Scritto 20

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Carla Accardi : coni : non importa se in ceramica o in sicofoil : mi si materializza innanzi il sogno (e il desiderio) di un testo non vergato su di una superficie orizzontale e rettangolare (al limite quadrata) e unidimensionale (tendenzialmente bianca), ma di un testo (asemico, in sovrappiù, liberato dalla tirannia spesso patriarcale e maschilista – fascista, insomma – del significato, ritmato in segni e colori e spazi-tra-i-segni) emancipato anche dal suo stesso apparire, in questo preciso momento, su di uno schermo in scorrimento dall’alto verso il basso : i coni di Carla Accardi : il cono nobilissima figura geometrica, generatrice, per intersezione di piani, dell’ellisse, dell’iperbole e della parabola, memoria della grande geometria ellenistica : testi da leggersi girando intorno al cono, passando tra i coni disposti sul pavimento : leggere? – Continua a leggere Scritto 20

Lungo la linea

Antonio Pibiri

Lungo la linea

La stazione centrale dà fondo
per lasciarsi lontano in partenze.
La tua angoscia è terribile, Rodha.
La bicicletta con cigolii blu
a spruzzi di vernice. – Hauptbahnhof,
scheletro veloce su zampe,
e prospettico cavi, rotaie,
potrebbe coprire intero il pianeta,
trattenere sotto le reti la geodinamica.
In realtà da qui nessuno parte, nessuno resta.
Come fate a vivere città operaie,
ai tragitti? D’infuso rientro penetra i sobborghi
a sera, i bambini con occhi profondi. Continua a leggere Lungo la linea

Selezione da “L’Impero che si tace” di Ilaria Seclì

Avevo chiesto a Ilaria Seclì alcuni testi tratti dalla sua opera più recente L’Impero che si tace (Giuliano Ladolfi Editore); ecco la sua scelta – un grazie a Ilaria da parte della Dimora del Tempo sospeso che ha già avuto la gioia di ospitare la sua scrittura.

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Scritto 19

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

C’è l’ossessione del proprio nome, la persecutoria ossessione di voler vedere il proprio nome ripetersi eco della propria eco.
Trionfa la tirannia dell’io, il trascinante impulso a dire, ribadire, riaffermare: io ne avevo già scritto, io ne ho già parlato.
Dilaga il non saper scomparire, non saper eclissarsi dietro l’indubitabile bellezza di un testo altrui.
S’impone il non saper essere, semplicemente, umile lettore di chi, molto meglio, ha saputo invece scrivere e dire.

Occorre apprendere, al contrario, in rigorosa umiltà, l’industrioso silenzio del chiosatore, del copista, dell’amanuense che non firmava le sue glosse, le sue copie.
Nella ciarla pornografica che impera e soverchia voler ritrarsi – e continuare a studiare.
Silenzio raggiunto nell’esercizio della parola che non sia chiacchiera, ma ferita, ma spalancato abisso opposto al levigato maquillage di questo tempo (troppo di frequente) senza pensiero.

Atene

(a Massimiliano Damaggio, Nino Iacovella, Evangelia Polymou, Christian Tito, Francesco Tomada. A Francesco Marotta).

Pochi anni addietro ricevetti il dono di poter leggere i versi seguenti quand’erano ancora inediti – sarebbero poi entrati nel volume di Massimiliano Damaggio Edifici pericolanti edito da Fabrizio Bianchi per i tipi di dot.com press nel 2017 (ne riporto la versione a stampa – quella ancora inedita era solo leggermente diversa):

Θα υπάρχει πάντα ένας, κάποιος
που θα κατεβαίνει τη Θεμιστοκλέους
στο χλιαρό αεράκι, κάτω από
τα σύντομα φύλλα της σιωπής
στο φως του μεσημεριού,
……………………………………κάποιος
θα κατεβαίνει τα σκαλιά, κομμένα στα δυο
από την κίτρινη σκιά των λύχνων
και θα πέφτει, όπως έπεσα τη νύχτα αυτή εγώ
στη ζεστή αγκαλιά μιας ασφάλτου

Continua a leggere Atene

Albrecht Dürer si appresta al viaggio

( …ma potrebbe essere anche Gustav von Aschenbach o Dirk Bogarde… )

La felicità lo possiede quando (il calamo tra le dita e il foglio sul tavolo) disegna. Non copia ciò che vede: lo disegna.
La lepre, certo, e il rinoceronte e le mani della madre.

Mentre guardo il mondo l’occhio si prolunga braccio e mano e calamo e linea sul foglio: verranno poi l’acquerello oppure l’incisione o la pittura a olio.

La luce del Nord s’impiglia su cuspidi di torri e granai – e la memoria vede la luce dalmatica salire avvolgente le cupole di San Marco.
È tempo dunque di un altro viaggio. Lo sguardo si spinge fino a Venezia.

Scritto 18

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Quando nel gennaio del 2001 Charles Lloyd e Billy Higgins incidono nella casa del primo il doppio cd Wich Way is East (prodotto dalla ECM nel 2004) il secondo sa che potrebbe avere davanti a sé ancora poco tempo di vita; nel booklet allegato ci sono le foto in bianco e nero dei due musicisti e delle stanze della casa di Lloyd con gli strumenti musicali, nonché un lungo dialogo tra i due amici; sul finire Billy Higgins dice: …this might be the last time we do this. It made me understand a lot of what I’m trying to do… but for us to be able to do it at the right time, in the right space…
Tempo e spazio giusti (la justesse di cui mi parla spesso il carissimo Yves Bergeret), l’arduo coincidere di diversi elementi capaci di suggerire che quel momento in quel luogo è compiuto, preciso, addirittura necessario.
Questo è del comporre e dell’eseguire la musica, così come del disegnare e del dipingere, dello scrivere: una lunga, implacabile disciplina, un diuturno studio, amore per la vita, gioia e piacere nell’applicare disciplina e studio, concentrazione, volontà di cercare l’accordo con il respirare e con lo scorrere.
Non sono luttuose le parole di Higgins, al contrario: esse esaltano la preziosità di ogni attimo di vita e l’irrinunciabilità di progetti che sfidano le capacità dell’artista.
Il rischio sta nel cercare il tempo e lo spazio giusti e di fallire nell’impresa: ma l’eventuale fallimento non distoglie dal voler rischiare.
Higgins capisce sé stesso proprio nel fare e il suo fare è cercare e trovare l’esattezza (la giustezza: la compiutezza: la precisione: la necessità).

Showdown / Stardust

Fabrizio Bianchi

Showdown

vecchie poetesse ..[brutte o sciancate]
o ancor più vecchie traduttrici.
Terribili rosse con la faccia ../legnosa da cavalla
/irlandese
bianca e infiammata

come sconvolte e eccitate .. [quasi ubriache] di poesia
[io un sobrio, astemio mormone, al confronto: ..un triste shaker
che vive tra le sue /povere cose ..dalla monacale esiguità]
/minime

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Memento Vivere

Donatella D’Angelo

(I, 6)

il ricordo nell’ascolto
e nella bellezza sottile
di una veglia forzata

là dove il destino lascia
il sogno scoperto
e una curva dolce
di sangue e latte materno
agli angoli della bocca

è nell’incontro tra labbro e ciglio
la verità sospesa

Tratto da:
Donatella D’Angelo, Memento vivere
Fotografie di Donatella D’Angelo e Josè Lasheras
Note di lettura di Luigi Cannillo e Lorenzo Gattoni
Nota critica di Giovanna Gammarota
S. San Giovanni, 2016, Edizioni del Foglio Clandestino

Pietre focaie / messe sulle soglie (su “Il sogno di Giuseppe” di Stefano Raimondi)

Con quest’opera, poemetto articolato in una prima e in una seconda parte e costituito da 39 brevi testi in versi, Stefano Raimondi si confronta in maniera diretta e coraggiosa con la parola poetica, il suo farsi e il suo darsi all’ascolto e alla lettura.
Parlo di coraggio perché occorre essere coraggiosi per assumersi il rischio di tematizzare la poesia stessa e il linguaggio della poesia, bisogna possedere un profondissimo senso etico per volere domandarsi come la poesia nasca e quale ruolo essa abbia per chi la compone e per chi la legge o ascolta.
Non appaia però a senso unico questo mio attraversamento del libro Il sogno di Giuseppe (Amos Edizioni, 2019) il quale, in verità, si sviluppa anche secondo altre linee tematiche che cercherò di mettere in evidenza.

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Scritto 17

Eduardo Chillida: Gravitación. Elogio del agua, 1987.

Di frequente il testo si enuclea dopo una serie di cancellature, sostituzioni, spostamenti, rimontaggi; questo significa che esiste un certo numero di testi che costituiscono l’ombra del testo definitivo, il suo invisibile retroterra, le possibilità poi eclissate dalla scelta definitiva.
Un’ombra brulicante di ripensamenti e di direzioni cassate.
Una nostalgia di quello che poteva essere e non è stato.

Ciao, Fabrizio

Con profondo dolore apprendo della scomparsa del carissimo Fabrizio Bianchi. Chi l’ha conosciuto e frequentato, ricorderà sempre, al di là del suo pregevole lavoro di critico, di poeta e di editore, la sua presenza viva e generosa, la sua persona umile e grande, la sua ricerca inesauribile di valori autentici in un mondo letterario ormai completamente alla deriva nel vuoto di senso di tanti pallidi burattini e impresentabili figure di cartapesta. Ci mancherai, indimenticabile amico.

Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto.

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