Stanze per Genet – di Ugo RONFANI

Stanze per Genet

“Il faut rire. Sinon le tragique va nous
faire envoler par la fenêtre.
Ferme la fenêtre”.

(Jean Genet, Les Bonnes)

I

«Andate, andate a casa», diceva
Madame Irma dal proscenio del «Piccolo»
mentre Chantal spegneva l’ultima candela.
«Andate a casa, vescovi, giudici e generali.
E voi, ribelli, andate pure col cuore in pace».
Così, quando il sipario è calato
su «Le Balcon», noi gente per bene
ci siamo trovati, col cuore in pace,
tutti sul marciapiede di Via Rovello
nella notte dolce di maggio.
Aveva ragione il ragazzo barbuto
a ripetere con la voce un po’ stridula
che adesso dovevamo pulirci i denti
perché avevamo consumato Genet
come i distinti antropofagi di un film
di Luis Buñuel manière noire.
Fu poi inutile cercare Genet
dalle parti del naviglio, fra mendicanti e drogati.
Aveva ragione il ragazzo barbuto
che nessuno ascoltava nella notte di maggio:
l’avevamo già tutto consumato
e sazi ce ne andavamo a dormire
per essere ancora alacri l’indomani
nelle allegorie del quotidiano bordello.

II

Ciò che ormai vi resta da fare,
gente di male (se osate dichiararvi),
è sottoscrivere in fretta una petizione
come quella che Picasso e Cocteau
firmarono per salvarlo dalla forca:
ma stavolta perché si risparmi
a Genet l’ignominia di essere
Martire e Santo di questa società
senza neppure la corona intrecciata
da Sartre con le spine dell’ironia.
Questo no: tu che sei stato
coerente nel male, fermo nella rivolta
come soltanto lo fu, a memoria
di Bibbia, il Principe delle Tenebre,
tu che hai praticato nei porti d’Europa
la pederastia, il furto e il tradimento,
tu che forse, una notte, hai ucciso,
tu non devi finire sugli altari
che erigiamo ai profeti del rifiuto.
Per te coltello è coltello, non metafora.
Noi, con i nostri piccoli delitti,
noi con i nostri piccoli stupri,
come potremmo osare?

III

… E come tu avevi previsto,
Genet, poeta tagliato nel vento
ginestra di paradisi neri:
oggi la Grande Cerimonia
si pratica ovunque, todo modo
(con circospezione, si capisce)
e tu, che dei vizi teologali
ti volevi il sacerdote supremo,
resti beffato, come la maschera
che si brucia alla fine del carnevale.
Ormai sei stato prosciolto
dall’accusa di propagare la peste,
sei stato ammesso fra le Allegorie
che s’affacciano al balcone del bordello.
L’ambiguità è la virtù dei tempi,
anche da te pretendono il messaggio.
Col tuo stampo faranno, temo,
il calco del Bene, da vendere
nei supermarkets della morale.

IV

Il Male è logora rappresentazione.
Se anche, invece di bazzicare
i vicoli della delinquenza minore,
fossi diventato come Harcamone
o Stilitano un grande criminale,
se il tuo coltello avesse avuto un rubino
di sangue sotto la luna, nulla ormai
ti distinguerebbe dai frequenatori
della Casa delle Illusioni di Irma.
Il sistema governa e dispone
come Madame nei saloni del bordello.
Un posto di curato te lo darebbero
per officiare le loro messe nere
ma non è questo il tuo regno.
Adesso che hanno scoperto il trucco
lasciali andare alla santità
attraverso il peccato e tu, solo per nascita,
vecchio bambino senza fissa dimora
rimettiti un’altra volta in cammino.

V

Torna nella tua Africa. Rimbombi
il tam-tam. Que les Nègres se nègrent!
Archibald intona le litanie
dell’apocalisse nera. Fulminea
come la lancia che scocca nella savana
l’Africa passa nel nostro occhio bianco,
l’Africa dei musei coloniali,
l’Africa delle navi degli schiavi,
delle piroghe alla deriva sui fiumi
dove il leone e l’antilope bevono l’ultimo sole.
Nella nostra iride occidentale l’Africa
entra con la polvere delle tribù nomadi,
con i parasole dei capi degli Alti Imperi,
con i pescatori del Tana, con le nevi
del Kilimangiaro, con i negri
della Renault a Boulogne-Billancourt,
con i guerrieri che bevevano il sangue
dai nemici uccisi in battaglia
o che sono caduti colpiti dal fucile
senza la benedizione dei buoni missionari.

VI

«Noi, noi che abbiamo colonizzato
e decolonizzato, – proclama la Regina –
avremo sempre le vergini del Partenone,
i santi delle vetrate di Chartres,
il cogito ergo sum, la Quinta di Beethoven
nonché la Pietà di Michelangelo,
il vecchio dottor Schweitzer
e il chepì della Legione Straniera.
Dunque non sapranno colonizzarci,
questi negri dal fiato selvatico,
questi epilettici col loro jazz deleterio»,
conclude la Regina, dal castello di carte
dei nostri più antichi sillogismi.
Ma passano, passano nella nostra iride
al ritmo del tuo tam-tam le orde guerriere,
le amazzoni degli altipiani, i lebbrosi
delle paludi e gli elefanti dei millenni.
Passa l’Africa che ci fa paura
e intanto sul palcoscenico di «Les nègres»
Archibald dà il via al minuetto
e la sua corte negra, con maschere bianche
e parrucche d’argento, prende congedo
su un’aria di Wolfango Amedeo Mozart.

VII

Nelle mansarde con i lettini di ferro
e l’altarino per pregare la Vergine
certe sere le serve s’accoppiano al diavolo.
Tu che sapevi di questi sabba
hai raccontato di quando Solange (Mon Ange)
e Claire (C’est claire) prepararono
la tisana al gardenal per Madame
intonando la loro ambigua canzone
(«C’est facile d’être bonne, pour une maîtresse
mais être bonne quand on est bonne!»)
e sputarono, ingrate, sull’abito da sera
della loro buona padrona («Le crachat
c’est notre rivière de diamants»).
Ma le serve non sanno uccidere
che se stesse, sono streghe da strapazzo
che trafiggono la propria immagine.
Alla fine Claire bevve lei la tisana
e Solange rimase con le mani in croce
già pronte per le manette, a sognare
un viaggio con Monsieur all’Isola del Diavolo.
«L’importante, – hai risposto a un critico –
non è che le serve agiscano così.
L’importante è che dopo lo spettacolo
la paura sia un cappio d’aria fredda
intorno al collo delicato delle signore».

VIII

Dopo il fatto, addolorate tutte le serve
accompagnarono al cimitero Claire
che aveva sotto gli occhi tenui viole
a causa della tisana al gardenal.
Affacciata al balcone, mentre il vento
scuoteva, come a teatro, i tendaggi,
nel suo vestito rosso di assassina,
rauca come lo sarebbe stata al processo,
Solange si consegnava esultante
al Giudice: «Sono io, io che ho ucciso
Madame che s’era travestita da Claire
o Claire travestita da Madame, non so più…».
Rullavano con mestizia i tamburi
per i funerali (e per la ghigliottina).
«Sono Solange Lemercier. Col mio gesto
ho ottenuto che tu, Claire, sii venerata
come una santa da tutte le serve del mondo.
Perciò fammi posto nella tua bara
e insieme andiamo al paese d’ombra
dove il profumo dei gigli sfatti
scaccia l’odore dei piatti sporchi e delle latrine.
Guarda quanti fiori, guarda quante corone
e stendardi, e fantesche in tablier
e valleti in livrea, e maggiordomi austeri
ci accompagnano al rullo dei tamburi.
Guarda come trasvolano sopra il corteo
gli Angeli, i Troni e le Dominazioni».

IX

Tu che hai sperato nel marchio
della nostra infamia in saecula saeculorum
perché mandavi l’Africa lebbrosa
a baciare la guancia dell’uomo bianco,
perché innalzavi alla gloria degli altari
le tue serve assassine: ammetti
il fallimento subìto dal tuo disegno.
La trappola è scattata ancora
come quando, bambino ignaro
ti accusavano di essere ladro
per punirti di non avere una madre.
Anche adesso che sei diventato
una venerabile mummia dei bassifondi
la società ti gioca l’ultimo tiro,
ti precede ancora, bestia alacre e scaltra,
sulle nuove strade del Male: e tu con rabbia
la vedi nuotare nei crimini come il pesce nel mare,
lanciarsi a ghermire le tue sole ricchezze
e alla fine – raffinatezza suprema –
plaudire alle tue non più blasfeme moralità.
Sicché ormai più non ti resta, vecchio Genet,
che la strada stretta delle virtù scadute,
la polvere bianca delle chiese in rovina.
Ti troveranno a pregare o a dormire,
in una di quelle cattedrali che cantava
Peguy, tuo fratello in retorica.
E’ il solo atto ancora da compiere:
occupare il posto dei disertori
nelle gelide nicchie di pietra,
frugare nelle discariche dell’Occidente
per cercare le ultime perle
e sfidarli tutti col conformismo
di tua onorata vecchiaia.
Poiché è tempo di simulacri scambiati
non sognare più la Virtù sconosciuta:
vivila come si vive il vizio
nei saloni di Madame Irma: e resterai
l’Unico nel deserto dell’epoca.

(Maggio 1976, dopo la prima rappresentazione a Milano del «Balcone» di Jean Genet, regia di Giorgio Strehler).

*

I testi sono tratti da: Ugo Ronfani, Il dissenso della poesia, prefazione di Jean Pierre Faye, con dodici tavole originali di Ernesto Treccani, Milano, Shakespeare & Company, 1977.

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4 pensieri riguardo “Stanze per Genet – di Ugo RONFANI”

  1. Ti ringrazio.

    Ma è una dimora provvisoria. Come tutto il resto. Un po’ il destino delle oasi, soprattutto di quelle immaginali, che ci si costruisce per “chi sa mai” quali ragioni: basta una folata di vento più insistente, e a loro posto c’è una duna che migra al ritmo delle sabbie.

    Spero di riuscire, prima dell’evento, a postare i testi di qualche mio libro di ieri, magari a qualcuno farà piacere, visto che non esistono più da anni. Oggi, ad esempio, completo “Il verbo dei silenzi”.

    Un abbraccio.

    fm

  2. Ogni dimora è, per propria costituzione, provvisoria. Alcune lo sono di più, senza, per questo, essere secondarie.
    A quanto pare, poi, Il verbo dei silenzi, trova un nuovo alloggio.

  3. “It may be, may be. It is possible.
    Presence lies far too deep, for me to know
    its irrational reaction, as from pain”.

    fm

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