Della solitudine come spazio di scrittura – di Edmond JABÈS

E. Jabès

Della solitudine come spazio di scrittura

(Tratto da: Edmond Jabès, Il libro della sovversione non sospetta (Le petit livre de la subversion hors de soupçon, 1982), traduzione di Antonio Prete, Milano, Feltrinelli, “Impronte”, 1984, pg. 43-48).

*

“L’aurora”, diceva, “è un gigantesco
autodafé di libri: spettacolo grandioso di
un sapere supremo sbalzato giù dal trono.
Vergine, allora, è il mattino.”

Il gesto di scrivere è un gesto solitario.
La scrittura è l’espressione di questa solitudine?
Si può dare scrittura senza solitudine, oppure, ancora, solitudine senza scrittura?
La solitudine ha dei gradi? Insomma ci sono più zone e diversi livelli di solitudine, così come ci sono piani d’ombra e piani di luce?
E in questo caso, è lecito sostenere che ci sono solitudini consacrate alla notte e altre consacrate al giorno?
Infine, è possibile cogliere forme diverse di solitudine? Ad esempio: solitudine fulgida, piena, come quella del sole, oppure solitudine uniforme, tenebrosa, come quella delle pietre tombali, solitudine del dì di festa e solitudine delle ore luttuose?
Eppure la solitudine non può essere detta senza che, di colpo, cessi d’esistere. Non può essere scritta se non in una distanza di protezione dall’occhio che poi la leggerà.
Si può dunque affermare che il dire è per il testo quel che per la parola orale è per la parola scritta: fine d’una solitudine tutta assunta su di sé, per la parola orale, preludio alla solitudine d’un’avventura, per la parola scritta.
Chi parla a voce alta non è mai solo.
Chi scrive raggiunge, con la mediazione del vocabolo la sponda della propria solitudine.
Nell’immensità d’una distesa di sabbia chi oserebbe ricorrere alla parola? Il deserto risponde soltanto al grido, all’ultimo grido già avvolto dal silenzio, dal quale sgorgherà il segno: poiché si scrive, sempre, lungo i confini indeterminati dell’essere.
Prender coscienza di questo limite vuol dire, nello stesso tempo, riconoscere che punto d’avvio dello scritto è la linea irregolare che segna la demarcazione della nostra solitudine.
Così, sia la solitudine che lo scritto hanno frontiere fluttuanti che noi andiamo costeggiando, la penna nella mano: frontiere che divengono riconoscibili per mezzo di noi e grazie a noi.
Ogni libro ha i suoi antri di solitudine.
Sette cieli si schiudono dal cielo. E il vuoto ha anch’esso i suoi livelli. Così la solitudine: vuoto del cielo e della terra, vuoto dell’uomo, il quale in esso s’affanna e in esso respira.
Legata com’è a ogni forma d’origine, la solitudine ha il potere straordinario di rompere il tempo, di liberare l’unità primigenia, insomma di fare, in qualche modo, del multiplo che non si può determinare l’uno che non si può numerare.
Sicché, in queste condizioni, cercare di scrivere vuol dire rifar da capo, sul margine dello scritto ma in senso inverso, il percorso seguito dal pensiero; ricondurre il pensiero all’oggetto stesso del suo pensare e lo scritto al vocabolo che già lo conteneva in sé. Vuol dire, uscire dala propria solitudine per sposare, pur ignorando l’incipit, la solitudine iniziale del libro, quella solitudine cui proprio il libro darà un nome. Poiché solo sulle rovine di un libro dal quale si è distolto lo sguardo, sulla spaventosa solitudine delle sue macerie, si costruisce un libro.
Lo scrittore non abbandona il libro. Cresce e sprofonda ai suoi lati. Il primo tempo dello scrivere consiste nel raccogliere le pietre del libro crollato per edificare con esse un’opera nuova: la stessa di prima, non c’è dubbio. Di questo edificio lo scrittore è l’instancabile capomastro, e insieme l’architetto e il muratore, e per questo è più attento al movimento interno, naturale, che presiede al suo compimento di quanto non lo sia al procedere stesso della costruzione. Ma soprattutto è attento alla scrittura di una doppia solitudine, quella del vocabolo e quella del libro, solitudine che si apre via via verso una progressiva leggibilità.
D’altra parte, in nessun luogo, come in questo rettangolo di carta fine riservata all’indicibile, parole e dimora sono così saldamente legate tra loro, ma anche, nel contempo – ecco il paradosso – così distanti. Poiché alla solitudine nessuna alleanza è permessa, nessuna unione o associazione, nessuna speranza di liberazione collettiva.
La solitudine si costruisce da sola. Da sola, con la complicità della scrittura, promuove la lettura delle superbe architetture delle sue epoche di splendore, ma anche la lettura delle sue vaste e profonde ferite, nel tempo in cui l’opera ch’essa ha contribuito a edificare va in polvere, nel tempo in cui il libro si frammenta nell’infinita frantumazione delle sue parole.
A questa solitudine lo scrittore si sottomette, concedendo talvolta più di quanto egli possa poi mantenere. Eppure è impossibile sottrarsi agli impegni presi nei suoi confronti.
Perché poi? La solitudine non è forse per l’uomo una scelta ben consapevole? Che cosa sono allora queste catene che egli non ha fabbricato? C’è forse una solitudine che può sfuggire alla sua volontà, una solitudine che egli, reso impotente, può solo subire?
L’esigenza di questa solitudine dalla quale lo scrittore non è in grado di liberarsi è esattamente quella che la parola che così la nomina le ha imposto: solitudine dalle profondità della solitudine. Come se ci fosse una solitudine più sola, rinserrata nel cuore stesso della solitudine, in quel luogo dove la parola si modella sull’immagine che lei stessa ha catturato, come accade al bambino nel ventre materno.
Da questo momento in poi tutto è elaborato secondo un piano premeditato, poiché il progetto del libro è anzitutto un progetto temerario del vocabolo. Non si può scrivere il libro senza aver prima partecipato indirettamente a questo progetto. Il quale forse è soltanto l’intuizione che abbiamo del libro e a partire dalla quale il libro si scrive.
Solitudine d’una parola, dunque. Solitudine della parola prima della parola, della notte prima della notte: per questa soltanto, come astro immerso in essa, brilla ormai il vocabolo.
Ma, si obietterà, come si può andare verso la parola a partire dal libro? Come la luce va verso il sole, risponderò. Libro non è forse una parola? Alla parola “Libro” sempre si ritorna. Lo spazio del libro è lo spazio interiore della parola che lo designa. Scrivere un libro, allora, è riempire questo spazio nascosto, scrivere nel cuore di questa parola.
Ma questa parola che raccoglie tutte le parole della lingua – come l’astro del mattino tutta la luce del mondo – è, della lingua, il luogo della sua solitudine, il luogo in cui essa si confronta col niente, in cui essa più non significa, e nient’altro designa che il Nulla.
“Non puoi leggere quel che vedi, ma puoi vivere quel che leggi”, diceva.

*

“Di quante pagine è il tuo libro?”
“Esattamente di centododici superfici piane di solitudine. Una al di sotto dell’altra. La prima in cima, l’ultima alla base. Ebbene”, aveva risposto, “questo è il sentiero della scrittura”.
E aveva aggiunto: “Ciò che mi incuriosisce non è il fatto di essere disceso, di foglio in foglio, lungo tutti i pendii del libro, ciò che mi incuriosisce è riuscire a sapere come ho fatto a trovarmi alla partenza, su quello più in alto, sul primo.”

Il fondo dell’acqua è disseminato di stelle.

*

La scrittura è una scommessa con la solitudine. Flusso e riflusso della non-quiete. Essa è pure riflesso di una realtà riflessa, còlta nella sua rinascita, una realtà della quale andiamo costruendo l’immagine, nel cuore dei nostri desideri confusi, nel cuore dei nostri dubbi.

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