Le cose come stanno – di Franz KRAUSPENHAAR

Da: Franz Krauspenhaar, Le cose come stanno,
Milano, Baldini & Castoldi, 2003.

[…] Ho ripreso a scrivere che è notte quasi avanzata: mi sto trasformando in uno scrittore di memorie scandite al tempo presente. Pensavo di poter dipingere, un giorno: ma me ne manca la forza, mi manca la benedetta forza di afferrare le mie budella e schiantarle, così come si trovano, contro la tela. Solo così potrei dipingere, ora. Lascio fare tutto a te, che nel vento fai entrare, risucchiato da un violento pensiero, tutto il tuo pancreas, che nella bile insanguinata fai scorrere il fiume delle tue ore ispirate, che nei minuti feroci fai sprizzare il sangue dell’espressione di uno scarafaggio antropomorfo, un mostro surreale. Mi sto trasformando, nella notte. La notte trasforma, purifica, getta nei gangheri l’apparente bontà del giorno; il giorno, già, che indossa l’abito talare del salvatore di anime, quelle anime, appunto, che riescono a salvarsi soltanto se invischiate nel grigiore senza speranza di una normalità circostanziata, melliflua, e funerea. A proposito: ieri c’è stato un altro funerale, questo è il periodo buono, le buone anime a quanto pare lasciano tutte insieme il mondo in questo freddo, conveniente periodo. Domani è Natale, e per me sarà giorno di fiera. Dovrei dormire per recuperare le forze, se mai ne ho avute, ma non importa. Mi sto trasformando nello scrittore delle mie angosce, delle mie assenze angosciose. Sai come funziona: prendi il turibolo, aggeggio manda-avanti-e-indietro-incenso, ci ficchi dentro un paio di pastiglie di carbone, dai il turibolo al sacerdote, il quale, al momento della comunione, ci infilerà l’incenso. Io posso metterci solo il carbone. Accidenti. A me l’incenso niente. Ma poco male. Quel buon tizio insomma era morto, tutto morto nella sua bara, una bara proprio da povero, e tutt’intorno fluiva un buon silenzio cerimoniale. E anche Dio stava ben attento a non dire nulla. Lo sentivo distintamente tacere, infatti: e questa, secondo me, è la prova più inconfutabile della sua esistenza. Già, quanto è difficile credere nelle apparizioni, nei miracoli. Nelle manifestazioni… Mentre quando Lui tace, e tu senti vivamente che tace, e quanto tace, e con quale profondità tace, quando tace come la notte, o come tace un morto, allora, in tutto e per tutto, in Lui ci puoi davvero credere. E ieri, mentre quel tizio era distesamente morto nella sua bara, ho sentito Dio tacere come non aveva mai taciuto, l’ho sentito tacere d’incanto, tacere con inaudita potenza; ma non come un morto, no, no assolutamente: bensì come un vivo, che nel silenzio esprime, pezzetto per pezzetto, il suo carbone da bruciare, per alimentare il fuoco di una consacrazione a esistere. E’ una notte, questa, che potrebbe risvegliare duemilacinquecento alienazioni mentali. E’ una notte che potrebbe risvegliare l’incubo dal suo turibolo. E’ una notte che potrebbe essere un vuoto, dentro il quale potremmo non esistere, e saperlo perfettamente, senza peraltro dolercene. E’ una notte che potrebbe essere la morte vivente della nevropatia, se essa non fosse così abbarbicata al grigiore senza speranza del giorno che, in maniera sorniona, afferma nonostante tutto di vivere. Ti scrivo quasi al buio, un buio che parla di me, che fa parlare una matita vibrante. L’aria si fa matita, la matita corre, sola, nel buio, e incide nella scorza aerea del sogno a occhi aperti. Sono il candore acceso. Sono il gigante invisibile che crede nell’infallibilità della pena. Carcerato alla speranza, io, come solo chi crede. Ho spalancato la finestra: nemmeno un cane che abbai, nemmeno un gatto che miagoli, nemmeno una minima mistificazione notturna. Tutto è così naturale, così naturale alla notte, così perfettamente notturno, che la mia carne non trema neppure per il freddo che agevolmente s’è incuneato dalla finestra: eppure sono quasi nudo. Potrei uscire, così come sono, e non sentire un bel nulla sulla mia pelle. Credo nella spossatezza dell’estate e nel bisogno d’incoraggiamento dell’inverno: l’inverno ha quella voglia di vivere e quell’ingenuità speranzosa che ti viene dalle difficoltà; l’inverno ha lo slancio di chi ha bisogno del pane; nella primavera vive l’esaudimento dei nostri desideri di sole; nell’estate, invece, il sole immancabile si soffoca da solo; l’inferno sarà forse caldo come l’estate, e il purgatorio sarà quest’inverno, così immancabilmente rigido e così pieno di voglia di riscatto? E il paradiso, allora? Il paradiso è la foglia d’autunno. Forse è la foglia di fico della vita, con la quale nasconderemo il sesso nudo: ma un paradiso senza sesso è meglio di un purgatorio asessuato: che è questo mio presente interminabile, questo mio sadico inverno di notti, nelle quali la luna è una cipolla di tristezza, il sole maionese impazzita, la neve sperma sulla carne ossuta d’una città frigida. […]

***

Letture critiche

È un po’ una parabola alla Bernanos e alla Mauriac: la perdita di sé come dissoluzione del proprio rapporto con il sacro, il lasciarsi andare al nulla e al vuoto dell’esistenza, che il corso del breve romanzo sottolinea, anche attraverso l’assenza di un vero e proprio plot narrativo. È infatti la confessione del proprio tormento interiore, costruito come una naturale possibilità di analisi, ad avere lo spazio privilegiato nel racconto, che mette in scena anche il rapporto con i frati, l’innamoramento per una prostituta, perfino un assassinio che complica la già precaria entità del giovane. Un libro senza consolazione e senza pace, che ha il pregio di condurre il lettore dentro ai labirinti di un’anima, scoprendo la lacerazione esistente tra la realtà vissuta e quella intuita come forma onirica. Funzionale è anche la scrittura densa, ben calibrata nelle sue modulazioni e difficile, soprattutto nel modello adottato, quello della confessione in prima persona, da portare ad un equilibrio così lucido tra disfatta di sé e invettiva sul mondo abitato. (Fulvio Panzeri)

*

Sfruttando l’espediente classico (e tuttavia spesso ignorato dalla recente narrativa) del romanzo epistolare, Krauspenhaar affida la narrazione a una lunga lettera (“risentita”, aggiunge il sottotitolo) che Puch, giovane sacrestano di una piccola chiesa cattolica tedesca, scrive al fratello Fritz, pittore in cerca di successo emigrato in Danimarca, nei giorni del Natale del 1966. Attorno a questo esile spunto di partenza, Franz Krauspenhaar si avventura nelle profondità della vita interiore dei suoi personaggi con tutte le prerogative di una spietata onniscienza e restituisce al lettore pagine (il suo è un testo composto soprattutto di pagine: sgraziate, nervose, poetiche, malinconiche…) di una densità capace di dare la polvere a opere assai più ponderose e fameliche. (…) “Io sono come Dio, perché lascio sempre le cose come stanno, possono pregarmi, scongiurarmi, ma niente, io lascio tutto come sta, non muovo un dito, rimango qui, nella mia quiete rintronante, nella mia enorme muta dissonanza, nella mia sordità da dopoguerra in continuo aggravamento, a parlar male di tutti, di tutti voi che almeno fate qualcosa, ma siete, seppur disgustosamente, degli esseri umani, mentre io sono un essere simile a Dio, non a sua immagine e somiglianza, proprio simile, proprio apparentabile, un dio senza deità, un Dio senza cuore (…)” Questa è la radice ipotattica della scrittura di Krauspenhaar, che diramandosi sulla pagina allestisce la struttura di un romanzo breve e densissimo sul quale (…) la critica ha esercitato il più idiota e immotivato dei silenzi, lasciando immeritatamente le cose come stanno. (Piero Sorrentino)

*

(…) la scrittura di Krauspenhaar ha preso la sua corsa; il suo compito principale è ora quello di tener dietro ai pensieri, comporre intanto il primo sedimento psicologico sul quale insediare la vulnerabilità del personaggio. I temi si susseguono: le donne, gli uomini, la fede, il talento personale, l’ipocrisia, l’amore, l’arte, l’amicizia, in uno srotolarsi di movimenti che si spingono a vicenda, come se una cateratta si fosse rialzata lasciando scorrere la piena a valle. Il lettore non è sollecitato ad interpretare, a prendere posizione, ma ad osservare, come accade allorché ci si fermi sull’argine del fiume per seguire l’arrivo dell’onda di piena, e ci si sente impotenti ad agire, e, tuttavia, non si ha la forza di andarsene, e si resta spettatori. Una delle onde di piena porta questo terribile pensiero: “Dio non è un essere che c’è o non c’è, ma è un essere al quale, proprio in definitiva e senz’appelli, non importa nulla di nessuno.” Ed anche: Dio “lascia le cose proprio come stanno”. Il percorso lo sta conducendo a un Dio peggiore, nuovo e diverso, che si pone in contraddizione con il Dio conosciuto, presente e affidabile, e ne usurpa il posto. Anche l’amore è visto ora come una devastazione, così che si ha l’impressione che in questo personaggio ogni fibrillazione del sentimento diventi una minaccia, una ossessione vendicativa. Ci domandiamo se possa mai essere felice uno come lui, e se egli, invece che essere un personaggio verosimile, non sia in realtà il risultato, o meglio, l’espressione di uno speciale esistenzialismo inconciliabile con la vita: “non sono conveniente, non frutto un solo marco a nessuno, come schiavo valgo zero, sono un uomo libero di cui nessuno può fare uso”. Il protagonista è – ci pare – in cerca di un momento di respiro, di sosta, forse per comprendere ciò che egli è, ma in verità per compiacersi unicamente proprio di quella perenne insoddisfazione che gli consente di esistere: “Do giudizi su tutti, ma io chi sono?”. (…) Puch è costretto nel suo destino, nella sua impotenza (non posso picchiare nessuno), nel suo fallimento. E la sola forma di salvezza paradossale diventa quella di apparentarsi agli altri, nella meschinità, come un vero e proprio uomo del sottosuolo. Perciò Puch deve scoprirsi come il peggiore di tutti. Sono come Dio, perché lascio le cose come stanno. E così il cerchio si chiude: Krausbernard, del quale Fritz era un’emanazione inferiore, torna in Puch/Krauspenhaar, come fossimo al termine di un percorso gnostico, che riconduce le cose alla sua origine, e all’origine c’è un demiurgo cattivo. Puch mette in opera un percorso gnostico mediante la scrittura, e questa è davvero la salvezza: una salvezza impotente, che non può mettere in atto altro se non se stessa, ma questa salvezza ha un corpo, ha preso corpo in una lettera che è una meraviglioso profluvio di parole e di coscienza, alle frasi smozzicate succedono le ultime pagine di un flusso ininterrotto, la costruzione compiuta di un delirio cosmico, il regno dell’impotenza e dell’indifferenza, il pensiero deposto e abbandonato, l’indiscernibilità di colpe e di valori. Pagine peraltro splendidamente blasfeme. Immensità criminale, gridava Bataille. Qui, questo grido diventa un sussurro impotente, ma dice lo stesso. Ecco, è questo che cerco nei libri. Un grido. E qui c’è. (Bartolomeo Di Monaco)

***

La misura della soglia
(Leggendo Le cose come stanno, di Franz Krauspenhaar)

come si svuota questo nevoso

come si svuota questo nevoso
cielo quando fiorisce
dall’aria
qualche parola ebbra e
si accosta alle labbra un soffio
che la voce può rovesciare
in canto un solco così profondo
nella sabbia come oltrarsi
ora nel silenzio

*

non più divisa in nomi da ardere

non più divisa in nomi da ardere
mentre vortica lungo le correnti
lieve una vela fiammante di segni anche
la luce pensata nella dura
cenere autunnale quell’unico canto
alla prua quanto resta annodato
a reticoli d’alghe all’ombra
di una mano che attinge un po’ inclinata
sulla crosta dell’onda e immobile

*

spento nel silenzio di lacrime stella

spento nel silenzio di lacrime stella
l’ultimo grido del giorno il suono
ronzante si diffonde affonda
nell’ultima luce e l’eco
è un calice che ancora riversa
il blu fondo di un intimo gioco
dentro un corpo disposto a parole
che tardano agli occhi rapprese

*

s’inarcano le ombre che fioriscono

s’inarcano le ombre che fioriscono
invalicabili e sul ciglio
del tuo stellato labbro cicatrici di parole
sillabe di gemme remote qualche
segno di neve sul vetro getta l’àncora
millenaria senza il lievito di altre
solitudini in cui specchiarsi forse canta
tracce di cose viste udibili
in questo grumo di macchie che sanguina
nell’iride

*

nella casa che beve ricordi

nella casa che beve ricordi e fumo
azzurrato di parole che scortano il giorno
al suo sepolcro d’aria le pietre si chiudono
come labbra intorno al calice profondo
di soli fermentati che
è della luce questa fonte di memorie
gorgogliante al di là degli sguardi
segreta vertigine d’acqua

*

negli specchi della notte fingendo inutili

negli specchi della notte fingendo inutili
rovine forse l’immagine del proprio volto
come accade nel senso di una parabola
postuma o dichiarando inarticolati
crocevia di voci parvenze
che slontanano simili a stormi al passo
quando l’acqua scioglie litanie di lune
in bilico su azzurre rupi invernali

*

quando sussurra in altra immagine

quando sussurra in altra immagine
l’istante scalfito da una lampada
che la mano appresta per leggere l’età
già ammantata di notti o quando sulla riva
sconosciuta approda la verdeggiante
vela quella crepa florescente che
si alimenta di fuochi navigabile
rimane solo l’estremo specchio di cielo
dove immergersi con quell’ultima luce
passata attraverso crune di sillabe
e cenere

*

nell’ora che emerge

nell’ora che emerge
unica tra vuoti di mondo gli alberi
naufragano nella traccia piena d’occhi
di stelle fatte solo d’autunno e lingue
spente a ogni immagine di luce anche per te
morso da foglie vanescenti acqua e fuoco
ricamano addosso un mantello di notti e
lo sguardo vagante rivive come una conchiglia
svuotata di labbra tempestata di onde

*

dissolto al respiro che transenna

dissolto al respiro che transenna
cristalli di parole tracima dal labbro
spine lucenti tra sabbie assetate di passi
questo giorno che nel silenzio predica
solchi gravidi d’echi e semi
imprecisati di sorgente questo
giorno che innerva il sonno senza lune
dentro voragini aperte da lame di domanda
di preghiera

*

increspato di enigmi

increspato di enigmi
nel nulla che si annuncia sotto palpebre di luce
l’oblio dell’evento che già fummo carne
attraversata dai silenzi affilati di dio
dal suo occhio nudo che stordisce
mentre trascorre in respiri di radici
e detta segni all’alba fuochi alla luna
insonni edere alle rovine notti alle notti
perché più alto risplenda l’astro che batte
l’ora del migrare

*

traduce il respiro in un libro

traduce il respiro in un libro
di sogni creati al lume
di occhi senza sonno strappa
tatuaggi d’astri alle fontane
lacrime alla polvere l’idioma
di cui crepita il silenzio

*

laddove fluttua inalberata parola

laddove fluttua inalberata parola
lunare sopra prodigi che il mare schiuma
in voci di deriva non resta che l’acqua
per accostare il transito di mondi sciamanti
in altre immagini non resta
che il labbro del silenzio per salpare
verso le sorgenti del cielo sfrondando l’onda
da canti trapassati in cenere

(nov./dic. 2005)

*

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