Trapassi – di Paolo FICHERA

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I testi di Paolo Fichera sono tratti dal suo blog http://www.cattedrale.wordpress.com

All’autore, un grande e commosso grazie.

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Trapasso #1

Il frammento disteso dei giorni

per Hairesis di Francesco Marotta
prima della lettura ora nel trapasso

Leggerti, prima di leggerti, come la pianta del cuore custodisce il trapasso da manto a fiera e da fiera a fuoco dove la traccia genera un altro trapasso: l’incanto da rame a marmo. Sia scalpellio e frangia di pietra il suono e mano dove posare il calco. Leggerti ora che si ha il cuore percorso da un frammento e la soglia è unica, intatta. Leggerti per non poterti più leggere dopo, ora che la morte bussa alla porta e a memoria si ripetono solo le preghiere dei bambini, gli unici versi compatti con polpa e arti. Lo sguardo genera l’ombra e la radice reale del dono; l’attesa dello sguardo al dono attento per essere noi mani, tessitura scoscesa di un nuovo frammento. L’uomo è prima figlio e poi padre, dal reliquiario degli anni la memoria è un filo che si distende per la posa di un pane: un pane nero che ha perduto il profumo di bottega, secco, come l’ala trafitta dai chiodi prima di essere oceano. Il dio non ha più altari, si stende la mano come si agogna il riconoscimento di un nome, che sia unico e dio. La povertà è la chiarezza del frammento, incontro di pupille nel passo che ricama l’oltraggio, come la serpe incolora ogni lembo sfogato nei richiami di un padre lasciato alla resa del corpo. Solo la mano è sapiente al volto per un nome, alle domande, all’esistenza dell’immagine in un fiore. Ora si abbandona al calice il pensiero, ora che il cielo ha minato la scorza del deserto in vita attraversato. Ora che la parola è la sillaba che ricerca l’unguento tra la pelle, ora che la rosa è brunita e la mano tagliata incede tra le spire di un mosaico. Si lascia la distanza come un marchio. L’angelo caduto è la carne che scava l’ombra del trapasso, l’osso di te disteso all’ombra del sole, alto come un fusto d’avorio cesellato da mani di vuoto. Il cordone germoglia arabeschi, sciamano la sostanza pura della mente slabbrata dal marmo del padre nel figlio; l’eredità del peccato che risveglia la fame, l’essere orfano nella strada senza altari. L’osso è eroso in una spanna di cielo, ora che si abbandona la resistenza, sorella della lotta, per la spoliazione di un altro destino: la poesia che cede il passo alla primordiale vena del cuore, qui nel ramo che scende a cingere l’anello nella rovente soavità di una calma feconda. E io abbandono il verso che ho creduto fratello, la lama tenuta in mano nella distesa degli anni, stretta nel pugno per sanguinare il tormento cieco che mai fu filamento di un velo. E tu sei qui nell’attesa del grido che sa fertile l’occhio del dio, la preghiera nell’eco che scava la lacrima sorella, chiara d’eco, per il grido che è seme di un respiro, per le scosse del corpo steso alla castità protratta negli anni, al veleno inciso in seme di orme sorelle, le ombre chiare del figlio nel padre, il profilo che dalla radice percuote le fosse del volto, le fa vergini per lo sguardo amico nel verso reso, abbandono. E poi l’innesto a suggellare la coltre delle mani rami, nel dato che è feticcio, disvelato alle soglie del precipizio di un verbo.

(per informazioni e scaricare l’e-book Hairesis di Francesco Marotta: qui: http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm)

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Trapasso # 2

Il cerchio è chiuso, ha danzato

per Nome, nome di Massimo Sannelli
prima della lettura ora nel trapasso

La madre ha seni di latte aspro, il padre che non si potuto amare perdura nell’opera lasciata all’incanto, alla compassione, come la dissociazione lascia al frammento la prosa che viene recisa perché l’uomo sia solo, strutturato nel movimento di un silenzio: un dare senza essere; oltre il sigillo che distende il cerchio chiuso, l’antro schiumato che germoglia la semina, non il frutto. Denudare l’informe, ma l’informe è. Chi verrà a dare destino alla legge perduta? All’ambiguità intima e antica di un diario ottuso? La verginità sfogata in filologia per la soglia del Resto, a sgrossare dalla piaga la ruggine e gruma oltre la perizia nel Libro consunto e fisso da chiodi d’eresia. La madre è padre e il figlio gettato in pasto si è scoperto torre diffusa e ha declinato il capo dopo aver deposto il proprio cielo. Il sangue tra il lenzuolo del bimbo è sangue d’infante o mestruo di madre? La fame è l’eclissi che ripara il sole dal cielo e lo fa luna: la notte che non fa morire né rimanere vivi e che spaventa le anime stantie che chiamano pasto il cibo. Penetrare il nome per il logorio del nome e oltre sii tu passero, macchina, fardello e colpa di denti che devastano in ogni loro verso i Versi, alle ombre pulite che si fanno membra leganti oro a oro, strumenti a membra, lavoro a pietà, carità d’altare alla gioia persa tra le preghiere dei bimbi, del bimbo che sa in una preghiera e fa. Tenere l’Altro, parola ermafrodita da raggiungere ancora, mentre al Maschio si concede il vigore d’acqua che cede e smuove, irriso dallo schermo friabile che inchioda lo scherno e lo fa scettro, strumento da re. La madre chiama, e la voce si fa dura, aspra la carezza come d’incanto tra i capelli. Consunto il bimbo e lasciato alla posa dei versi, la penna eretta nella stanza buia, senza luce, che il chiarore dei libri suscita e offende. Perché la colpa, il perdono, la magrezza esausta che fa della pelle manto e dell’osso mobilio di corpo sono di tutti in Tutto. La mano scrive il bambino e l’esperienza s’irradia nella biologia di un misticismo di cose piccolissime in un nulla fragile dove la Voce si adagia e insegue il calco della fossa grande che ci brucia. L’occhio è dato, lo sguardo si pone; senza rumore se il deserto attraversato ha cesellato l’ingenuo spirito e lo ha fatto metallo che lega, alchimia cibata di fonte, cuore non buono ma altro, incenso ramato che profuma il marmo murante il gesto del figlio che non sarà padre.

L’albatro è silenzio, il risvegliarsi è l’osceno, lo scandalo, il povero. Alla povertà si consegna l’ultimo libro dei tre. Ora il cerchio è chiuso, ha danzato.

(per informazioni su Nome, nome di Massimo Sannelli: qui: http://www.iviali.splinder.com/)

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Il petalo scoperto all’incanto

per La sposa nera di Ilaria Seclì
prima delle lettura ora nel trapasso

Scisma organico, vocazione immobile: la Parola per farsi Carne non bisogna di parola: non sa, vola alta e tace. Invocare il tempo della Pelle, nel giardino fiorito che alimenta la clausura. Il rosario è luce, diletto non scelto alla pelle che fissa il seme radicato in paura. Il transito della sposa, la nenia di terrore superba nel sapersi lei Uomo. Lauda il Signore, protesa la mano aperta: grata. L’altare è umido delle tracce che l’unguento della carne Traccia e lì si piega il riflesso scosceso, luce che si fa passo, accordo in grida Vita Vita. Ora la sposa è nera, petalo scoperto al vento dato in pasto al pasto il vento che non smuove il gradino della resa. La pazienza è nuda e sa d’orgasmo stanco che s’inciela in opera e donna di rame. La Vita infetta e scolora l’alba che schiuma al cielo il trapasso, ramificato in riccioli casti dove la mano dell’uomo non sa i segni del corpo lasciato all’incanto. I feticci della malinconia dell’infante, opera maltradotta e smossa al chiasmo di labbra vergini al bacio della preghiera di padre e di madre recisi e bevi i dolori carsici che fecero di color regio l’ingegno. L’albero e la sposa scorticato l’albero con unghie di un’altra fame in mani mani ogni invocazione fissa che sia d’oro la materia del pane. Nominare il nome nel verso che accorda la mistica di lesene e trifore nude alla nudità del piede che si vuole scalzo e manto di sole. L’altare è vuoto per troppa devozione, i Santi, la vena del vento cinge il fianco largo, slabbrato dall’attesa dell’evento che è già Evento, al mormorare che cinge di fiato la bocca della sposa, l’accumulo è la carne che sforma il trapasso, miracolo d’acqua e sangue, perdita infinita, bagliore d’osso spezzato offerto alla cenere, portale che incrina la terra nell’attesa celeste che divien terrena in un grembo finito annusato da cani. Si distende in crocifissi rosi da voci la sposa, crocifissi rosi da gridi di rondini per la piaga armonica della rovina Vita Vita aggiungere sete a sete, sabbia a sabbia, nel tormento che si fa vanesio e la strada passo, la freccia che è in suo slancio morte e rovina d’albero. Celebrazione di pelle cupa all’Uomo fibra, vento, vocato sangue incanto.

(per informazioni su La sposa nera di Ilaria Seclì: qui: http://salentopoesia.blogspot.com/)

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2 pensieri riguardo “Trapassi – di Paolo FICHERA”

  1. Grazie a te, Paolo. Spero solo di non essere stato “indiscreto”, ma ritengo i tuoi testi oltremodo significativi e importanti.

    Ti avevo anche avvertito delle mie intenzioni, ma devo avere la posta elettronica in stato confusionale, visto che mi rimanda, a distanza di giorni, molte delle mail che invio.

    Nei prossimi giorni, comunque, posterò una “risonanza” che ti riguarda molto da vicino.

    Un caro saluto.

    fm

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