Stella polare

stella polare

l’infanzia le farfalle mi uccisero gli occhi
forse come le pezze che piangono nel mezzo
perdendo l’accogliente ciclone
perché anche la poltiglia è semplice

la donna perfettamente tesa come per polvere
di un ragno spaventato dalla bocca
la fronte si è abbassata
fino all’assalto delle tenaglie
sono venuto qua
dico vado e vado a colpire quei pali
e nulla il tempo

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Fragmenta, 2

Di fronte alla sera
gli uccelli calano lenti
come pietre rivestite di piume.

E’ il peso che basta

per avanzare nell’ombra

senza sentire il morso del suo grido.

*

Solo chi si inoltra nel rovescio del cielo
sente la stretta materna della terra –

il respiro della sua parola muta.

Somigliare l’albero –
è questo il legame profondo che reclama ogni cosa

al suo apparire.

*

Il senso che accade è la serpe oscura in movimento.

Se tenta il sole
è per scavare nuove zone d’ombra.

Dove crescere.

Mutare pelle.

Migrare.

L’ospite

Oggi pomeriggio a Mestre, presso il Centro Culturale Candiani che ospita la seconda edizione di Congiunzioni – Festival di poesia, scrittura e videoarte, ci sarà anche lui, Soumaïla Goco, l’intagliatore di pietre dei destini, il griot maliano “ucciso, che non muore mai“. Se siete da quelle parti, andate ad ascoltarlo, parlerà con la voce e le parole di Yves Bergeret. In caso contrario, ovunque voi vi troviate, ponetevi in ascolto del vento – al quale un giorno fece dono delle sue corde vocali.

Parfois le vent se libère et remonte à toute allure
le temps, l’histoire, le fil du récit.
Parfois le vent fait tourner plus vite le jour et la nuit
et même la terre et le cycle perpétuel des images,
des mélodies et des mythes.
Parfois le vent. Parfois.
Lui se tient face au vent jambes écartées,
il donne ses cordes vocales au vent.

La force de migrer prend forme alors.

Fragmenta, 1

Ogni volta che scrivo

conservo una parola per la neve.

Di fiori e di alveari
la memoria che insegno alla mia lingua.

*

Me ne andrò di notte.

Indossando occhi bambini che non ricordo.

Per ascoltare il tempo spegnersi
nello sguardo che senza me

rimane.

*

Apprendi che la tua orma respira

solo quando il soffio che muove
dalle labbra del vento

la cancella.

Quando la luna cade nei laghi

Helga M. Novak

QUANDO LA LUNA CADE NEI LAGHI
tra il calamo aromatico e il ratto d’acqua
anch’io cado

quando il nocciolo si china
greve sopra muschio e letti di aghi di pino
anch’io mi inginocchio

quando il capriolo dallo zoccolo dorato
sprizza scintille sui ciottoli di ghiaia
mi levo in piedi

quando l’azzurro piumaggio si disperde
su larici e corone di pini
mi alzo in volo

(da qui)
(Effigie Edizioni)

Quaderni di traduzioni (XXXIIII)

Quaderni di Traduzioni
XXXIII. Ottobre 2017

Yves Bergeret

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Poèmes et proses de Naples (2017)
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Sirene

Caterina Pardi

primi metri

l’osso punta affonda
nel materasso:
anca, caviglia, ginocchio
nuove articolazioni
pronte per essere usate
(la coda non c’è più)
più tardi inquieta
si abitua al verde
le gambe seminano pazienza
nello spazio di un temporaneo recinto

attende
che la luna scavi chiare vie
si tratta di capire
come muoversi senz’acqua:
sul terrestre fondo
gli intervalli sono marcati
da una forza che trattiene i passi

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Caterina Pardi, Sirene
Riflessione critica di Giorgio Bonacini
Immagini di Albano Morandi
Verona, Cierre Grafica/Anterem Edizioni
Collana “Opera Prima“, 2017
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Waiting for the party

Nella sua storia lunga ormai ben 10 anni, La Dimora del tempo sospeso ha pubblicato più di 3.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica, con quasi 30.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La Redazione, composta attualmente da 250 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Marcallo con Casone e Pollena Trocchia, quest’anno sente il bisogno, e non si capisce bene perché, di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci (di dentro e di fuori), suscitare dibattiti ed esteriorizzazioni dal vivo, senza escludere scazzottate e lancio di oggettistica e cibarie varie e/o avariate. Per l’occasione ha scelto la moderna cornice di Casa Vostra, che domenica 24 e lunedì 25 dicembre 2017 aprirà le sue stanze (sgabuzzini, solai e cantine compresi) con grande disponibilità a parenti e amici, soprattutto quelli coi quali avete dei conti in sospeso. La scaletta dell’evento, UNA RETE DI SCORIE – SCORIE RACCOLTE IN RETE, la deciderete voi, soppesando con attenzione il numero degli invitati e la quantità di posate (soprattutto coltelli) che avete in casa. Dei numerosi redattori non parteciperà NESSUNO, ma solo perché in quei giorni sono tutti impegnati in un pellegrinaggio devozionale a Quarto Oggiaro già programmato da tempo. La meta è la chiesa dove fu ordinato scrittore il beato Giovanni da Morettino, con l’adiacente parco pubblico che l’amministrazione metropolitana ha voluto meritoriamente dedicargli. Mandateci dunque i vostri resoconti della due giorni (anche in video) e teneteci aggiornati sugli eventi, in particolare sul numero dei feriti, dei contusi e dei confusi.

Il critico

E che facevano, diranno i saputi e sàpidi lettori, i critici letterari in quel tempo in cui regnava la nonletteratura? Oh, facevano molte e belle cose, e nell’insieme non se la passavano male, anche se non senza discontinuità. Erano acuti, e si rallegravano reciprocamente della loro acutezza; erano finissimi analisti degli affetti, e pertanto avevano una epidermide delicata assai, specie sui polpastrelli del pollice e dell’indice, che soffregavano, occhi socchiusi, a indicare sensazioni fini troppo, e d’assai, per essere dette; altri, sguardo gelido, voce monotona, spiegavano facoltà analitiche e sintetiche da far meraviglia; facevano per l’aria segni a indicare cose che non sapevano, ma che parevano autorevoli e illuminanti. Inventavano parole, e ciò non sarebbe stato male, giacchè a quel tempo c’era scarsezza di parole, e la gente se la cavava con ruvidi brontolii; ma le parole che essi inventavano erano tutte in funzione della nonletteratura, e pertanto non erano di uso comune per cacciatori e pescatori, né per le loro mogli. Continua a leggere Il critico

Il recensore

Il recensore è sempre stato, è, e sarà sempre un demente. Ma la sua demenza è esagitata, losca, precipitosa, acre, sibillina, astuta, allusiva, mentirosa, inane, futile, dispersa, stulta, erudita, misteriosa, sottovoce, lamentosa, insinuante, accusatoria, ironica. Il recensore non è autorizzato ad avere idee, concetti, calma e distensione e gatti, giacché in tal caso si rifiuterebbe di fare il recensore. Egli ha solo bisogno, assoluto, drogato bisogno, di avere per le mani un libro; non è neppur necessario che lo legga tutto; che lo legga per la maggior parte; che lo legga per la minor parte; che ne legga altro che il titolo e la bandella; può bastargli fiutarlo, sedercisi sopra – egli è di culo finissimo – toccare a occhi chiusi la costa, leccare la colla. Il buon recensore perlegge, il medio leggiucchia, il malo maliziosamente compita parola e parola, o tralegge così da districar le dispari dalle pari; le sue parole saranno ambigue, unte, affettuose, velenose, affettuose, venefiche, affettuose, assatanate. Continua a leggere Il recensore

Né qui né altrove

Luigi Sasso

Né qui né altrove

Su Il mese dopo l’ultimo
di Marco Ercolani

Ogni autentico scrittore interroga il linguaggio, ne esplora le potenzialità e i confini, lo trasforma, ce ne offre un’immagine nuova, che insieme ci sorprende e ci inquieta.
Si ha la sensazione, leggendo Il mese dopo l’ultimo, che per Ercolani le parole non possano esaurire tutta la realtà, tutta la sua stratificata e proteiforme configurazione. Resta sempre qualcosa di non detto, una cornice di silenzio percorre le frasi ogni volta che le parole si dispongono sulla pagina. C’è un’insufficienza che non deriva da una scarsa abilità del narratore, ma dalla natura del mezzo impiegato. Probabilmente uno dei modi di definire la letteratura è proprio quello di un linguaggio che non nasconde, ma al contrario rivela i suoi limiti «La lotta fra silenzio e parola fa emergere l’opera come lampo sulle rovine – come luce nera su macerie bianche. E così moltiplica il segreto». Continua a leggere Né qui né altrove

Dal frammento al Libro

Luigi Sasso

Dal frammento al Libro
(Su Insistenze
di Giuseppe Zuccarino)

Scrivere, fallire

Scrivere, sosteneva Samuel Beckett, è un modo di fallire. L’attività dello scrittore – ma la cosa è facilmente verificabile anche in altri campi della ricerca artistica, nella pittura, per esempio, o nella scultura – è, perlomeno in epoca moderna, inesorabilmente votata allo scacco. L’artista è definibile come colui che non solo non può prefiggersi il successo, non solo non può sperare di raggiungerlo, ma assolutamente non deve. Egli ha l’obbligo di restare fedele al suo destino. Il compito che si è assunto, quello di restituire – pensiamo a Cézanne o a Giacometti – la cosa com’è e nel contempo come egli la vede, è troppo arduo, è impossibile. Evitare il fallimento non sarebbe una vittoria, ma, appunto, semplicemente l’abbandono del campo, la rinuncia a giocare la partita fino in fondo, un modo di tradire se stessi e soprattutto l’opera intrapresa e interminabile. Continua a leggere Dal frammento al Libro

Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto.

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