Tra pupilla e lingua

TRA PUPILLA E LINGUA
(Tratto da: Il Verbo dei Silenzi, Venezia, Edizioni del Leone, 1991)

Il giorno trascorre negli occhi
le sue ore in fiamme.
Muto groviglio in maschere di carne.
Rito che polvere d’incendio solidifica
dove ferita a sangue la parola cede.
Non si fa memoria.

*

Erosa da infinità di fuoco
la pietra che canto.

Soglia dove si addensa un grido.

Alfabeti franati l’alba raccoglie
nei suoi silenzi di luce.

Segni di febbre
sull’unico specchio scampato

all’incendio del buio.

La memoria talvolta si illumina
di queste fragili voci

gemmate da un vagare di sabbia.

*

Parole di sale
sulla pietra silenziosa dei giorni.

Un canto che muove la risacca
tra onde seminate di spume.

Tra chiarori incerti.

Qui dove un verso
è quanto del tempo vive
all’insaputa del buio

(un fiore di albe bruciate
plasmato nella creta di echi
assenti)

inventare lumi di condanna.

La fiamma è voce in cerca di dimora.

Oscuro accento che curva le mappe
di rotte indecifrabili.

*

Colori di sillabe
incrinate da risacche di vento.

Anche il mare si nutre di fioriture assenti.

Ritorna al luogo d’origine
l’onda che sussurra
pietrificata nell’eco

come fiamma di voli ormai spenti.

La parola è aria indurita nei fondali.

*

Schegge di vita
nei libri bruciati.

Spargo semi di cenere al suolo
per avere occhi che sentono.

Labbra che vedono.

A ombre appena calate

ritirerò le mani dal fuoco.

*

Febbre sottile della metamorfosi.

Accesa sul confine
che tra pupilla e lingua
ricorda l’età corrosa

ramificata in circoli di fiamma.

Il lampo è sorgente di ferita.

Parola che si oscura
se nominando il mondo

alle cose rivelate
ha già bruciato il volto più segreto.

*

Il tempo dove dimorano grida
è costellato di luci

assediate di silenzio.

In quel grumo di lampi tormentati
di stelle erranti per orbite ignote

costringi gli occhi
a colmare l’aria usurpata

affinché si spandano
a predare di immagini

la bianca superficie della morte.

*

Rovi di fuoco
a macerare resine acquose

di pupille.

Il giorno equinoziale
si leva nell’orbita delle formiche alate.

Avolge nel marmo di una calura assente

(schegge di memoria
a cementare pietra su pietra)

le lune opalescenti
ferme nel portico dei nostri sguardi.

Negata alle labbra la parola
che renda l’ombra specchio

per intrecciare lumi

per svelare gli orizzonti
dove precipita la notte

– dove dio è una sillaba
esplosa dal silenzio.

*

Una sera diversa.

Acceso come un sito di speranza
il lume sepolto
nelle dimore del cuore.

Aspetto che la sua ombra anneghi
nei segreti di una foglia
i bagliori del mio rogo

senza luce.

Domani non avrò parole nella voce.

Dissolti in cenere
gli accenti che guidano i miei anni
nella notte che non mi riconosce.

Domani sarà di spine come il rovo
la mia lingua.

Perché sanguinante rinnovi
l’afrore mai sopito

dei mancati giorni.

*

Alba che gridi il seme
di luci innominate (che bruciano

lasciano profumi di marea
a maturare in gola
ore inattese di parole mute

alfabeti d’ombra).

Nel tuo verde spazio siamo vivi.

Lacrime di vento
sciamanti sugli orli di un abisso.

*

Il mare sconfinato.

La sua ombra saziata da una vela

rotola lenta

verso le dune del giorno.

E’ l’arsura il cammino più chiaro.

Scivolare di soglia in soglia
nel quieto esilio di danze lunari

e con occhi di onda e di luce
fatti più vivi passare

senza memoria.

*

Parla con voce d’alba l’acqua
nelle dimore dei morti.

Niente più di un ricordo
la sua lingua disertata di doni

– solo ombre intrecciate di luci profonde
prismi di stagioni accecate

– solo un arco sonoro
che ha lune d’argilla da specchiare
sopra future piaghe.

Questo tempo è anima di tramonto.

Pozza palustre dimorata dai lampi.

Cresciuta su una sorgente
per la benedizione delle pietre.

*

Raccontare le pietre.

Raccogliere le sillabe perdute
a cui lo sguardo accede
quando chiedi all’aurora

quali segreti nasconde la sua luce

di questo immutabile migrare.

*

4 pensieri riguardo “Tra pupilla e lingua”

  1. Tu sei capace di scandagliare, di ridestare dall’ombra e far risuonare nei versi e sulla pagina gli stratificati, molteplici ed illimitati “sensi del
    silenzio”.

    “Poeta del silenzio” per antonomasia, appunto, che canta
    “silenzi di luce” (fra la “musique du silence” di Mallarmé,
    l’ammutolire del teatro dell’assurdo, i paradossi dei surrealisti e, all’opposto, la pienezza del senso, la densità estrema e impenetrabile del Verbo, la “luce intellettual piena d’amore” dei metafisici e dei mistici).

    Nei tuoi versi davvero, come in Eraclito, il Dio-Logos è “luce-tenebre”.

    Matteo

  2. Ti ringrazio di cuore delle parole lusinghiere che scrivi, ma soprattutto di essere qui.

    Un caro saluto.

    fm

    p.s.

    Ne approfitto per un saluto a tutti: in questi giorni ho problemi di connessione (e non solo a internet). A presto.

  3. Grazie di cuore per la buona accoglienza (la poesia, del resto, non è forse – cito a memoria – “come all’uomo battuto dal vento / lo schiudersi, improvviso, d’una porta”?).

    E già che ci sono, perché nulla vada perduto, copio qui un’altra nota di lettura, che ho buttato giù su un altro blog. Credo possa attagliarsi, senza sfrozo eccessivo, anche al Verbo dei Silenzi.

    Marotta fonde, direbbe Zanzotto, il “polo Artaud” e il “polo Mallarmé”, apparentemente inconciliabili: la carnalità a tratti cruda, perfino dissonante, se non quasi espressionisticamente tesa e calcata – e, sull’opposto crinale del dire, la rarefazione estrema, quasi iperborea, della petrarchesca (e mallarmeana, celaniana….) “luce del pensiero” che splende, oscuramente, prima di ogni Verbo e prima di ogni Silenzio (da intendere e leggere forse, l’uno e l’altro, come eoni gnostici, come stati metafisici eternamente, ciclicamente ritornanti), in un tempo e in una profondità remoti, intangibili – quasi increati.

    Proprio in questa dialettica, in questa dicotomia sottile e potente, soffia e pulsa il respiro denso e ricco del suo dettato.

    Ma alla fine, forse, come sempre, “Rien n’aura eu lieu que le Lieu”.

    Non ci saranno altro spazio, altra esistenza se non quelli del dire che precipita verso il Nulla – e intanto si sforza, allucinato, di afferrarlo, comprenderlo, dirlo – senza poi dire e ripetere, d’altra parte, null’altro che se stesso, che la propria stessa fragilità e la propria stesssa insensatezza, fino ad ammutolire per vuoto o afasia.

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