Poesie di Ferruccio MASINI

mano rossa

Nulla

Metti accanto al fiore la parola nulla
metti accanto a tutte le cose la parola nulla
mettila accanto all’amore
mettila accanto all’ira della giustizia
all’orgoglio della fame ai grandi libri della saggezza
come il vuoto del silenzio che ammorza la memoria
come il limite dell’anticipazione
questo nulla che è soltanto nulla
e non è neppure il tuo nulla – è il nulla

Annoda ai labirinti della libidine e del sogno
questo filo di seta che attraversa i polsi
questa definizione della vita che brucia l’epilogo della nascita
e la corona dei re non avrà più diademi
perché il nulla cancella tutta la scrittura della pagina
Hai dato il tuo corpo ai demoni
– Mangiatevi – hai detto – ma su questa giostra –
e hai chiamato nella tua mente come in una rocca
i cortigiani del passato sui bianchi cavalli i poeti
che dissetano l’ozio stillando il miele delle favole
le voci familiari dell’infanzia le musiche ebbre della maturità
le penombre gelose e dolci dell’amore la malinconia
questo piacere d’essere uomo come piacere d’essere mare
o riva di mare o autunno

Ma metti accanto a questa lingua eloquente la parola nulla
mettila nelle radici nella duplice pausa del respiro
nell’essenza della follia nello stupore del possesso
nel fondamento che non è fondamento
nella morte che è carnevale o sarcasmo o pietà
ma non ancora il nulla

Metti quest’ombra nel chiarore della spiga
nella pupilla degli adolescenti nella delizia del frutto
in tutte le cose vive perché si consumino
come il fuoco salino sull’orlo delle mareggiate
tu uomo abitato dal nulla
ti stringi alla tua fatica come al morso del vento dissennato
gloria di cenere che si solleva

Se attenti a tutte le cose con la parola nulla
non varrà neppure che ti ubriachi di lotta
non varrà neppure che tu provochi contro di te lo spasimo delle [generazioni

– questo flusso e riflusso
non è che uno stormo d’ali selvagge sopra un naufragio
un corteo nuziale accecato dalla putrescenza
carne scavata dal nulla come un paese bianco dalla sera

E così scrivi senza disgusto
tu che cresci sul nulla come la piccola piaga sulle labbra
accanto a tutte le cose la parola nulla

***

Canzone dei piccoli errori

I

Non commettere piccoli errori
esili fili di candela tra le pareti del mondo
e il cielo senza scampo
quando – se c’è mai stato un quando –
il silenzio premeva sulla parola
il nervo della parola vibrava fino allo spasimo
e tu non sapevi
se bisognava aguzzare lo sguardo
per cercare dei bersagli o cercare
nei bersagli un senso
Non commettere piccoli errori
come troncare la spiga secca e senza grano
come chiudere le porte del banchetto nuziale
per chiedere se l’amore stia in altro
se la gioia è in altro
Non commettere piccoli errori
perché basterà una riga in meno una sillaba
cancellata ad accusarti
basterà che uno dei giudici s’appisoli
perché tu sia condannato

II

I piccoli errori sonnecchiano nelle cantine
sono ubriachi di vino nuovo
o anche solo atratti dagli scalini di pietra
dall’interminabile arazzo del salnitro
Piccoli con il piede vacillante
eppure avidi di crescere di diventare grandi errori
di farsi chiamare errores dagli avventurieri
di farsi chiamare barche
per approdare non so dove non so in quali
regesti di antichi errori
Compunti con una smorfia di trionfo
come chierichetti felici di aver desiderato
senza peccare un desiderio d’innocenza
Così sulle panche delle chiese mentre qualcuno
smoccola i ceri sui candelabri di ferro
si battono il petto mormorando
che tenteranno ancora
Per un piccolo errore – amici –
mi sono aperto le vene una sera

***

Quando

Quando verrà il giorno
in cui sarà tanta la nostra ansia di vivere
di fiorire sulla pietra
che vorremo morire?
Lo sguardo prigioniero nel tenue cristallo di rocca
la lancia acuminata nel vivo dei capelli
l’ago invisibile nella lingua dove invano
chi dice sogno dice amore
Non potremo che stringerci piano nella nebbia
con il sangue che monta in noi
fino alla gola della notte
percorsa dagli zoccoli ammalata
dal fruscio delle solitudini
Quando verrà il giorno
in cui sarà tanta la nostra beatitudine umana
da ridere nel fiotto vivo dell’arcipelago
come scaglie abbaglianti
trascinate dalla risacca fino alla sete delle rive?
Noi semplici forme che una mano
chiama dal fango della creazione
a danzare nell’ora breve

Quando verrà il giorno
in cui io e tu ci ritroveremo
guardando vacillare la stella
tra l’arco della notte e il mare
mescolati nella primavera dell’anno
con la bocca perfetta e la carne
intagliata da un dio ignoto?
Dimenticheremo allora
la vuota eternità dove vivemmo – noi effimeri –
senza conoscerci e ci ridesteremo
presso una casa di vecchie pietre
con il clamore delle foglie
insonne dei nostri rami
per toccare di là dalla scorza
per entro la fibra dura
le nostre carni dolci

***

Ma senza un grido

Ma senza un grido
senza che la tua mano parli
portandoti piano alla bocca la brocca d’acqua
la mattina quando il cielo si screpola
e dal varco della notte esce la tua barca
Ti pieghi fino a toccare il calcagno
buono per non correre
e sciogli le ninfee dal grembo dello stagno
con gli insetti mansueti e la strana
immobilità delle rane
Perché questo è da farsi ora che si abbrevia
il mare insonne della vita e l’arcipelago
si curva come un arcobaleno
quest’incoronazione tacita d’un solitario
che ha molte rovine sotto di sé
e crescite e vertigine di forme

***

Corona

(da Paul Celan)

Dalla mia mano l’autunno divora la sua foglia: noi siamo amici.
Sgusciamo il tempo dalle noci e gl’insegnamo a andare:
il tempo torna indietro nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si fanno sonni,
la bocca dice vero.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
ci sogguardiamo,
ci diciamo scuro,
ci amiamo come papavero e memoria,
dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel barbaglio di sangue della luna.

Ci teniamo abbracciati alla finestra, guardano verso di noi dalla [strada:

è tempo che si sappia!
E’ tempo che la pietra acconsenta a fiorire,
che l’inquietudine batta un cuore.
E’ tempo che sia tempo.

E’ tempo.

*

Corona
(da Mohn und Gedächtnis)

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.
Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der [Straße:

es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.

*

Nota

I testi sono tratti da: Ferruccio Masini, Per le cinque dita (1958-1980), Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro, “Acquario”, 1986.

2 pensieri riguardo “Poesie di Ferruccio MASINI”

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