Due inediti di Stefano GUGLIELMIN

Due Inediti (2007)

*

ora sgoverni gli ossi
su le ciprie del corpo tuo rubìnio
sotto il cielame azzurro, sotto gli ànici
che s’inrovano sulle coste del burlo fiume
sino al limbo della lingua, alla sua mora
luce

piccola talpa tu sei, felice
di sbiadire, per tre lire di moto
in terra, mentre dici: «nulla da cambiare,
notte
da temere» nella grande tana, in quella
polpa che veglia a morsi il giorno
dove vita a premio strappi
come qualcosa che improvvisa slarghi
sotto il monte e chiami, lontana:
è la beata bestia che il bene dentro
ti scompiglia e non ama la mano
che muta l’oro in merce
o in ferro torto, e lo sgroviglio
quando milita nel rosso, in quell’auto magna
sottopancia, che la scena raschia, passando, se sbiella
o tira il collo al tuo candore, se del suono scavalla
il bordo, accelerando: eccolo il pendolo vivo
lo struscio sulla federa del corpo-cane
schiuso dalla grafia infante, dal cuore in corsa
che batte bum bum batte per strafori et cavedagne et spurie
tribolazioni che al male scampano: è così, pare
è così che né le femmine, in maggior parte, né la piova se la terra
ingravida, né i pensieri
grami, siano in vendita, ma cadano invece dalla bocca
festosa a pane e vino, che buona creanza a selva mescola
come aspra fugge la pena ogni bestia
quieta e quella che piuma batte sull’aria
sciolta dal giro a catena, per un anello più tondo
più buono, che stagiona e riparte e ancora plana
riposa, e di nuovo s’invola, mai sola

**

l’infinito possibile o l’inguine
per eccesso e doloroso, se traduce
per amore l’anello o «se la voce…» o il coro
promesso dei fratelli, il loro cavarsi
dalla lingua, l’ingegnosa
spina

eppure ha un nome, spesso, e l’ombra
e sottobraccio
il suo più caro mortale:
lei, che paga bancomat ed altro
non chiede, sbuffando
o voltando in riso la pena, come si fa
per potare il lutto o se altronulla
resta da dire, se non a te, fiore del bene
e bianco, come in preghiera:

oh pastore del bestiario, fa’ di lei l’intrico
dal quale non si sfolli, e dònale
se puoi, altro erbario
senza rime o radici, solo slanci
sulle punte, e saluti
quando la terra trama

e infine tramonta
diversamente sulla sua morte cruda
quando verrà, così che le sia frutto
il perdersi o il distrarsi, il volo
che attraversa l’ordine e l’uva, il dolce
d’ogni traguardo, ed abbi cura anche di noi
così in terra, e soli, nella bellezza dei cieli
sopra le spalle, e dei morti, nostro specchio
corporale, nostro estuario

***

“ora sgoverni gli ossi
su le ciprie del corpo tuo rubìnio
sotto il cielame azzurro…”

E’ la terra del primo sguardo e del primo respiro – la bocca da cui sale il canto. Il suo riflesso che precipita il cielo nell’attesa dei giorni, che chiama luce dalle labbra di cenere dei suoi giardini consumati dal fuoco. Dal tempo che vampa e separa, che nidifica nei corpi che stana, che si fa bruma e crepuscolo per partorire albe. E’ quel respiro che canti. La terra di ieri e di sempre vista con gli occhi rigenerati dall’acqua, dall’abbraccio fraterno dei fiumi alla foce, dalla stretta delle sorgenti svanite che sono già memoria, sabbia e linfa di voci, sostanza di alfabeti sempre in moto. Sempre diversi ad ogni volo, ad ogni bivio d’astri, ad ogni mutare di orizzonte.

Si rimane sul passo – in ascolto. Nel transito dove tutto risplende di infanzie e di resa, si fa suono e culla della fiamma rosata del pane, e attende paziente che la fame s’involi dallo sguardo dell’ape e del fiore, dalle vite che attraversano ignare i portali del buio, l’eco delle sue rive immobili, distanti. Vicine. Ti sento avvolto dal fogliame delle parole che ti crescono sul viso, dalle pupille d’erba o di grano che cercano dimora e riparo nella tua mano: fatto sillaba dei tuoi stessi silenzi, la offri in pasto a ogni stelo evaso dal limbo in cerca di sangue e radici: a ogni seme, a ogni cosa che guardi al suo nascere, fai dono della tua ombra più pura.

(fm)

5 pensieri riguardo “Due inediti di Stefano GUGLIELMIN”

  1. Purtroppo la mia insanabile incapacità di usare e gestire il computer deve aver bruciato il file contenente le due note ai testi, scritte un paio di mesi fa. La salvezza è tutta nel fatto che scrivo sempre a penna: un foglio l’ho recuperato; prima o poi salterà fuori anche l’altro.

    fm

  2. bellissimo e intrigante il secondo inedito che potremmo definire davvero l’infinito possibile, tra i tantissimi spunti che mi dona, l’immagine nostra che lo specchio restituisce la morte plurale di cui ne siamo congenitamente eredi insieme alla bellezza dei cieli

  3. Dici bene, Marco: “l’infinito possibile” della vita che, dalla coscienza della finitudine, si fa soglia e oltranza di canto: il canto di una voce grandissima, di una scrittura “unica”, ormai padrona di tutti i timbri, le cifre, gli accenti e gli alfabeti che contiene.

    fm

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