La testa di Paul Verlaine

Jean-Michel Maulpoix

      La testa di Paul Verlaine

    Il primo gennaio alle tredici un piccione si è posato sulla testa calva di Paul Verlaine.
    Anche quest’anno non nevicherà. Arthur continua a camminare rasente i muri. Ha con sé uno zaino di cuoio.
    Marie ha due buchi rossi sul fianco destro. Dorme. Il mento contro il petto. Un bel sonno da immagine dipinta.
    Il sole entra dalla finestra. Le mie giornate sono caratterizzate dalla prosa. Il mondo mi porta notizie.
    Leggo nei giornali frasi senza testa né coda, storie di omicidi e di bombardamenti.
    Passo in rassegna le disgrazie degli altri come un erbario di piante morte e di lacrime essiccate. Continua a leggere La testa di Paul Verlaine

    “Fate presto”

    Paolo Saggese

    […] Sandro Pertini riuscì a smuovere una solidarietà nazionale, che sarebbe stata unica nella storia nazionale: allora, grazie alle sue parole, a quel “Fate presto” riproposto a caratteri cubitali dai giornali dell’epoca, l’Italia si sentì unita. Per la prima volta sugli schermi e sui quotidiani apparvero nomi prima sconosciuti: l’Irpinia non era semplicemente “vicino Napoli”, era un luogo preciso, il luogo del cratere, e con essa risuonarono comuni dai nomi esotici quali Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Torella dei Lombardi, San Mango Sul Calore, e con essi Laviano, Balvano, Muro Lucano. L’Italia scoprì una terra sconosciuta, “Cristo” non si era più fermato ad Eboli, era andato sino al centro dell’Appennino.
    E oggi risuonano con eguale forza quelle parole: “Perché un appello voglio rivolgere a voi italiane e italiani, senza retorica, un appello che sorge dal mio cuore, di un uomo che ha assistito a tante tragedie, a degli spettacoli che mai io dimenticherò di dolore e di disperazione in quei paesi. A tutte le italiane e italiani, qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutte le italiane e italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi loro fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”.

    (Leggi l’articolo di Paolo Saggese,
    Pertini e la volontaria di Milano,
    su Poliscritture)

    Esercizi per accorgersi del mondo

    Livio Borriello

    vacillamenti della città avellino

    Nel mondo rappresentato in cui viviamo, i parametri della positività sono diventati la visibilità e il potenziale di eccitazione psichica. Una catastrofe, una tragedia, può diventare dunque un evento positivo, e tale fu per Avellino il terremoto dell’80. Da oscurissima città di provincia, Avellino divenne per un decennio una città decisiva sul piano politico e sociale, accrebbe enormemente il reddito pro-capite, venne alla ribalta della vita pubblica, insomma da allora cominciò ad essere modernamente, mediaticamente. Preceduto da Sullo, arrivò De Mita, che dominò una lunga stagione, poi Nicola Mancino, i ministri e plenipotenziari vari Maccanico, De Vito, Gargani, Zecchino, Bianco che fu presidente della DC, fino ai rampolli Rotondi e Pionati… lo stesso Mastella fu una geminazione di De Mita. La tv era in mano a Biagio Agnes, che insediò i Marzullo e i Pionati, alla protezione civile c’era Elveno Pastorelli, avellinese di fatto, i servizi segreti erano zeppi di irpini, ai vertici del Vaticano l’altro Agnes, Mario. Continua a leggere Esercizi per accorgersi del mondo

    Tacere

    Pierre Tal Coat, Se rejoignant (incisione, acquatinta, 1980).

    Se taire.
    Faire silence pendant des heures. Non pour se taire mais pour qu’il y ait à nouveau une rencontre de mots, un apaisement du langage, la présence d’au moins quelqu’un en l’absence de tous. Il n’y a souvent que peu à dire. Car même si l’on connaît la maison, on ne sait pas où est allé l’habitant.

    Tacere.
    Fare silenzio per ore. Non per tacere, ma affinché nuovamente accada un incontro di parole, una pacificazione del linguaggio, la presenza di almeno qualcuno in assenza di tutti. Spesso non c’è che poco da dire. Perché anche se si conosce la casa non si sa dove sia andato l’abitante (traduzione mia, A. D.)

    Thierry Metz, L’homme qui penche, Éditions Unes, Nice 2017.

    Storia del blu

    Pierre Tal Coat, Comme si en marche (acquaforte e acquatinta, 1980).

    Le bleu ne fait pas de bruit.

    C’est une couleur timide, sans arrière-pensée, présage, ni projet, qui ne se jette pas brusquement sur le regard comme le jaune ou le rouge, mais qui l’attire à soi, l’apprivoise peu à peu, le laisse venir sans le presser, de sorte qu’en elle il s’enfonce et se noie sans se rendre compte de rien.

    Indéfiniment, le bleu s’évade.

    Ce n’est pas, à vrai dire, une couleur. Plutôt une tonalité, un climat, une résonance spéciale de l’air. Un empilement de clarté, une teinte qui naît du vide ajouté au vide, aussi changeante et transparente dans la tête de l’homme que dans les cieux.

    L’air que nous respirons, l’apparence de vide sur laquelle remuent nos figures, l’espace que nous traversons n’est rien d’autre que ce bleu terrestre, invisible tant il est proche et fait corps avec nous, habillant nos gestes et nos voix. Présent jusque dans la chambre, tous volets tirés et toutes lampes éteintes, insensible vêtement de notre vie.

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    Requiem di guerra

    Franck Venaille

    “mistero della poesia che porta in sé questo slancio
    questo richiamo alla vita
    fin dentro l’arena dove gli uomini,
    ben presto, dovranno
    morire”

    (Testi tratti da Requiem de guerre, 2017)

    Ho deciso di morire prima di nascere. Altrimenti è impossibile andare avanti. Qualcuno doveva dare l’esempio. Dovevo farlo. Ho mischiato la mia voce a quella degli altri. Fino ad allora era impensabile. Povero tra i poveri. Non è possibile. A volte parlavo con un cane. Gli tiravo il guinzaglio affinché si avvicinasse e sentisse meglio quello che gli dicevo. Devo rivelare tutto. Raccontare la storia della medicina. Perché io? Perché ho saputo rinunciare alla vita in tempo. Continua a leggere Requiem di guerra

    Per Annamaria De Pietro

    È venuta a mancare in questi giorni Annamaria De Pietro, poetessa di raro spessore e persona squisita per gentilezza e riservatezza (dico questo per diretta esperienza personale); ripropongo un mio intervento che avevo pubblicato tempo fa su Carteggi letterari; tra i molti libri di cui ho scritto in passato questo Venti fusioni a cera persa è uno dei pochi che ancora conserva per me valore (un grandissimo valore, anzi) e che non mi ha fatto pentire di avergli dedicato tempo e attenzione. Annamaria mi mancherà tantissimo, come artista e come persona e mi auguro che l’eccelsa res publica poetica italica si accorga di questa perdita.

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    Scritto 44

    Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere)

    Si posa, delicatissimo, lo sguardo di Wallace Stevens su di un gruppo di suore che dipingono in riva a un lago – o meglio, è, direi, lo sguardo della scrittura a posarvisi, la quale deve, attraverso le parole e il loro ritmo, far vedere allo sguardo della mente quelle suore che dipingono.
    E le suore vedono, a loro volta, sé stesse dipingere e il loro dipingere è pensare, è sentire il proprio pensare e guadagnare consapevolezza del sentire e del pensare, riconoscendosi parte di un tutto.
    Felicità del sentirsi pensare.
    Dipingere ninfee significa cogliere il variare della stagione, spiare il dischiudersi dei germogli, le sprezzature della luce. Continua a leggere Scritto 44

    La complicità del plurale

    Marco Bellini

    Anche tu hai scritto
    con le molte ore di lavoro e dei campi.
    La pergamena tra la nuca
    e dove il collo diventa schiena
    gli scavi del sole fitti di memoria
    come gli anelli distesi nel tronco
    del castagno avanti casa.
    Stupito ti guardavo e vedevo
    imprevista, un’incisione verticale
    deporre nella pelle
    il riassunto di un crocifisso

                      (da La complicità del plurale, di Marco Bellini)

    ___________________________
    Due “letture” dell’opera:
    di Antonio Devicienti
    e di Marco Ercolani.

    Quattro sentieri per immaginare

    Antonio Devicienti

    […] Immaginare è, per Massimo Rizzante, il liquido amniotico in cui nascono il pensiero e la sua eticità, perché immaginare per lui non è affatto un andare alla deriva o un navigare a vista tra i continenti del sogno e dell’invenzione, ma la capacità, che è anche sentimento dell’esistere, di accogliere dentro di sé il mondo e le persone che lo abitano. Questo, infatti, è soprattutto un libro popolatissimo di individui, dei loro pensieri, dei loro sentimenti e delle loro storie, che con coraggio fa i conti con la Storia, che per Rizzante è sempre un mostruoso, immane mattatoio che, spesso, dilania quei medesimi individui.

    (Continua a leggere su Doppio Zero)

    Scritto 43

    Irma Blank: Orizzonte, 2005 (penna a sfera su poliestere)

    Lo chiamava compartir la mirada, condividere lo sguardo. Nacquero così due libri: viaggiavano insieme, lui (Miguel Falces) guardava e fotografava, e lui (José Ángel Valente) guardava e scriveva. I luoghi di San Juan de la Cruz e quelli del Parco naturale di Cabo de Gata entrarono nelle fotografie e nelle parole, nei due sguardi: Las ínsulas extrañas. Lugares andaluces de Juan de la Cruz (1991) e CABO DE GATA. La memoria y la luz (1992).
    In occasione del terzo libro il poeta è ammalato e non può muoversi da Almería. Il fotografo viaggia, realizza scatti di luoghi in cui lui e il poeta erano stati insieme, stampa e porta all’amico le fotografie; questi guarda, sceglie, scrive direttamente sulle foto; nasce così il terzo e ultimo libro comune: José Ángel Valente. Para siempre: la sombra (2001).
    Isole del silenzio, luoghi della memoria e della poesia, la luce, l’ombra, l’amicizia, lo sguardo condiviso.
    L’andare del corpo che viaggia, della mente che guarda, dell’amicizia che fotografa e scrive. Scritture.

    Contro i “like” compulsivi e automatici

    Dal sito della Casa Editrice Laterza riporto la scheda dedicata al libro di Alberto Maria Banti La democrazia dei followers:

    Dilagano le disuguaglianze, la nostra vita è sempre più precaria, l’ascensore sociale si è rotto. Eppure, invece di indignarci e lottare, passiamo il tempo a mettere like su Facebook e a seguire l’influencer più in voga. Come mai? Alberto Mario Banti, uno degli storici italiani più innovativi e originali, propone una provocatoria interpretazione del nostro tempo, capace di tenere insieme economia, cultura di massa, politica e psicologia sociale.

    Le politiche neoliberiste degli ultimi decenni hanno arricchito una minoranza, approfondendo le disuguaglianze e riducendo la mobilità sociale. Eppure a questo stato di cose non corrisponde una reazione di massa, come se le persone fossero impoverite non solo materialmente e fossero incapaci di immaginare un altro scenario. E in effetti, sul piano politico nessuno mette veramente in discussione la logica del ‘libero mercato’, che viene considerata una legge di natura. La destra sovranista – con Salvini e Meloni – ha aggiornato la retorica nazionalista ottocentesca indicando negli immigrati e nell’Europa i nuovi capri espiatori. La sinistra ha passivamente seguito, illudendosi di poter dare una versione ‘progressista’ del patriottismo. Entrambe le parti politiche, in Italia come in tutto l’Occidente, si trovano perfettamente unite nell’accettare il ‘culto neoliberista’ della performance e della vita come competizione per il successo individuale. Questa narrazione ha trovato una potente linfa a suo sostegno in una cultura di massa – sapientemente alimentata dalle grandi corporation dell’intrattenimento – che ha eliminato ogni aspetto tragico della realtà, portando il pubblico a credere a una dimensione inverosimile e infantile in cui il bene trionfa sempre e il male viene punito. Una continua produzione di favole che incantano e alla fine inducono ad accettare passivamente ogni iniquità e ogni sfruttamento.

    La grotta silenziosa

    Yves Bergeret

    Il dialogo creativo tra me e Maya Mémin ha avuto inizio trent’anni fa, e non si è mai interrotto. Insieme abbiamo spesso esposto in Bretagna e a Parigi e realizzato nella sua stamperia a Rennes parecchie edizioni di libri per bibliofili. Ho sempre sentito e compreso il lavoro di Maya Mémin, grazie alla maestria del colore a stampa, come la traccia di luce che ci offrono lo spazio, il mondo e la vita con le loro grandezze e i loro inciampi, le loro libertà e le loro profondità, che Maya Mémin depone sulla carta facendo girare la grande ruota della sua macchina stampatrice.
    Philippe Miénnée, che ci ha riuniti per la sua rivista, ci dà la possibilità di far capire che un’opera non è certamente il frutto della rilucente sensibilità di qualche essere tutto compreso nella sua interiorità, che se ne sta in disparte, lontano dal mondo; ma che, al contrario, essa è una domanda senza compromessi sull’impressione che il mondo, in faticoso travaglio, lascia sul nostro corpo e sul nostro spirito; una domanda sullo slancio che ci piacerebbe imprimere al movimento della parola e della vita in cammino nel mondo, una domanda sull’impressione semplicemente umana che vorremmo suggerire alle nostre sorelle e ai nostri fratelli compagni di strada, tenaci e liberi costruttori come il tipografo e come noi stessi.

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    Nell’esilio / Franck Venaille, René Daumal

    Scrive Franck Venaille in C’est nous les Modernes (Flammarion, Paris 2010, pagg. 7 e 8): «Je suis de l’écriture. Dans l’écriture. C’est mon seul bien. Écrire m’a fait. Écrire m’accompagnera jusqu’à la fin. Écrire coordonne ma vie».

    Le edizioni Prova d’Artista / Galerie Bordas di Venezia dirette da Domenico Brancale stampano proprio in questi giorni di Franck Venaille Tre fasi di uno stato di costrizione e di René Daumal La seta – entrambi i testi appaiono nella traduzione di Bruno di Biase.

    Il passo e l’eco della scrittura mi accompagnano in queste settimane riverberando da due luoghi d’Europa eccelsi per memorie e capacità di creazione artistica (Venezia e Parigi), s’inarcano tra due rive linguistiche (due rive ci vogliono traduceva Vittorio Sereni un luogo di René Char), chiamano altre voci, altri passi, altri orizzonti.

    Il passo dell’obbedienza

    Marco Ercolani

    Nota di lettura a:
    Laura Corraducci
    Il passo dell’obbedienza
    Bergamo, Moretti & Vitali, 2020

    L’ultimo libro di versi di Laura Corraducci, Il passo dell’obbedienza (Moretti & Vitali, 2020) è un affresco potente, insieme lirico e civile, della resistenza umana e personale a disastri diversi: guerra, follia, malattie, dolori. Come osserva Giorgio Galli: «Alla vastità, ma anche all’unitarietà, del progetto corrisponde la struttura musicale del libro, basato su ritorni di nuclei tematici e di immagini-guida, come in una sinfonia di Bruckner dove tutto eternamente si ricrea e procede a partire da alcuni nuclei germinali». Aggiungerei, a questa osservazione, una riflessione conseguente: la struttura poematico-musicale dell’intero libro, diviso in cinque sezioni, si presenta con poesie brevi e compatte totalmente prive di punteggiatura, che proprio nel loro articolarsi in un continuum non scandito da punti o virgole modellano un discorso che inizia sempre e non finisce mai, fra impennate, pause, slanci, variazioni e ritorni al tema, dove la voce del poeta è ora sussurro lirico ora descrizione straziata ora affabile ellissi. Il lettore si trova trascinato nel ritmo, morbido e incalzante, sempre sicuro e ampio, del libro:

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    Il nero, la Sicilia, la parola

    Desidero iniziare a scrivere di Black Sicily (Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2020) di Fernando Lena dicendo subito che, a mio parere, un libro di poesia riuscito è un libro che si distingue per qualità stilistiche ed espressive, perché non ha eluso quella che per me è l’irrinunciabile necessità di passare attraverso e oltre un vero e proprio stretto, pericoloso e insidiosissimo: quello cioè che contemporaneamente separa e avvicina il continente dell’esperienza personale, del mondo interiore di chi scrive e il continente della convincente realizzazione linguistica, strutturale, espressiva – troppi autori hanno preteso e pretendono di alimentare i propri testi con il loro portato di storia esistenziale e interiore, pochi, pochissimi hanno scritto poesia, hanno saputo attraversare lo Scill’e Cariddi (per dirla con Stefano D’Arrigo), cioè quel pericoloso imbuto che permette, poi, di navigare transitando da un mare all’altro, com’è, in effetti, del dire in poesia: transitare da quello che, alle mie spalle, mi spinge a scrivere verso il futuro prossimo e poi anteriore dei testi realizzati. Continua a leggere Il nero, la Sicilia, la parola

    [PER ARA GÜLER CHE FOTOGRAFAVA ISTANBUL]

    …e sarà per un cortile turco-bizantino, certamente, questa scrittura.

    la bottega delle bambole e il bulbo della lampadina accesa (anche di giorno) dove Imperatrici del Giappone seducono la penombra che, risaliti cinque gradini del seminterrato, ha luccichii di Bosforo, funambola lungo ringhiere forse transfughe da navi alla fonda al largo.

    le cantine e casse colme dei quaderni per i compiti di anni scolastici andati o telai di biciclette appesi ai muri, processioni di bizantina solennità, silente immobile incedere da miniato salterio o da piastrelle dipinte in lettere ottomane.

    i cavi bianchi fissati ai muri, sottilissime gomene calate dalle antenne in cima ai tetti e sparenti all’improvviso nei muri, sempre all’altezza delle cucine.

    ballatoi pigiati di stendini di corda o tricicli di metallo o mastelli di plastica, oggetti restituiti a una loro umile litania e per questo commossa.

    Un altro Salento: su “Io sono la bestia” di Andrea Donaera

    Non discuterò qui né della trama né della caratterizzazione dei personaggi, ma del linguaggio e dello stile dell’opera di Andrea Donaera Io sono la bestia (NN editore, Milano 2019): è mia convinzione che il libro s’imponga non solo in ragione di un racconto avvincente e originale, ma, ancor più, proprio in forza del suo impianto linguistico e del montaggio narrativo – penso sia facile lasciarsi coinvolgere profondamente dal racconto (a me è successo di averlo letto in poche ore senza sapermene staccare), ma perpetrerei un’ingiustizia nei confronti dell’autore se mi fermassi qui, poiché, a una riflessione più ponderata e lucida, sono proprio le virtù dello stile e del linguaggio a costituire il valore decisivo dell’opera perché linguaggio e stile ne portano alla luce i significati profondi. Continua a leggere Un altro Salento: su “Io sono la bestia” di Andrea Donaera

    Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto.

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