Quaderni delle Officine (LXXXII)

Quaderni delle Officine
LXXXII. Luglio 2018

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Antonio Devicienti

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I luoghi e le scritture (2016)
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Chiaro di terra

Antonio Pibiri

La parola non sostituisce l’assassinio.
Il simbolico lo argina.
Dice Caino – non so scrivere
parlo poco
e incontrerò mio fratello
in fondo al campo e le pietre
per tradirlo.
Giungi in tempo parola!
che richiami i figli per nome…
o del come fosse
finzione il temporale e gioco la ferita.
– Un trucco di rosse bacche
mi inciderà la fronte.

[…] Nelle prime pagine di Chiaro di terra ci troviamo in una condizione di nuovo cominciamento, per cui non sorprende l’apparizione di Caino, colui che, assassinando il fratello, attua anche lo strappo definitivo dai genitori, l’ulteriore allontanamento dall’origine (la “fonte” di cui dice Hölderlin nel suo poema famoso, Andenken/ricordo); Antonio Pibiri costruisce un testo nel quale Caino, che incarna la violenza cieca e ignorante, si prepara all’assassinio proprio perché manca la parola che dirima la questione – “giungi in tempo parola!” – scrive il poeta perché nominare (chiamare i figli, ma anche le cose e i luoghi per nome) significa sottrarsi e sottrarre gli esseri umani alla violenza cieca, nata dall’incapacità di articolare il pensiero, quindi di capire e di dialogare. (Antonio Devicienti)

[Il saggio di Antonio Devicienti su “Chiaro di terra” di Antonio Pibiri
sarà leggibile in “Quaderni delle Officine“, LXXXII, luglio 2018]

Il cesto di libri sulle acque, 3

Francesco Marotta

Madre di creature ferite (VII)

Luminescenti segnali di festa in ogni strada –
ai margini, come seguendo orme
senza suono,
il passo ampio di chi s’impenna e vola
dove il silenzio è madre,
il dono di un’ora che si trascina
fino a che il mondo emerge dalla sua pelle infetta
e si abbandona al richiamo
del lume che tace nel profondo (il papavero
intanto
assorbe nel colore
i nomi in cui trapianta la sua sera, la nuda piaga
delle spighe sradicate)

Declinare la cenere, coniugare gli occhi
a immaginari residui di scintille,
per dismisura di umano bruciare divise e bandiere
dare fuoco ai giorni di dicembre
procurarsi una lingua
che parla il seme e il verbo del disgelo

camminare di fianco all’angelo
che recita i nomi degli assenti
essere le sue gambe, l’acqua che porta alle sue labbra –

e ancora urlare quanto negli occhi resta
trapassando dal sonno
alla veglia misericordiosa delle ali
portare la sua ombra stretta al dito
reggere grani e vento, farsi sete.

Farsi sete – cercare il ristoro di ogni fonte
abbeverarsi all’eco
dell’altro che reca in mano
la voce ferita che ci salva,
l’alfabeto dell’unico cielo che ripara.

Francesco Marotta
Hairesis (2004)
Lecce, Terra d’Ulivi Edizioni, 2016

L’opera irraggiungibile

Giuseppe Zuccarino

L’opera irraggiungibile

L’espace littéraire di Maurice Blanchot, apparso nel 1955, solo in apparenza si limita a riunire in volume saggi di critica letteraria già apparsi su riviste, e relativi ad autori come Hölderlin, Mallarmé, Rilke e Kafka[1]. In realtà si tratta di qualcosa di più, ossia di un’opera saggistica che dispone e rifonde le sue singole componenti in modo da evidenziarne il carattere intrinsecamente unitario. Ciò viene del resto indicato con chiarezza nella nota che compare sulla quarta di copertina dell’edizione originale; in essa si precisa che «L’espace littéraire non è un libro dogmatico, ma è esso stesso un’esperienza, lungamente perseguita, nella quale la forma, il movimento e l’unità sono altrettanto importanti delle affermazioni che vi vengono sviluppate». Ma di che natura è l’esperienza che Blanchot ha compiuto nell’ideare e scrivere la propria opera? È sempre la quarta di copertina a rispondere, in una maniera che ad alcuni lettori potrà apparire inquietante. Ad essere in causa, infatti, è una sorta di catabasi, «discesa verso la profondità, avvicinamento all’oscurità, esperienza della solitudine e della morte».

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Il cesto dei libri sulle acque, 2

Giuliano Mesa

“devi tenerti in vita, Tiresia,
è il tuo discàpito”

I. ornitomanzia. la discarica. Sitio Pangako

vedi. vento col volo, dentro, delle folaghe.
vedi che vengono dal mare e non vi tornano,
che fanno stormo con gli storni neri, lungo il fiume.
guarda come si avventano sul cibo,
come lo sbranano, sbranandosi,
piroettando in aria.
senti come gli stride il becco, gli speroni,
che gridano, artigliando, facendo scaravento, in muta,
ascoltane la lunga parata di conquista, il tanfo,
senti che vola su dalla discarica, l’alveo,
dove c’è il rigagnolo del fiume,
l’impasto di macerie,
dove c’è la casa dei dormienti.
che sognano di fare muta in ali
casa dei renitenti, repellenti,
ricovero al rigetto, e nutrimento, a loro,
scaraventati lì chissà da dove,
nel letame, nel loro lete, lenti,
a fare chicchi della terra nuova,
gomitoli di cenci, bipedi scarabei
che volano su in alto, a spicchi,
quando dall’alto arriva un’altra fame.

prova a guardare, prova a coprirti gli occhi.

Giuliano Mesa
Poesie 1973-2008
Roma, La camera verde, 2010

Due note di lettura

Giorgio Galli

Nel fermo centro di polvere”:
il canto di Marco Ercolani

Una silloge traversata da un’atmosfera di catastrofe e da colori freddi o autunnali. Presenza costante, il mare. Paesaggi marini che ricordano la pittura di Savinio, agitati da presenze ex-umane.

E’ Ercolani stesso a fornirci le chiavi d’accesso alla sua opera, rispondendo, in appendice, alle Tre domande indiscrete di Gabriela Fantato:

Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio -che è anche l’approdo- di sé.

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Il cesto dei libri sulle acque, 1

Antonella Anedda

a Zbigniew Herbert

E’ vero, l’allarme si alza dalle stelle
l’argento non ha luce sul barbaro grido di terrore.
L’imperatore ha spento il lume
ha chiuso il libro.
In basso la terra scuote l’orlo dei vasi e il ferro brucia
freddo sui fili. Lui dorme nel quadrato dei secoli
alti nel vento come aeree gabbie.
Non sente il bronzo del trono sulla nuca
né il rintocco dei chiodi sulle porte.
Dormirà per sempre.
Perciò sospendi tu la quiete
prova a rovesciare il dorso della mano
a raggiungermi nel nome di una lingua sconosciuta
perché parlo da un’isola
il cui latino ha tristezza di scimmia.
Un mare una pianura, nuvole di tempesta contro i fiumi
uccelli nel cui becco gli steli annunciano alfabeti.
Forse solo così – Zbigniew
può viaggiare il cesto dei libri sulle acque
così credo giunga la voce
la stretta del viso nell’orrore
fino a un’orma fenicia, a un basso scudo
privo – come il tuo – di luce.

Antonella Anedda
Notti di pace occidentale
Roma, Donzelli Editore, 1999

La città dolente

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Laure Gauthier
La città dolente
Trad. di Gabriella Serrone
Francavilla M., Macabor, 2018

Da Parigi alla situazione poetica italiana è come se la frontiera fosse estesa quanto la Grande Muraglia cinese. Char è distante dai confini attuali, le nuove generazioni non ne hanno coscienza, e si sottraggono a quelle letture non compromesse che dovrebbero sostare sulle loro scrivanie, e far riflettere sulla natura di ciò che oggi sembra avere la spina staccata. D’altronde chi ricorda oggi le avventure parigine di Henry Miller? Non certo coloro che avrebbero il dovere di stare allerta sulla scrittura, se mai gli ultimi ritardatari, frettolosi e attenti soltanto a derive pruriginose. La città dolente è un gioiello metamorfico cavato dalle caverne di Lascaux. È qualcosa che esiste ancor prima degli agglomerati urbani, e che guardava frontalmente le bizzarie naturali di foreste e sottoboschi percorsi da animali e abitanti ignari. Continua a leggere La città dolente

Il fratello della tigre

Yves Bergeret

Il fratello della tigre

La piena ha sradicato gli alberi,
li ha distesi sui cumuli di ciottoli bianchi
ma lui, fratello minore della tigre,
risale il corso del torrente.

Fiotti di grida confuse, laggiù a valle.
Grida stridule che il vento
macina, rimescola.
Si tratta soltanto di bambini?
Si chinano su qualche vortice,
raccolgono nei loro berretti
un poco d’acqua che pure grida,
la trasportano, la versano sull’argilla del tratto in secca,
il vento gonfia le camicie aperte.

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Questi fiori, questa lingua

Tomi Kontio

Svanisci di giorno in giorno
ti trasformi in storie che si ripetono, ma
non si accrescono più.
Troneggiano rinsecchite come i pini sulla roccia.
Senti le grida di tua madre da qualche parte.
Sogni di tuo padre,
che viene ad abbracciarti,
e lo credi figlio di tuo padre, tuo fratello,
colui che si è congelato sulla neve,
al quale amputarono i piedi
e che in seguito fu trovato
per terra nel suo monolocale la canna della pistola in bocca
come un’affermazione confessatasi dentro di sé.
Al mattino prepari la pappa d’avena
condendola con un’occhiata burrosa.
È talmente tanto tempo che sei solo
che hai lasciato entrare i morti nelle tue stanze.
Si muovono mentre mangi, dormi, respiri
ormai deceduti e sempre qui.

(Traduzione di Antonio Parente
Continua a leggere qui e qui)

Reparto C, Stanza N. 13

Reparto C, Stanza Numero 13

Tratto da:
Francesco Marotta
Hairesis (2007, 2016)

sotto il ventre dove il delta si schiude in
carne che riempie la bocca e
qui dentro sepolti di grida la pelle al macello s’accende
la morsa l’effetto un rosa discreto saluta la rena
come fosse un giardino che danza
una madre distesa sul fianco
che lega alle cose un vagito l’orma di un piede senz’aria

Continua a leggere Reparto C, Stanza N. 13

Raggi X

Roberto Bolaño

RAGGI X

[Tratto da:
Los perros románticos (I cani romantici)
“Quaderni di traduzione”, XII, 2012]

Se osserviamo ai raggi X la casa del paziente
vedremo i fantasmi dei libri sugli scaffali silenziosi
o accatastati nel corridoio o su comodini e tavoli.
Vedremo anche un taccuino con disegni, linee e frecce
che divergono e si intersecano: sono i viaggi in compagnia
della morte. Ma la morte, nonostante il superbo memorandum,
non ha ancora trionfato. I raggi X ci dicono che il tempo
si espande e si restringe come la coda di una cometa
all’interno della casa. La vita continua a dare i migliori
frutti. E così come il mare promise a Jaufré Rudel
la visione dell’amata, questa casa vicina al mare promette
al suo abitante il sogno della torre distrutta e ricostruita.
Tuttavia, se guardiamo ai raggi X l’interno dell’uomo
vedremo ossa ed ombre: fantasmi di feste
e paesaggi in movimento come contemplati da un aereo
che sta precipitando. Vedremo gli occhi che egli vide, le labbra
che le sue dita sfiorarono, un corpo emerso
da una tempesta di neve. Vedremo il corpo nudo
così come egli lo vide, e gli occhi e le labbra che sfiorò,
e sapremo che non c’è scampo.

La luce di taglio

Elio Grasso

Nota di lettura a:
Elisabetta Pigliapoco
La luce di taglio
Milano, Archinto, 2018

Sotto la luce conosciuta, quella che taglia nel profondo corporale, si staglia l’intenzione di Elisabetta Pigliapoco lungo l’orlo della voragine: luoghi, incontri, ansie, gli stessi fantasmi quando dopo un po’ di tempo fanno scrivere diari, taccuini, poesie, e risalgono l’onda dei poeti di una regione. Perché le Marche hanno alimentato a lungo la storia poetica, e ancora ci incantano con la forza, la democrazia, la loro testimonianza. Non mancano antologie e studi critici sotto varie angolazioni e prospettive, e la messa in atto prosegue. La luce di taglio esiste dopo anni di studio e riscritture, lasciando indietro i lustrini che aggirano (e raggirano) le più nobili confidenze dettate da quanto presiede la vera natura della poesia. Continua a leggere La luce di taglio

Undici pianeti

Mahmud Darwish

Ultima sera su questa terra
Nell’ultima sera su questa terra separiamo i nostri giorni / dagli alberi, contiamo le costole che porteremo con noi / e quelle che lasceremo, qui… Nell’ultima sera su questa terra / non salutiamo niente e nessuno, e non troviamo il tempo per completare quel che siamo. / Tutto rimane immutato, ma il luogo cambia i nostri sogni / e cambia i suoi visitatori. All’improvviso non siamo più capaci di ironia / e questo luogo è pronto ad accogliere solo la polvere… Nell’ultima sera / godiamo della vista dei monti avvolti nelle nubi: conquista… e riconquista. / Il passato affida al presente le chiavi delle nostre porte: / Conquistatori, entrate nelle nostre case e sorseggiate vino rosso / dalle nostre semplici poesie. Se è mezzanotte, noi siamo la notte / e non esiste più alcun’alba che un cavaliere possa portare/ giungendo dall’ultimo adhan… / Il nostro tè è verde e caldo, bevetelo! I nostri pistacchi sono freschi, mangiateli! / Ecco i verdi letti di cedro, abbandonatevi al sonno / dopo questo lungo assedio, e dormite sulle piume dei nostri sogni. / Le lenzuola sono preparate, i profumi aspersi sulla soglia, e molti sono gli specchi / in cui potete entrare… e allora entrate, noi usciremo tutti! Presto cercheremo / quel che era la nostra Storia accanto alla vostra Storia in paesi lontani, / e ci domanderemo alla fine: Dov’era l’Andalusia? / Qui o lì… sulla terra… o in una poesia?

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Mahmud Darwish
Undici pianeti
Cura e traduzione di Silvia Moresi
Sesto S. Giovanni, Jouvence Edizioni
Collana “Barzakh”, 2018
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L’ultimo editore

Dinamo Selignieri

Non capisco perché ogni volta che gli scrittori scrivono dei libri su quei futuri torbidi in cui è rimasto un solo uomo sulla terra, non capisco come sia possibile che guarda caso è proprio quello il protagonista del libro, l’ultimo uomo sulla terra! e non un altro che è morto a causa della morìa umana o magari un sasso o un albero o una scimmietta o un cagnolino che non c’entrano niente con quell’uomo e si trovano a venti ore di aereo da lui.
Anche in questa novella si vorrebbe scrivere che sulla terra c’è stata una morìa delle vacche e poi una morìa delle persone e quindi una morìa dei poeti e degli scrittori; c’è stata anche una morìa degli editori tranne uno che pare continui a stampare libri anche se non c’è più nessuno che li legge (perché prima della morìa c’era qualcuno che li leggeva?). E’ ufficiale: è l’ultimo editore sulla terra.
Ci piacerebbe parlarne ma purtroppo siamo troppo lontani da dove stampa. E non ne sappiamo nulla.

Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto.

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