Note per una Critica futura – di Biagio CEPOLLARO

Le Note per una Critica futura sono state pubblicate in http://www.cepollaro.splinder.com/archive/2006-04 nel mese di aprile 2006.

Il testo è ora disponibile anche in formato E-book presso http://www.cepollaro.it/NotCriTe.pdf

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Nota 1

Cosa vuol dire, leggendo della poesia, fare poi della critica? Cosa vuol dire oggi, in un tempo in cui il testo come entità semiologica, tende ad avere diverso statuto, incalzato dall’oralità secondaria della telematica e dall’utilizzo di altri media, diversi dal libro, con relative implicazioni?
Paradossalmente l’esteriorizzazione a cui sembra richiamare il mutamento del paesaggio tecnologico, invita, può invitare, ad una concentrazione maggiore sull’atto di lettura (a monitor, su foglio appena uscito dalla stampante, su pagina densa di libro)…
Così come nelle città del Nord, freddissime d’inverno, ha sapore e importanza particolare, ritrovarsi insieme al chiuso, magari a cantare, di certo a bere…
Ma è condizione nuova ed è tutta da riconfigurare.
Occorre, tra l’altro, indagare sul senso da dare, o da ritrovare, a quel termine concentrazione, che potrebbe rivelarsi, in profondità e sorprendentemente, come il suo contrario apparente: dispersione. Esiste insomma una dispersività che, invece di disperdere, raccolga, che raccolga proprio nel senso etimologico, nel senso eracliteo?

Nota 2

Le dimensioni a cui un testo poetico allude, il crocevia di informazioni in cui consiste, anche quando si irrigidisce in una pretesa autoreferenziale, anche quando esibisce la sua letterarietà come un luogo atemporale e impermeabile, sono troppo presenti perché sia possibile ignorarle.
Certo, vi sono testi che indicano questa molteplicità di attraversamenti, altri testi che addirittura mimano il caotico sovrapporsi di informazioni, ma il punto è sempre, per chi legge, riuscire ad individuare il punto di vista, la posizione, il contributo di intelligenza che non è calco ma fattura originale dell’autore.
Perché dall’altra parte del testo c’è un autore: qualcuno che ha ridotto la molteplicità ad una serie di scelte discrete: ha scelto per noi un lessico, una sintassi, una ritmica. Oppure si può dire che da queste cose è stato scelto. Se si dice in questo secondo modo, la ragione sta nel fatto che si sottolinea la parte non consapevole dell’agire artistico. Dunque alla fine il paradosso di un agire non consapevole capace di questi attraversamenti molteplici…
E allora da dove origina uno stile piuttosto che un altro? Una selezione lessicale, sintattica, ritmica, piuttosto che un’altra? Il critico dovrebbe, tra l’altro, forse mostrare proprio la necessità di questa riduzione (la configurazione formale): in questa sottrazione di possibilità, tra l’altro, sta il segreto dell’efficacia di quella allusione alla molteplicità di dimensioni…

Nota 3

Le convenzioni letterarie, e in genere, le strutture che permangono nel tempo, riconoscibili socialmente come arte, le fondamenta antropologiche della poesia, sopravvivono attraverso i secoli e le tecnologie, mutando continuamente, non solo nell’utilizzo dei materiali ma anche nelle funzioni.
E così da un certo punto di vista l’oralità primaria delle epoche prima dell’invenzione della scrittura e della stampa, e l’oralità secondaria indotta dalle nuove tecnologie, non sposterebbero nulla di fondamentale per quel che concerne il ‘fenomeno di lunga durata’di cui parla Inglese che è l’arte o la poesia, in questo caso.
Eppure le convenzioni di volta in volta devono essere animate per poter vivere; il rito continuamente deve rinnovarsi come esperienza di qualcuno, anzi come esperienza di più di uno…
Ed è da questo lato, dal lato di chi rinnova il rito, dal lato delle sue concrete circostanze storiche peculiari, che la nostra attenzione si sposta, quando si formula la domanda intorno a quel leggere, che definiamo critica.
La critica sarebbe innanzitutto un atto di lettura che attualizza, in senso letterale, una ritualità dell’immaginazione e del pensiero. Ma i modi dell’immaginazione e del pensiero sono sempre legati a contesti peculiari: forse è proprio questo lo specifico di una critica che riemerga come bisogno, bisogno di tratteggiare delle peculiarità .
Chi fa la poesia sente oscuramente che i modi della critica, cioè i modi della lettura, devono rinnovarsi nel rinnovarsi dei contesti…Ogni atto di lettura ripercorre le scelte, le prospettive complessive a partire dalle quali le selezioni (lessicali, sintattiche, ritmiche, metriche etc.) si sono realizzate. Questi punti di vista si àncorano alla radice doppia del dentro e del fuori, della molteplicità degli attraversamenti e delle scelte compiute: tutto ciò va ripercorso accettandone le sollecitazioni, amplificando questo o quell’aspetto dell’insieme.
Rispondere a tali sollecitazioni (di immaginazione e pensiero) significa, tra l’altro, leggere; ricostruire il punto di vista significa, tra l’altro, interpretare: aggiungere una chiave al mazzo delle esperienze possibili.

Nota 4

L’atto di lettura del critico, nella sua imprevedibilità di esperienza, resta comunque un gesto disciplinato. Innanzitutto diventano assai problematiche le classificazioni che veicolano, in modo più o meno implicito, delle ipostatizzazioni e delle ontologizzazioni del testo. Le classificazioni nascono soprattutto dall’esigenza economica di produrre dei segni che hanno funzione distintiva, ma l’atto di lettura come ‘esperienza di qualcuno, anzi come esperienza di più di uno’, come si diceva nella Nota 3, segue non una logica dell’economia ma una logica della moltiplicazione e dell’amplificazione semantica per risonanza. Non si tratta, leggendo, di ridurre i molti all’uno ma al contrario di moltiplicare la prodigiosa sintesi in cui consiste il testo, nella molteplicità degli esiti possibili: la ritualità dell’immaginazione e del pensiero è , tra l’altro, proprio questo rispondere del lettore, questo ripercorrere, a partire dalla configurazione formale del testo, le scelte e gli esiti possibili di quelle scelte.
Leggere è insomma un lasciar risuonare una chiave provando ad aprire altre porte, già comprese nel testo, ma ancora silenti. In questo senso il testo importa soprattutto per quel che non dice, non perché non l’avrebbe mai detto, ma perché ciò che ha detto attendeva il lettore per poter esser ascoltato, per risuonare. Ecco perché in una poesia, precisa nella sua configurazione formale, ogni elemento è semantizzato.

Nota 5

In un certo senso la critica negativa non ha motivo di esserci. L’atto di lettura è promessa di esperienza e l’esperienza che si ritiene non valida, non significativa, è un’esperienza interrotta, morta al suo nascere, come un passo che non segue l’altro. Il critico non ha motivi per censurare, semplicemente smette di leggere. Censurare comporta un passaggio dal piano dell’esperienza della lettura a quello delle razionalizzanti ipostasi del gusto. Questo è il nodo che permette all’ideologia di sostituirsi all’atto di lettura finendo per adulterare l’intero processo.
L’atto ‘positivo’ del critico, come lasciar risuonare una chiave provando ad aprire altre porte, non abbisogna di sostegni esterni, ideologici, gli strumenti di cui fa uso sono subordinati all’esperienza che va facendo, così come scarponi, corde, e altro necessitano a chi va per monti.
Alla fine della lettura ci sarà ancora il testo e la sua moltiplicazione, la risposta, l’attualizzazione di possibili sensi, mentre nel caso della critica negativa, della censura, il testo non c’è più e vi sono soltanto ribaditi i punti di partenza del critico, le sue convinzioni più o meno sclerotiche, i suoi fantasmi identitari.
L’ascolto di chi legge è già un rispondere se leggere è appunto riattivazione di una ritualità dell’immaginazione e del pensiero.
L’atto di lettura, insomma, o avviene o non avviene. L’esperienza o avviene o non avviene. Ma se non avviene non vi sarà nulla da dire, così come degli innumerevoli eventi di una giornata nessuno fa cenno perché ritenuti non pertinenti.
Il punto non è stabilire, leggendo, dei valori, e delle relazioni tra valori, ma leggere, appunto. La materia del testo in qualche caso non ci abbandona dopo la lettura, noi continuiamo a parlare la nostra lingua ma, in modo appena percettibile, questa , dopo l’esperienza della lettura, risuona diversa.
Quando si dice banalmente che la lettura arricchisce non ci si riferisce a dei contenuti ma all’ampiezza dei toni e delle tonalità di cui siamo capaci . L’esperienza della lettura, come ogni altra esperienza, in misura diversa, coinvolge simultaneamente i livelli mentali, emotivi e fisici: il lettore dovrebbe in questo caso, dopo la lettura, ritrovare in sé un’ampiezza di spettro del pensare, del sentire e dell’immaginare, accresciuta e approfondita.

Nota 6

Il nuovo non è costitutivo del testo ma dell’esperienza che del testo si fa.
Si possono leggere molte volte gli stessi libri perché ogni volta quei libri sono nuovi nell’interazione con il lettore. Il nuovo non è categoria ontologica ma relativa all’esperienza di qualcuno…D’altra parte l’esperienza perché sia tale è sempre nuova.
L’ideologia moderna dell’avanguardia trova uno dei suoi fondamenti nell’ontologizzazione del nuovo così come l’ideologia postmoderna lo trova nella sua negazione. Anche qui alla concretezza delle relazioni, dagli esiti sempre imprevedibili, si è sostituita l’astratta identità di un’ ipostasi.
Quindi il nuovo non sembra ridursi ad un oggetto ma sembra piuttosto essere una relazione di volta in volta imprevedibile.
Tale aggettivo non andrebbe mai sostantivato, reso sostanza: vuol dire cose diverse di volta in volta in contesti diversi. Per un lettore non dovrebbe porsi tale questione: la lettura non cerca il nuovo perché essa stessa in quanto esperienza di qualcuno, se davvero è tale, se davvero riesce a riattivare una ritualità dell’immaginazione e del pensiero, è sempre nuova.

Nota 7

Il detto goethiano ‘si fa ciò che si è’, riferito all’arte, può anche voler dire che leggere è sempre un leggere tra le righe. L’extratestuale coincide con ciò che traspare tra le righe, non come qualcosa di estraneo al testo ma come qualcosa che sembra averlo generato; alla fine della lettura sarà il suo senso, anzi, un suo senso. La scelta lessicale, la voce che cova nelle relazioni fonosimboliche, l’intero impianto retorico sono la materia del senso e dei sensi da ricostruire, da ripercorrere.
Le porte che la lettura dovrà aprire sono le porte che alludono all’esperienza dell’autore che la prodigiosa sintesi del testo racchiude, socchiuse.
Più accosto è il movimento della lettura ai passi che il testo compie, più si avvicina il momento in cui si profila il senso, cioè l’esperienza di uno tende a diventare l’esperienza di un altro.
Ricostruire il punto di vista significa interpretare: non abbiamo mai di fronte ciò che un autore è ma sempre ciò che un autore ha fatto. Eppure ciò che ha fatto lo possiamo interpretare leggendo tra le righe ciò che lui è. Credevamo di esserci appiattiti sulle parole del testo, sul testo come insieme di parole, e ci ritroviamo, invece, con un possibile distillato di umana esperienza.

Nota 8

Una poesia, alla lettura, innanzitutto consiste in un insieme di parole collocate e collegate in modo tale da essere riconosciute come poesia, appunto. Il Poetico costituisce l’orizzonte d’attesa della poesia anche se spesso quando la Poesia viene riconosciuta, il Poetico è costretto a riconfigurarsi.
La tautologia che lega Poesia e Poetico non è statica ma continuamente si trasforma al suo interno. Ciò che ieri, in molti casi, aveva funzione politico-religiosa, oggi ha funzione estetica.
Ma si potrebbe anche notare come molta della produzione estetica attuale (non certamente poetica per questione di mancata diffusione, ma massmediale) ha funzione politica e mitologica. Su questa ultima condizione si è spesso in passato concentrata la critica della cultura, essa stessa, come si è detto, ipostatizzante.
La presunta separatezza della sfera estetica da quella morale, psicologica, religiosa, economica e politica, alimenta uno di quei pregiudizi che hanno caricato la stessa sfera dell’arte di tutto il peso di queste mutilazioni. L’egotismo dell’artista potrebbe essere considerato anche come una conseguenza di questo sovraccarico, quasi a compensazione e a risarcimento della frattura.
La ricerca del nuovo del moderno si è così concentrata, per lo più, sulle parole e sul modo di collocarle e collegarle, più che sul nuovo come una relazione di volta in volta imprevedibile, come una qualità dell’esperienza non mutilata, non relegata alla sfera estetica, salvo il rovesciamento pure e semplice delle poetiche nelle ideologie.
Le avanguardie storiche, tra l’altro, hanno preparato il terreno per ciò che sarebbe diventata l’estetizzazione della vita e della politica: la vita, o meglio, le rappresentazioni della vita, come opera d’arte. L’universo massmediale ha potenziato tecnologicamente in modo esponenziale la forza e la pervasività di queste rappresentazioni, riducendo e standardizzando ma anche offrendo, in qualche caso, stimoli alla ricerca artistica, dal momento che spesso un nuovo medium retroagisce su quello precedente.
Una lettura che legga tra le righe tende a ricomporre ciò che è stato diviso: la logica della moltiplicazione e dell’amplificazione semantica per risonanza aprirà le porte che il Poetico costituito, nella separatezza della sfera dell’arte, tende a lasciar chiuse.
Leggere tra le righe potrebbe voler dire allora ricondurre il testo alla sua potenzialità morale, psicologica, politica

Nota 9

Se goethianamente bisogna essere qualcosa per fare qualcosa, ciò vale anche per il lettore. Un lettore potrà aprire solo le porte del testo di cui in qualche modo, anche solo per un presentimento, aveva la chiave. Conoscere qui è più che mai riconoscere. E la gratitudine del lettore, ad esperienza compiuta, è propriamente riconoscenza.
La chiave in questione non è soprattutto nozione stilistico-retorica. Tale modo di intendere i prerequisiti del lettore sono da ascrivere a quella concezione romantico-avanguardista-postmoderna della separatezza sostanziale dell’arte. La chiave in questione appartiene piuttosto a quel percorso inverso che dalla separatezza porta alla reintegrazione: il leggere tra le righe. Reintegrazione non è altro che ricostruzione di una prospettiva, aggiungere una chiave al mazzo delle esperienze possibili, ricondurre il testo alla sua potenzialità morale, psicologica, politica …, appunto.
Il cosiddetto godimento estetico può essere considerato come un effetto collaterale di questa reintegrazione che è, insieme, cognitiva, emotiva e, in una certa misura, fisica.
Le fondamenta antropologiche della poesia, ciò che della poesia e dell’arte fa fenomeni di ‘lunga durata’, si ritrovano proprio in questo carattere di reintegrazione simbolica. La lettura che si limita all’analisi stilistico-retorica spesso finisce con ipostatizzare le convenzioni letterarie, rendendo il testo simile ad un feticcio, mentre, come si è detto nella Nota 3, ‘le convenzioni di volta in volta devono essere animate per poter vivere; il rito continuamente deve rinnovarsi come esperienza di qualcuno, anzi come esperienza di più di uno…’

Nota 10

Ricondurre il testo alla sua potenzialità morale, psicologica, politica, tenderebbe a radicare l’atto della lettura nelle fondamenta antropologiche della poesia, riconoscendole pienamente.
Il testo si presta alla lettura come una voce che parla ai molti anche se in pochi o pochissimi ascoltano. Ciò vuol dire che il significato sociale della poesia è costitutivo, non contingente. Ed è puramente una questione quantitativa la cerchia dei lettori potenziali o reali, dal momento che sul piano della qualità, e quindi anche della qualità dell’umana esperienza, i lettori per un testo sono sempre e, sin dall’inizio, una possibilità indefinita nello spazio e nel tempo.
A fronte della reintegrazione simbolica dei piani molteplici dell’esperienza umana, massima promessa che l’arte condivide con ogni ritualità dell’immaginazione e del pensiero, le persistenze egotiche di matrice romantica, relative alla confusione tra individualismo proprietario borghese ed epopea dell’Io, possono anche passare in secondo piano.
Così come le lamentazioni sempre pronte a richiedere risarcimenti in termini di fama, se non di danaro, sembrano fraintendere il carattere sociale costitutivo della poesia e dell’arte. Perdendo il senso e il gusto della festa, resta, in non pochi casi, solo l’accumulo dell’amarezza: ciò è davvero un peccato.

Nota 11

Dunque sembra che potremmo scegliere di confrontare, tra le tante, due strade che qui con chiarezza si scorgono: una è quella dell’estetizzazione della lettura (insistenza sulla separatezza del testo con rischio di asfissia autoreferenziale o sulla classificazione che fa, dei termini distintivi, delle categorie interpretative, non sempre rispettose della pecularietà dei testi), l’altra, quella della reintegrazione, che si è chiamata lettura come attualizzazione della ritualità dell’immaginazione e del pensiero che punti alla potenzialità morale, psicologica, politica del testo attraverso la moltiplicazione e l’amplificazione semantica per risonanza.
Nel primo caso l’analisi, più o meno compiutamente testuale, in definitiva ci dirà: ‘il testo si tiene in piedi così e così’, A=A, la classificazione ci dirà: ‘questo testo rientra nella categoria, inventata ad hoc, di testi che hanno le medesime caratteristiche’ e se introduce anche relazioni di valore ci dirà: ‘ questo testo è migliore di quest’altro’, A>B, oppure A<B, in caso contrario.
Nel secondo caso, quello della reintegrazione, la lettura, nella sua imprevedibilità di esperienza, nella consapevolezza della molteplice possibilità degli esiti, presuppone che ‘il testo dica qualcosa e lo dica in questo modo’.
Il qualcosa che il testo dice, nell’atto della lettura, è proprio una potenzialità del suo senso, alla cui attuazione concorrono tutti i suoi elementi formali, insieme e grazie, a ciò che il lettore fa leggendo tra le righe: aprire le porte del testo di cui in qualche modo, anche solo per un presentimento, aveva la chiave.

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