Prima che si proferissero le parole – di María ZAMBRANO

painting_Sargent_Deep_Woods_1926

Prima che si proferissero le parole – di María Zambrano

Prima dei tempi conosciuti, prima che si alzassero le cordigliere dei tempi storici, ci dovette essere un’epoca di pienezza che non dava luogo alla storia. E se la vita non si risolveva nella storia, a sua volta la parola non doveva risolversi nel linguaggio, nei fiumi del linguaggio necessariamente già diversi e persino divergenti. Prima che il genere umano cominciasse a espandersi sopra le terre per andare poi sempre in cerca di una terra promessa, rammemorazione e ricostituzione sempre precaria del luogo di pienezza perduto, le terre cercate, sognate, rivelate come promesse venivano a essere generatrici di storia, i primi anelli della catena di una nuova storia. Prima. Prima, quando proferire le parole non significava proiettarle all’interno cavo di chi le scaglia nello spazio pieno o vuoto di fuori; all’esterno. E così chi proferiva, chi ha continuato a proferire le sue parole, le rende da una parte sue, sue e non di altri, sue solamente, intendendo o dando per inteso che quanti le ricevono vi resteranno sottomessi e basta. Perché quello esterno è lo spazio della gleba, dell’umano amorfo, materia messa lì per essere adattata, modellata, e a cui si chiede che continui così, gleba sottomessa all’unica volontà di chi proferisce le parole a loro volta materializzate, materializzazione esse pure di un potere.
Prima che un tale uso della parola si manifestasse, che essa stessa, la parola, fosse colonizzata, dovevano esserci solo parole senza un vero e proprio linguaggio. All’essere umano è stato permesso, fatalmente, di colonizzare se stesso; il suo essere e il suo avere. E se fosse stata questa la vera ragione d’essere della sua vita sulla terra, la parola non gli sarebbe stata data, confidata. Il linguaggio, come oggi si è scoperto in tanti modi, non la richiede. Ed è così che esisterà una pluralità di linguaggi all’interno della stessa lingua, del linguaggio disceso dalla parola originaria che per l’uomo era un dono di grazia e di verità, la parola vera senza opacità e senz’ombra, data e ricevuta nello stesso istante, consumata senza logorarsi; scintilla sempre di nuovo riaccesa. Parola, parole non destinate, come le colombe di dopo, al sacrificio della comunicazione, attraversando vuoti e soglie, frontiere, parole senza il peso di comunicare o notificare alcunché. Parole di comunione.
Dovevano circolare queste parole senza incontrare ostacoli, come senza parere. E poiché tutto l’umano, anche se nella pienezza, ha da essere plurale, non doveva essercene una sola di parola, dovevano essercene varie, uno sciame di parole che andranno a riposarsi insieme nell’arnia del silenzio, o in un nido solo, non lontano dal silenzio dell’uomo e alla sua portata.
E poi, ora, sono venute giungendo e giungono ancora alcune di queste parole dello sciame della parola iniziale, mai com’erano, come sono. Ciascuna, senza diminuzione del suo essere, è anche le altre, e nessuna è propriamente altra – nessuna alterazione le separa. E ciascuna è tutte, tutta la parola. E non possono declinarsi. E ciò che è completamente certo è che non potrebbero mai scendere fino al caso ablativo, perché nella pienezza, compresa quella di questo nostro tempo, non esistono le circostanze. Si cancellano, le circostanze, nella più lieve pallida presenza della pienezza.
Le parole vere appaiono con frequenza in trasparenza, una sola magari sotto tutto un parlare; si disegnano a volte nei vuoti di un testo – di qui l’illusione dell’uso dei puntini di sospensione e del non meno erroneo corsivo. E negli avventurosi passaggi della poesia e del pensiero appaiono inconfondibilmente fra quelle d’uso, essendo altrettanto usuali. Ma esse risultano diafane, promessa di un ordine senza sintassi, di un’unità senza sintesi, abolendo ogni forma di relazione, rompendo a volte la concatenazione. Sospese, fattrici di pienezza, fosse pure in un sospiro.
Ma le si riconosce soprattutto perché fanno difetto. Sembra che stiano per sgorgare dallo stupore dell’innocente, dal turbamento; dall’amore e dalle sue adiacenze, forme d’amore esse stesse. Ed è l’amore a restarne sempre privo. E perciò risaltano inconfondibili quando nell’amore se ne trova qualcuna; è unica allora, sola. E perciò parola della solitudine unica dell’amore e della sua grazia.
Se le si invoca giungono a sciami, oscure. Ed è meglio lasciarle partire prima che penetrino in gola, e qualcuna in petto. E’ meglio restare senza parola, come succede anche all’innocente quando lo accusano.
Quando di pensiero si tratta, esse, le parole fattrici di ordine e di verità, possono trovarsi lì, quasi in vista, come un gregge o branco di mansuete pecore, docili, mute. E allora tocca ammutolire come loro, respirando qualcosa del loro fiato se lo hanno lasciato andandosene.
E volgere il pensiero a quei luoghi dove esse, questi argomenti veri, si addentrano per rimanere in “ordine e connessione” senza quasi dir parola, cancellando il dire abituale, riscattando la verità dalla massa degli argomenti.

***

Tratto da: María Zambrano, Chiari del bosco (Claros del bosque, 1977), traduzione e postfazione di Carlo Ferrucci, Milano, Feltrinelli, “Impronte”, 1991 (pg. 87-89)

1 commento su “Prima che si proferissero le parole – di María ZAMBRANO”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.