Emilio VILLA: L’anti-Edipo e il primordiale – di Davide RACCA

DI LEGGE NON SI VIVE
DI LEGGE SI MUORE
LA LEGGE E’ MINACCIA
LA LEGGE E’ASSASSINIO
LA LEGGE E’ INGANNO
NESSUNO HA BISOGNO DELLA LEGGE
LEGGI SEMPRE QUESTA LEGGE

Tavola della legge del futuro testamento (opera visiva di Emilio Villa, Napoli 1974)

Emilio Villa è stato un uomo del desiderio, un anti-Edipo? Come dicono Deleuze e Guattari ne “L’anti-Edipo”, Questi uomini del desiderio (oppure non esistono ancora) sono come Zaratustra. Conoscono incredibili sofferenze, vertigini e malattie. Hanno i loro spettri. Devono reinventare ogni gesto. Ma un tal uomo si esibisce come uomo libero, irresponsabile, solitario e gioioso, capace infine di dire e di fare qualcosa di semplice in nome proprio, senza chiedere il permesso, desiderio che non manca di nulla, flusso che supera gli sbarramenti e i codici, nome che non designa più alcun io. Ha semplicemente cessato di aver paura di diventare pazzo. Vive se stesso come la sublime malattia che non lo tocca più.

Ma chi è l’Edipo? Sempre i due citati sopra dicono: Edipo è in effetti letterario prima di essere psicanalitico. Ci sarà sempre un Breton contro Artaud, un Goethe contro Lenz, uno Schiller contro Holderlin, per “ superegotizzare” la letteratura e dirci: attenzione, non più lontano, niente “errori di tatto”! La forma edipica della letteratura è la sua forma merce. Siamo liberi di pensare che, alla fine, c’è persino meno disonestà in una psicanalisi che in quella letteratura, perché il nevrotico tout-court fa un’opera solitaria, irresponsabile, illeggibile e non vendibile, che deva anzi pagare per essere non solo letta, ma tradotta e ridotta. Egli commette un errore economico, un errore contro il tatto, e non diffonde i suoi valori. Artaud diceva appunto: ogni scrittura è della porcheria – cioè ogni letteratura che si prende per fine, o si fissi dei fini, invece di essere un processo “che scava la cacca dell’essere e del suo linguaggio”, trasporta deboli di mente, afasici, illetterati. Risparmiateci almeno la sublimazione. Ogni scrittore è un venduto.

Ma chi è Emilio Villa? Come ci racconta Aldo Tagliaferri ne Il clandestino – vita e opere di Emilio Villa (Derive Approdi), è stato un senza fissa dimora per la maggior parte della sua vita. Un randagio per scelta, di umili origini lombarde, sicuramente un anarchico, seminarista nella sua prima formazione, che dorme spesso, quando non sui pavimenti degli studi di artisti a lui vicini, sotto i ponti o, romanticamente detti, “chiari di luna”. Uno che conosce il valore delle opere d’arte in sé ma non è interessato da quello commerciale, venale. Quanti capolavori gli sono scappati dalle mani per quattro soldi e una degna mangiata in trattoria… quanti Burri, Turcato, Fontana, Lo Savio… (addirittura ha alienato per bisogno una piccola scultura di Arturo Martini donatagli dall’artista per le sue nozze; ma in questo caso pare abbia lucrato un po’ di più).

Un eretico, innanzitutto. Un Odisseo irrefrenabile. Un ammiratore di Gadda, di Sinisgalli. Uno ammirato da Carmelo Bene con cui condivideva l’amore per le frasi sibilline. Emilio Villa era istintivamente irritato da Pasolini (al solo sentirne parlare), e disprezzato dall’“Eusebio Nazionale”, Montale. Era amato da Balestrini, e in sprezzante disaccordo con Sanguineti. Amante della poetica di Artaud, ma anche un grande estimatore del papa Breton. Figlio legittimo, a mio avviso, di Dino Campana, di cui fa suoi il plurilinguismo e una certa elettricità della parola. E poi Duchamp, il grande maestro francese con cui stringe amicizia e che lo definisce Villa-drome, e Rothko che gli aveva promesso un’opera per la sua attenzione critica e che si suicidò proprio nel periodo in cui Villa si stava recando ad incontrarlo a New York.

Emilio Villa è uno studioso, ma mai ex-cattedra, del greco, del miceneo, delle lingue semitiche antiche e dei geroglifici egizi. Un eretico che fa fibrillare gli accademici per la traduzione dell’Odissea. Uno studioso dell’arte plastica, dai primordi ai suoi tempi. Un poeta, un critico d’arte (anche se questo lo avrebbe fatto innervosire: non dire mai “attività critica”. Ma entusiasmo, occhio, poesia. I critici sono la merda) e un instancabile organizzatore di mostre presso gallerie private, fatte o semplicemente lambiccate.

Dunque Emilio Villa era un eclettico? No! perché per lui tutto era Uno, uni-versale, riconducibile a un orizzonte cosmogonico, antiescatologico, presocratico: eracliteo.

Scrive nel 1953 in “Ciò che è primitivo” (tratto dal testo di recentissima stampa curato sempre da Aldo Tagliaferro di Emilio Villa L’arte dell’uomo primordiale, casa editrice Abscondita): Noi cerchiamo un equilibrio che la cultura dell’estetismo ha avariato o rovinato addirittura. E più avanti, dopo aver redarguito pur grandissime figure dell’arte moderna come Klee, Kandiskij, Arp, Brancusi, Picasso per avere sparso dogmi stimolanti ma privi di contatto storico, dice: Ora sarebbe arrivato il momento di lanciare questo grande ponte sul passato, che vuol dire sul futuro. Di sottrarre all’improvvisazione, all’enfasi e alla letteratura tutta quanta la produzione. Si tratta di operare, sulla scorta dei materiali salvati e paragonati (la venere di Willendorf e la venere di Cirene, un cromlech e il Partenone o il colonnato del Bernini, n.d.r.), l’idea, la sostanza: la ragione della cultura figurativa; si tratta di recuperare l’evidenza e la continuità organica, biologica quasi, delle umane azioni necessarie: e umano e necessario s’intende tutto quel che ha radice e documento espresso sul terreno di tutti i popoli nel tempo e nell’unità strutturale delle varianti e dei paragoni. Sollevare questo sistema come un contrappeso (o come uno specchio) al continuo scendere verso il basso che è proprio dei moti dell’intuizione, dell’evocazione spontanea, degli scatti personali, e dell’invadenza irrefrenabile delle rivelazioni letterarie facilmente solubili nell’orgia, nel delirio, nella vacanza.

E questo discorso si chiarifica in “La figura” da “La vita dell’immaginazione” (sempre tratto da L’arte dell’uomo primordiale) in cui Emilio Villa scrive: L’animale che l’uomo paleolitico ex-prime è un animale che egli, certamente, ha visto, e che, in apparenza celebra mimando, con l’ausilio delle memoria visiva: ma nell’atto di esprimerlo, l’uomo eseguisce se medesimo traendo fuori di sé l’animale, dopo averlo inghiottito. L’uomo ha dentro l’animale; se ne libera, per sacrificarlo e restituirlo alla vita, uccidendolo con il segno. Più che dire “l’uomo ha visto l’animale”, per l’uomo paleolitico si deve dire “l’uomo ha digerito l’animale”. Figurazione è delineazione del digerito. E rimane infine da rilevare che l’uomo paleolitico esprime anche l’animale che difficilmente può aver visto; e alcuni che, con certezza, non ha visto.

Dunque la tesi fondamentale di Villa è che l’arte nasce da un atto di digestione e deiezione, da un flusso desiderante di trasformazione, quasi biologico, interrotto solo nell’atto di creazione che è primordiale e in qualche modo letale, mortale, ma anche sorgivo. Questo per certi versi ci fa pensare al gesto tagliante di Fontana, alle ferite cucite da Burri, all’ingoiamento delle uova-opere di Manzoni.

Il processo di formazione espressiva dell’uomo (scrive in “Realtà e arte dell’uomo preistorico”, sempre ne L’arte dell’uomo primordiale) è un continuo flusso, un processo inalterabile di integrazione simultanea: è incessante presa di possesso del mondo, posto dalla immaginazione come pura captatio. Il segno è figura, la figura è atto, l’atto è unità, comunione, integrazione, generazione; l’unità è il divino, il divino è figura, la figura è segno. Così come azione e simbolo sono l’unica e medesima realtà.

In Attributi dell’arte odierna, testo Feltrinelli pubblicato nel ’70 e poi mai più riedito, è proprio Villa a chiarire in una nota finale che i nomi di artisti da lui presentati in quel testo, e di cui si era occupato dal ‘47 al ‘67 (Burri, Fontana, Lo Savio, Matta, Pollock, Duchamp, De Kooning, Manzoni, Wals, Capogrossi e altri), non sono scelte di valore (in nessun senso) ma sono cadute, casualità, irritazioni, impennate, scatti, spari. Non c’entra la “storia dell’arte contemporanea”, e tanto meno la critica. E non è “saggistica”. In questo magma c’è un solo nome, ed è il mio, gli altri sono più o meno fittizi, come supporti. È la mens generale, il torbido totale, la febbre che scivola dentro, quello che fa il libro.

E così quando per Capogrossi scrive: nasceva la prima e primaria e persuasa tentazione di designificare…; per Burri scrive: è certo uno degli atti più forti, un r aptus/r actus…, oppure: ecco un’opera che poteva essere fatta soltanto oggi, ecco un’azione che poteva essere compiuta oggi soltanto…; e per un’opera di Fontana rappresentate un triangolo su di una superficie di gesso scrive: Ma io credo che bisogna scrivere, o dipingere, in pectore, in ore, in aenigmate, in symbolo, in speculo, in vacuo, le sole strade verso l’apertura, i soli strumenti di scandaglio.; e poi per l’umile e altissimo Lo Savio (contrapposto all’ignorante, milanese, spericolato ma calcolatore Manzoni) il cui operato artistico secondo Villa riporta nella scarna, secca, assidua induzione (tentazione) cosmogonica… ; insomma, quando infine Villa, il primordiale, decide gli artisti per questo suo Attributi dell’arte odierna, non fa diversamente dal suo uomo paleolitico con gli animali disegnati sulle pareti della caverna che più su ho citato: basta sostituire all’uomo paleolitico il nome di Villa e quello degli animali con gli artisti, e dalla stessa frase di prima, sostituendo figurazione con poesia, ne verrà fuori che:

Gli artisti che Villa ex-prime sono artisti che egli, certamente, ha visto, e che, in apparenza celebra mimando, con l’ausilio delle memoria visiva: ma nell’atto di esprimerli, Villa eseguisce se medesimo traendo fuori di sé l’artista, dopo averlo inghiottito. Villa ha dentro l’artista; se ne libera, per sacrificarlo e restituirlo alla vita, uccidendolo con il segno. Più che dire “Villa ha visto l’artista”, per Villa si deve dire “Villa ha digerito l’artista”. Poesia è delineazione del digerito. E rimane infine da rilevare che Villa esprime anche l’artista che difficilmente può aver visto; e alcuni che, con certezza, non ha visto.

Ma che centra questa intuizione che mi fa assimilare l’uomo paleolitico nell’atto della sua azione artistica primordiale con Villa, e l’anti-Edipo citato all’inizio? Questa dell’anti-Edipo è una questione cui mi ha fatto pensare il testo di Tagliaferri, Il clandestino, e più che trovare una vicinanza fortissima di Villa con l’anti-Edipo all’inizio descritto, mi sembra che comunque in lui sia rimasto un residuo di nostalgia dell’origine dell’Io, del primo Io primordiale, di un Io magico-religioso che in qualche modo mi fa pensare che in Villa esiste ancora una LEGGE, fosse anche la legge che dice:

NESSUNO HA BISOGNO DELLA LEGGE
LEGGI SEMPRE QUESTA LEGGE.

*

Tratto da: http://www.nazioneindiana.com – 14 novembre 2005.

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