre mastichiamo il pane sul giornale<br />
         e ci diranno</p>
<p>         – e ora parliamo<br />
         da uomo a uomo<br />
         non è vero ciò che gridano i manifesti<br />
         portiamo la verità tra le labbra serrate<br />
         è crudele e troppo pesante<br />
         perciò la reggiamo da soli<br />
         non siamo felici<br />
         resteremmo volentieri<br />
         qui</p>
<p>         si tratta ovviamente di sogni<br />
         possono avverarsi<br />
         oppure no<br />
         continueremo quindi<br />
         a coltivare<br />
         il nostro quadrato di terra<br />
         il nostro quadrato di pietra</p>
<p>         con la testa leggera<br />
         una sigaretta dietro l’orecchio<br />
         e senza una goccia di speranza nel cuore</p>
<p>     Mi permetto di riportare gli ultimi tre versi nella lingua in cui sono stati scritti, anche se mi rendo conto che l’ortografia polacca può intimidire, perché li amo molto e perché mi sembra che esprimano come meglio non si potrebbe il modo in cui io sento di <em>dover stare qui</em>:</p>
<p>         <em>z lekką głową<br />
         papierosem za uchem<br />
         i bez kropli nadziei w sercu</em></p>
<p>     In particolare l’ultimo verso nell’originale ha un ritmo struggente, come lo spegnersi di un canto di laconica malinconia, appena accennato a fior di labbra: «i bez krò-pli nà-dziei w sèrcu&gt;».</p>
<p>     La voce di Herbert è così: sempre sobria, asciutta. E ingannevole, perché la semplicità dei suoi versi è solo il risultato di una estrema concentrazione del ritmo e del suono. Josif Brodskij: «Rigore è ciò che contrassegna la sigla di Herbert. È un poeta di straordinaria economia. Nei suoi versi non c’è niente di retorico o di esortativo, il loro tessuto è quanto mai funzionale: è brusco, piuttosto che ‘ricco’».<br />
     Certo è una voce spesso lapidaria, ma solo perché ogni verso è strettamente subordinato al più severo principio di necessità; come Herbert fa dire al suo alter ego, il Signor Cogito, «in essa non c’è posto / per i fuochi artificiali della poesia».<br />
     Niente fuochi artificiali, dunque, ma <em>densità</em>: la materia poetica si condensa in ogni singola parola a un grado talmente elevato da sprigionare una enorme forza gravitazionale.</p>
<p align="center"><strong>VII. Compi il tuo dovere</strong></p>
<p>     Quando Herbert, in un cinico monologo con il cadavere di Amleto, fa dire a Fortebraccio in procinto di assumere il potere «Ciò che io lascerò non sarà oggetto di tragedia», gli fa pronunciare una mezza fesseria.  La tragedia si compie comunque, anche se i milioni che marciranno nelle prigioni danesi sembreranno agli spiriti raffinati un soggetto troppo meschino per un canto tragico.<br />
     La lotta contro il Fato, la Natura, la Storia, il Potere è sempre perdente. Siamo destinati ad essere sconfitti, schiacciati.</p>
<p>     <em>19 aprile - 16 maggio 1943: tanto durò l’insurrezione del Ghetto di Varsavia contro le truppe naziste.  Settantamila civili e settecento combattenti contro le armate del Reich: gli insorti sapevano di non avere alcuna speranza, eppure combatterono. La scelta per loro non era tra la vittoria e la sconfitta, tra la salvezza e la morte, ma tra la morte in battaglia e la morte nei campi di sterminio. Scelsero consapevolmente di morire lottando. Il loro comandante militare, Mordechai Anielewicz, si suicidò nelle fasi finali della battaglia per non cadere vivo nelle mani dei tedeschi. Aveva appena ventitré anni.</em></p>
<p>     L’ordine degli antichi si è sgretolato. Oggi ai nostri occhi non esiste alcun ordine, solo il caos. La storia non è teleogica, il mito del progresso è una menzogna. Non per questo ci si può autoassolvere dal dovere di lottare. La disperazione non è una giustificazione.<br />
     Né per questo gli antichi non hanno più nulla da dirci. Marco Aurelio: «Se un disordine ingovernabile, rallègrati d’avere dentro di te, pur in balìa di questi flutti, una mente che ti governa; e se l’onda ti travolgerà, si porti pur via la tua carne, il tuo soffio vitale e il resto di te; perché la tua mente non potrà mai portarsela via». E ancora: «Quale frazione dell’abisso infinito del tempo è stata assegnata a ogni uomo, e come si dissolve in un istante nell’eternità! Sopra quale piccola zolla della terra intera ti trascini! Riflettendo su tutto ciò, pensa che non v’è niente d’importante eccetto questo: compiere ciò a cui ti guida la tua natura individuale, accettare ciò che ti porta la natura universale».<br />
     Questa realtà è anche la sola. Non si può accettare o rifiutare l’ineluttabile.<br />
     La scelta sta nello scendere a patti – che la cosa ci porti a intraprendere una onorata carriera di funzionario delle arti nella piccola accademia del nichilismo pacificato o a dirigere quotidiani d’opinione cinicamente realisti – o nel continuare a insorgere, senza una goccia di speranza nel cuore.<br />
     Questo è <em>Il messaggio del Signor Cogito</em>:</p>
<p>         Va’ dove andarono quelli fino al limite oscuro<br />
         in cerca del vello d’oro del nulla tuo ultimo premio</p>
<p>         va’ eretto fra quelli che sono in ginocchio<br />
         fra chi volta le spalle e chi è rovesciato nella polvere</p>
<p>         ti sei salvato non per vivere<br />
         hai poco tempo bisogna dare testimonianza</p>
<p>         sii coraggioso quando la ragione viene meno sii coraggioso<br />
         alla fine è la sola cosa che conta</p>
<p>         e la Collera tua impotente sia come il mare<br />
         ogniqualvolta udrai la voce di umiliati e percossi</p>
<p>         non ti abbandoni il tuo fratello Disprezzo<br />
         per spie carnefici vigliacchi – saranno loro a vincere<br />
         e verranno al tuo funerale gettando con sollievo una zolla<br />
         e il tarlo scriverà la tua biografia addomesticata</p>
<p>         e non perdonare invero non è in tuo potere<br />
         perdonare in nome di chi è stato tradito all’alba</p>
<p>         guardati tuttavia dall’inutile orgoglio<br />
         osserva allo specchio la tua faccia da giullare<br />
         ripeti: sono stato chiamato – non ce n’erano di migliori?</p>
<p>         guardati dall’aridità del cuore ama la fonte mattutina<br />
         l’uccello dal nome ignoto la quercia d’inverno<br />
         la luce sul muro lo splendore del cielo<br />
         essi non hanno bisogno del tuo caldo respiro<br />
         ci sono soltanto per dire: nessuno ti consolerà</p>
<p>         veglia – quando la luce sui monti darà il segnale – alzati e<br />
         va’]<br />
         finché il sangue muoverà nel petto la tua stella oscura</p>
<p>         ripeti gli antichi scongiuri dell’umanità fiabe e leggende<br />
         perché così raggiungerai il bene che non raggiungerai<br />
         ripeti le grandi parole ripetile con ostinazione<br />
         come quelli che avanzavano nel deserto e perivano nella<br />
         sabbia]</p>
<p>         e ti premieranno con ciò di cui dispongono<br />
         con sferzate di riso l’uccisione su un immondezzaio</p>
<p>         va’ perché solo così sarai accolto nella cerchia dei freddi<br />
         crani]<br />
         nella cerchia dei tuoi avi: Gilgamesh Ettore Rolando<br />
         difensori del regno senza confini e della città delle ceneri</p>
<p>         Sii fedele Va’</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p><strong>Zbigniew Herbert</strong>, <em>Rapporto dalla città assediata : 24 poesie</em> (a cura di Pietro Marchesani), Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1985.</p>
<p><em>Elegia per l’addio della penna dell’inchiostro della lampada</em> (a cura di Pietro Marchesani), Milano, Scheiwiller, 1989.</p>
<p><em>Rapporto dalla città assediata</em> (a cura di Pietro Marchesani; con un saggio di Iosif Brodskij), Milano, Adelphi, 1993.</p>
<p>- <em>Rovigo</em> (prefazione di Jaroslaw Minkolajewski, postafazione e cura di Andrea Ceccherelli, traduzioni di Andrea Ceccherelli e Alessandro Niero, testo polacco a fronte), Rovigo, Il ponte del sale, 2008.</p>
<p><strong>In rete</strong>:</p>
<p><a href="http://www.complete-review.com/authors/herbertz.htm">http://www.complete-review.com/authors/herbertz.htm</a><br />
<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Zbigniew_Herbert">http://en.wikipedia.org/wiki/Zbigniew_Herbert (in inglese)</a></p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
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		<title>Zbigniew HERBERT nella lettura di Sergio BARATTO (I)</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jul 2008 16:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<category><![CDATA[città assediata]]></category>

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		<description><![CDATA[
(Tadeusz Dominik, Red, 1962)
Sergio Baratto - Inno agli uomini che muoiono in piedi
     Zbigniew Herbert è un illustre poeta pressoché sconosciuto, almeno in Italia. Peccato, perché mi sembra che possa essere tranquillamente annoverato tra i più importanti del Novecento – e non mi riferisco alla sola Polonia.   
     Le prime versioni italiane sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><img src="http://www.lmu.edu/AssetFactory.aspx?did=8261" alt="" width="387" height="309" /><br />
(<a href="http://images.google.it/imgres?imgurl=http://www.lmu.edu/AssetFactory.aspx%3Fdid%3D8261&amp;imgrefurl=http://www.lmu.edu/Page19800.aspx&amp;h=377&amp;w=500&amp;sz=62&amp;hl=it&amp;start=2&amp;sig2=0FAQf8aPWP8XjeYTn3PVNw&amp;um=1&amp;tbnid=rcA562q5eEGH0M:&amp;tbnh=98&amp;tbnw=130&amp;ei=HUl5SPj0BpWA7gW3sa0v&amp;prev=/images%3Fq%3Dtadeusz%2Bdominik%2B%26um%3D1%26hl%3Dit%26sa%3DN">Tadeusz Dominik</a>, <em>Red</em>, 1962)</p>
<p align="center"><strong>Sergio Baratto - <em>Inno agli uomini che muoiono in piedi</em></strong></p>
<p>     Zbigniew Herbert è un illustre poeta pressoché sconosciuto, almeno in Italia. Peccato, perché mi sembra che possa essere tranquillamente annoverato tra i più importanti del Novecento – e non mi riferisco alla sola Polonia.   <span id="more-876"></span><br />
     Le prime versioni italiane sono apparse negli anni Ottanta, in due edizioni di nicchia ormai introvabili. Poi, nel 1993, Adelphi ha pubblicato un’antologia di poesie tratte dalle sue prime sette raccolte. Si intitola <em>Rapporto dalla città assediata</em>. Le poesie qui citate provengono tutte da questo volume, nella bella traduzione di Pietro Marchesani (con la sola eccezione dei versi tratti da <em>Anabasi</em>, la cui traduzione è frutto della fatica dello scrivente).<br />
     Il volume Adelphi si trova facilmente nelle librerie di remainders, a metà prezzo: una scusa in meno per chi non se lo fosse ancora procurato.</p>
<p>     Le pagine che seguono sono una rilettura personale, senza pretesa di completezza. Ho cercato essenzialmente di spiegare cosa le poesie di Herbert dicono <em>a me</em>, anche prescindendo dalle interpretazioni ormai consolidate della critica che – se hanno avuto il merito di inquadrarne l’opera nel suo tempo – troppe volte hanno finito per ancorarla al passato, limitandone l’estensione vocale e chiudendola entro schemi interpretativi troppo angusti, rispetto alla sua prodigiosa capacità di rigenerarsi e sprigionare significati.<br />
     Sono consapevole del fatto che un’analisi veramente approfondita dell’opera di Herbert meriterebbe un numero ben maggiore di pagine. Si prenda perciò il mio lavoro per quello che è: un invito ad avvicinarsi a questo poeta grande e appartato.</p>
<p align="center"><strong>I. Cenni biografici</strong></p>
<p>     Zbigniew Herbert nasce il 29 ottobre 1924 a Leopoli, all’epoca città polacca, in una famiglia agiata di lontane origini britanniche. Durante la Seconda Guerra mondiale si arruola giovanissimo nell’Armia Kraiowa, l’esercito di liberazione nazionale polacco. Negli stessi anni studia economia, diritto e filosofia. Per tutto il periodo staliniano vive di lavori saltuari; nonostante la preparazione e il notevole bagaglio culturale, il suo rifiuto di aderire al discorso ideologico ufficiale gli preclude ogni possibilità di carriera, se si eccettuano alcune sporadiche collaborazioni a riviste letterarie: «Dopo tre mesi mi buttavano fuori da vari miseri uffici di torbiere, cooperative di invalidi, eccetera, come nemico di classe… La cosa peggiore a quei tempi era la visione acuta dell’assurdità di tutta quella vita. L’isolamento completo, i dubbi che si presentavano – che loro avessero ragione».<br />
     Il suo apprendistato poetico si svolge nel silenzio: la prima raccolta apparirà solo nel 1956, in concomitanza con il breve periodo del disgelo.<br />
     A partire dagli anni Cinquanta compie diversi viaggi in Europa occidentale e negli Stati Uniti; in patria è già circondato da notevole fama, ma il suo nome comincia a circolare anche a livello internazionale, tanto che, tra il 1970 e il ’71, gli viene affidato un corso di letteratura europea contemporanea presso l’Università di Los Angeles.<br />
     Herbert vive stabilmente all’estero Fino al 1975: da quel momento in poi, il suo ostinato atteggiamento di dissidenza intellettuale e l’appoggio al nascente movimento di protesta contro il regime comunista gli varranno una crescente e aperta ostilità da parte del potere politico. In realtà, le opere di Herbert subiscono sì diversi interventi censori, ma non ne viene proibita la pubblicazione: un’apparente anomalia che si spiega con l’ottusità e la miopia della censura.<br />
     Nel 1987 lascia nuovamente la Polonia per trasferirsi a Parigi, ma con la caduta del regime, nel 1991, fa ritorno in patria. Malato da tempo, muore a Varsavia il 28 luglio del 1998.<br />
     Nove in tutto sono le raccolte poetiche pubblicate in vita da Herbert:</p>
<p><em>Corda di luce</em> (1956)<br />
<em>Hermes, il cane e la stella</em> (1957)<br />
<em>Studio dell’oggetto</em> (1961)<br />
<em>Iscrizione</em> (1969)<br />
<em>Il signor Cogito</em> (1974)<br />
<em>Rapporto dalla Città assediata e altre poesie</em> (1983)<br />
<em>Elegia per l’addio</em> (1990)<br />
<em>Rovigo</em> (1992)<br />
<em>Epilogo della tempesta</em> (1998).</p>
<p align="center"><strong>II. Il funzionario cieco</strong></p>
<p>     La censura comunista, pur senza astenersi dall’intervenire con sforbiciate feroci, ha sempre sostanzialmente ignorato il potenziale sovversivo della poesia di Herbert, perché persuasa che cantasse di cose remote e senza attinenza con il presente. Cerco di immaginarmi il grigio burocrate incaricato di vagliare le poesie di Herbert, alla ricerca della minima traccia di sedizione. Inforca gli occhiali, si aggiusta il colletto, si gratta la pelata e comincia a leggere. Si trova a un tratto circondato da nomi e figure preistoriche: Marco Aurelio. Le orde barbariche alle porte dell’Impero: roba di duemila anni fa, pensa, e prosegue.<br />
     Procuste: un serial killer dell’antica Grecia.<br />
     Senofonte e i suoi in fuga tra i Curdi.<br />
     Gli angeli con le sferze nel Giorno del Giudizio. Qui si sofferma un attimo pensieroso: odore di religione?</p>
<p>         Dopo la pioggia di stelle<br />
         sul prato di ceneri<br />
         si riunirono tutti vigilati da angeli</p>
<p>         da un’altura superstite<br />
         si può abbracciare con lo sguardo<br />
         l’intero gregge belante dei bipedi</p>
<p>         in verità non sono molti<br />
         contando perfino quelli che verranno<br />
         da cronache favole e vite dei santi</p>
<p>         ma basta con queste considerazioni<br />
         portiamoci con lo sguardo<br />
         alla gola della valle<br />
         da cui si leva un grido</p>
<p>         dopo il sibilo dell’esplosione<br />
         dopo il sibilo del silenzio<br />
         quella voce pulsa come sorgente d’acqua viva</p>
<p>         è come ci spiegano<br />
         il grido delle madri a cui vengono tolti i figli<br />
         giacché a quanto pare<br />
         saremo redenti singolarmente</p>
<p>         gli angeli custodi sono intransigenti<br />
         e va riconosciuto fanno un duro lavoro</p>
<p>         lei implora<br />
         – nascondimi in un occhio<br />
         nel palmo di una mano tra le braccia<br />
         siamo sempre stati insieme<br />
         non puoi abbandonarmi adesso<br />
         che sono morta e ho bisogno di tenerezza<br />
         un angelo più anziano<br />
         spiega sorridendo l’equivoco</p>
<p>         una vecchietta porta<br />
         i resti d’un canarino<br />
         (tutti gli animali erano morti un po’ prima)<br />
         – era così caro – dice piangendo<br />
         capiva tutto<br />
         quando gli dicevo –<br />
         la sua voce si perde nel chiasso generale</p>
<p>         perfino un taglialegna<br />
         che non si sospetterebbe di cose simili<br />
         un vecchio omone ricurvo<br />
         si stringe l’ascia al petto<br />
         – per tutta la vita è stata mia<br />
         anche adesso sarà mia<br />
         mi ha dato da vivere là<br />
         mi darà da vivere qui<br />
         nessuno ha il diritto<br />
         – dice –<br />
         non la consegnerò</p>
<p>         quelli che a quanto sembra<br />
         hanno obbedito agli ordini senza soffrire<br />
         vanno a capo chino in segno di conciliazione<br />
         ma nei pugni stretti nascondono<br />
         frammenti di lettere nastri ciocche di capelli<br />
         e fotografie<br />
         credendo ingenuamente che<br />
         non verranno tolti loro</p>
<p>         è così che appaiono<br />
         per un attimo<br />
         prima della divisione finale<br />
         in chi digrignerà i denti<br />
         e chi canterà i salmi</p>
<p>         (<em>Alle porte della valle</em>)</p>
<p>     Legge meglio, gli sembra che gli angeli non ne vengano fuori molto bene. Ma sì, tutto sommato può andare. Va avanti. Un tale che si reincarna in un coleottero. Il censore potrebbe qui di nuovo inquietarsi, ma proprio in quei minuti è preda di una crisi d’astinenza da nicotina e non presta molta attenzione allo scandalo. Torna tutto odoroso di fumo, si risiede, riapre il dattiloscritto: un imperatore sanguinario che si faceva fotografare coi bambini tra i fiori, faceva incubi e sognava di essere un millepiedi… Tutto quanto è abbastanza strano e gli ricorda in modo confuso qualcosa… ma cosa? Bah, del resto gli imperatori stanno nei paesi capitalisti. Tutto a posto. Va avanti.<br />
     Apollo strappa la pelle a Marsia, e il satiro urla. Roba presa dalla mitologia greca. Innocua.<br />
     Antiche divinità pagane fanno una miserevole fine. Di nuovo i barbari. Giona nella balena. Che palle, pensa, che vecchiume. Va avanti.<br />
     Druso, il proconsole, l’imperatore: robivecchi. Va avanti.<br />
     Fortebraccio parla al cadavere di Amleto… Ah, il vecchio Shakespeare, va bene, va bene.<br />
     Un dio celtico. Una demistificazione della passione di Gesù, che si rivela una semplice, anonima trafila burocratica e per di più si risolve in una «procedura amministrativa irreprensibile» (compiaciuto per la propria vis critica il censore sorride tra sé). Un’altra poesia in cui il paradiso si rivela un posto di merda, dove sono in pochi a vedere Dio e la massa dei «proletari celesti» è oppressa e sfruttata. Antiche matrone romane, Caronte, Zeus, Tucidide, Caligola, Gilgamesh, il divo Claudio… La più recente (si fa per dire): Isadora Duncan. Baruch Spinoza. Tito Livio, Achille, Agrippa, Atene, Babilonia, Cartagine… Qualche sforbiciata qua e là non se la risparmia: delle volte il poeta si sveglia dal torpore dei secoli passati e allora si lascia andare a trasparenti imprecazioni contro il governo. Ma tutto sommato è innocuo. <em>Imprimatur</em>.</p>
<p align="center"><strong>III. Il dio dell’ironia</strong></p>
<p>     «Non bisogna mai prendersi troppo sul serio» recita il primo comandamento del dio dell’ironia, una divinità oggetto di culto soprattutto nelle province più ricche ed estenuate dell’Impero.<br />
     Herbert viveva e scriveva in una terra schiacciata da un potere ossessivo, che forniva ben poche ragioni per ridere. Le eleganti facezie masturbatorie che provenivano dall’altra parte del <em>limes</em> lo lasciavano decisamente perplesso.</p>
<p><em>     In principio era il dio della notte e della tempesta, un idolo nero senz’occhi, dinanzi al quale saltellavano  nudi e unti di sangue. Poi, ai tempi della repubblica, c’erano molti dèi con mogli, figli, letti cigolanti e il tuono che esplodeva innocuo. Alla fine ormai solo nevrotici superstiziosi portavano in tasca una statuetta di sale, raffigurante il dio dell’ironia. Non esisteva a quel tempo dio più grande di lui.<br />
Allora giunsero i barbari. Anche loro apprezzavano molto il piccolo dio dell’ironia. Lo frantumavano coi tacchi e lo spargevano sui cibi.</em><br />
(<em>Dalla mitologia</em>)</p>
<p>     Oggi invece l’imperatore gradisce più di ogni altra cosa che i sudditi ridano di cuore. La catastrofe climatica e l’eventualità di finire sparpagliati lungo il tunnel della metropolitana dall’ordigno di qualche volenteroso adepto di un dio assolutamente serio non devono toglierci il gusto e il privilegio di riderci sopra.</p>
<p>     Proprio per questo – e non sembri un paradosso – «Herbert è un maestro dell’ironia», come scrive Josif Brodskij nell’introduzione al volume Adelphi. La sua ironia è serissima, il suo sorriso è una smorfia piena di amarezza. Niente è davvero relativo: il potere è sanguinario, la barbarie è la barbarie, la tragedia è la tragedia.<br />
     Si può ridere così solo se si percepisce la tragedia, solo l’assunzione su di sé della tragedia concede il diritto a <em>quel</em> riso. Del resto, è anche l’unico che sia possibile esprimere. Forse bisognerebbe chiamarlo sarcasmo. <em>Sarkazein</em> è greco: «mordersi le labbra per l’ira» ma anche «dilaniare, strappare pezzi di carne (<em>sarx</em>) come le belve». Il riso tragico nel momento in cui guardi dritto negli occhi il mostro che ti sbrana è un atto di eroismo.</p>
<p align="center"><strong>IV. «Quid me mihi detrahis?»</strong></p>
<p>     Il poeta Tadeusz Różewicz, ha scritto – facendo collidere Valéry e Adorno – che «la danza della poesia ha terminato la sua esistenza durante la Seconda guerra mondiale nei campi di concentramento costruiti dai sistemi totalitari».<br />
     Ma chi ha detto che la poesia deve per forza danzare? E se potesse anche permettersi di gridare?</p>
<p>     Sulla possibilità della poesia ai tempi della «vita offesa», Herbert si contraddice:</p>
<p><em>     aveva ovviamente scordato che l’arte hélas non salva</em><br />
     (<em>Isadora Duncan</em>)</p>
<p><em>     con fretta eccessiva abbiamo creduto che la bellezza non salvi</em><br />
     (<em>Lettera a Ryszard Krynicki</em>)</p>
<p>     Eppure esiste una poesia del 1961, intitolata <em>Apollo e Marsia</em>, in cui io non riesco a non leggere, celata sotto il velo del mito antico, se non una risposta, almeno una prima ambigua ipotesi di soluzione.<br />
     È la celebre storia, narrata da Ovidio nelle <em>Metamorfosi</em>, del duello musicale tra il sileno Marsia e il dio:</p>
<p>         Il vero duello fra Apollo<br />
         e Marsia<br />
         (orecchio assoluto<br />
         contro enorme gamma)<br />
         avviene verso sera<br />
         quando come già sappiamo<br />
         i giudici<br />
         avevano assegnato la vittoria al dio</p>
<p>         saldamente legato all’albero<br />
         meticolosamente scorticato<br />
         Marsia<br />
         grida<br />
         prima che il grido giunga<br />
         alle sue alte orecchie<br />
         egli riposa all’ombra di quel grido</p>
<p>         scosso da un fremito di disgusto<br />
         Apollo pulisce il suo strumento</p>
<p>         solo in apparenza<br />
         la voce di Marsia<br />
         è monotona<br />
         ed è formata da una sola vocale<br />
         A</p>
<p>         in realtà Marsia<br />
         narra<br />
         l’inesauribile ricchezza<br />
         del suo corpo</p>
<p>         i monti calvi del fegato<br />
         le bianche forre dei cibi<br />
         le selve fruscianti dei polmoni<br />
         le dolci alture dei muscoli<br />
         le giunture la bile il sangue e i fremiti<br />
         il vento invernale delle ossa<br />
         sul sale della memoria</p>
<p>         scosso da un fremito di disgusto<br />
         Apollo pulisce il suo strumento</p>
<p>         adesso al coro<br />
         si unisce la colonna vertebrale di Marsia<br />
         in sostanza quella stessa A<br />
         solo più profonda con l’aggiunta di ruggine</p>
<p>         questo supera ormai la resistenza<br />
         del dio dai nervi di fibre artificiali</p>
<p>                   per il viale ghiaioso<br />
                   fiancheggiato da bosso<br />
                   il vincitore si allontana<br />
                   chiedendosi se<br />
                   dall’ululo di Marsia<br />
                   non sorgerà col tempo<br />
                   un nuovo ramo<br />
                   di arte – diciamo – concreta</p>
<p>         d’improvviso<br />
         cade ai suoi piedi<br />
         un usignolo pietrificato</p>
<p>         volta la testa<br />
         e vede<br />
         che l’albero al quale era legato Marsia<br />
         è canuto</p>
<p>         completamente</p>
<p>     «Come già sappiamo», Apollo vince per un soffio una competizione cui forse sarebbe stato più giusto attribuire un pareggio. Per punire l’arroganza di Marsia (quella <em>hybris</em> che da sempre ci fotte nel rapporto con i padroni di lassù), Apollo lo lega a un albero e lo scortica. Marsia grida. Ma a differenza di ciò che riportano le cronache antiche, nella ricostruzione di Herbert il suo grido agghiacciante pietrifica gli usignoli e fa incanutire l’albero a cui è legato. È talmente impressionante, quel grido, che persino il dio si arresta per un attimo e ha come un’esitazione, un dubbio.<br />
     Chi dunque è il vincitore e chi il vinto?<br />
     Noi oggi sappiamo che anche il grido può essere un canto. Per quanto Herbert possa cincischiare, quell’urlo echeggia anche nei suoi versi. Che lo voglia o no.</p>
<p>     Sarà allora come scrisse Adorno correggendo sé stesso: «Il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz, poiché esso è stato e resta possibile per un tempo imprevedibile, non ci si può più immaginare un’arte serena»?<br />
     Ma dio santo, <em>quando mai l’arte è stata serena?</em></p>
<p>     Nella poesia <em>I cinque</em>, cinque uomini – «due molto giovani / gli altri adulti» – vengono fucilati da un plotone di esecuzione. Tra le cose di Herbert è forse la massima e più esplicita dichiarazione di liceità della bellezza.<br />
     Il tono e l’oggetto delle conversazioni dei cinque condannati nella loro ultima notte, di fronte alla morte, ci insegnano il <em>dovere</em> di continuare a <em>trafficare</em> con la bellezza:</p>
<p>         non l’ho appreso oggi<br />
         lo so non da ieri<br />
         perché dunque ho scritto<br />
         futili poesie sui fiori</p>
<p>         di cosa parlarono i cinque<br />
         la notte prima dell’esecuzione</p>
<p>         di sogni profetici<br />
         di una scappata al bordello<br />
         di pezzi d’automobile<br />
         di un viaggio in mare<br />
         del fatto che quando aveva picche<br />
         non avrebbe dovuto aprire<br />
         del fatto che la vodka è migliore<br />
         che il vino fa venire il mal di testa<br />
         di ragazze<br />
         di frutta<br />
         della vita</p>
<p>         e allora è lecito<br />
         usare in poesia nomi di pastori greci<br />
         tentare di fissare i colori d’un cielo mattutino<br />
         scrivere d’amore<br />
         e anche<br />
         una volta ancora<br />
         con serietà mortale<br />
         offrire al mondo tradito<br />
         una rosa</p>
<p>(<em>continua&#8230;</em>)</p>
<p align="center"><img src="http://www.bookcourt.org/wp-content/uploads/2007/02/72.jpg" alt="" width="261" height="302" /></p>
<p><strong>Nota</strong></p>
<p>Ringrazio di cuore <a href="http://tunga.splinder.com/">Sergio Baratto</a>, <a href="http://www.ilprimoamore.com/">Il Primo Amore</a> e <a href="http://www.effigie.com/web/ee/magazines/magazine?p_p_id=EFFIGIE_1&amp;_EFFIGIE_1_EE_PARAM_AREA=MAGAZINES_AREA&amp;_EFFIGIE_1_EE_PARAM_AUTHOR=&amp;_EFFIGIE_1_EE_PARAM_BOOK=&amp;_EFFIGIE_1_EE_PARAM_SERIES=&amp;_EFFIGIE_1_EE_PARAM_MAGAZINE=MAGAZINE-IL-VITELLO-D-ORO&amp;EFFIGIE_EE_CONTENT_ARTICLE_ID=MAGAZINE-IL-VITELLO-D-ORO&amp;EFFIGIE_EE_CONTENT_MODE=5&amp;EFFIGIE_EE_HEAD_ARTICLE_ID=MAGAZINE-IL-VITELLO-D-ORO&amp;EFFIGIE_EE_HEAD_MODE=4">l&#8217;omonima rivista</a> per aver concesso di ripubblicare questo testo.</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/rebstein.wordpress.com/876/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/rebstein.wordpress.com/876/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rebstein.wordpress.com/876/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rebstein.wordpress.com/876/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rebstein.wordpress.com/876/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rebstein.wordpress.com/876/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rebstein.wordpress.com/876/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rebstein.wordpress.com/876/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rebstein.wordpress.com/876/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rebstein.wordpress.com/876/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rebstein.wordpress.com/876/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rebstein.wordpress.com/876/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&blog=1499471&post=876&subd=rebstein&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Elsa MORANTE - Piccolo manifesto dei comunisti (senza classe né partito)</title>
		<link>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/11/elsa-morante-piccolo-manifesto-dei-comunisti-senza-classe-ne-partito/</link>
		<comments>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/11/elsa-morante-piccolo-manifesto-dei-comunisti-senza-classe-ne-partito/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2008 19:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[critica]]></category>

		<category><![CDATA[dissenso]]></category>

		<category><![CDATA[elsa morante]]></category>

		<category><![CDATA[memoria]]></category>

		<category><![CDATA[ora e sempre]]></category>

		<category><![CDATA[scritture]]></category>

		<category><![CDATA[goffredo fofi]]></category>

		<category><![CDATA[piccolo manifesto dei comunisti]]></category>

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		<description><![CDATA[
(Disegni di Elsa Morante)
[Da: Elsa Morante, Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito), postfazione di Goffredo Fofi, Roma, Edizioni Nottetempo, "I Sassi", 2004]
1. Un mostro percorre il mondo: la falsa rivoluzione.
2. La specie umana si distingue da quella degli altri viventi per due qualità precipue. L’una costituisce il disonore dell’uomo; l’altra, l’onore dell’uomo.

3. Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><img src="http://img112.imageshack.us/img112/8721/disegnidielsamorante6vd.jpg" alt="" width="291" height="301" /><br />
(<em>Disegni</em> di <strong>Elsa Morante</strong>)</p>
<p>[Da: <strong>Elsa Morante</strong>, <em>Piccolo Manifesto dei Comunisti (senza classe né partito)</em>, postfazione di <strong>Goffredo Fofi</strong>, Roma, Edizioni Nottetempo, "I Sassi", 2004]</p>
<p><strong>1</strong>. Un mostro percorre il mondo: la falsa rivoluzione.</p>
<p><strong>2.</strong> La specie umana si distingue da quella degli altri viventi per due qualità precipue. L’una costituisce il disonore dell’uomo; l’altra, l’onore dell’uomo.<br />
<span id="more-866"></span><br />
<strong>3.</strong> Il disonore dell’uomo è il Potere. Il quale si configura immediatamente nella società umana, universalmente e da sempre fondata e fissa sul binomio: padroni e servi – sfruttati e sfruttatori.</p>
<p><strong>4.</strong> L’onore dell’uomo è la libertà dello spirito. E non occorrerebbe precisare che qui la parola spirito (non foss’altro che sulla base delle scienze attuali) non significa quell’ente metafisico-etereo (e alquanto sospetto) inteso dagli “spiritualisti” e dalle comari; ma anzi la realtà integra, propria e naturale dell’uomo.<br />
Questa libertà dello spirito si manifesta in infiniti e diversi modi, che tutti significano la stessa unità, senza gerarchie di valori. Esempio: la bellezza e l’etica sono tutt’uno. Nessuna cosa può essere bella se è un’espressione della servitù dello spirito, ossia un’affermazione del Potere. E viceversa. Così per esempio il Discorso sulla montagna, o i Dialoghi di Platone, o il Manifesto di Marx-Engels, o i Saggi di Einstein sono belli; allo stesso modo che sono morali l’Iliade di Omero, o gli Autoritratti di Rembrandt, o le Madonne di Bellini, o le poesie di Rimbaud. Difatti tutte queste opere (né più né meno delle tante possibili azioni che le equivalgono) sono tutte, in se stesse, affermazioni della libertà dello spirito, e di conseguenza, qualunque siano le contingenze storiche e sociali nelle quali vengono a esprimersi, esse non sono determinate essenzialmente da nessuna classe e appartengono finalmente a tutte le classi. Giacché per definizione esse negano il Potere, di cui la divisione degli uomini in classi è una delle tante pretese aberranti.</p>
<p><strong>5.</strong> In quanto onore dell’uomo, per definizione la libertà dello spirito sia come espressione che come godimento, è dovuta a tutti gli uomini. Ogni uomo ha il diritto e il dovere di esigere per sé e per tutti gli altri la libertà dello spirito.</p>
<p><strong>6.</strong> Tale esigenza universale non può essere attuata finché esiste il Potere. Difatti è evidente che essa è negata in principio sia allo sfruttato che allo sfruttatore, sia al padrone che al servo.</p>
<p><strong>7.</strong> Ne deriva l’assoluta necessità della rivoluzione, che deve liberare tutti gli uomini dal Potere affinché il loro spirito sia libero. Il solo fine della rivoluzione è di liberare lo spirito degli uomini, attraverso l’abolizione totale e definitiva del Potere.</p>
<p><strong>8.</strong> Per una legge inevitabile (e sempre confermata dai fatti) è impossibile arrivare alla libertà comune dello spirito attraverso il suo contrario. La rivoluzione, per attuare il proprio fine di liberazione, deve porselo anzitutto come inizio e principio. Chiunque schiavizza il proprio e l’altrui spirito con una promessa di una liberazione “mistica” e postrema è lui stesso uno schiavo, e in più un truffatore e uno sfruttatore. Né più né meno dei Gesuiti e controriformisti – di Maometto che mandava i suoi “fedeli” a distruggersi in vista del “Paradiso” delle Urì – di Hitler e Mussolini che sterminavano le nazioni in vista delle “glorie nazionali” – di Stalin che castrava e martirizzava i popoli in vista del “bene del popolo” ecc. ecc. ecc.</p>
<p><strong>9.</strong> Una rivoluzione che ribadisce il Potere è una falsa rivoluzione. Nessun proletariato (né più né meno che se fosse una monarchia, o aristocrazia, o teocrazia, o borghesia, o via dicendo) potrà mai attribuirsi o attuare la rivoluzione, se non ha lo spirito libero dai germi del Potere. Nessuno infatti può comunicare agli altri quello che non ha, e non si può presumere di far crescere la guarigione coi semi della peste.</p>
<p><strong>10.</strong> In una società fondata sul Potere (come TUTTE le società finora esistite e oggi esistenti) un rivoluzionario non può fare altro che porsi (foss’anche solo) contro il Potere, affermando (coi mezzi e dentro i limiti personali, naturali e storici che gli sono concessi) la libertà dello spirito dovuta a tutti e a ciascuno. E questo, è suo diritto e dovere di farlo a qualunque costo: anche, in ultima istanza, a costo di creparci. E’ quanto hanno fatto Cristo, Socrate, Giovanna D’Arco, Mozart, Cechov, Giordano Bruno, Simone Weil, Marx, Che Guevara, ecc. ecc. ecc. E’ quanto fa un bracciante che si rifiuta a un sopruso, un ragazzino che si nega a un insegnamento degradato, un insegnante idem, un fabbro che fabbrica un chiodo quadripunte contro gli automezzi nazisti, un operaio che sciopera per opporsi allo sfruttamento, ecc. ecc. ecc. Simili opere, o azioni, nell’affermare, ciascuna coi propri mezzi, la libertà dello spirito contro il disonore dell’uomo, sono tutte allo stesso titolo belle e morali. E per definizione, esse non sono distinzione e proprietà di una classe, ma dell’uomo assolutamente in quanto tale, secondo quanto è affermato ai paragrafi 2 e 4.</p>
<p><strong>11.</strong> Se in nome della rivoluzione si riafferma il potere, questo significa che la rivoluzione era falsa, o è già tradita.</p>
<p><strong>12.</strong> Qualunque rivoluzionario (foss’anche Marx o Cristo) che si riadatti al Potere (o assumendolo, o amministrandolo, o subendolo) da quel momento stesso cessa di essere un rivoluzionario, e diventa uno schiavo e un traditore.</p>
<p><strong>13.</strong> Supponiamo adesso un individuo solo, davanti a un fabbricato in preda a un incendio. Attraverso una finestra aperta (unico adito accessibile, anche se rischioso) l’individuo scorge un bambino solo, che sta per essere investito dalle fiamme. L’uomo penetra nel vano e a proprio rischio salva il bambino. E sarebbe evidentemente un pazzo criminale, chi lo accusasse di avere commesso un atto antisociale e ingiusto, perché, nell’impossibilità di salvare gli altri abitanti del fabbricato, non ha lasciato bruciare vivo anche quest’unico bambino. L’uomo che (c.s. coi mezzi e dentro i limiti personali, naturali e storici che gli sono concessi) afferma la libertà dello spirito contro il Potere, e dunque anche contro le false rivoluzioni, compie la vera Lunga Marcia, anche se rimane chiuso tutta la vita dentro un carcere. Questo ha fatto Gramsci. In mancanza di compagni o di seguaci, di ascoltatori o di spettatori, lo spirito libero è tenuto alla sua lunga marcia lo stesso, anche solo di fronte a sé stesso e dunque a Dio. Niente va perduto (v. il granello di senape e il pizzico di lievito); e, in conseguenza, chiunque schiavizza, sotto qualsiasi pretesto, il proprio spirito, si fa agente con questo del disonore dell’uomo. Doppiamente disgraziato è chi si adopera a diffondere il contagio fra gli altri e tanto più miserabile se lo fa in vista o per il gusto di un proprio potere personale.<br />
Servirsi a fini di potere degli sfruttati (anche solo del loro nome) è la peggiore forma di sfruttamento possibile. Peggio per chi lo fa a proprio beneficio personale. Proclamare il proprio amore per gli operai può riuscire un comodo alibi per chi non ama nessun operaio, e nessun uomo.<br />
Una folla consapevole che afferma la libertà dello spirito è uno spettacolo sublime. E una folla accecata che esalta il Potere è uno spettacolo osceno: chi si rende responsabile di una simile oscenità farebbe meglio a impiccarsi.</p>
<p align="center"><img src="http://img2.libreriauniversitaria.it/BIT/027/9788874520275p.jpg" alt="" width="141" height="156" /></p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
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		<title>L&#8217;allucinazione - di Luigi DI RUSCIO</title>
		<link>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/10/lallucinazione-di-luigi-di-ruscio/</link>
		<comments>http://rebstein.wordpress.com/2008/07/10/lallucinazione-di-luigi-di-ruscio/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 Jul 2008 18:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[critica]]></category>

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		<category><![CDATA[l'allucinazione]]></category>

		<category><![CDATA[massimo canalini]]></category>

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		<description><![CDATA[
(Immagine fotografica di Andrea Amodio)
(Da: Luigi Di Ruscio, L’allucinazione, Edizioni affinità elettive, Ancona, 2007)
L’allucinazione,
la forma più realistica dell’irrealtà.
Guido de Ruggero
Mi ha ripreso la voglia di scrivere, succede sempre, in autunno non ho voglia di scrivere, con l’approssimarsi del nuovo anno mi riprende, è da tenere conto che ho 77 anni e mi è rimasto poco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img src="http://www.andreaamadio.it/blog/sedia.jpg" alt="" width="389" height="289" /><br />
(Immagine fotografica di <strong>Andrea Amodio</strong>)</p>
<p>(Da: <strong>Luigi Di Ruscio</strong>, <em>L’allucinazione</em>, <a href="http://www.affinita-elettive.it/">Edizioni <em>affinità elettive</em></a>, Ancona, 2007)</p>
<p align="right"><em>L’allucinazione,<br />
la forma più realistica dell’irrealtà.</em><br />
<strong>Guido de Ruggero</strong></p>
<p>Mi ha ripreso la voglia di scrivere, succede sempre, in autunno non ho voglia di scrivere, con l’approssimarsi del nuovo anno mi riprende, è da tenere conto che ho 77 anni e mi è rimasto poco tempo, non solo perché si muore, ma anche perché uno rincretinisce. Già noto un calo della memoria che non è mai stata buona, dormo troppo, non riesco più a vedere un film intero. Figurati se posso rendermi conto di quello che succede veramente e devo immaginarne di tutti i colori. <span id="more-869"></span>  C’è un intoppo tra me e la realtà, mi sono diventati più prossimi gli anni della mia infanzia, mi consola la posizione del computer dove da anni scrivo le memorie di uno che si scorda di tutto, mentre scrivo faccio continue pause e guardo il panorama che mi scopre Oslo sino ai confini più lontani. Lavoro troppo di fantasia e Vico dice che dove è povera la memoria ricca è la fantasia. Nella biblioteca comunale esiste la prima edizione della Scienza nuova di Vico, immagina, giovanissimo l’ho avuta in prestito e me l’hanno fatta portare a casa, una lettura favolosa. Le edizione moderne della Scienza nuova mi sono sembrate insopportabili. Immagina il criterio della biblioteca comunale, dare in prestito la prima edizione della Scienza Nuova a un ragazzo, siamo verso la fine degli anni quaranta quando eravamo ancora innocenti e con la speranza intatta e cominciavo a essere un poeta che adoperava la testa e non viscere e neppure cazzi e quest’esercizio di testa mi rende immune da anni quaranta dei dolori di testa. Contro le emicranie adoperate il cervello, non surpatevi tutte le credenze, dubitate buoni figli, speculate. La vostra testa non vi è stata concessa solo per portare i cappelli e neppure per recarvi nella chiesa dei santi Paolini dove hanno trovato le tracce del passaggio dei Templari e giovedì i rappresentanti degli ordini cavallereschi dei Templari, i cavalieri Teutonici, i cavalieri di Malta, hanno fatto benedire gli anelli e i rispettivi cappelli. Dovrei elencare tutte le mie non credenze, cosa difficile, non saprei dove cominciare. Evitate di farvi portare per il culo dai truffatori che sono nascosti ovunque, non date soldi alla Caritas che la Caritas adopera i soldi solo per i cattolici o per le conversioni,  se vuoi dare soldi in maniera gratuita e disinteressata è meglio la Croce Rossa, il governo del Berlusconi vuole aiutare i popoli asiatici con i soldi della carità pubblica, il governo di Perculoni è avaro sino allo spasimo, non fatevi fregare non dategli neppure una lira, fregatelo. È da notare che c’è un certo vantaggio a essere poveri, uno non rischia di venir derubato, a nessuno viene in testa di sfondarmi la porta per rapinarmi, non è necessaria la catenella alla porta, se suonano spalanco subito la porta e un mezzo indiavolato si presenta al visitatore inesperto, c’è perfino un grosso vantaggio a essere un poeta semiclandestino, la cassetta della posta è sempre vuota, nessuno mi manda manoscritti, non devo contrattare con la figlia di Perculoni direttrice della Maladori, il sottoscritto ha a disposizione tutte le 24 ore della giornata per tutte le scritture spericolate e la Mary consorte pensa che è meglio che sto matto se ne stia a scrivere tutto il giorno così non combina guai.</p>
<p><strong>[...]</strong></p>
<p>Se a qualcuno dispiace la mancanza di punteggiatura sui miei versi ebbene ce la mette tutta lui, con le poesie non ho mai guadagnato una lira e pretendere da me anche la punteggiatura è il colmo, quando iniziai a lavorare nella fabbrica ero il più giovane del gruppo di una diecina di operai nelle stesse fila di macchine e nello stesso turno, invecchiammo insieme, eravamo solidali, rapporti schietti, veloci e anche fraterni, un rapporto allegro anche, per anni ci siamo visti nudi sotto le stesse docce, nel guardaroba ci siamo svestiti e vestiti per indossare e toglierci la tuta di tutti i giorni, vedevamo la stanchezza di ogni uno di noi, poi cominciammo a morire o sparire, qualche pensionato ritornava a trovarci, li vedevamo comparire tra le macchine più pallidi, impacciati, sembravano ormai i fantasmi di quello che erano, li ho tutti ora davanti, mi scorrono davanti come li ho visti l’ultima volta, ce ne fosse stato uno che fosse comunista, massimo qualcuno era della sinistra socialdemocratica, per tanti anni scrissi senza far vedere niente a nessuno, nessuna distrazione una specie di esercizio mistico, alle ore sei del mattino ero sul posto di lavoro, orario continuativo sino alle 15 mangiare, riposare per circa un’ora poi a leggere e a scrivere, d’inverno qui alle 14,30 è già notte sino alle nove del mattino, una lunghissima notte, raramente vedevo giornali italiani e riuscivo a leggere in norvegese solo le cose più semplici come Paperino che comperavo tutte le settimane, sono andato a vedere il film Mondo cane anche chi fa simili film fa parte del mondo cane anche io che vado a divertirmi vedendo il mondo cane. Esco dal cinema e alla fermata del tram due stavano a massacrarsi di botte, io e la gente guardavamo tranquillamente lo spettacolo massacrante, tutti e due a terra e tutto a un tratto una guardia notturna sfodera una pistola, una scacciacane e si mettere a sparare vicino alle orecchie dei due che rimasero come paralizzati, scossi, si rialzarono, la furia era come se si fosse improvvisamente spenta, avevano tutti e due le giacchette a pezzi, probabilmente si vergognarono della condizione in cui erano venuti a trovarsi, si diressero subito per le loro strade e di corsa come volessero nascondersi.</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
<p><em>Nota di presentazione</em> di <strong>Massimo Canalini</strong></p>
<p><strong>1.</strong></p>
<p>Sono trascorsi ventuno anni da quando Antonio Porta scriveva, a proposito di <em>Palmiro</em>, il romanzo d’esordio di Luigi Di Ruscio, che una testimonianza di dignità e di energia ci arrivava dopo aver attraversato tutta l’Europa, da Oslo ad Ancona, dove aveva sede la sua casa editrice. L’augurio, concludeva Porta, era che tale testimonianza in forma di romanzo venisse accolta con l’attenzione e la felicità che meritava.<br />
Nel corso dei ventuno anni successivi alla prima edizione di <em>Palmiro</em>, il libro ha avuto ancora due edizioni: l’ultima risale a dieci anni fa, per opera di un editore milanese, Baldini &amp; Castoldi.<br />
Ma se il 1986 è l’anno dell’esordio narrativo di Di Ruscio con un testo romanzesco di cui già all’epoca, su quotidiani nazionali, si scriveva che appariva destinato a divenire un classico della letteratura italiana del Novecento, occorre aggiungere che la scrittura dell’autore marchigiano (Di Ruscio vive a Oslo dal 1957 e tuttavia è nato a Fermo nel 1930) aveva già prodotto, a partire dai primi Cinquanta, almeno tre raccolte poetiche di rilevante importanza: <em>Non possiamo abituarci a morire</em> (1953), oggi considerato un capolavoro del neorealismo poetico; <em>Le streghe si arrotano le dentiere</em>, (1966), per la cura di Salvatore Quasimodo, e <em>Istruzioni per l’uso della repressione</em>, (1980), che Roversi e Majorino condussero in libreria per il tramite dell’editore Savelli.<br />
Nel frattempo, Di Ruscio proseguiva col suo lavoro di operaio metalmeccanico in quel di Oslo, senza mai smettere di occuparsi di scrittura e godere, nel tempo, di lettori eccellenti – da Franco Fortini, a Grazia Cherchi, allo stesso Porta; da Romano Luperini fino ai critici delle generazioni più giovani: Massimo Raffaeli, per esempio, o Andrea Cortellessa.<br />
Ancora nel 1999, quando a Reggio Emilia fu ospite del laboratorio di nuove scritture «Ricercare», il quotidiano “La Repubblica” riferì che l’indiscusso protagonista della manifestazione era risultato l’ultrasessantenne Di Ruscio, con la sua prosa innovativa, ilare e capace di verità, contagiosa, da «piani alti della letteratura». </p>
<p><strong>2.</strong></p>
<p>E adesso, a ventuno anni di distanza dal romanzo d’esordio e la sua rivisitazione dell’Italia degli anni Cinquanta, «fatta di militanti di base, socialisti massimalisti, burocrati del partito seguaci del comunperbenismo, puttane, nonne, barbieri» capaci di susseguirsi «come in una tragicomica <em>pochade</em>, con punte celiniane» (Grazia Cherchi), ecco che un secondo ordigno letterario del formidabile Di Ruscio ci raggiunge dopo aver attraversato tutta l’Europa, da Oslo ad Ancona, dove ha sede la sua casa editrice. «La scrittura» ci viene detto a un certo punto di questo nuovo libro, «somiglia al sogno», così che «a volte siamo presi dal terrore per gli incubi da noi stessi prodotti, come fossimo in due». Subito dopo, Di Ruscio scrive: «Nel mio caso, di sottoscritti ce ne sono tre: il sottoscritto detto inconscio che programma l’incubo, il sottoscritto che osserva l’incubo, e il sottoscritto che si libera di tutto scrivendo».<br />
Il «sogno» di cui qui si dice, o meglio <em>l’allucinazione</em> senza riposo che vibra in quest’opera anche scopertamente, e giustamente, di «fantascienza» – sia pure di quel particolare tipo in cui il romanziere si cimenta con l’ipotesi affascinante dei cosiddetti Mondi Paralleli – non riguarda più l’Italia del <em>Palmiro</em>, quando per strada «sfrecciava Coppi l’irraggiungibile macchina umana», ma l’Italia feroce e torpida dell’oggi, una sorta d’incubo in cui «tutto è vero e falso nello stesso tempo» – dalla politica in avaria ai lavavetri dell’Est; dai grandi funerali e rituali di stato in diretta tv alle molteplici, quotidiane persecuzioni qui e ora: i bei razzismi nei confronti dei più deboli, le ragazzette violentate, tutti gli espulsi i più poveri cacciati via, tutti i capri espiatori reali e potenziali  e gli sbranati in guerra e tutte le vittime che, per forza di poesia, queste pagine ci rendono meglio capaci di distinguere, <em>riconoscere</em>.<br />
«Riprendono le accuse» dunque, «le scomuniche, le invettive, le diaboliche serrature ricominciano a scattare»: noi ascoltiamo, per il tramite di queste parole, un accenno definitivo al lavorio del nostro – testimone imperterrito, cronachista mai ateo, Verbalizzatore Totale stupendamente all’opera, daccapo, pure nelle presenti pagine. (Queste parole, che scritte oltre quarant’anni fa riguardano la poesia, il materialismo poetante di Luigi Di Ruscio, appartengono a Salvatore Quasimodo).</p>
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		<title>Il seme di una pioggia luminosa - Mario FRESA</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jul 2008 14:59:01 +0000</pubDate>
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