Icone del migrare V – La lingua delle pupille

La lingua delle pupille – da: Icone del migrare
(1998-2000, inedito)

La poésie domine l’absurde. Elle est l’absurde suprême:
la cruche élevée à hauteur de la bouche amoureuse
emplissant celle-ci de désir et de soif,
de distance et d’abandon.

René Char

*

La parola che risale il corso delle sabbie, è febbre delle origini:
una ferita, una fonte, un volo: in limpide, immense trasparenze
di esilio.

liturgie di
parole riverse
nell’atto ebbro di
dialogare, senza
durata di carne
e di sillabe,
siti imbevuti di sogni,
rovine e ampolle
di preghiera:
l’ultima
canta l’ombra che
s’incenera a
fuochi calanti di
finzione, immensa
tela di sostanze
ad arco, curvate al
filo che fa dei giorni
murmure di sguardi
invasi, antico
legame di silenzi

*

Scrivere un verso è provocare una forma ad apparire.
E’ varcare la sera. Come la soglia di una dimora inquieta.

inconoscibile frangere
di labbra in
segni dove accampa
un respirare d’albe
e la cadenza
avida di spighe
innerva calici di
folgorate foci

l’iride conserva
ad ogni fare
il flutto di due mondi
due sillabe, due
lumi: quadrante
immobile
d’ali rapprese in
quarzo, voli
bevuti da chiarità
di tenebra: cifrati
in un bagliore
che fa polvere
il senso, vuoto
lo spazio
del pensiero

*

Precede, il segno, il senso della vita.
La parola inventa i passi che saremo.

profondità che turba
il segno immagine
e marchia statici
tralci o stormi
secondo leggi d’ombra,
di raccolto:
notti sofferte, fuggite
anche alla notte,
labbra di ceri in sogno
che mutano in
sterpi davanti
all’ora primigenia,
all’anfora aurorale:
versi, macerie, e
la vita
tacitamente passa,
ingiallita in un
diverso senso,
perso

*

Il volto del vento. Specchio di sabbie arse e acque ritornate
alle sorgenti. Sulle labbra, l’aroma intenso del silenzio.
La forma esatta di un grido.

inabitabile
verità del cadere
che ti accompagna
in lampi e
crete d’uragano, in
mute visitazioni d’esilio,
e d’ombre scuote
polvere dal vento in
steli come rami,
occhi di quiete
sui fiumi sangue
dell’aprile

inabitabile canto
tagliato di netto da
varchi deserto,
grani di polvere
luce
sopra corpi di assenza

*

Decifrare l’alfabeto dell’alba, le sue sillabe d’oro,
i suoi silenzi carichi di voci, le lettere che nasconde
nel suo corpo di ombre migranti.
Negli specchi del giorno, la notte sarebbe regola di luce.
Sintassi del lampo.

si abita in fogli
distesi di voce, in
anfratti di sabbia,
in ascolto di fonti,
illunata presenza di
angelo caduto
in rapidi
trasbordi di notti:
resta immobile, sospesa
tumescenza di un
altrove sommerso,
persiste nel dialogo
con l’ombra che
si accende
della sua stessa
ombra, del suo volto

non sarà pietra, ala
bruciata di
pensiero, e
senza labbra,
impiumato di rimpianti,
all’oblio volge
soli dimenticati,
spazi d’erba,
maschere di volo:
segno di una pupilla
senza limiti, illimitata
assenza di parole

*

Se il corpo è lo strumento della poesia, la saggezza è un grumo
di sangue rappreso, la morte l’unico verso che lascia tracce.

lune in lontananze
di cammino, al valico di
spazi declinanti
pavesati di
silenzio: ai margini,
avvolta in segrete
passioni di perla,
la febbre dell’albero
morde il cielo
ai viandanti, veglia
sui passi e cede
indomabili lampi di
inchiostro, foglie,
fiamme dai rami,
stimmate di
parole, sillabe di
oracolo
in cerca del labbro
ove posare, svanire in
cumuli di notte

*

Luci parallele al migrare dell’acqua, luci che stillano
da rose di crepuscolo.

voci di canto, strade
emerse dalla polvere al
segno che recita
transiti di stelle
immobili, e fiori
incisi d’ombre dal
millenario
torpore del silenzio:
luoghi imprecisati
scolpiti a colpi di
parole, il lessico
pietroso che sconcia
stria in un sibilo
balsami, miracoli e
questi argenti
d’ala che nidificano
nel fogliame
scomposto del
crepuscolo

*

Ogni parola è un transito verso una soglia mille volte persa.
La parola poetica è solo la speranza dell’incontro.

qualcosa
passato al vaglio attento,
a mani di stagioni,
infermità di nevi o
trepido, sospeso
tendersi del giunco
agli specchi indecisi di
una pozza, memorie
di tormente nel
pasto oscuro di
visi lenti
come una condanna

(vertigine malata
dell’alfabeto
materno del lume,
in croce a
pallidire
ombre)

*

Dalle profondità della luce, la parola fa emergere
tutte le lettere del vuoto, l’ossatura iniziale del deserto.

segnali d’ocra,
d’ambra,
e pochi
fili d’erba in colori
indefinibili di
sonno: il tempo
tenta l’iride
dove si fissa il
rovescio degli sguardi
nell’altro, ignoto,
che illimitato
cresce, dischiuso vento,
musica, interminabile
lutto di parole,
di profezie
smentite da uno
specchio d’acqua

*

Se la parola esiste prima della cosa a cui dà senso e corpo,
il chiarore del foglio è lo spazio esatto dove i nostri passi
incontrano l’orma che li precede.

carte incontrate in
grappoli copiosi,
indifferenti, quasi
un dono
promesso dalla pietra
in fioriture di
misericordia,
gigli dell’altra riva
in prosciugate estasi
di seme

(il segno
è grazia d’acque
allevate dall’inverno,
creatura di un
insonne
privilegio, che
scuote, si
riscuote in
palpiti aurorali)

*

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