Wallace STEVENS tradotto da Nadia FUSINI

A primitive like an orb
(Un primitivo come un globo)

I

The essential poem at the centre of things,
The arias that spiritual fiddling make,
Have gorged the cast-iron of our lives with good
And the cast-iron of our works. But it is, dear sirs,

A difficult apperception, this gorging good,
Fetched by such slick-eyed nymphs, this essential gold,
This fortune’s finding, disposed and re-disposed
By such slight genii I such pale air.

I

La poesia essenziale al centro delle cose,
Le arie che motivetti spirituali intonano,
Hanno saturato di bene la lega delle nostre vite
E delle nostre opere. Ma è, cari signori,
Una percezione difficile, questo bene che satura,
Apparecchiato da ninfe leste d’occhio, quest’essenza d’oro,
Questo tocco di fortuna, disposto e predisposto
Da genii così leggeri nell’aria così pallida.

II

We do not prove the existence of the poem.
It is something seen and known in lesser poems.
It is the huge, high harmony that sounds
A little and a little, suddenly,
By means of a separate sense. It is and it
Is not and, therefore, is. In the instant of speach,
The breadth of an accelerando moves,
Captives the being, widens – and was there.

II

Della poesia non si dimostra l’esistenza.
E’ qualcosa che si vede e si conosce in poesie minori.
E’ l’armonia alta, vasta, che risuona
Appena, appena, improvvisa,
Grazie a un senso differente. E’ e non è,
E perciò è. Nell’istante della parola,
L’ampiezza di un accelerando muove,
Cattura l’essere, lo amplia – e non è più.

III

What milk there is in such captivity,
What wheaten bread and oaten cake and kind,
Green guests and table in the woods and songs
At heart, within an instant’s motion, within
A space grown wide, the inevitable blue
Of secluded thunder, an illusion, as it was,
Oh as, always too heavy for the sense
To seize, the obscurest as, the distant was..

III

Che latte si trovi in tale cattura,
Che pane di grano e dolce d’orzo e teneri
Ospiti verdi, e tavoli nei boschi e canzoni
Nel cuore, nel tempo di un istante, nello spazio
Che s’allarga, il blu inevitabile
Del tuono remoto, un’illusione, come fosse,
Oh come, sempre troppo pesante, perché il senso
L’afferri, il più oscuro come, il distante fosse…

IV

One poem proves another and the whole,
For the clairvoyant men that need no proof:
The lover, the believer and the poet.
Their words are chosen out of their desire,
The joy of language, when it is themselves.
With these they celebrate the central poem,
The fulfillment of fulfillments, in opulent,
Last terms, the largest, bulging still with more,

IV

Una poesia conferma l’altra e poi l’insieme,
Per il chiaroveggente che non cerca prove:
L’amante, il credente e il poeta.
Dal loro desiderio le loro parole sono elette,
Dalla gioia della lingua, quand’è loro.
Così celebrano la poesia centrale,
L’impresa delle imprese, con termini finali,
opulenti, pieni, gonfi d’altro ancora,

V

Until the used-to earth and sky, and the tree
And cloud, the used-to tree and used-to cloud,
Lose the old uses that they made of them,
And they: these men, and earth and sky, inform
Each other by sharp informations, sharp,
Free knowledges, secreted until then,
Breaches of that which held them fast. It is
As if the central poem became the world,

V

Finché la terra usata e il cielo, e l’albero
E la nuvola, l’albero usato e l’usata nuvola,
Perdono i vecchi usi che si facevano di loro,
Ed essi: questi uomini, e la terra e il cielo,
Si comunicano l’un l’altro comunicazioni precise,
Precise, libere conoscenze, secrete fin’allora,
Rotture di ciò che li teneva stretti. E come
Se la poesia centrale diventasse il mondo,

VI

And the world the central poem, each one the mate
Of the other, as if summer was a spouse,
Espoused each morning, each long afternoon,
And the mate of summer: her mirror and her look,
Her only place and person, a self of her
That speaks, denouncing separate selves, both one.
The essential poem begets the others. The light
Of it is not a light apart, up-hill.

VI

E il mondo la poesia centrale, ognuno compagno
Dell’altro, come se l’estate fosse la sposa,
Sposata ogni mattino, ogni lungo pomeriggio,
E il compagno dell’estate: lo specchio e lo sguardo,
L’unico luogo e persona, un sé di lei
Che parla, e denuncia sé separati, entrambi uno.
La poesia essenziale genera le altre. La sua luce
Non è una luce a parte, in alto.

VII

The central poem is the poem of the whole,
The poem of the composition of the whole,
The composition of blue sea and of green,
Of blue light and of green, as lesser poems,
And the miraculous multiplex of lesser poems,
Not merely into a whole, but a poem of
The whole, the essential compact of the parts,
The roundness that pulls tight the final ring

VII

La poesia centrale è la poesia del tutto,
La poesia della composizione del tutto,
La composizione del blu e del verde mare,
Della luce blu e del verde, come poesie minori,
E il miracoloso multiplo di poesie minori,
Non solo in un tutto, ma in una poesia del tutto,
L’essenziale compattezza delle parti,
La rotondità che stringe e chiude l’ultimo anello

VIII

And that which in an altitude would soar,
A vis, a principle or, it may be,
The meditation of a principle,
Or else an inherent order active to be
Itself, a nature to its native all
Beneficence, a repose, utmost repose,
The muscles of a magnet aptly felt,
A giant, on the horizon, glistening,

VIII

E ciò che in altezza potrebbe ascendere,
Una vis, un principio, o forse
La meditazione di un principio,
O anche un ordine innato e teso a divenire
Se stesso, una natura ai suoi propri nativi
Tutta carità, un riposo, l’ultimo riposo,
I muscoli di un magnete giusti e tesi,
Un gigante all’orizzonte sfavillante,

IX

And in bright excellence adorned, crested
With every prodigal, familiar fire,
And unfamiliar escapades: whirroos
And scintillant sizzlings such as children like,
Vested in the serious folds of majesty,
Moving around and behind, a following,
A source of trumpeting seraphs in the eye,
A source of pleasant outbursts on the ear.

IX

Adorno di lucida eccellenza, crestato
Di ogni conosciuto, prodigo fuoco,
E sconosciute scappatelle: frullii
E scintillanti scoppi come piacciono ai bambini,
Vestito delle seriche pieghe della maestà,
In moto in tondo e indietro, un corteo,
Una fonte di serafini strombettanti all’occhio,
Una fonte di grati scoppi per l’orecchio.

X

It is a giant, always, that is evolved,
To be in scale, unless virtue cuts him, snips
Both size and solitude or thinks it does,
As in a signed photograph on a mantelpiece.
But the virtuoso never leaves his shape,
Still on the horizon elongates his cuts,
And still angelic and still plenteous,
Imposes power by the power of his form.

X

E’ un gigante, sempre, che ne evolve, e
Perché rimanga in scala, e virtù non lo mozzi, tagliuzza
Insieme grandezza e solitudine o così pensa di fare,
Come con una foto con firma sul caminetto.
Ma il virtuoso mai tradisce la figura,
All’orizzonte ancora ne prolunga i tagli,
Ancora angelico e ancora copioso,
Domina col dominio della forma.

XI

Here, then, is an abstraction given head,
A giant on the horizon, given arms,
A massive body and long legs, stretched out,
A definition with an illustration, not
Too exactly labelled, a large among the smalls
Of it, a close, parental magnitude,
At the centre on the horizon, concentrum, grave
And prodigious person, patron of origins.

XI

Qui dunque un’astrazione prende corpo,
Un gigante all’orizzonte prende braccia,
Corpo massiccio e lunghe gambe, distese,
Una definizione con illustrazione,
Non troppo esatta la taglia, una larga tra taglie
Piccole, una grandezza vicina familiare,
al centro dell’orizzonte, concentrum, persona
Solenne, prodigio, patrono delle origini.

XII

That’s it. The lover writes, the believer hears,
The poet mumbles and the painter sees,
Each one, his fated eccentricity,
As a part, but part, but tenacious particle,
Of the skeleton of the ether, the total
Of letters, prophecies, perceptions, clods
Of color, the giant of nothingness, each one
And the giant ever changing, living in change.

XII

Ecco cos’è. L’amante scrive, il credente ascolta,
Il poeta mormora e il pittore vede,
A ognuno la sua destinata eccentricità,
Ognuno parte, ma parte, ma tenace particella,
dello scheletro dell’etere, il totale
Delle lettere, profezie, percezioni, zolle
Di colore, il gigante del nulla, ognuno
E il gigante sempre cangiante, che vive del cambiare.

***

Nota

Testo e traduzioni sono tratti da: Wallace Stevens, Aurore d’autunno (The Auroras of autumn, 1948), cura, prefazione e traduzione di Nadia Fusini, Milano, Garzanti, 1992.

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