Quando la luna cade nei laghi

Helga M. Novak

QUANDO LA LUNA CADE NEI LAGHI
tra il calamo aromatico e il ratto d’acqua
anch’io cado

quando il nocciolo si china
greve sopra muschio e letti di aghi di pino
anch’io mi inginocchio

quando il capriolo dallo zoccolo dorato
sprizza scintille sui ciottoli di ghiaia
mi levo in piedi

quando l’azzurro piumaggio si disperde
su larici e corone di pini
mi alzo in volo

(da qui)
(Effigie Edizioni)

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Quaderni di traduzioni (XXXIIII)

Quaderni di Traduzioni
XXXIII. Ottobre 2017

Yves Bergeret

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Poèmes et proses de Naples (2017)
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Sirene

Caterina Pardi

primi metri

l’osso punta affonda
nel materasso:
anca, caviglia, ginocchio
nuove articolazioni
pronte per essere usate
(la coda non c’è più)
più tardi inquieta
si abitua al verde
le gambe seminano pazienza
nello spazio di un temporaneo recinto

attende
che la luna scavi chiare vie
si tratta di capire
come muoversi senz’acqua:
sul terrestre fondo
gli intervalli sono marcati
da una forza che trattiene i passi

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Caterina Pardi, Sirene
Riflessione critica di Giorgio Bonacini
Immagini di Albano Morandi
Verona, Cierre Grafica/Anterem Edizioni
Collana “Opera Prima“, 2017
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Waiting for the party

Nella sua storia lunga ormai ben 10 anni, La Dimora del tempo sospeso ha pubblicato più di 3.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica, con quasi 30.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La Redazione, composta attualmente da 250 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Marcallo con Casone e Pollena Trocchia, quest’anno sente il bisogno, e non si capisce bene perché, di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci (di dentro e di fuori), suscitare dibattiti ed esteriorizzazioni dal vivo, senza escludere scazzottate e lancio di oggettistica e cibarie varie e/o avariate. Per l’occasione ha scelto la moderna cornice di Casa Vostra, che domenica 24 e lunedì 25 dicembre 2017 aprirà le sue stanze (sgabuzzini, solai e cantine compresi) con grande disponibilità a parenti e amici, soprattutto quelli coi quali avete dei conti in sospeso. La scaletta dell’evento, UNA RETE DI SCORIE – SCORIE RACCOLTE IN RETE, la deciderete voi, soppesando con attenzione il numero degli invitati e la quantità di posate (soprattutto coltelli) che avete in casa. Dei numerosi redattori non parteciperà NESSUNO, ma solo perché in quei giorni sono tutti impegnati in un pellegrinaggio devozionale a Quarto Oggiaro già programmato da tempo. La meta è la chiesa dove fu ordinato scrittore il beato Giovanni da Morettino, con l’adiacente parco pubblico che l’amministrazione metropolitana ha voluto meritoriamente dedicargli. Mandateci dunque i vostri resoconti della due giorni (anche in video) e teneteci aggiornati sugli eventi, in particolare sul numero dei feriti, dei contusi e dei confusi.

Il critico

E che facevano, diranno i saputi e sàpidi lettori, i critici letterari in quel tempo in cui regnava la nonletteratura? Oh, facevano molte e belle cose, e nell’insieme non se la passavano male, anche se non senza discontinuità. Erano acuti, e si rallegravano reciprocamente della loro acutezza; erano finissimi analisti degli affetti, e pertanto avevano una epidermide delicata assai, specie sui polpastrelli del pollice e dell’indice, che soffregavano, occhi socchiusi, a indicare sensazioni fini troppo, e d’assai, per essere dette; altri, sguardo gelido, voce monotona, spiegavano facoltà analitiche e sintetiche da far meraviglia; facevano per l’aria segni a indicare cose che non sapevano, ma che parevano autorevoli e illuminanti. Inventavano parole, e ciò non sarebbe stato male, giacchè a quel tempo c’era scarsezza di parole, e la gente se la cavava con ruvidi brontolii; ma le parole che essi inventavano erano tutte in funzione della nonletteratura, e pertanto non erano di uso comune per cacciatori e pescatori, né per le loro mogli. Continua a leggere Il critico

Il recensore

Il recensore è sempre stato, è, e sarà sempre un demente. Ma la sua demenza è esagitata, losca, precipitosa, acre, sibillina, astuta, allusiva, mentirosa, inane, futile, dispersa, stulta, erudita, misteriosa, sottovoce, lamentosa, insinuante, accusatoria, ironica. Il recensore non è autorizzato ad avere idee, concetti, calma e distensione e gatti, giacché in tal caso si rifiuterebbe di fare il recensore. Egli ha solo bisogno, assoluto, drogato bisogno, di avere per le mani un libro; non è neppur necessario che lo legga tutto; che lo legga per la maggior parte; che lo legga per la minor parte; che ne legga altro che il titolo e la bandella; può bastargli fiutarlo, sedercisi sopra – egli è di culo finissimo – toccare a occhi chiusi la costa, leccare la colla. Il buon recensore perlegge, il medio leggiucchia, il malo maliziosamente compita parola e parola, o tralegge così da districar le dispari dalle pari; le sue parole saranno ambigue, unte, affettuose, velenose, affettuose, venefiche, affettuose, assatanate. Continua a leggere Il recensore

Né qui né altrove

Luigi Sasso

Né qui né altrove

Su Il mese dopo l’ultimo
di Marco Ercolani

Ogni autentico scrittore interroga il linguaggio, ne esplora le potenzialità e i confini, lo trasforma, ce ne offre un’immagine nuova, che insieme ci sorprende e ci inquieta.
Si ha la sensazione, leggendo Il mese dopo l’ultimo, che per Ercolani le parole non possano esaurire tutta la realtà, tutta la sua stratificata e proteiforme configurazione. Resta sempre qualcosa di non detto, una cornice di silenzio percorre le frasi ogni volta che le parole si dispongono sulla pagina. C’è un’insufficienza che non deriva da una scarsa abilità del narratore, ma dalla natura del mezzo impiegato. Probabilmente uno dei modi di definire la letteratura è proprio quello di un linguaggio che non nasconde, ma al contrario rivela i suoi limiti «La lotta fra silenzio e parola fa emergere l’opera come lampo sulle rovine – come luce nera su macerie bianche. E così moltiplica il segreto». Continua a leggere Né qui né altrove

Dal frammento al Libro

Luigi Sasso

Dal frammento al Libro
(Su Insistenze
di Giuseppe Zuccarino)

Scrivere, fallire

Scrivere, sosteneva Samuel Beckett, è un modo di fallire. L’attività dello scrittore – ma la cosa è facilmente verificabile anche in altri campi della ricerca artistica, nella pittura, per esempio, o nella scultura – è, perlomeno in epoca moderna, inesorabilmente votata allo scacco. L’artista è definibile come colui che non solo non può prefiggersi il successo, non solo non può sperare di raggiungerlo, ma assolutamente non deve. Egli ha l’obbligo di restare fedele al suo destino. Il compito che si è assunto, quello di restituire – pensiamo a Cézanne o a Giacometti – la cosa com’è e nel contempo come egli la vede, è troppo arduo, è impossibile. Evitare il fallimento non sarebbe una vittoria, ma, appunto, semplicemente l’abbandono del campo, la rinuncia a giocare la partita fino in fondo, un modo di tradire se stessi e soprattutto l’opera intrapresa e interminabile. Continua a leggere Dal frammento al Libro

Il poema ininterrotto

Nino Iacovella
Francesco Tomada

“Una allucinata somiglianza, una serie progressiva di variazioni, lega le poesie del suo unico libro, che sembrano vivere una dentro l’altra, intrecciarsi e districarsi come un “registro di fragili danze”, come voci «nella traccia di vento / del nostro svanire all’approdo». Sembra che le poesie si rincorrano e si ricombinino in “fuochi di caduta”, in una “incurabile misura del guardare”, all’interno di un dolore che non trova sollievo: «alle tue spalle immagina / con quale lingua il deserto / racconta la piaga dove premeva / la lama della luce il varco / dove precipita il respiro». Ma una speranza resta: «basta un’eco una reliquia di voce / affiorata all’insaputa delle labbra / e il confine è la tua mano». La speranza è sempre, con violenza, «la pupilla / esplosa di un fiore». Lo sguardo origina dalla cecità.”

(Continua a leggere su Perìgeion)

Discôlç viers inniò

Pierluigi Cappello
(8 agosto 1967 – 1 ottobre 2017)

Inniò

E cuan’ che tu sarâs già muart, ma muart
chês tantis voltis dentri une vite
ch’a si à di murî, alore slargje ben i tiei vôi
a la cjavece dal sium
e clame cun te ogni bielece ch’a ti bisugne
e intal rispîr di chel mont, met dentri il to:

cjamine pûr cun pîts lizêre e sporcs
come chei di chel che sivilant al va par strade
ma tant che cjaminant su un fîl di lame fine
e al indulà che tu i domandis
lui, ridint, a ti rispuint
cence principi o pinsîr di fin:
«Jo? Jo o voi discôlç viers inniò»,
i siei vôi il celest, piturât di un bambin.

[In nessun dove
E quando tu sarai già morto, ma morto / quelle tante volte dentro una vita / che si deve morire, allora allarga bene i tuoi occhi / alla cavezza del sogno / e chiama con te ogni bellezza di cui hai bisogno / e nel respiro di quel mondo, metti dentro il tuo: // cammina pure con piedi leggeri e sporchi / come quelli di chi fischiettando va per strada / ma come camminando su un filo di lama sottile / e al dove vai che tu gli chiedi / lui, sorridendo, ti risponde / senza inizio o pensiero di fine: / «Io? Io vado scalzo verso inniò», / i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino.]

Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto.

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