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	<title>La dimora del tempo sospeso</title>
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	<description>Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto.</description>
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		<title>La dimora del tempo sospeso</title>
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		<title>Mesa è il poeta</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 09:28:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[giuliano mesa]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[scritture]]></category>
		<category><![CDATA[quattro quaderni]]></category>

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		<description><![CDATA[Giuliano Mesa &#8220;l’abbiamo pianto, ora sarà il caso che ci mettiamo a leggerlo lo avevamo letto anche prima; i suoi versi accampavano il diritto di essere letti, non era una concessione che gli si rendesse ma una occasione di ribellarci alla mediocrità delle parole confuse&#8221; (Marzio Pieri) &#160; &#8220;Muovendosi fra lutto e utopia, con un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=44190&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.giulianomesa.netsons.org/"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2011/11/giuliano-mesa-565x1024.jpg?w=165&#038;h=300" alt="" title="Giuliano Mesa - Ritratto di Davide Racca" width="165" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-44191" /></a>
<p align="right"><strong><a href="http://rebstein.wordpress.com/category/giuliano-mesa/"><ins datetime="2012-01-11T16:31:43+00:00">Giuliano Mesa</ins></a></strong></p>
<p><em>&#8220;l’abbiamo pianto, ora sarà il caso che ci mettiamo a leggerlo</em> </p>
<p><em>lo avevamo letto anche prima; i suoi versi accampavano il diritto di essere letti, non era una concessione che gli si rendesse ma una occasione di ribellarci alla mediocrità delle parole confuse&#8221;</em>
<p align="right">(<strong>Marzio Pieri</strong>)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>&#8220;Muovendosi fra lutto e utopia, con un linguaggio scheggiato ed essenziale, Mesa ricercava esperienze di verità a partire dalla “non dimenticanza”, con un verso sospeso fra monito e memoria. Contrastava il vuoto producendo resistenza, facendo ostruzione, con una alchimia di segni, silenzi, suoni e respiri che costituivano la grammatica e la materia dei suoi testi.&#8221;
<p align="right">(<strong>Alessandro Baldacci</strong>)</p>
<p><span id="more-44190"></span></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<h2>
<p align="center"><em>Quattro quaderni</em></p>
</h2>
<p align="center"><em><strong>(improvvisi 1995 – 1998)</strong></em></p>
</h2>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="right"><em>questa sorda sirena,<br />
e finalmente il suono della fine</em></p>
<p align="right"><em>(è già finita,<br />
non resta che finire)</em></p>
<p align="right"><em>questa sera serena,<br />
che mente fino all’ultimo sospiro</em></p>
<p align="right"><em>(è già spirata,<br />
basta respirarla)</em></p>
<p align="right"><em>questa selva silente,<br />
che finalmente è solo una maceria</em></p>
<p align="right"><em>(che non riguarda,<br />
se non si guarda più)</em></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>Primo quaderno</strong></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>1 – <em>s</em> – passatempi</p>
<p>I</p>
<p>avere, era questo, dopo dire e ascoltare,<br />
quasi nulla ma quello come per sempre.<br />
parola dice che si ridice, si rifà il verso,<br />
che se ripeti sai, che sai ripetere.</p>
<p>cose viste se le ripeti annoiano,<br />
no, fanno il crescendo che assorda, ah.<br />
(un controtempo, a rigore, non escluderebbe<br />
la distrazione né, aggravato, l’attonito.)</p>
<p>avere anche questo, dunque, era nel novero,<br />
faceva già il suo corso, fa la sua parte qui.<br />
(un tacco schiodato, un pane scotto, una siringa,<br />
un prima, un dopo, un tutto che si tiene.)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>II</p>
<p>altro, e modo di comprenderlo, a furia.<br />
cosa che una ne esclude, una ne sposta,<br />
verso dove, un altro passato, andato altrove.</p>
<p>fa come se appena fosse, e fosse poi, per poi.<br />
insieme moto e luogo, ma se esclude,<br />
una, non la sola, non solo un tempo che finisce.</p>
<p>(che preme a procedere, facendo e no,<br />
dicendo, non solo le parole vecchie.)<br />
anche, dicendo, che anni sono per sempre,<br />
quelli trascorsi, prima, mai più<br />
(ma se fosse stato, se ancora, se chissà).</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>III</p>
<p>quasi più spazio. passa tempo e fa danno,<br />
di schiudere dopo e prima,<br />
senza rima possibile, senza fine,<br />
la goccia diventa un lago, il bosco si disbosca.</p>
<p>(se ci saremo ancora, dopo questo tempo,<br />
saremo prima o dopo, o mentre, appena poco,<br />
il tempo, appena, che ricrescano le unghie,<br />
e i capelli, che la pelle abbia il suo sapore.)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>IV</p>
<p>dire il vero, inoltre. pensa, pensate.<br />
c’erano giorni come questo, ad esempio,<br />
lasciando perdere i particolari, le parti,<br />
fatte all’incirca, rifatte per durare di più.</p>
<p>(argomento è una certa fatalità, come dire<br />
che ci saranno ore dedicate a ricordarli,<br />
con metodo, con un fascio di artriti,<br />
di rughe, a stringere il foglio.)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>2 – <em>r1</em></p>
<p>[invece non c’è parola o suono<br />
che si salvi dalla vanità, è tutto<br />
un fumo di varianti, di ripetizioni.</p>
<p>invece le cose accadono e,<br />
a pensarlo con una certa disperazione,<br />
scovata in una pausa di peristalsi,<br />
in un attimo di sordità,<br />
la vita da vivere, poi, si fa più breve]</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>3 – <em>t1</em></p>
<p>(di una vita non rimane quasi niente<br />
e quello che rimane, spesso, non è vero)<br />
(prendi a misura, adesso, com’è il rumore,<br />
fuori, della notte)</p>
<p>(di più falso non c’è nulla<br />
che il voler dire il vero)<br />
(è vero questo approssimarsi.<br />
è vero che a qualcosa, sempre,<br />
noi ci approssimiamo<br />
- anzi, ci avviciniamo,<br />
che suona meglio,<br />
ed è meglio di niente)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>4 – <em>v1</em></p>
<p>si ferma, se prende il moto come una possibilità,<br />
muovendo appena le gambe, i piedi stabili.<br />
rinnova l’occasione di respirare secondo coscienza,<br />
avendo fame o sete, di capire quanto, di che cosa.</p>
<p>(Ljudmila, Aleksej: certi nomi che vengono in mente, perché mai)</p>
<p>afferma che tutto può contrarsi in un increspar di labbra,<br />
uno sbatter di ciglia, un borbottio<br />
(dice poi, dice: che a fermare sono capaci in pochi –<br />
non quelli che parlano)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>5 – <em>t2</em></p>
<p>e poi, che fa parola,<br />
è un bruscolo, biacca dei cenci,<br />
livida ricucitura, dello sfregio,<br />
e altro, che sappiamo,<br />
infinità e ancora infinità,<br />
moltissime<br />
che fanno un fuoco, che avvampa,<br />
l’orlo il bordo il limine<br />
<em>(dentro una chiusa melmosa,<br />
una roggia riarsa,<br />
ch’era un lucore, invece,<br />
nel mattino)</em></p>
<p>giovane, fa la parola<br />
tutto un dire,<br />
anche se schianta, storce,<br />
non ammette sogghigni.<br />
blu perché sia tale, o neve.<br />
un’alba dopo l’altra, la notte<br />
che scivola stridendo<br />
come un’unghia sulla verruca.<br />
come se fosse facile.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>6 – <em>v2</em></p>
<p>fa paura la lingua quando fa<br />
tutti quegli schiocchi o si attorce<br />
(si sloga come per sé, sola, e invece<br />
cosparge di richiami, di vecchie ossa gialle,<br />
giovani vagine, gengive gonfie d’alcool)<br />
la mente – come la chiamano –<br />
teme di assordarsi, che la sfondi<br />
un timpano percosso così forte –<br />
“morte, oh tu che poni mente a noi<br />
dacché noi siamo” –<br />
(e via! anche un fiato di vaniglia,<br />
lo scroto rattrappito e quello enfiato,<br />
le mammelle delle maestrine,<br />
delle cugine, delle nonnine stanche) –<br />
tutto si fa così, poi, non è vero?<br />
a scappa e fuggi, a perdisenso,<br />
in lembi di tempo rugginosi,<br />
soprattutto, infine,<br />
dopo che molto pulsa sempre meno.<br />
mentre la lingua<br />
fa tutti i suoi rumori strani –<br />
<em>shrapnel crachat</em> – i suoi<br />
stordimenti, i suoi fuochi<br />
e ghiacci<br />
e tutto senza mai guarire,<br />
pensa, non si guarisce mai</p>
<ol>
<ol>
<ol>
<ol>
<em>12 febbraio 1996<br />
per Amelia Rosselli</em></ol>
</ol>
</ol>
</ol>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>7 – <em>r2</em></p>
<p>[e poi, se puoi<br />
mentire,<br />
deponi,<br />
che dimori,<br />
dove starà<br />
finché continua]</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>8 – <em>t3</em></p>
<p>giorno è questo. non se pulsasse vena,<br />
fuoco nella faringe, altro.<br />
la femmina del merlo fa schiatta,<br />
senza posa fa che si debba crescere<br />
(anche dalla vetrina addobbata coi laser<br />
si vede che è così, che tutto torna),<br />
il cucciolo del topo si sgranchisce<br />
e sfregia, orinando,<br />
un viluppo di <em>haute couture</em><br />
(per la sua gioia, però, soltanto:<br />
noi, si ha ben altro a cui pensare)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>9 – <em>v3</em></p>
<p>due. e poi manca la carica.<br />
polvere sale zinco.<br />
parte una sfilza che sfiora,<br />
a scintille fa brillare ciò che si può vedere.<br />
due occhi aperti sul passaggio di deambulanti,<br />
che sono acri, infocati dall’afa,<br />
dopobagnati appena<br />
perciò fragranti oppure scossi<br />
perché a nulla valse<br />
(e ancora non s’è detto gran che).</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>10 – <em>v4</em></p>
<p>(l’infinito, a dirlo bene, non lascia margini d’errore)<br />
[il whisky versato qui, su questi fogli, adesso, per esempio]</p>
<p>(tu – <em>tu che mi ascolti</em> – farai la parte che avrai fatto,<br />
quella che dir si voglia, dopo)</p>
<p>[che la fine, soltanto, dia un senso al percorso:<br />
è quello che si fa, che andrebbe fatto]</p>
<p>(a dirlo peggio, l’infinito, è questo interrompere,<br />
fare così, non peggio di così)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>11 – <em>v5</em></p>
<p>(càpita meglio ancora. di meglio.<br />
cucita la primavera nel sacco,<br />
con la lepre di marzo, il vento di febbraio.)</p>
<p>(giudice sia la mano che non fa meraviglia,<br />
torcendo e affilando, guardando avanti.)<br />
(così sono andate queste cose. altre.)</p>
<p><em>(prossimi vengano, decorosi,<br />
invece che scaltri e lesti,<br />
tutti i giorni che restano)</em></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>12 – <em>r3</em></p>
<p>[quando non si può restare<br />
e passa, passa ancora un giorno,<br />
e un altro che passa come se restasse,<br />
e va, invece,<br />
e come va<br />
è il suo far vece, il suo restarci]</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>13 – <em>v6</em></p>
<p>prova, se scalda,<br />
a non lasciare tempo<br />
per l’attesa,<br />
prova un oblio<br />
che gela fuori del pensiero,<br />
si raggela<br />
(è sera e poi è notte, pensa)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>14 – <em>t4</em></p>
<p>è come se andarsene non fosse che questo,<br />
questo restare, e fare ancora un gesto<br />
(è come se dirlo fosse soltanto vero,<br />
e non più vero, ancora, del non dirlo)</p>
<p>e poi quello che manca mancherà<br />
e ciò che è è ciò che ormai è stato<br />
(e parlane, mio amore, dinne ancora,<br />
fa che sia vero ancora)</p>
<p>(pensa ad un giorno, pensando ancora<br />
a chiudermi gli occhi, finché c’è luce,<br />
a premere ancora, sulla tempia, il nervo che pulsa)</p>
<p>(pensa che vuoi pensare,<br />
fino a quel buio,<br />
fino alla luce, infine, che scompare)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><em>primo passaggio</em> (passaggio di Santiago)</p>
<p>se c’è è come se non ci fosse<br />
modo di comprendere<br />
dove e cosa dire<br />
come se potesse rimanere.</p>
<p>non questo non pensare<br />
e parlare di getto<br />
e a vanvera e a scatti di umore.</p>
<p>questo pensare<br />
che fa come un impasto di tutto,<br />
tutto quel poco che trova un nome<br />
(tra il fumo di un Willem II<br />
e di una Gitane <em>sans</em>,<br />
e il whisky, una <em>gotita</em>, oggi,<br />
dopo tante <em>gotitas</em><br />
di whisky di pisco di ron,<br />
di Blanco Santa Emiliana e di una <em>sidra</em><br />
- non sidro – argentina.<br />
e poi aggiungi i pani e i pesci,<br />
ostriche a volontà, e <em>locos</em>,<br />
tartine al salmone e altre <em>delikatessen</em>, pensate.<br />
pensate che qui, a due passi,<br />
bevono vino da tre <em>tiritones</em><br />
- o schicchere, traducendo da Santiago<br />
a Roma – e ogni brivido<br />
è un’ostrica in meno,<br />
un pesce un pane in meno<br />
da dimenticare)</p>
<p>(e poi,<br />
dimentica e dimentica,<br />
viene una notte scura di tempesta,<br />
la stufa si rovescia,<br />
la paraffina fetida<br />
fa una fiamma vorace, bella,<br />
che mangia tutta la casupola,<br />
mangia i <em>niñitos</em> dentro i loro stracci,<br />
il papà ubriaco inciampato nella stufa,<br />
la mamma buona,<br />
che cuoce bene, adesso, le sue trecce bisunte,<br />
i calli sulle mani, i geloni sui piedi,<br />
i capezzoli duri, turgidi,<br />
che sbocciano)</p>
<p>se c’è è come se non ci fosse<br />
modo di comprendere.<br />
anche non comprendendo, vedete,<br />
non c’è modo di accettare<br />
(anche accettando, pensate,<br />
ci sarà modo di vedere:<br />
il mondo<br />
è pieno di occhi)</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">__________________________<br />
<strong>Giuliano Mesa</strong>, <em>Quattro quaderni</em><br />
<em>(improvvisi 1995-1998)</em><br />
Lavagna, Editrice Zona, 2000<br />
ora in <em>Poesie 1973-2008</em><br />
a cura di <strong>Alessandro Baldacci</strong><br />
Roma, <a href="http://www.lacameraverde.com/"><ins datetime="2012-01-11T16:31:43+00:00">La Camera Verde</ins></a>, 2010<br />
__________________________</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rebstein.wordpress.com/44190/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rebstein.wordpress.com/44190/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rebstein.wordpress.com/44190/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rebstein.wordpress.com/44190/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/rebstein.wordpress.com/44190/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/rebstein.wordpress.com/44190/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/rebstein.wordpress.com/44190/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/rebstein.wordpress.com/44190/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rebstein.wordpress.com/44190/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rebstein.wordpress.com/44190/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rebstein.wordpress.com/44190/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rebstein.wordpress.com/44190/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rebstein.wordpress.com/44190/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rebstein.wordpress.com/44190/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=44190&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>La Biblioteca di RebStein (XXX)</title>
		<link>http://rebstein.wordpress.com/2012/01/14/la-biblioteca-di-rebstein-xxx/</link>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 15:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[arte e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[la biblioteca di rebstein]]></category>
		<category><![CDATA[paola lovisolo]]></category>
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		<category><![CDATA[fabio mingarelli]]></category>
		<category><![CDATA[temporaneo panorama]]></category>

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		<description><![CDATA[La Biblioteca di RebStein XXX. Gennaio 2011 Paola Lovisolo &#160; ______________________________ Paola Lovisolo &#8211; Temporaneo panorama (2011) ______________________________ &#160; ***<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46553&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.syti.net/Images/EtretatLibrary.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16687" title="etretatlibraryyq7" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2009/09/etretatlibraryyq7.jpg?w=257&#038;h=191" alt="etretatlibraryyq7" width="257" height="191" /></a><strong><em><ins datetime="2009-05-18T13:04:33+00:00">La Biblioteca di RebStein</ins></em></strong><br />
<strong>XXX. Gennaio 2011</strong></p>
<p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2008/05/terezin.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-755" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2008/05/terezin.jpg?w=107&#038;h=105" alt="" width="107" height="105" /></a></p>
<p><strong><ins datetime="2009-05-18T13:23:31+00:00">Paola Lovisolo</ins></strong></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">______________________________<br />
<a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2012/01/paola-lovisolo-temporaneo-panorama.pdf">Paola Lovisolo &#8211; Temporaneo panorama (2011)</a><br />
______________________________</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rebstein.wordpress.com/46553/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rebstein.wordpress.com/46553/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rebstein.wordpress.com/46553/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rebstein.wordpress.com/46553/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/rebstein.wordpress.com/46553/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/rebstein.wordpress.com/46553/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/rebstein.wordpress.com/46553/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/rebstein.wordpress.com/46553/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rebstein.wordpress.com/46553/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rebstein.wordpress.com/46553/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rebstein.wordpress.com/46553/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rebstein.wordpress.com/46553/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rebstein.wordpress.com/46553/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rebstein.wordpress.com/46553/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46553&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Temporaneo panorama</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 11:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[arte e letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[paola lovisolo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[scritture]]></category>
		<category><![CDATA[temporaneo panorama]]></category>

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		<description><![CDATA[Paola Lovisolo &#160; Da: Temporaneo panorama (inedito, 2011) &#160; [...] la pioggia animò punto per punto i cerchi della pietra gettata nell’acqua e ancora la guardammo cercare la rissa colla menzogna delle profondità a riva &#160; &#160; [...] del momento era la pioggia persuasiva e stanca come di possesso teneva ovunque il suo rumore la [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46533&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://rientrodellimmortalita.files.wordpress.com/2012/01/inverno-mare-bis.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2012/01/inverno-mare-bis.jpg?w=450&#038;h=396" alt="" title="Paola Lovisolo, Inverno-mare" width="450" height="396" class="aligncenter size-full wp-image-46534" /></a></p>
<p><span id="more-46533"></span></p>
<p align="right"><strong><a href="http://rebstein.wordpress.com/category/paola-lovisolo/"><ins datetime="2012-01-13T21:49:46+00:00">Paola Lovisolo</ins></a></strong></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">Da: <strong>Temporaneo panorama</strong><br />
<em>(inedito, 2011)</em></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>[...]</p>
<p>la pioggia animò punto per punto i cerchi della pietra<br />
gettata nell’acqua e ancora la guardammo<br />
cercare la rissa colla menzogna delle profondità a riva</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>[...]</p>
<p>del momento era la pioggia persuasiva e stanca<br />
come di possesso teneva ovunque il suo rumore<br />
la ridiscorreva attraversandola il fiume</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>[...]</p>
<p>le stelle la schiena e le stelle<br />
in toro di falaride con collare<br />
è il vento a tornare – io non posso -<br />
per amarti come un maiale il corpo<br />
piccolo alunno dipinto sulle palpebre</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>[…]</p>
<p>già persa un’aurora un’altra<br />
da grafi duplici di fondamenta<br />
rende la tela domestica<br />
un piccolo coccio senza spazio</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p> <a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2012/01/fossili1.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2012/01/fossili1.jpg?w=450&#038;h=350" alt="" title="Paola Lovisolo, Fossili [1]" width="450" height="350" class="aligncenter size-full wp-image-46572" /></a></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>se l’erba è più alta degli uomini<br />
il tempo ci viene a cercare<br />
smette di avere un nome<br />
è la poesia stessa<br />
 di mano permane<br />
ci possiede<br />
ci abbaia contro</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>[...]</p>
<p>che a queste macerie fa l’eco il ciottare del glicine sfiorito<br />
sul mio cuore. ora attendo il fabbro e la sua gola ostetrica<br />
fitta di foglie come un laboratorio che plico su -[p] – plico -<br />
Dio]</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>[...]</p>
<p>io che ci smarrisco il poeta nella donna<br />
apprendo il solido naufragare ch’è dato<br />
nato da me sotto l’obiezione del fabbro<br />
sotto l’acqua che scalcia io sono quella<br />
smarrendola </p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>[...]</p>
<p>macerano le tempie e i fianchi nella carica fiabesca del prendere<br />
due rami di assenzio<br />
calcina la mia fronte<br />
lapide d’avventura che non consuma il corpo ma lo tiene ventre<br />
a terra con rami e con rose ai lati teneri e folgori degli ossi sacri]</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>[...]</p>
<p>reciprocamente la pianta si raccoglie attorno la pietra<br />
attorno a se stessa si raccoglie e ha abbastanza vita<br />
per due e con essa per tre</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>[...]</p>
<p>ho ritrovato l’abisso delle cose mute<br />
che la diaspora del linguaggio incastra nella variabilità dell’umore<br />
ogni protusione formale è così quieta e le rose dissetate</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>[...]</p>
<p>non suolo nel vuoto<br />
nulla che si chiami anestesia<br />
 tutto è giungere al fuoco del mattino<br />
respirare piano spaccarsi piano spaccarsi<br />
rimanere varchi [nella vita] altrui</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rebstein.wordpress.com/46533/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rebstein.wordpress.com/46533/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rebstein.wordpress.com/46533/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rebstein.wordpress.com/46533/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/rebstein.wordpress.com/46533/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/rebstein.wordpress.com/46533/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/rebstein.wordpress.com/46533/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/rebstein.wordpress.com/46533/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rebstein.wordpress.com/46533/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rebstein.wordpress.com/46533/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rebstein.wordpress.com/46533/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rebstein.wordpress.com/46533/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rebstein.wordpress.com/46533/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rebstein.wordpress.com/46533/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46533&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Paola Lovisolo, Inverno-mare</media:title>
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			<media:title type="html">Paola Lovisolo, Fossili [1]</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Quaderno americano</title>
		<link>http://rebstein.wordpress.com/2012/01/13/quaderno-americano/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 11:00:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[federico zuliani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[scritture]]></category>
		<category><![CDATA[quaderno americano]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Oggi che sono transenne tutto intorno a noi, la morte ha smesso di uscire in strada, è divenuta privata, come i parcheggi&#8221; &#160; Federico Zuliani &#160; Quaderno americano (inedito, 2011) &#160; 1. Tu, che non mi scrivi più, so però che vivi ancora oltre certe finestre senza più libri, importanti, senza permetterti le debolezze che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46335&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.baroque.it/arte-barocca/rembrandt/rembrandt_anatomy.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2012/01/rembrandt_anatomy.jpg?w=450&#038;h=336" alt="" title="Rembrandt, La lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632" width="450" height="336" class="aligncenter size-full wp-image-46338" /></a></p>
<p align="right"><em>&#8220;Oggi che sono transenne tutto intorno a noi,<br />
la morte ha smesso di uscire in strada,<br />
è divenuta privata, come i parcheggi&#8221;</em></p>
<p><span id="more-46335"></span></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="right"><strong><a href="http://rebstein.wordpress.com/category/federico-zuliani/"><ins datetime="2012-01-08T11:45:23+00:00">Federico Zuliani</ins></a></strong></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p><strong>Quaderno americano</strong><br />
<em>(inedito, 2011)</em></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>1.</p>
<p>Tu, che non mi scrivi più,<br />
so però che vivi ancora oltre certe finestre<br />
senza più libri, importanti, senza</p>
<p>permetterti le debolezze che<br />
ti concedevi, soltanto, per farmi sentire<br />
un po&#8217; meno impotente, un po&#8217;</p>
<p>meno vinto. Tu sai nutrirti infatti<br />
di questo buio che io invece temo<br />
e che s&#8217;è annesso, ad uno ad uno, i miei </p>
<p>porti. La notte, poco s&#8217;adatta ai borghesi<br />
– che credono ai giorni fasti, alle luci, alle case<br />
dalle tovaglie stirate, coi monogramma.   </p>
<p>Ma tu, che già allora sapevi<br />
di questa era ventura di passaporti<br />
negati, di cavalli di Frisia e di</p>
<p>desiderio d&#8217;Armenia, hai preso<br />
per tempo la via dell&#8217;esilio<br />
dalla convinzione che saremmo potuti </p>
<p>divenire ciò per cui le madri<br />
c&#8217;hanno educato, in quel tempo, ad essere,<br />
nei giorni dei calzini stirati, delle</p>
<p>certezze, repubblicane. Oggi<br />
so che hai preso un posto, anche per me,<br />
tra i tavoli dei reduci, dei colpiti, da proscrizione.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>2.</p>
<p>Ci hanno insegnato la diaspora nei gesti<br />
delle madri, delle possibili nuore,<br />
da che parte andasse il coltello</p>
<p>sulle tavole spoglie delle feste avite<br />
e dal sacro timore per le parole avvolte<br />
nel vuoto greve del non pronunciato.</p>
<p>Ma oggi, di contra, ci ritroviamo<br />
perché, come ultimo sfregio, chi possiede le chiavi<br />
delle nostre vite, ci ha vietato </p>
<p>di andare incontro alla morte, indossando<br />
le maschere funebri degli antenati.<br />
Le maschere, che conserviamo negli atri</p>
<p>delle case, e che sono state prese<br />
sui volti dei morti, sui corpi già vuoti<br />
d&#8217;aria, ma ancora vestiti, ancora in possesso</p>
<p>degli oggetti che si lasciano ai vivi, che rimangono<br />
a ricordarci dell&#8217;illusione che sta, tra noi,<br />
e il credere che ci sarà dato di </p>
<p>avere, pure noi, quegli anni<br />
che sono stati, prima, dei padri e dei nonni.<br />
Ma oggi, in questo paese che ci chiama altri,</p>
<p>quelli, ci spiegano che è meglio<br />
– per ragioni di salute pubblica –<br />
che la morte esca dalla vita degli uomini</p>
<p>perché ricorda troppa se stessa, perché<br />
priva del sonno i bambini. E così, nella diaspora,<br />
i padroni ci impongono infine d&#8217;avanzare soli; </p>
<p>ci vogliono nudi, uguali, nel nostro essere nati<br />
senza padre né madre, nel non essere<br />
di nessuna gens, nel sapere nostro, solo il presente.</p>
<p>Come ad ogni legge ingiusta prima, anche a questa<br />
obbediremo, per poi indossare le maschere<br />
mentre siamo soli, in casa. La libertà</p>
<p>nelle case ci impone però, senza accorgercene,<br />
nuovi confini, ma soprattutto, ce ne rende<br />
i guardiani (gli schiavi) più attenti, i più fedeli.   </p>
<p>Oggi che sono transenne tutto intorno a noi,<br />
la morte ha smesso di uscire in strada,<br />
è divenuta privata, come i parcheggi,</p>
<p>o il diritto proprio dei Greci di Ionia, su cui è costruita<br />
l&#8217;illusione collettiva per cui, rinunciando<br />
alla morte, si possa avere in cambio la vita.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>3.</p>
<p>Avrei voluto portarti con me, Ossip Emili&#8217;ovic,<br />
ma Marina ha ragione: l&#8217;America non si addice<br />
ai tuoi piedi, e so che sei contento di aspettarmi laggiù</p>
<p>assieme a Proserpina, e agli dei della casa<br />
a cui è stato interdetto il passaggio del mare.<br />
Quaggiù, sappi, godo l&#8217;estate delle persone non grate</p>
<p>in questo deserto di grattacieli posti a difesa<br />
del nulla che viene, e che vive nei fiumi,<br />
nelle grandi pianure delle metropolitane.</p>
<p>L&#8217;Armenia, qui, è tavolini con tovaglie a quadretti<br />
con i bordi macchiati, e non c&#8217;è spazio<br />
per le nostre lentezze, per il tuo modo di</p>
<p>aspettare che la notte si alzi, che vengano a dirci<br />
che è ora di andare. L&#8217;esilio si sconta nei tabacchi<br />
ignoti, nel sali e scendi per i supermercati. </p>
<p>Mancano, poi, le pattuglie, e per questo<br />
se ne sentono i passi avanzare, tra i tombini<br />
sopra le tombe levigate dei mezzi piani. Il mondo,</p>
<p>oltre il mare, è fatto per chi crede ai profeti,<br />
per i-senza-vergogna nel dire “io”. Mi<br />
manchi. Aspettami, te ne prego. Tornerò  </p>
<p>perché il buio di Mosca è diverso, con te<br />
e pure la radio annuncia in un modo diverso<br />
che è meglio dormire con le finestre sprangate.</p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>4.</p>
<p>Viaggiando s&#8217;apprende a conoscere<br />
l&#8217;attesa che anticipa lo squillo delle sirene,<br />
mentre si fanno le scale, quando si è in coda </p>
<p>per la Comunione. Qui, di notte,<br />
i miei amici sono tutti cinesi<br />
mi confondo coi nomi, pretendo</p>
<p>che sappiano almeno come ci si ubriaca.<br />
Diverso però è il ritornare, e trovare<br />
che la propria città ha assunto i colori del buio</p>
<p>che s&#8217;è federata in nostra assenza coi barbari.<br />
E così, spogliati lo zaino ed i gradi, non rimane<br />
che augurarsi che presto venga il tempo</p>
<p>di un&#8217;anabasi ultima che ignori i sentieri<br />
e che proceda tra i tetti, fra le ombre lunghe<br />
dei sottoscala. Viaggiando, abbiamo tentato, </p>
<p>tante volte, ma invano, di spogliarci nudi,<br />
di confonderci, nelle folle, di sparire<br />
nelle strettoie anguste delle stazioni;</p>
<p>ma ogni tentativo, fatuo, ha lasciato<br />
su di noi, più indelebile, la mera lingua<br />
delle madri e dei padri, questa cosa</p>
<p>invincibile e atroce, che mi impone, anche ora,<br />
di dire “noi”. Tornare, mi obbliga, così<br />
ad accettare che questo vuoto che tocco</p>
<p>solo, ignoto, ma che ha saturato anche l&#8217;aria<br />
di cui sono fatte le cattedrali, è il mio vuoto,<br />
che questa indegna colpa, la mia colpa.  </p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rebstein.wordpress.com/46335/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rebstein.wordpress.com/46335/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rebstein.wordpress.com/46335/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rebstein.wordpress.com/46335/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/rebstein.wordpress.com/46335/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/rebstein.wordpress.com/46335/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/rebstein.wordpress.com/46335/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/rebstein.wordpress.com/46335/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rebstein.wordpress.com/46335/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rebstein.wordpress.com/46335/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rebstein.wordpress.com/46335/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rebstein.wordpress.com/46335/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rebstein.wordpress.com/46335/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rebstein.wordpress.com/46335/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46335&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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			<media:title type="html">Rembrandt, La lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Sms, una breve estetica</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 11:00:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[antonio scavone]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggi]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[scritture]]></category>
		<category><![CDATA[breve estetica dello short message service]]></category>

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		<description><![CDATA[Antonio Scavone Saranno ancora molti gli adolescenti che, col telefono cellulare, inviano sms (short message service) con gli acronimi fin troppo elementari e convenzionali (“tvb”, “tvtb”), come saranno moltissimi gli adolescenti che con un’implacabile digitazione compongono in tempo brevissimo messaggini d’amore o comunicazioni per così dire di servizio per i loro amici, le loro famiglie. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46086&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/91/Egypte_louvre_285_scribe.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-46129" title="Egitto, Scriba, Museo del Louvre" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2012/01/egypte_louvre_285_scribe.jpg?w=189&#038;h=270" alt="" width="189" height="270" /></a></p>
<p align="right"><strong><a href="http://rebstein.wordpress.com/category/antonio-scavone/"><ins datetime="2012-01-01T00:57:49+00:00">Antonio Scavone</ins></a></strong></p>
<p>Saranno ancora molti gli adolescenti che, col telefono cellulare, inviano sms (<em>short message service</em>) con gli acronimi fin troppo elementari e convenzionali (“tvb”, “tvtb”), come saranno moltissimi gli adolescenti che con un’implacabile digitazione compongono in tempo brevissimo <em>messaggini</em> d’amore o comunicazioni per così dire di servizio per i loro amici, le loro famiglie.<br />
     La tecnologia dall’evoluzione infinita dei cellulari ha imposto una forma di comunicazione scritta che sostituisce per i costi minori una telefonata e che possiamo imparentarla tanto al linguaggio parlato (immediato, assertivo), quanto a formule più ricercate di scrittura (su tutte l’epigramma).<br />
     Lo sviluppo dei pulsanti per la scrittura (la cosiddetta tastiera “Qwerty”, dalla disposizione delle lettere sulla prima riga a sinistra) ha consentito l’opportunità di scegliere la singola lettera (come sulla tastiera del personal) e di articolare quindi una parola o una frase senza l’assillo di dover trovare con ripetuti tocchi sui tasti la lettera che ci serviva. <span id="more-46086"></span><br />
     Con i cellulari delle penultime generazioni era infatti quasi angoscioso comporre la parola giacché, per renderla evidente e poi per trasmetterla, bisognava scalare il gruppo di lettere che conteneva il segno necessario. Quella piccola angoscia influenzava la scrittura (molte persone sanno leggere ma non scrivere un messaggino) col risultato di impoverirla nel lessico con parole sempre più brevi oppure troncate del superfluo (“cmq” per ‘comunque’) o trascritte a senso per risparmiare sulla lunghezza consentita (160 caratteri) con una dizione arbitraria, derivata dalla pronunzia fonematica o da una transcodificazione iconografica (“xké” per ‘perché’).<br />
     Con le tastiere estese, con i dizionari a corredo o l’ineffabile strumento del T9 che conclude l’inizio di una parola secondo una nomenclatura di completamento spesso risibile, si è passati – dai cellulari agli smartphone, ai palmari, ai tablet – da una scrittura primordiale e ludica ad una scrittura dovremmo dire di peso, dove primeggiano, o dovrebbero primeggiare, tanto la grammatica che la sintassi, tanto la prosa quanto lo stile di chi scrive i messaggi.<br />
     Negli anni passati si è avuta notizia di premi letterari che avrebbero appunto premiato testi di sms con una peculiarità formale da incentivare e nobilitare, qualora i messaggini avessero mostrato segnali indiscutibili di letterarietà, di una letterarietà condensata e inconsueta. C’è da chiedersi, allora, se l’sms possa aspirare ad una qualità testuale che sia di qualche godimento estetico e se chi redige un messaggino conferisca consapevolmente al suo testo una pregnanza di significato che oltrepassi la soglia di una comunicazione occasionale.<br />
     Un testo così breve non prevede e non permette di solito un paradigma complesso per il linguaggio e le intenzioni di chi appronta un messaggino ma certamente, quando l’argomento non è di quelli quotidiani e attiene alle sfere del segreto, quel linguaggio e quelle intenzioni devono necessariamente rifarsi ad una struttura comunicazionale che è, di per sé, evoluta e proiettiva. Quel messaggino diventa così un “puzzle”, un “patchwork”, una combinazione meta-testuale e meta-letteraria di quello che si vuole dire e del come si vuole che sia detto e scritto.<br />
     Il messaggino si arricchisce di citazioni e di allusioni letterarie ma deve pur sempre fare i conti con l’esiguità dello spazio a disposizione, ricorrendo, per questo, a spericolate operazioni di semplificazione (torna in auge il deposto e insostituibile <em>riassunto</em> dei compiti scolastici). In realtà si vuole sfidare la complessità di un discorso (il logos) con l’immediatezza della sintesi (una “testualità nucleare”) e la riconfigurazione di una sintassi da sms, laddove si tratta per essere corretti di una paratassi enunciativa.<br />
     Si evitano così perifrasi che generano prolissità o proposizioni subordinate che costringono a stabilire rapporti di causa-effetto e si preferisce affidarsi ad un’estenuante sequela di proposizioni tutte principali che, con poche coordinate, manifestano lo stile auto-referenziale e narcisistico dello scrittore di sms.<br />
     Si opera sulla grammatica e sulla morfologia, oltre che sull’ortografia: sono sovrabbondanti le virgole, esclusi i punti-e-virgola, consentiti i due punti, raddoppiati enfaticamente punti interrogativi ed esclamativi e si tende a non usare il punto che chiude il periodo ma a prediligere i punti sospensivi che lasciano aperti il senso e il segno di un messaggio nel suo continuum testuale, nel suo approccio interpersonale.<br />
     I più avvertiti o acculturati scrivono in realtà vere e proprie “sequenze”, strutture comunicative di un logos che vuole restare centripeto contraddicendo però il suo essere centrifugo, di un logos che si presenta panoramico e immobile, discorsivo e storico, singolare e comunitario.<br />
     Non può, l’sms, scimmiottare l’incipit di un romanzo né imitare il tratto rapido e icastico di un racconto ma vuole certamente somigliare ad una <em>short story</em> ancora più compressa, ad una rappresentazione immaginifica del testo da inviare, ad un aforisma narrativo che alluda ad un ridotto ma palpitante excursus esistenziale.<br />
     Si scrive un sms con la freschezza di un discorso orale, conservando nella scrittura l’improvvisazione di una battuta e la trascrizione di un pensiero. È un’operazione composita di codifica e decodifica del linguaggio breve occasionale, che richiama la stringatezza riduttiva di un telegramma o la forbitezza cortese e solidaristica di un commento a un <em>post</em> pubblicato da un <em>blog</em>.<br />
     Il messaggio di un sms diventa così “voce che si fa testo” e testo che crea sequenze di senso. È un’accozzaglia di codici linguistici e inconografici la stesura di un sms: c’è una parte propriamente testuale (parole, frasi, interiezioni, esclamazioni), una parte iconica (le faccine realizzate con i segni della punteggiatura o gli <em>smiley</em> grafici) e una parte fumettistica dal linguaggio dei cartoni (“gulp”, “wow”).<br />
     La parola viene sostituita o irrobustita da una manipolzaione comunicazionale allo scopo di sorprendere e stupire i destinatari del messaggio, tanto per suggestionarli quanto per creare un’accolita, un gruppo ristretto di proseliti per un nuovo codice del <em>dire</em>. E in verità l’sms si fonda più sul dire che sul parlare, sulla frenesia dello scrivere più che sulla sua intellegibilità compositiva.<br />
     Come ogni messaggio, anche l’sms ha o pretende di avere e mostrare una sua precipua capacità di persuasione come uno slogan, un avvertimento o una minaccia. Ci sono messaggini di routine, legati a vicende quotidiane – descrittivi e fatalistici; ci sono messaggini che comunicano indignazione e rabbia &#8211; ideologici e moralistici; messaggini che pongono solo domande e non si aspettano risposte – malinconici e tragici.<br />
     A differenza dei messaggi che percepiamo, per esempio, dagli striscioni di un corteo o di uno sciopero – messaggi che informano o dettano un comportamento – nei messaggini dei cellulari manca questa qualità fàtica della comunicazione, questo senso esauriente ed esaustivo del comunicare. Il messaggio, cioè, una volta inviato, attende la risposta del destinatario sia perché l’ha sollecitata con i molteplici codici del dire, sia perché resta colloquiale, in una fattispecie di dialogo a distanza dove manca la freschezza di una telefonata o del confronto diretto “faccia a faccia”. Incautamente, o senza saperlo, la dinamica dei messaggini scopre la questione del tempo e dello spazio, fisicamente e filosoficamente intesi.<br />
     C’è un’inferenza oggettiva nello spazio da colmare o raggiungere tra i rispettivi destinatari e ce n’è una da ottimizzare nel tempo della digitazione dell’invio e in quello della risposta. Laddove lo spazio è “facilmente” superabile grazie ai sistemi di comunicazione (GSM, UMTS, EDGE) giacché le distanze vengono poi di fatto annullate (rese ininfluenti) dalla velocità e dallo smistamento della trasmissione, persiste e sussiste invece una problematica dell’attesa per la risposta che si fa appunto attendere (quantunque il sistema preveda di lasciare in <em>stand by</em> un messaggio non ancora letto).<br />
     Gli sms scavalcano diacronicamente la distanza tra i due comunicatori ma non garantiscono la simultaneità dell’invio-arrivo se uno dei due soggetti <em>prende tempo</em> a formulare e poi trasmettere la risposta. Detta così sembra del tutto ovvia la questione ma il fattore “tempo” dev’essere inteso sia come tempo di trasmissione che di stesura, di lettura e di comprensione, di accettazione o di rigetto, influenzato da suggestioni emotive, da reazioni caratteriali, da princìpi ideologici, da tornaconti personali. Rispetto a qualsiasi altra comunicazione scritta (lettera, slogan, telegramma, avviso) il messaggino dell’sms ha molto del messaggio scritto e/o orale ma molto di più del messaggio intenzionale/subliminale, del pensiero tradotto e accomodato in una formula di sintesi comunicativa.<br />
     Se la loro stesura è più o meno ansiosa/conflittiva, più o meno lunga o lenta per il tempo che richiede, i messaggini evidenziano una farraginosità compositiva che svela, a sua volta, il pentimento o l’arbitrio di chi li redige. C’è un tempo tecnico da osservare e un tempo mentale da ottimizzare e non è detto che il secondo influenzi positivamente il primo.  Possiamo essere veloci nel digitare un testo ma arrancheremo nell’impostazione del nostro messaggino, ritenendolo troppo breve o troppo complesso, convenzionale o eccessivo. Vogliamo in realtà guadagnare sul tempo, sul nostro per imporlo e su quello del nostro destinatario per stupirlo o emarginarlo: vogliamo che il nostro tempo (tecnico e mentale) sia la ragione prima e ultima del nostro comunicare, del nostro <em>dire</em> per mezzo di uno strumento che si prefigge di essere interpersonale ma che in buona sostanza è assoluto, identitario.<br />
     Scriveremo messaggini “filosofici”, “poetici”, “esistenziali” anche quando dovremo comunicare dove ci troviamo, cosa stiamo facendo, che treno abbiamo perso, quali parole ci sono mancate in una data circostanza. L’annullamento dello spazio da colmare (il suo facile superamento, la sua illusorietà) ci porrà in una condizione di superiorità rispetto alla lettera e al telegramma (in quel caso il tempo dell’avvenuta consegna o di un’eventuale risposta è tempo-spazio), ma ci sentiremo privilegiati anche rispetto a una telefonata perché mancando le inflessioni della voce tutto è devoluto alla nostra abilità di scrivere un testo chiaro o enigmatico, di raccontarci con enfasi o sobrietà nello spazio esiguo di quel testo.<br />
     Non è pertanto una narrazione, l’sms, ma tende ad essere affabulatorio pur e soprattutto nella sinteticità dell’elaborato; non è una poesia ma ha la pretesa di essere talvolta lirico e suggestivo; non è infine uno slogan codificato ma si configura come un frasario di “parole d’ordine”.<br />
     Incerto sulle sue aspettative comunicazionali (porsi come centrifugo o centripeto), sulle sue qualità semantiche (un <em>dire</em> che si avvale per necessità dello <em>scrivere</em>), l’sms scopre senza volerlo i segreti del suo essere una forma dell’esprimere e dell’esprimersi attraverso lo strumento precipuo della lingua, delle relazioni e delle regole che stabilisce tra i due fruitori. L’uso della lingua – per quanto ridotto a frasario o nomenclatura – prevede comunque un lessico che sia sperimentabile e condivisibile anche quando, se non principalmente, inventa e propone moduli più o meno originali nella stesura degli enunciati. La lingua prevede altresì un sistema di relazioni spazio-temporali, individuali e semantiche.<br />
     Il significato criptico o recondito di un sms può essere svelato attraverso l’assunzione di un codice comune (testuale o grafico) ma viene reso intellegibile attraverso una vera e propria <em>traduzione</em> dei suoi elementi iconici e delle sue componenti di senso. Per la sua brevità e per la complessità che lo rendono comunicabile e poi comprensibile, il messaggino dei cellulari – diversamente da qualsiasi altro testo scritto – deve poter espletare proprietà logiche (o logico-formali), eccellenze linguistiche (eclettismi lessicali e sin/para-tattici) e qualità di stile del suo autore nel paradigma più ampio di una realtà sempre più tecnologicamente comunicativa. Le forme logiche del <em>dire</em> per comunicare (o dello <em>scrivere</em> per trasmettere) sono molto più avanzate per esempio rispetto al superato sistema telegrafico di trasmissione giacché presuppongono una forma logica che è una forma della realtà corrente (nel tempo) e delle regole formali che sono regole di relazioni prossemiche (nello spazio): presuppongono, in altre parole, un’<em>implicazione</em> della realtà magmatica in un enunciato ridotto, il patrimonio di una lingua in tracce esemplificative o propositive e l’uso dello spazio-tempo in uno spazio ricreato e virtuale e in un tempo dove il corso degli eventi viene sì atteso ma solo perché è stato già programmato.<br />
     Si potrebbe pensare che non tutti gli sms contemplino queste condizioni o che i messaggini siano il più delle volte semplicemente casuali e ordinari. È facile obiettare che ogni messaggio è innanzi tutto una <em>notizia</em>, un dato dell’informazione che trascende spesso il fatto di essere scritto.<br />
     È <em>notizia</em> un sms d’amore o uno scambio ripetuto di sms d’amore come una sequenza narrativa fatta di monologhi alternati e simultanei, che non prefigurano necessariamente un dialogo. È <em>notizia</em> un sms imperioso o tracotante che chiude una “liaison” sentimentale o un rapporto o una trattativa d’affari ed è notizia la conferma o la disdetta di un appuntamento, di un’intesa, di una volontà. Sia che prediligano gli “affari di cuore” o questioni quotidiane, gli sms tendono ad attestare una <em>presenza fisica</em> invisibile ma ineludibile, una presenza di disponibilità e di richiamo manipolando le coordinate spazio-temporali come assi e strutture di un “dire scritto”, cioè di un <em>dire</em> che è scansione e intervallo, azione e negazione di un esserci esclusivo e fondante.<br />
     Un’esplorazione filologica degli sms comporta, come si vede, una non trascurabile analisi sulle loro qualità o risorse linguistiche e letterarie, sulla capacità che gli sms hanno o potrebbero avere per promuovere una loro segreta estetica testuale.<br />
     Elaborare un messaggino, formularlo ma soprattutto eleggerlo a strumento privilegiato di una <em>comunicazione in codice dell’io</em> ci fa ritenere che siamo sedotti dalla brevità del messaggio, che facciamo di tutto per dequalificarlo ma che siamo tuttavia pronti a conferirgli il marchio o il primato della nostra inafferrabile individualità. Gli sms assolvono compiti svariati, sono connotati da fini nobili o salottieri, sollecitati da istituzioni laiche e religiose: vengono utilizzati o sprecati per beneficenza o concorsi, per quiz televisivi o supporti di volontariato come oboli di carità o sfoggio di “cultura provvisoria”. La dialettica degli sms si realizza cooptando monologo e dialogo, presenza e assenza, fatuità e impegno. Molti si dedicano alla stesura dei messaggini con scrupolo e talento, molti li cancellano e molti li conservano nel tempo per consolidare nella memoria di un cellulare la <em>cellula</em> o la memoria di se stessi, di una fenomenologia estetica di se stessi per un <em>di-re</em> conciso e, nelle intenzioni, profondo ed epocale.</p>
<p><em>Post scriptum</em></p>
<p>     Le riflessioni di questo post sono per la maggior parte riferibili alle analisi di linguisti, psico-linguisti e filosofi (Tullio De Mauro, George Miller, Thomas A. Sebeok, Edgar Morin, Enzo Paci): mancano le indicazioni bibliografiche perché ritenute auto-promozionali e ridondanti. Anche se non citati, quegli autori sono e restano maestri illuminanti del pensare.</p>
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	</item>
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		<title>Chiunque cerca chiunque</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 11:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[francesco forlani]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[scritture]]></category>
		<category><![CDATA[chiunque cerca chiunque]]></category>
		<category><![CDATA[les éditions communiste dandy]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo picaro]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Siamo di fronte a un memoriale che prova a fissare le ragioni delle proprie scelte e dei sogni collettivi: la foule di persone che si susseguono nel libro – da quelle famose alle anonime, da quelle letterarie a quelle proletarie – è la vera protagonista del libro come del resto sottolineato dal titolo, che segna [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46054&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2011/12/coveranteprima.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-46068" title="Chiunque cerca chiunque" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2011/12/coveranteprima.jpg?w=450&#038;h=365" alt="" width="450" height="365" /></a></p>
<p><em>&#8220;Siamo di fronte a un memoriale che prova a fissare le ragioni delle proprie scelte e dei sogni collettivi: la foule di persone che si susseguono nel libro – da quelle famose alle anonime, da quelle letterarie a quelle proletarie – è la vera protagonista del libro come del resto sottolineato dal titolo, che segna nella ricerca di condivisione, e quindi di affetto, il marcatore della condizione umana.&#8221;</em> (<a href="http://viomarelli.wordpress.com/2011/12/12/chiunque-cerca-chiunque-francesco-forlani/"><ins datetime="2011-12-29T16:03:52+00:00">Viola Amarelli</ins></a>)</p>
<p><span id="more-46054"></span></p>
<p align="center"> </p>
<p align="center">__________________________</p>
<p align="center"><strong><a href="http://rebstein.wordpress.com/category/francesco-forlani/"><ins datetime="2011-12-29T16:03:52+00:00">Francesco Forlani</ins></a></strong><br />
<em>Chiunque cerca chiunque<br />
(romanzo picaro)</em><br />
Nota di <strong>Valerio Evangelisti</strong><br />
Postfazione di <strong>Angela Andrisano</strong><br />
Edizioni Communiste Dandy, 2011</p>
<p align="center">__________________________</p>
<p align="center"> </p>
<p>Primo capitolo<br />
<strong>La rivista</strong></p>
<p>Per ordinare da bere si chiama il cameriere da un telefono aggrappato al muro. Un apparecchio degli anni cinquanta, terribilmente nero. <em>Les étages</em> è un bar che è fatto di piani. Al primo c&#8217;è una giovane coppia. L&#8217;ho scorta salendo le scale. Al secondo c&#8217;è un&#8217;intera classe di liceo, in libera uscita, annegati nella musica che pervade il tutto. Al terzo ci sono io. Mi guardo intorno perché intorno ci sono un sacco di cose da vedere: sembra proprio una succursale del marché aux puces della Porte de Clignancourt, vecchie poltrone in pelle sfibrate, improbabili abat-jour e una culla. Una culla dei primi del &#8217;900 che qualcosa vorrà pur dire. Guy è davanti a me. Non l&#8217;ho visto arrivare ma i muri sono i suoi così mi pare normale che ci passi attraverso senza fare rumore né chiedere il permesso. Il terzo piano poi è di libero accesso solo a quelli della famiglia. La mia famiglia è questa anche in nome dell&#8217;altra distante più di mille chilometri e lunga quanto il train bleu che in una giornata di Giugno mi ha portato via.<br />
<em>- Allora il tuo rendez vous non si è ancora visto?<br />
- Manca ancora un quarto d&#8217;ora all&#8217;appuntamento, mi sono preso un po&#8217; d&#8217;anticipo, non mi capita spesso. Succede ogni volta che c&#8217;è in ballo qualcosa d&#8217;importante. Anzi Guy siediti un attimo e dimmi che ne pensi. Questa è la plaquette della rivista, piccolo formato, e il titolo è la Bête étrangère…<br />
- Bel titolo, sei tu che lo hai trovato?<br />
- No, Ioanna l&#8217;ha trovato e mi è piaciuto da subito. Visto che siamo creature temporanee, c&#8217;è scritto così sul permesso di soggiorno, quale migliore risposta alla enfasi letteraria della Belle étrangère, sai la collana di Gallimard dedicata alle letterature straniere.<br />
- Pas Bête!</em><br />
     Guy è ebreo, parla dodici lingue, il suo italiano è perfetto e così spesso lo presento agli amici dicendo: bene lui è Guido. Les étages, era un albergo ad ore, nel cuore del Marais, comprato e ristrutturato qualche minuto prima della rinascita del quartiere. Un quartiere abitato da antichi templi, da sinagoghe, piccoli<br />
teatri, moschee, caffè dai nomi epici e quartier generale dei movimenti omosessuali. Una volta uscendo dal locale in cui avevo appena fatto tappa, saranno state le otto di sera m&#8217;imbatto in un bacio a piena lingua tra due uomini assetati di saliva e bocca. Così spontaneamente mi giro verso Guy e gli faccio mimando mia madre: &#8220;<em>figlio mio!</em>&#8220;<br />
     Al primo piano un&#8217;altra coppia si è aggiunta alla prima e dal tono concitato con cui i due si stanno parlando, si direbbe che stiano litigando. Il secondo piano è deserto e una cameriera sta mettendo in ordine i tavoli sepolti dai boccali di birra e passa lo straccio sul pavimento lercio. Per non perdere tempo prezioso ho deciso di andare incontro a Phlippe, il fotografo che mi ha segnalato Veronica e che potrebbe far parte della banda. Ci incrociamo davanti alle vetrine e dopo esserci presentati l&#8217;ho pregato di salire con me.<br />
     Al primo piano adesso ci sono ancora due coppie ma non le stesse. E infatti quella che stava litigando è al secondo ora e non c&#8217;è nessuno oltre a loro. L&#8217;uno tra le braccia dell&#8217;altra si baciano con lei che gli sta infilando le mani sotto la camicia. Così prendiamo posto al tavolino dove ho lasciato in bella posa la copertina della Bête étrangère.<br />
<em>- Ti piace?</em> &#8211; gli chiedo insieme a &#8211; <em>cosa vuoi da bere?</em><br />
<em>- Un demi, va più che bene.</em><br />
     Mi alzo quasi inciampando nella culla &#8211; cazzo ci fa qui una culla in un locale. Un fotogramma della corazzata Potemkin! pare. Così sollevo la cornetta del telefono e al primo squillo mi risponde il cameriere da basso. Gli faccio: <em>due demi, grazie e delle cacahouettes</em>- che un nome più a cazzo per le noccioline non si poteva trovare, penso.<br />
<em>- Mi piace sai? Sì voglio dire il titolo, le persone che ci collaborano, alcune le conosco solo di nome, però è bella questa cosa dei testi in lingua originale, &#8211; Senza traduzione…<br />
- Verrebbe il doppio<br />
- Un&#8217;incomunicabilità tra le lingue madri<br />
- Le mamme sono fatte così<br />
- Immagini in quadricromia, cazzo, costerà una fortuna<br />
- Le fotocopio nelle case di moda dove lavoro. tagliamo i fogli le incolliamo copia per copia con lo spray<br />
- La colla distruggerà le pagine<br />
- Ci sopravviveranno<br />
- E quanto pagate per ogni contributo?<br />
- Diciamo, anzi è meglio che te lo dica subito, niente. Tutto questo non costerà niente, però vale moltissimo, te lo assicuro<br />
- Non ne dubito, ah ecco le birre. Adesso dimmi di te, Veronica che è in classe mia mi ha detto che sei napoletano<br />
- Napoletano di Caserta, per la precisione, allora, farai parte della banda?<br />
- Ma se non hai visto nemmeno uno dei miei lavori?<br />
- Veronica mi ha mostrato la serie degli anelli sulla sabbia di Normandia, e mi è bastato<br />
- Diciamo di sì<br />
- Allora brindiamo<br />
- A cosa?<br />
- A come diventeremo ancora più poveri!</em><br />
     Abbiamo bevuto, scherzato, fumato, molte sigarette, telefonato, ordinato e mentre scendiamo le scale, sul pianerottolo del secondo, attraverso la porta accostata li sentiamo ansimare quelli di prima &#8211; <em>cavolo quelli lì scopano!</em> dico io e ci guardiamo stupiti e ci viene da ridere che poi scendiamo il resto delle scale di corsa perché in fondo Parigi è anche questo. La culla e la colla che smozzica con gli acidi i volti</p>
<p align="right"><em>(pag. 9-13)</em></p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p>Terzo capitolo<br />
<strong>La bonne</strong></p>
<p>Il diciassettesimo porta sfiga. Se ci fosse un comandamento numero diciassette sarebbe: <em>gràttati ogni volta che incontri qualcuno</em>. Il diciassettesimo è un quartiere <em>middle class</em> e neutro come una saponetta Mantovani. Neutro che ti lascia addosso un profumo di inconsistenza. Perfino il mercato della Rue de Lèvis sembra abitato da cose così. <em>Courgettes</em> da <em>classe moyenne</em>, ananas in finto pelle, pomodori Aiazzone, e un odore di burro che non ti molla le narici manco se anneghi in una bacinella d&#8217;olio extravergine del Salento. Il diciassettesimo è così. Tra il sedicesimo figa e il diciottesimo sfigato. Ora volete mettere il fascino di uno sfigato con uno così? Perfino nel Monopoli francese non c&#8217;è una cazzo di strada del diciassettesimo. Ieri leggevo Perec che infatti si ricorda, eccome se si ricorda, l&#8217;Avenue de Breteuil, verde, settimo Arrondissement, Avenue Henri-Martin rossa, sedicesimo, Avenu e Mozart ancora sedicesimo, arancione. Georges Perec aveva vissuto la maggior parte della sua vita a Belleville, ventesimo arrondissement, colore viola. Ecco perché dovevo assolutamente cambiare quartiere e non appena si presentò l&#8217;occasione, un&#8217;amica di un amico mi telefonò per dirmi che un ragazzo inglese Simon Baker cercava un coinquilino nel Marais, mi precipitai da lui. Rue Vieille du Temple, sul Museo Picasso, a uno sputo da Les étages di Guy e dal Toro Loco di Jacob, nella Rue des Rosières. Ecco, se avessi potuto scegliere io un colore per il diciassettesimo, per lo Square du Parc avrei detto il rosa. Ma non perché il rosa porti sfiga, no, semplicemente perché fu nel diciassettesimo arrondissement che ho frequentato Mari, nella chambre de bonne al sesto piano senza ascensore, cesso sul pianerottolo e Régis, ex paracadutista bretone come vicino, in un otto metri con la più alta concentrazione di blatte per centimetro quadro, senza frigorifero però con una finestra, che da sdraiato faceva vedere un cielo azzurro e crudele. Una sistemazione temporanea che apparteneva a Dominique, originario di Rennes e che era partito per la Germania, Berlino lasciandomi generosamente il posto. Nel diciassettesimo, con Petite Mari sono stato diviso tra due chambres, la mia e la sua in Boulevard Pereire. Quando c&#8217;era una disputa tra me e lei, che i colori delle nostre bandiere si mettevano di traverso, io italiano lei ungherese, quando mi confidavo con Enzo Gatta, il mio amico napoletano a Parigi (tredicesimo arrondissement) vuotavo il sacco e lui aggiungeva sempre: <em>sostiene Pereire</em>. Mari aveva una chambre de bonne meno invasa e così dormivamo spesso da lei soprattutto d&#8217;inverno, che faceva freddo e le blatte si mettevano sotto coperta. Un giorno che dovevo andare a un appuntamento con Maria Brandon Albini, diciottesimo arrondissement, una sorta di istituzione a Parigi dagli anni trenta, antifascista e aristocratica di Milano, Mari, uscendo, s&#8217;era raccomandata di non lasciare la stufa accesa quando sarei andato via. In mutande e scalzo, poco dopo la sua partenza, sono andato al bagno lasciando la porta socchiusa e quando torno quella stronza non s&#8217;era chiusa come per farmi un dispetto! Le porte del diciassettesimo arrondissement ce l&#8217;hanno con gli italiani, sono razziste, ce l&#8217;hanno scritto in fronte <em>interdit aux chiens et aux italiens</em>, fanculo il diciassettesimo! Si ma come cazzo fare!! Un freddo boia, a Parigi aveva nevicato, mi guardo intorno e quasi chiedo soccorso a Régis che intonando uno dei suoi canti dell&#8217;OAS avrebbe sfondato la porta con gli anfibi ma su quel pianerottolo l&#8217;unica forma di vita proveniva dalla stufa della Chambre de Marie e tra me e lei c&#8217;era quella fottutissima porta razzista. Su quella porta vedevo il profilo di Sacco e Vanzetti, <em>Here&#8217;s to you Nicola and Barth</em>, la morte nera dei nostri a Marcinelle, i mondiali del &#8217;78 ma subito dopo quelli dell&#8217;82. E così pensai, in mutande, agli stravaganti studenti americani incontrati all&#8217;Alliance Française, esattamente come Mari, che vestiva di blu ed aveva un foulard di seta e i capelli a caschetto modello Juliette Binoche. Allora con le mutande di seta &#8211; poverissimo mi rimaneva il corredo che mamma mi aveva messo da parte per la partenza, con pigiama e mutande di seta, che sarei stato ricco dentro- così, dicevo, pensavo, chi cazzo vuoi che si chiederà chi è quel pirla che corre per le scale, in tenuta da maratona e senza scarpe, come uno studente Etiope, e con la canottiera bianca da studente portoghese, che a Parigi gli studenti sono l&#8217;anima della città, sono l&#8217;eterno maggio francese che porta in braccio la Marianne come nei paesini del sud le Madonne alle sagre, e allora correndo e respirando forte con le nuvole di aria densa che ti uscivano come boccate di sigari o di Lucky Strike arrivi all&#8217;ingresso del portone e bussi al citofono della famiglia dove Petite Mari presta il suo servizio di babysitter in cambio della chambre e da mangiare, e lo speri davvero che lei scendendo si sia intrattenuta un po&#8217; lì, per sbrigare pratiche sospese ma a quel cazzo di citofono con due cognomi per 5 minuti nessuno risponde e allora bestemmi forte invocando il dio dei senza tetto, dei rimasti fuori dal gioco e un passante ti scruta da capo a piedi nudi e tu sorridi e già, perché gli studenti americani stravaganti sorridono sempre, che non capisci se è perché non capiscono una mazza o se per altro e ti rifai i piani sperando di non incontrare la concierge per le scale, che quella ti denuncia alla polizia, che quella è la figlia della figlia di un bastardo <em>collabò</em> che ha sempre denunciato, i clandestini, i comunisti, gli ebrei, gli anarchici e gli italiani, e per fortuna non incontri nessuno e ti ritrovi di nuovo sul pianerottolo al sesto piano che almeno fa meno freddo, poi giri e rigiri lungo il corridoio e rifai il percorso sperando di ricordare che le chiavi le avevi prese per andare a pisciare ma che t&#8217;erano cadute.<br />
     Pensi allora fortissimamente a Padre Pio. Ti succede ogni volta che sei perduto. Perduto e solo. Lo invochi con tutte le tue forze, con tutti i tuoi rifiuti alla fede inculcata da bambino, e mentre ci pensi ti fai mettere la parola buona da tua madre- non era forse lei che ti mostrava il telegramma nei momenti di sconforto cristiano, un pezzo di carta su cui un padre cappuccino da San Giovanni Rotondo rassicurava tutto il parentado dicendo che il Santo padre sapeva che il piccolo nato a sette mesi praticamente morto, sarebbe stato un ragazzo vivace? Vivace sta minchia, si puzza di freddo il ragazzo!</p>
<p><em>Preghiera Laica</em></p>
<p><em>Cazzo, allora,<br />
padre Pio<br />
non chiedermi nulla però in cambio<br />
ché ormai non credo a tutte quelle storie lì<br />
e men che meno agli alabardati<br />
missionari in quartiere e parrocchia<br />
ma a te sì, che io credo<br />
almeno quanto a Maradona<br />
e più di Pelé<br />
allora dammi la chiave<br />
e sia fatta la mia volontà!<br />
Amèn</em></p>
<p>     Lo sguardo a quel punto come chiamato ad un&#8217;alta missione si piega all&#8217;appello che viene da terra, dal basso, da terra terra e si concentra su un pezzo di fil di ferro che se ne stava lì da sempre ma che era invisibile e mo, invece, si vede.</p>
<p><em>Filo de ferro abbrunate, métallique, stuorte, raddressat, petite bête argentée qui monte qui monte, qui monte, fil que t&#8217;enfili, te squatti, t&#8217;adapti te démenti, fil do filio, do padre, do spiritu santu, fileferru, du padre stigmato, poerello, frato &#8216;ncappuciate, oh filo meo, filo de sto putain de paillasson, de zerbino scurtecate que me dici bienvenu, que io te dico a ssorete, porta maledicta, porta que nun se apre mai manco si l&#8217;est pompiere de Stura, de corazza e d&#8217;elmo de Scipio, cola lanza, collo specchietto che se rompe e dice datemi il martello per sfrunnà ogne cosa, porta que defende la raza propria, et tena fora o fridde, à raza altrui degenerata, Ritaliane, ca nun se lave, qui se bagarre et disidera le fimine d&#8217;artri, la robba d&#8217;artri, qui accira, qui dishonora, na raza &#8216;ntussecosa et humilitata, filo fa stu miraculo que me sto accerenne do gelo, da neve, de mutanda et piede scavze, viola, inzegrinate, accuorpate, scivola in de viscere da serratura, sbloca, scuntorna, divelta et inganna sta futtuta porta!</em></p>
<p>     Quando il filo assai inspiegabilmente fece fare uno scatto alla serratura e la porta aprì le sue gambe seguita da una vampata di caldo intenso che si gettò su di me come una coperta della croce rossa, io così rimasi, sull&#8217;uscio di quella terribile cameretta immobile e prigioniero di una felicità che solo pochi potranno capire, ma che a me non me ne sbatteva un cazzo degli altri in quel momento, perché eravamo da soli io e padre Pio e proprio perché c&#8217;eravamo entrambi soli non eravamo.</p>
<p align="right"><em>(pag. 18-25)</em></p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
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			<media:title type="html">Chiunque cerca chiunque</media:title>
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		<title>Letteratura Necessaria – Voci del Novecento (III)</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 11:00:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;non ricordo come nasca e si accenda il fuoco nella parabola che ne curva a ferro caldo il moto. Certamente tuffarsi dallo stato in luogo nella fatalità della curva (calcolata in) andante e perdente, è necessità che sottende al vincolo fra grida di desiderio e di tortura: ne sono piene le piazze, i ciarlatani, le [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46419&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.sandromartini.org/mostra.php3?imh=kako.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2012/01/kako.jpg?w=450&#038;h=323" alt="" title="Sandro Martini" width="450" height="323" class="aligncenter size-full wp-image-46466" /></a></p>
<p><em>&#8220;non ricordo come nasca e si accenda il fuoco nella parabola che ne curva a ferro caldo il moto. Certamente tuffarsi dallo stato in luogo nella fatalità della curva (calcolata in) andante e perdente, è necessità che sottende al vincolo fra grida di desiderio e di tortura: ne sono piene le piazze, i ciarlatani, le maestrine tiritera e i pianti la sera. Al poeta, invece, il divertimento nodoverbo impone di uscirne a cavalcaneve per via di piccola candid, analisi d’interno.&#8221;</em></p>
<p><span id="more-46419"></span></p>
<p align="center"> </p>
<h2>
<p align="center"><strong>Brandolino Brandolini D’Adda</strong></p>
</h2>
<p align="center"> </p>
<p align="right"><strong>Da un monte rovesciato</strong><br />
(Scheiwiller, 1973)</p>
<p align="center"> </p>
<p><em>Astensione dei figli di chi</em></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>Indagano da sotto il faggio<br />
la mia data di nascita<br />
– istruzione semplice al calcolatore:<br />
ricercare fino al numero primo<br />
sui basalti delle Galapagos –</p>
<p>inquisitori ribelli,<br />
addormentatori del vento<br />
sul girino rimasto tale<br />
dal rito del cavallo d’ottobre.</p>
<p>Rientro dai gerani e ho rotto le terracotte<br />
                  homo additus naturae<br />
                  titire tu patulae<br />
e il motto familiare in lingua morta,<br />
rassegnato a non competere<br />
con esperimenti, dialettiche, dubbi;<br />
la metropolitana fluviale mi ignora,<br />
quasi un piacere.</p>
<p>Tengo abbassate<br />
alla poesia civile, alla guerriglia<br />
di quiete di moto<br />
oggi le palpebre sul tempo appropriato<br />
in trazione d’amore a denti stretti<br />
nelle rare combinazioni<br />
di acque e prati verdi<br />
          ricavati dai centocinquantaquattro<br />
                                               sonetti<br />
mele ventate e rosse<br />
          da addentare a morsi sacerdotali<br />
ramarri e raganelle<br />
          nelle enciclopedie a dispense.</p>
<p>Lubrificano il sensorio<br />
le fughe in avanti della giovane Parca<br />
non tanto nera<br />
per le vocali colorite dell’amico.</p>
<p align="center"> </p>
<p><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p><em>Farò giocare</em></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p>Una spirale<br />
che per inclinazione fa fallire<br />
saldature al passato<br />
e con spessori noti<br />
i quattro passi di questa mattina<br />
fra abeti scritti<br />
ciascuno profumato di pioggia più verde.</p>
<p>Lontane le prossime<br />
ore di capodanno<br />
di transizione non solo temporale<br />
in questa casa più visitata che vissuta.</p>
<p>Sulla esperienza e sulla intercessione<br />
un arco di tempo indefinito<br />
ritorto dentro<br />
non muta il presente. Si può sperimentare:<br />
mi alzo dalla pagina scritta, eguale.<br />
Se evado agli altri,<br />
conseguenze assolute<br />
in qualche luogo mutano<br />
lo stato uniforme<br />
in libere figure.</p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p align="right"><strong>Bifido Trilingue</strong><br />
(Sansoni, 1981)</p>
<p align="center"> </p>
<p>Sia questo un procedimento per. La solarizzazione inverta gli sfondi, per eccesso d’ustione l’aureola spegnerà l’acceso. L’albero brancoli avvenimento neve, il cielo si cappi di accaduto nero. Il sostegno è di spero nella perpetuità del geocorpo a colmelli groppi, lacrime laghi, gomiti tornanti alle rive e ai vertici mappali.</p>
<p>Questa la questua patria in lettura; jattura guerra urticò le congiuntive i congiunti implorarono il torto granigliò ragioni il memento perimetrò e reticolò lato maggiore fratello minore causa superiore e sulla mensola l’attestato dovuto compiere aver compiuto.</p>
<p>Concepito così uomo per il raccolto in pace: debba, ardisca, proceda, eseguisca. Ossia, per non cedere: sia coda, cada, e se ne raccolgano le ossa.</p>
<p align="center"> </p>
<p><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p>Soglia: l’aria luce e l’orlo dora. A chi è in procinto spetta l’ipotesi bifida, cieca vedente, del suggere e suggerire, formare e informare a pistillo e lingua di stilla; né istinto né intelletto distinguono fra le farfalle appaiate in evoluzione quale si estinguerà per prima esausta nella posa. Dalla soglia di casa, il giardino è scopo, felice progetto felce da radichetta a gemma rivolta domanda riccio, poi valle meandro, cabrata volatile ma manico paterno del bastione (pugno che nocche, orecchie che nicchie, l’ordine di farsi pallore stringe nel palmo gli organi più vulnerabili).</p>
<p>Potestà carsico itinerario, di bus in bus, di gorgaz in gorgaz, abbandonando la valle colle colle, campo campo, trivio bivio a destino nuovo, in crollo di spalle e nemmeno un minuto compresso dolore.</p>
<p align="center"> </p>
<p><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p>nel fuoco tondo del micro la scalfitura.</p>
<p>nel fuoco tondo del micro apparvero le ciglia dell’osservatore: cattiva tecnica! ma non inutile per stabilire se il territorio osservante viene scalfito dalla osservazione e, se ripetutamente cigliato, scorticato dolente e reattivo come a ogni dose ulteriore</p>
<p>che sia istantanea cortina di palpebra ultrasensibile al toccami e consumami, che l’occhio così impressionato sia conduttore buono o cattivo, la cattività nel territorio sta in questo: le forme più elementari contengono le più complesse, il gesto il gesto, la mano la mano, il detto il detto</p>
<p>qui nel possesso piccolo, rispetto e sospetto reciproco non possono più contenersi e si varicano (di e pre), protendendo viticchi al millantato terminale</p>
<p>concentrazione della bestemmia: porco ‘orco ‘co in compagnia di dio</p>
<p align="center"> </p>
<p><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p>stop spot: dove l’area era un’aia, ora è aria di pena ch’io farò nel cerchio alla scoperta dell’identico annulus aeternitas; il fuscello fardello, il seme secco nel becco, la nuova imbeccata, il collante della saliva non resiste al solleone e l’acido degli escrementi corrode il fondo d’impasto nido, e cede cade</p>
<p>un cumulo di nidi, pigolo di gulp! stridi e strazi d’interminati spazi. I minutanti anagrafici fra il collocamento e il lavoro, valorizzano i carri di letame in giornate-uomo: un uomo di giornata un carro. Si tratta di calcolare se il varco nidificato e poi evacuato sia ancòra un bivio o già un archivio. Dedalo è l’angolo se convenga tornare nel mucchio presto o dopo</p>
<p align="center"> </p>
<p><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p>non ricordo come nasca e si accenda il fuoco nella parabola che ne curva a ferro caldo il moto. Certamente tuffarsi dallo stato in luogo nella fatalità della curva (calcolata in) andante e perdente, è necessità che sottende al vincolo fra grida di desiderio e di tortura: ne sono piene le piazze, i ciarlatani, le maestrine tiritera e i pianti la sera. Al poeta, invece, il divertimento nodoverbo impone di uscirne a cavalcaneve per via di piccola candid, analisi d’interno.</p>
<p align="center"> </p>
<p><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p>divertito dalla retta abitudine all’amatissima Y costante a innesto bifido trilingue, il suo valore d’incognita, di sentiero confluente in ruscelli acquerelli, gemmazioni e sbinamenti, sia il luogo bilico del circoscritto</p>
<p align="center"> </p>
<p><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p>divertito ma tanto     quanto quando il progetto si sviluppa in dire detti opposti, e il poema si palesa dolo, pretendendo la mano della metà dolce, e l’altra scocca l’arco ulisside, seme dai pericarpi (cardi?) resistenti al naufragio, all’incontro disagio, al plagio del plagio, regione appunto in progetto</p>
<p align="center"> </p>
<p><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p>se mi di se gno l’io prima persona, parte unico parte multiplo, collage di incollatura, profilo statura e andatura, dicono di avermi intravisto dal buco del turco oppure negli squarci di sole, che mi aggiravo e agghindavo a fil di logica familiare nei luoghi di prevedibile burrasca, dove gelate e straventi, dove in sussiego di foto-nozze, dove in ferma per piazze e fortezze</p>
<p>cioè, dato per sbadato sbandato prima che lo sbiadimento sia ottenuto</p>
<p>batti la tua moneta per divenirti tesoro avendo in odio quel che prima amavi</p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"><strong>***</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2012/01/brandolini.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-46423" title="Brandolino Brandolini D'Adda, Desiderata" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2012/01/brandolini.jpg?w=450" alt=""   /></a></p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"> </p>
<p align="center"> </p>
<p align="right"><strong>Desiderata</strong><br />
(Rusconi, 1984)</p>
<p align="center"> </p>
<p><em>Sine Nomine II</em></p>
<p align="center"> </p>
<p>Sine nomine            dentin nascosto<br />
                            testo casto<br />
o altro N.N. casato</p>
<p>Caveat:<br />
orme zer’orizzonte a pié di muro<br />
N.N. rubacuori ambulante<br />
sulla ghiaia con bacchette e tamburo</p>
<p>Puta muta con ditino<br />
in bocca dilemma<br />
N.N. rami nei bronchi<br />
sera granlingua amen</p>
<p>                            frutto grasso<br />
                            passion muro<br />
fino alla innominabile mania<br />
                  amanita scolopendra<br />
l’ammonimento venuto dal vocabolo<br />
dentro al sistema bosco<br />
                  mimesi rumor rerum<br />
lungo onde e canali a<br />
senso sine sire sine nessi o sis</p>
<p>tema: d’ansimo mosaico<br />
           semen limen</p>
<p align="center"> </p>
<p><em>*</em></p>
<p align="center"> </p>
<p><em>In-finito</em></p>
<p align="center"> </p>
<p>              ipse spiato<br />
           oltre la siepe</p>
<p>           pseudopausa<br />
         simula sé spas</p>
<p>               imo sfiato<br />
            svela i denti<br />
         di sospensione</p>
<p>           tempo sfinito<br />
                d’in-finito<br />
                     sputo</p>
<p align="center"> </p>
<p><strong>*</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p><em>Dis de des</em></p>
<p align="center"> </p>
<p>dici bello dici bello<br />
l’allettamento<br />
ma io t(r)emo discosto<br />
costo d’essere diserbo o deserto<br />
diserbo deserto<br />
a tràere al tratto a dadi<br />
il decorso ai dispersi</p>
<p>scrivo dis de des<br />
remo calmo in sciacquio<br />
salpa salma<br />
di niente insistente tenia<br />
sv sveli svelli umidamente<br />
l’oggetto che desidera<br />
radici de cuius</p>
<p>residuo de gustibus<br />
campo d’interminabili immaginari<br />
                      filari immaginari<br />
my vanishing dis-de-des<br />
aprimi il cuore e vedrai come sto</p>
<p align="center"> </p>
<p><a href="http://www.slq.qld.gov.au/__data/assets/image/0003/52581/Duale.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-46421" title="B. Brandolini D'Adda - S. Martini, Duale" src="http://rebstein.files.wordpress.com/2012/01/duale.jpg?w=450&#038;h=300" alt="" width="450" height="300" /></a></p>
<p align="center"> </p>
<p>[...]</p>
<p>Se rivediamo un momento le prime due raccolte da cui Brandolini è partito, <em>Da un monte rovesciato</em>, del 1973, e <em>Quattro castelli a Cison</em>, del 1977, vi constatiamo appunto l’esasperazione della chiave semantica, nel senso che in quelle prove il poeta cercava di divaricare il più possibile i vocaboli, curando da un lato una loro grande densità (il testo era molto “informativo”, ricco cioè di parole-oggetti), da un altro lato una estrema libertà nei loro reciproci incontri, quasi affidandoli a un calcolo sistematico delle probabilità, con deliberata violenza ai sensi correnti (e “ridondanti”), capaci di rendere un significato accettabile. Si trattava dell’operazione che era già stata avviata, presso le avanguardie storiche, o dai “cadaveri squisiti” dei Surrealisti, o dal gremito oggettualismo di un Pound; e che poi era stata esasperata, appunto con accentuazione quantitativa parossistica, dai Novissimi. Ma come altri suoi colleghi Brandolini si è accorto, e proprio verso la fine degli anni Settanta, che quella strada non aveva sbocco, si chiudeva su se stessa. Occorreva sfondare un certo muro, passare ad altre dimensioni. Che è quanto avviene con <em>Otto spartiti</em>, dove, se si vuole, il filo conduttore resta la densità semantica, ma questa ottiene di colpo nuove prospettive proprio perché le parole si sparpagliano nello spazio fisico della pagina, rifiutando l’allineamento convenzionale e il senso di lettura obbligato imposti dalla convenzione tipografica gutenberghiana. Come altri poeti, in quel momento anche Brandolini deve riconoscere che gli operatori negli ambiti del segno grafico e del suono sono più avanzati, proprio perché possono muoversi in uno spazio e in un tempo più ricchi e articolati. Ma in quell’opera, pur di passaggio, la novità è ricercata ancora all’esterno, dando cioè un ordine più libero e aperto al materiale semantico, che però non conquista risonanze interne di particolare rilievo. È invece con <em>Bifido trilingue</em>, dell’81, che il poeta si dà ad articolare i setti delle sue parole, come fossero vermi snodabili e segmentabili a piacere. Ogni vocabolo rivela di essere il luogo della coesistenza di sistemi multipli di significanza, e di compendiare al suo interno vari processi metaforici e metonimici, di agitare e percorrere la scala delle variazioni paradigmatiche e sintagmatiche. È come dire che da una normale chimica e fisica degli elementi passiamo alle affascinanti reazioni della fisica subatomica o delle particelle, con una corsa verso la valorizzazione di frammenti sempre più ridotti. È quanto un osservatore d’eccezione, Zanzotto, nota proprio a proposito di <em>Bifido trilingue</em>, ricorrendo a suggestive immagini comunque incentrate nel riconoscimento di un’operazione che si situa a una scala minimale. Egli parla infatti di “trucioli”, ma chiedendo di prendere il termine alla lettera, senza l’alone crepuscolare che gli viene dall’uso che ne faceva Sbarbaro; e del resto più avanti ricorre pure al termine di “sciame”, o addirittura a quello di “carta moschicida”, volendo additare, in ogni caso, il fatto che Brandolini mette in atto degli ingranaggi per triturare, sminuzzare, produrre l’enormemente piccolo, il parcellizzato. L’attenzione prestatagli da Zanzotto è indicativa e importante a un doppio titolo, intanto per il fatto che l’autore di <em>Galateo in bosco</em> è passato lui stesso attraverso questo bisogno di affrontare anche le dimensioni “intra”, di scorrere, magari in uno stesso componimento o in uno stesso verso, dal “macro” al “micro”; e inoltre per il fatto che entrambi i poeti, dichiaratamente “veneti”, ostentano un comune mondo di esperienze sensoriali e di vita. Entrambi hanno come materiale di base un universo arcaico, idillico, di dolcezze ambientali, di sentimenti petrarcheschi.</p>
<p>[...]</p>
<p>L’ambito musicale aiuta quello poetico, soprattutto, a liberarsi dalla millenaria dittatura dei “significati”; o meglio, come ho già detto, il reticolo dei significati macroscopici funge da pretesto, da materiale tematico, da contenitore inerte che occorre smembrare, per andare a liberare i contenuti pulsionali effettivamente incidenti, che chiedono di emergere e di esprimersi. Constato con molto compiacimento che in una nota di accompagnamento al suo lavoro Brandolini adotta appunto il termine di pulsione, per ciascuno di questi suoi componimenti; il che giustifica anche il titolo globale di <em>Desiderata</em>, da non prendersi dunque nella piatta accezione burocratica del termine, ma da ricollegare al Desiderio, all’apparato libidico-pulsionale di cui ci parlano soprattutto i freudiani di sinistra. E dunque un contenuto emotivo, uno spessore c’è, nell’ambito della ricerca poetica come in quello della musica, ma informe, collocato in strati profondi, indotto dalla sua stessa informalità a “cercarsi” attraverso la sperimentazione apparentemente tecnico-formale. In un certo senso, il massimo di pregnanza contenutistica (pulsionale-libidica) si concilia con il massimo di formalismo tecnico, che è la coincidenza degli opposti di cui non si rendono conto molti teorici, critici, commentatori superficiali, ostinati a collegare la presenza dei contenuti, dei significati, allo strato dei temi psicologici di superficie. Ma infine questi polimorfi, polifonici, polidimensionali <em>Desiderata</em> su quali accorgimenti tecnici fanno affidamento? In genere, Brandolini non giunge all’esito estremo di riaggregare i “trucioli”, gli spezzoni del materiale verbale fino a creare dei neologismi; ma certo fa in modo che i “setti” si rincorrano, si richiamino, sfruttino tutte le valenze interne, concedendosi soprattutto al piacere del <em>lapsus</em> freudiano, che è, anche alla lettera, uno scivolare da un’area di significanza a un’altra, un abbandonarsi alle sirene della somiglianza di suono, lasciando che dietro di queste compaiano tutte le possibili affinità o disparità di sensi.[...]</p>
<p align="right">(<strong>Renato Barilli</strong>, dall’introduzione a <em>Desiderata</em>, Rusconi, 1984)</p>
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<p>["<em>Letteratura necessaria - Voci del novecento</em>" è una rubrica curata e realizzata da <strong><a href="http://rebstein.wordpress.com/category/enzo-campi/"><ins datetime="2011-10-09T13:32:25+00:00">Enzo Campi</ins></a></strong>. Il primo numero, dedicato a <strong>Piero Bigongiari</strong>, si può leggere <a href="http://poetarumsilva.wordpress.com/2011/10/04/titolo-da-inserire/"><ins datetime="2011-10-09T13:32:25+00:00">qui</ins></a>; il secondo, dedicato a <strong>Roberto Sanesi</strong>, <a href="http://rebstein.wordpress.com/2011/10/11/letteratura-necessaria-%e2%80%93-voci-del-novecento-ii/"><ins datetime="2012-01-09T21:03:32+00:00">qui</ins></a>.]</p>
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<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rebstein.wordpress.com/46419/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rebstein.wordpress.com/46419/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rebstein.wordpress.com/46419/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rebstein.wordpress.com/46419/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/rebstein.wordpress.com/46419/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/rebstein.wordpress.com/46419/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/rebstein.wordpress.com/46419/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/rebstein.wordpress.com/46419/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rebstein.wordpress.com/46419/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rebstein.wordpress.com/46419/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rebstein.wordpress.com/46419/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rebstein.wordpress.com/46419/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rebstein.wordpress.com/46419/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rebstein.wordpress.com/46419/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46419&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Barbagianni, merendine, terzi piani</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 11:00:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Livio Borriello &#8220;Questo per dire che io vorrei che la letteratura fosse qualcosa del genere, il grido del barbagianni che ha catturato il topo, l’ascia kafkiana che rompe il mare di ghiaccio, l’incendio che getta bagliori nell’oscurità.&#8221; &#160; &#160; Barbagianni, merendine, terzi piani. Considerazioni sparse su Terracarne di Franco Arminio. Quest’estate, dormendo con la finestra [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=45917&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ittiofauna.org/provinciarezzo/caccia/tabelle_specie/strigiformi/barbagianni/images/tyto_alba06.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2011/12/tyto_alba06.jpg?w=250&#038;h=233" alt="" title="Tyto alba" width="250" height="233" class="alignleft size-medium wp-image-45920" /></a>
<p align="right"><strong><a href="http://rebstein.wordpress.com/category/livio-borriello/"><ins datetime="2012-01-08T22:59:23+00:00">Livio Borriello</ins></a></strong></p>
<p><em>&#8220;Questo per dire che io vorrei che la letteratura fosse qualcosa del genere, il grido del barbagianni che ha catturato il topo, l’ascia kafkiana che rompe il mare di ghiaccio, l’incendio che getta bagliori nell’oscurità.&#8221;</em> </p>
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<p align="center"><strong>Barbagianni, merendine, terzi piani.<br />
Considerazioni sparse su <em>Terracarne</em> di Franco Arminio.</strong></p>
<p>Quest’estate, dormendo con la finestra aperta in campagna, a un certo punto mi sono svegliato per l’urlo di un barbagianni (meravigliosa, angelica civetta bianca), così vicino che credevo fosse entrato nella stanza. Era un grido acuto, straziante, violento, un suono perturbante e irreale, che sembrava venisse da un’altra era. Credo fosse un grido di cattura, forse di qualche topo dei paraggi. In realtà l’era da cui proveniva era quella animale, in cui tutto è violento e estremo, era l’era in cui noi siamo stati animali. Poi abbiamo inventato questo curioso processo, la scrittura, attraverso cui riduciamo l’atto corporeo del parlare, del gridare, dell’ansare, del desiderare, a un’ordinata sequenza di gesti rattrappiti e misurati, silenziosi, immobili. <span id="more-45917"></span><br />
Questo per dire che io vorrei che la letteratura fosse qualcosa del genere, il grido del barbagianni che ha catturato il topo, l’ascia kafkiana che rompe il mare di ghiaccio, l’incendio che getta bagliori nell’oscurità. </p>
<p>All’origine della parola forse c’è un grido, e all’origine del gesto di scrittura di <a href="http://rebstein.wordpress.com/category/franco-arminio/"><strong><ins datetime="2011-12-27T15:18:34+00:00">Franco Arminio</ins></strong></a> c’è sempre questo grido, anche nei lavori più misurati e controllati,  come questo <a href="http://rebstein.wordpress.com/2011/11/21/terracarne/"><strong><em><ins datetime="2011-12-27T15:18:34+00:00">Terracarne</ins></em></strong></a>, che apparentemente può sembrare un quieto reportage, un distanziato se non distaccato resoconto del mondo. Ma questo raccontare sorvegliato è sempre scosso dai sussulti del corpo, da moti, spasmi, revulsioni, dal vacillare di fronte a qualche vertigine. Il corpo di Arminio boccheggia, la mente fa fluire parole esatte e calibrate. </p>
<p>Certo questo è un libro mondadoriano (e personalmente io gli preferisco le riuscite più estreme del <em>Circo dell’ipocondria</em> – Le lettere – e di <em>Cartoline dai morti</em> – Nottetempo), un libro sollecitato da un editor mondadoriano, che ha guardato alle sue possibilità commerciali, o nel caso migliore comunicative. Mi sembra però comunque un libro che aggiunge qualcosa al lavoro di Arminio, più che sottrarlo, gli aggiunge una dimensione più ampia e, come si dice, globale. </p>
<p><em>Terracarne</em> parla dei paesi, ma anche qui, ancor più evidentemente che in altri libri in cui affronta il tema della morte direttamente, Arminio più che un paesologo, è un tanatologo, e alternamente un tanatofilo e un tanatofobico. Nella corruzione e imputridimento lento dei paesi, osservata minutamente e compiaciutamente come in certe riprese di Greenaway, nella descrizione della purulenta urbanizzazione dell’hinterland napoletano, nell’infiltrazione del corpo estraneo e neoplastico della modernità entro il tessuto ancora antropometrico della civiltà rurale (nel “passaggio dalla civiltà contadina alla modernità incivile”), Arminio contempla, con voluttà e vertigine, il proprio disfacimento, in quella morte sente, teme e ama la propria. </p>
<p>La controprova di quanto dico è lo spaesamento del paesologo nei luoghi in cui la forma-paese esprime il suo fenotipo puro e incorrotto, l’Alto Adige. Arminio probamente li elogia, trova a tratti un rispetto autentico per la “fatica immensa e silenziosa” della gente che li ha costruiti; ma intimamente tutta quella salubrità efficiente la sente estranea, non lo convince. Lo convince di più la malattia. Lì le merendine non scadono, nessuno sparla di nessuno, non ci sono sfaccendati che vivacchiano sulla pensione della madre, non c’è “il giovane davanti al bar che si sistema i testicoli”, al mercato non si contratta con la “teatralità bizantina” delle sue parti, ma è come se si vivesse in una specie di spettacolo a 3 dimensioni, i paesaggi vanno bene per le pubblicità della mela melinda, le campiture cromatiche sono uniformi e sature come quelle dei fumetti o di photoshop, “tutto è apparecchiato”, “i balconi sembrano dei supporti per i fiori”, le persone sono “solide”, lo ripete più volte: ma una cosa sfatta e deliquescente come una psiche umana, una cosa che non sappiamo nemmeno che cavolo, o altro vegetale, sia, fatta di parole e strani filamenti  semantici che sbavano e si dissipano da tutte le parti, come può essere solida?<br />
Alla fine il paesologo trova la scusa: “pochi giorni non servono a darti il sangue che hanno quelli che stanno qui da una vita”, e se la svigna. Ma quel sangue il suo midollo non lo produrrebbe mai, e comunque gli sembrerebbe rosso antico col colorante o lacca. Tutto è ineccepibile, sì, trova pure la valle che gli sembra “il paradiso terrestre”, ma liquida la descrizione in 2 virgola 5 righe, e questa metafora sciapa, l’unica banale di tutto il libro. Non lo dice, perché è anche lui un europeo civilizzato, ma a lui, tutta quell’igiene, gli fa schifo. E così ritorna fra i “pensatori delle panchine”, i “carpentieri del nulla”, i “ripetenti”, i “convalescenti”, nei paesi “affranti, arresi, sfiniti, sfiatati”. Quelli sono i “veri” paesi perché incorporano la morte, non la placcano di efficienza e produttività, non la riverniciano ogni anno coi soldi dei “turisti più danarosi”, quelli così ben accetti, a differenza dei poeti male in arnese come lui. </p>
<p>Il modello vincente, nella specie umana, non c’è dubbio, è quello di città, così come nella specie mirmecale ha prevalso il formicaio, che so, sul buchino bilocale, o il ranch o la masseria formichesca… Tutto accade nella città, la tv (e di fatto il web) si produce nella città, Michelangelo è lì che ha scolpito, Baudelaire, Socrate, Marx, e persino Gesù Cristo per bocca di Paolo di Tarso hanno detto la loro nelle città, ogni potere ha sede lì.<br />
È altrettanto vero però che all’interno nella società civica e edile, spesso sovrapposta o inclusa in essa, o presente come un carattere recessivo, esiste una società contadina e tellurica. La nostra vita sociale “ha ormai una sua natura intimamente dialettale” ha scritto altrove Arminio. In qualche modo il tessuto vivente della realtà è paesologico, è fatto del giornale posato sul banco dei gelati e le merendine scadute nei bar, delle splendide sequenze di insegne e nomi incongrui e stratificati che egli elenca, delle piccole ambizioni, chiacchiere e maldicenze degli uomini dei paesi… tutto ciò che è metaforizzato nel concetto così attuale e futuristico di villaggio globale.<br />
Bisogna ammettere che solo dopo aver letto Terracarne, o magari anche Cartoline dei morti, abbiamo la sensazione di conoscere finalmente la carne dell’Italia, come dopo un’endoscopia o un’istologia. E questa carne è impressionante.<br />
Arminio visita i luoghi, ma poi questi luoghi si condensano nella sua testa e formano una specie di sospensione di parole. Grazie al magico processo chimico della rielaborazione letteraria, ci appaiono più veri del vero. La terminologia poeticamente esatta di Arminio, filtrando l’ammasso di carni e terra che è l’Italia, fa il miracolo di restituircene i veri colori, cromatizzati e postprodotti dalla tv e dal web.</p>
<p>Qual è la vera diffrenza fra città e paese? Quantitiva? Ma Arminio classifica paesi giganti da 120.000 anime… amministrativa?  Ma esistono città o cittadine che non sono capoluoghi… la presenza di quel genius loci, quid, odore, riconoscibilità che Arminio rintraccia così bene in ogni paese? Ma quello c’è anche a Ferrara, Perugia o Palermo… forse le case basse, forse il passaggio da paese e città è quello dal secondo piano al terzo piano. Non è un’idea tanto strampalata, il terzo piano suppone una condizione condominiale, una spartizione meno carnale, familistica, rurale dello spazio. La città è un paese coi condomini, nel paese il momento di condivisione si sposta nello spazio pubblico…</p>
<p>Eppure, i momenti più autentici di Arminio, che egli dissemina nel testo come un segno di manifattura, come le irregolarità e le macchie che garantiscono il prodotto naturale, sono quelli in cui confessa il suo stesso sfinimento, la sua stessa stanchezza di stancarsi, di eccitarsi a descrivere quello sfinimento. Quel giorno non ce la fa più a fare la parte del paesologo, quella mattina le rughe dei vecchi non gli danno nessuna emozione, e magari si va a godere un programmino berlusconiano alla tv. La crisi è profonda, intima, riguarda tutti noi, il male che deturpa il paese sta polimerizzando e plastificando anche le alture e le province vergini della psiche, e la poesia. </p>
<p>Sul rapporto fra Arminio, la morte e la scrittura ho scritto abbondantemente. Ecco per es. cosa dicevo recensendo <em>Circo dell’ipocondria</em>: </p>
<blockquote><p>Arminio stabilisce con la morte un rapporto fusionale, intrinseco, quasi amoroso:  “<em>La paura si è invaghita del mio cuore/ e io le corrispondo</em>”. Questo audace ribaltamento non è solo una trovata espressiva, ma corrisponde a un effettivo cambiamento di prospettiva. La paura non è più una disfunzione della psiche, ma un’arcana divinità che incute un timore misto a fascinazione, una sorta di ipostasi dell’ essere-per-la morte heideggeriano, che si è incapricciata della psiche molle, porosa e altamente adesiva dell’autore, e gli ha proposto un rapporto faustianamente ambivalente, di scambio fra dannazione e conoscenza. L’avventuroso Arminio ha ceduto al <em>daimon</em> che voleva possederlo, e ha trovato in quel rapporto quell’intensità erotica – nell’accezione in cui eros sta per vita, suggerita dal testo stesso – che gli è negata o che si è surrettiziamente negata nella vita ordinaria. La paura insomma come forma dionisiaca della conoscenza, come <em>mania</em> che si fa mantica, e appunto vaticinio poetico.  In questo senso, forse,  nel palpitare frenetico e  eternamente agonizzante delle valvole mitrali  di Arminio si può leggere l’ultimo, scompensato residuo di romanticismo della civiltà dei nostri giorni.<br />
… Nello stesso modo nella disperazione di Arminio freme sempre il <em>domani</em>, pulsa sempre quella felicità stilistica che contraddice e riscatta la coscienza della fine.</p></blockquote>
<p>Ed ecco cosa scrivevo a proposito di <em>Nevica e ho le prove</em>: </p>
<blockquote><p>Questa volta mette in atto un altro espediente: crea una miriade di personaggi, fra i quali fa muovere un personaggio che dice io. Questi personaggi si accavallano e sovrappongono, esprimono punti di vista differenti e contraddittori, ma a ben guardare hanno in comune proprio quell’elemento che costituisce la sostanza e la realtà di una scrittura: la voce, lo stile, il tic linguistico. Insomma, a ben guardare,  ciascun personaggio è in realtà sempre lui, diffratto in mille nomi come in un prisma. E non poteva essere altrimenti:  nei libri di Arminio non può parlare altri da Arminio, perché a morire sarà lui. Chi deve vivere al suo posto, per assolvere alla funzione magica  e compensatoria della scrittura, può essere solo lui stesso. Arminio è un po’ come quegli attori – Gassman o Sordi per esempio &#8211;  che in realtà non recitano mai, perché sono sempre se stessi. Sono attori che fanno i se stessi, il cui personaggio consiste nel proprio io, infinitamente declinato,  e diventa tale solo perché si duplica nello spazio della rappresentazione.</p></blockquote>
<p>Basta sostituire la parola paese a personaggio, e a “io”, e quello che avevo detto risulta ugualmente valido.<br />
Arminio parla sempre della stessa cosa, di quell’oggetto misterioso che è il suo corpo, di quel processo misterioso che è il tempo che accade a quel corpo, che sperde quel corpo. E dell’altrettanto misteriosa felicità che lo pervade finché esiste nella vita, è esistito dalla vita, su quel bilico fra vita e non vita che è la scrittura. </p>
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<p align="center"><strong>***</strong></p>
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		<title>Premio &#8220;Ulteriora Mirari&#8221; &#8211; II Edizione</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 08:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ulteriora mirari]]></category>

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		<description><![CDATA[PREMIO LETTERARIO ULTERIORA MIRARI II Edizione Le Edizioni Smasher, il Gruppo Editoriale dell’Associazione Smasher, sono liete di annunciare l’istituzione della Seconda Edizione del Premio Letterario “Ulteriora mirari”. Il premio è diviso in 4 sezioni:      a) Monografie      b) Tripodi      c) Mosaici      d) Letteratura in fasce Leggi e scarica il bando integrale: http://www.edizionismasher.it/eventi/premioulterioramirari2.html<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46394&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p align="center"><strong>PREMIO LETTERARIO<br />
ULTERIORA MIRARI<br />
II Edizione</strong></p>
<p>Le <a href="http://www.edizionismasher.it/"><ins datetime="2012-01-08T21:22:08+00:00">Edizioni Smasher</ins></a>, il Gruppo Editoriale dell’<a href="http://www.smasher.it/"><ins datetime="2012-01-08T21:22:08+00:00">Associazione Smasher</ins></a>, sono liete di annunciare l’istituzione della Seconda Edizione del Premio Letterario “Ulteriora mirari”.</p>
<p>Il premio è diviso in 4 sezioni:</p>
<p>     a) Monografie<br />
     b) Tripodi<br />
     c) Mosaici<br />
     d) Letteratura in fasce</p>
<p>Leggi e scarica il bando integrale:</p>
<p align="center"><a href="http://www.edizionismasher.it/eventi/premioulterioramirari2.html"><ins datetime="2012-01-08T21:22:08+00:00">http://www.edizionismasher.it/eventi/premioulterioramirari2.html</ins></a></p>
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		<title>Epistola adversus oclocraticos</title>
		<link>http://rebstein.wordpress.com/2012/01/08/epistola-adversus-oclocraticos/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 18:45:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francescomarotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[satira]]></category>
		<category><![CDATA[scritture]]></category>
		<category><![CDATA[annali dell'impero anno uno]]></category>
		<category><![CDATA[cronache da vaticalia]]></category>
		<category><![CDATA[ennio abate]]></category>
		<category><![CDATA[epistola adversus oclocraticos]]></category>
		<category><![CDATA[fascismi di ieri e di oggi]]></category>
		<category><![CDATA[il fatto e il misfatto quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[la grande cloaca]]></category>
		<category><![CDATA[larry massino]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo aver completamente colonizzato la rete letteraria, le truppe cammellate dell’invasione accademico-editoriale sono finalmente passate alla bonifica del territorio, che viene ormai battuto palmo a palmo per sgominare le ultime sacche di resistenza e distruggere definitivamente i santuari dai quali pochi fanatici irriducibili continuano a lanciare i loro deliranti proclami inneggianti alla libertà di pensiero [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46354&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://rebstein.files.wordpress.com/2012/01/cloaca-mouth-painting.jpg"><img src="http://rebstein.files.wordpress.com/2012/01/cloaca-mouth-painting.jpg?w=150&#038;h=141" alt="" title="insegna tipo di blog imperiale" width="150" height="141" class="alignleft size-medium wp-image-46356" /></a></p>
<p>Dopo aver completamente colonizzato la <em>rete letteraria</em>, le truppe cammellate dell’<em>invasione accademico-editoriale</em> sono <em>finalmente</em> passate alla <em>bonifica</em> del territorio, che viene ormai battuto palmo a palmo per sgominare le ultime <em>sacche di resistenza</em> e distruggere definitivamente i santuari dai quali pochi fanatici irriducibili continuano a lanciare i loro <em>deliranti proclami</em> inneggianti alla libertà di pensiero e di critica. </p>
<p><span id="more-46354"></span></p>
<p>Per portare a termine proficuamente, e soprattutto <em>nel più breve tempo possibile</em>, le operazioni (poeti e scrittori degli <em>an(n)i zero</em>, infatti, premono in impaziente attesa alle porte dei vari blog dell’<em>impero</em>, rivendicando, <em>giustamente</em>, lo spazio dovuto in cambio della loro <em>azione di supporto</em> – soprattutto <em>linguistico</em>), il &#8220;Comitato di Salute Pubblica&#8221; del web 2.0, d’accordo con i <em>tenutari</em> e (<em>gl</em>)i (<em>auto</em>)reggenti della &#8220;Sinistrina Frou-Frou di Feis-bukking &amp; di Governo&#8221; di cui è una diretta <em>esteriorizzazione</em>, ha deciso di ricorrere (<em>eccheccazzo! era ora!</em>) all’<em>artiglieria pesante</em>: in campo dunque i <em>pezzi da novanta</em>, a cominciare dagli <em>scrittori contemporanei più importanti</em> (ne attesta <em>ad libitum</em> la qualifica il fatto che il migliore di loro, quello mandato <em>coraggiosamente</em> in avanscoperta con la sua incendiaria <em>epistola</em>, ha scritto finora <em>un solo libro</em>, ma vi assicuriamo che è piaciuto moltissimo ai suoi familiari e agli amici), che dalle pagine (<em>in</em>)gloriose dei quotidiani <em>neo-regimental</em> (li riconoscete dal fatto che sono praticamente <em>indistinguibili</em> dalla stampaglia fascio-catto-padana) arringheranno le folle e le guideranno nella giusta e sacrosanta <em>crociata contro l’oclocrazia</em> imperante, che continua a dettare legge nei <em>commentari</em> e impedisce, <em>de facto</em>, di spompinarsi pubblicamente in pace &#8211; tra simili e uguali, sodali, aggregati, cooptati ed <em>eletti</em>.</p>
<p>I risultati, a quanto riferiscono i rendiconti quotidiani delle nostre antenne sul territorio, i vari <em>blog-cloaca</em> che abbiamo disseminato in fotocopia ai quattro angoli della rete, sono, più che incoraggianti, veramente esaltanti: proprio ieri è stato catturato uno dei capi del movimento, il pluri-ricercato <strong><ins datetime="2012-01-08T16:05:16+00:00">Ennio Abate</ins></strong>, condannato, seduta stante, alla coazione a ripetere, a vita (che gli auguriamo lunghissima, così avrà più tempo per pentirsi e redimersi, il sovversivo!), i versi dei <em>poeti-degli-an(n)i-zero-che-poi-siamo-noi-e-i-nostri-amici</em>.</p>
<p>Rimane ancora libero, ma per poco, statene ben certi, il famigerato <strong><a href="http://accademia-inaffidabili.blogspot.com/2012/01/alessandro-bertante-e-il-pollaio.html"><ins datetime="2012-01-08T16:27:32+00:00">Larry Massino</ins></a></strong>, sedicente presidente di una fantomatica quanto socialmente e culturalmente pericolosa “Accademia Inaffidabili”: la sua sede operativa è già stata localizzata, ne abbiamo anche le coordinate, che volentieri rendiamo pubbliche, frutto di lunghissime ricerche negli archivi, del prezioso contributo di delazioni provenienti dai siti-amci e di laboriosissimi appostamenti lungo le rotte che batte abitualmente in rete: <a href="http://accademia-inaffidabili.blogspot.com/"><ins datetime="2012-01-08T16:27:32+00:00">http://accademia-inaffidabili.blogspot.com/</ins></a>.</p>
<p>Aspettiamo solo che faccia un passo falso, tipo andare a fare la spesa (dovrà pur mangiare, prima o poi) per prenderlo. E tutta questa inutile perdita di tempo solo perché il Comitato non ci ha ancora dato il via libera per fare allegramente irruzione nelle dimore private. Ma cambierà, vedrete, anche questo inghippo legalitario dell&#8217;ostrega sarà presto superato…  </p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/rebstein.wordpress.com/46354/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/rebstein.wordpress.com/46354/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/rebstein.wordpress.com/46354/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/rebstein.wordpress.com/46354/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/rebstein.wordpress.com/46354/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/rebstein.wordpress.com/46354/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/rebstein.wordpress.com/46354/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/rebstein.wordpress.com/46354/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/rebstein.wordpress.com/46354/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/rebstein.wordpress.com/46354/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/rebstein.wordpress.com/46354/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/rebstein.wordpress.com/46354/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/rebstein.wordpress.com/46354/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/rebstein.wordpress.com/46354/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=rebstein.wordpress.com&amp;blog=1499471&amp;post=46354&amp;subd=rebstein&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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