Idea dell’immemorabile – di Giorgio AGAMBEN

Giorgio Agamben, Wall portrait

Idea dell’immemorabile

Svegliandoci, sappiamo, a volte, di aver veduto in sogno la verità con tanta palpabile chiarezza, da esserne perfettamente appagati. Ci viene, una volta, mostrata una scrittura che dissigilla a un tratto il segreto della nostra esistenza; altre volte, una sola parola, accompagnata da un gesto imperioso o ripetuta in una cantilena puerile, candisce in una luce di lampo un intero paesaggio di ombre, consegnando ogni dettaglio alla sua ritrovata e definitiva fattezza.
Al risveglio, tuttavia, pur ricordando noi limpidamente tutte le immagini del sogno, quella scrittura e quella parola hanno perduto la loro forza veritativa e, con tristezza, le rivoltiamo, sfatate, da ogni parte, senza più riuscire a raccapezzarne il portento. Abbiamo il sogno, ma, di esso, inspiegabilmente ci manca l’essenziale, che è rimasto sepolto in quella terra dove, dèsti, non abbiamo più accesso.
Di rado facciamo in tempo a osservare quel che pure dovrebbe esserci perfettamente evidente e, cioè, che invano crediamo in un altro luogo o in un altro tempo il segreto del sogno: il sogno esiste per noi tutt’intero nell’attimo in cui ci balena in mente al risveglio. Lo stesso ricordo che ci ha dato il sogno, ci porge anche la mancanza che l’affligge: un solo gesto li contiene entrambi.
Un’esperienza analoga ha luogo nella memoria involontaria. Qui il ricordo, che ci restituisce la cosa dimenticata, ne è esso stesso ogni volta dimentico e questa dimenticanza è la sua luce. Di qui, però, il suo materiarsi di nostalgia: una nota elegiaca vibra così tenacemente in fondo a ogni memoria umana, che, al limite, il ricordo che non ricorda nulla è il ricordo più forte.
Lungi dal vedere in quest’aporia del sogno e del ricordo un limite e una debolezza, dobbiamo invece riconoscerla per quella che essa è: una profezia che concerne la struttura stessa della coscienza. Non ciò che abbiamo vissuto e, poi, dimenticato, torna ora, imperfettamente, alla coscienza, ma, piuttosto, noi accediamo, in quel punto, a ciò che non è mai stato, alla dimenticanza come patria della coscienza. Per questo la nostra felicità è intrisa di nostalgia: la coscienza contiene in sé il presagio dell’incoscienza e proprio quel presagio è, anzi, la sua perfezione. Ciò significa che ogni attenzione tende, in ultima istanza, a una svagatezza e che, nel suo fastigio estremo, il pensiero è solo un trasalimento. Sogno e ricordo tuffano la vita nel sangue di drago della parola e, in questo modo, la rendono invulnerabile alla memoria. L’immemorabile, che precipita di memoria in memoria senza mai venire esso stesso al ricordo, è propriamente indimenticabile. Questo indimenticabile oblio è il linguaggio, è la parola umana.
Così la promessa che il sogno formula nel suo stesso mancarsi è quella di una lucidità così potente da restituirci alla distrazione, di una parola così compiuta da riconsegnarci all’infanzia, di una ragione così sovrana da comprender sé incomprensibile.

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Idea della vocazione

A che cosa è fedele il poeta? Poiché qui certamente è in questione qualcosa che non può essere fissato in proposizioni o memorizzato in articoli di fede. Ma come si può conservare una fedeltà senza mai formularla, nemmeno a se stessi? Essa dovrebbe ogni volta uscir dalla mente nell’attimo stesso in cui vi si afferma.
Un glossario medievale così spiega il senso del neologismo dementicare, che andava nell’uso sostituendo il letterario oblivisci: dementicastis: oblivioni tradidistis. Il dimenticato non è semplicemente cancellato, lasciato da parte: esso è consegnato all’oblio. Nel modo più puro, lo schema di questa incompitabile tradizione è stato esposto da Hölderlin quando, nelle note alla traduzione dell’ Edipo sofocleo, scrive che il dio e l’uomo, “affinché la memoria dei celesti non scompaia, comunicano nella forma, dimentica di tutto, dell’infedeltà”.
La fedeltà a ciò che non può essere tematizzato, ma nemmeno semplicemente taciuto, è un tradimento di specie sacra, in cui la memoria, volgendosi a un tratto come un remolino di vento, scopre il fronte nevato dell’oblio. Questo gesto, questo inverso abbraccio di memoria e dimenticanza, che conserva intatta al suo centro l’identità di immemorato e indimenticabile, è la vocazione.

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Idea dell’amore

Vivere nell’intimità di un essere estraneo, e non per avvicinarlo, per renderlo noto, ma per mantenerlo estraneo, lontano, anzi: inapparente – così inapparente che il suo nome lo contenga tutto. E, pur nel disagio, giorno dopo giorno non esser altro che il luogo sempre aperto, la luce intramontabile in cui quell’uno, quella cosa resta per sempre esposta e murata.

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Idea della felicità

In ogni vita c’è qualcosa che resta non vissuto, come in ogni parola qualcosa che resta inespresso. Il carattere è l’oscura potenza che si erge a custode di questa vita indelibata: caparbiamente esso veglia su ciò che non è mai stato e, senza che tu lo voglia, ne segna sul tuo volto la traccia. Per questo il bambino appena nato sembra già somigliare all’adulto: in realtà fra i due volti non vi è nulla di uguale, se non ciò che nel secondo come nel primo non è stato vissuto.
La commedia del carattere: nel punto in cui la morte strappa dalle sue mani ciò che queste tenacemente nascondono, essa stringe soltanto una maschera. In questo punto, il carattere sparisce: nel volto del morto non vi è più traccia di ciò che non è stato vissuto, le rughe incavate dal carattere si distendono.
Così la morte è beffata: essa non ha occhi né mani per il tesoro del carattere. Questo – il mai stato – è raccolto dall’idea della felicità. Essa è il bene che l’umanità riceve dalle mani del carattere.

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Idea della morte

L’angelo della morte, che in certe leggende si chiama Samaele e col quale si racconta che anche Mosè dovesse lottare, è il linguaggio. Esso ci annuncia la morte – che altro fa il linguaggio? Ma proprio questo annuncio ci rende così difficile morire. Da tempo immemorabile, da quanto dura la sua storia, l’umanità è in lotta con l’angelo, per strappargli il segreto che egli si limita ad annunciare. Ma dalle sue mani puerili si può cavare soltanto quell’annuncio, che, del resto, egli era comunque venuto a portarci. Di questo l’angelo non ha colpa, e solo chi capisce l’innocenza del linguaggio intende, anche, il vero senso dell’annuncio e può, eventualmente, imparare a morire.

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Nota

I testi sono tratti da: Giorgio Agamben, Idea della prosa, Milano, Feltrinelli, Impronte, 1985.

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6 pensieri riguardo “Idea dell’immemorabile – di Giorgio AGAMBEN”

  1. Ciao Francesco
    solo oggi ho saputo del tuo blog: ti faccio gli auguri per un lavoro proficuo e soprattutto appassionante perché senza vera passione certe cose non possono funzionare ma tu ne hai da vendere vero? :o))
    In bocca al lupo!
    pepe

  2. Grazie a Sebastiano, a Gabriele e Luca. Sono riconoscente e ricambio saluti, affetto e stima.

    Dovete scusarmi se i commenti non compaiono subito, ma non so assolutamente barcamenarmi tra le varie “funzioni” e i vari dispositivi: lungi da me l’idea di moderare (o, peggio, di bloccare alcunché).

    Ma imparerò, credo di aver già individuato la persona che può insegnarmi.

    Grazie ancora, con un abbraccio.

    fm

  3. Hai perfettamente ragione, Valter: uno dei pochi (purtroppo!) coi quali è utile, necessario e doveroso confrontarsi: da qualunque angolo dell’orizzonte si provenga: qualunque carico si porti sulle spalle.

    Ti ringrazio.

    fm

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