Inquiete maternità di voci (I, 8-16)

8.

“e questo mistero del vasto
e del senza tempo
questo suono che talvolta
ai più fortunati sembrò fermarsi
nella gola per venire all’aria”

Ho strappato all’agonia di una rosa appassita l’unico occhio superstite. Poi l’ho deposto sul margine più in ombra di una fonte, tra le sue spine capovolte. Mio padre, intanto, si trascinava stanco l’ultimo respiro fino alla sommità del suo silenzio d’albero. L’ultima parola, il suo grido di fiume alla foce. La promessa, in forma di preghiera, di rendere visibile agli uccelli assetati del tramonto l’acqua che la sua lingua conservava dal più antico dei giorni. Si addormentò reclinando lievemente la testa sulla mia mano, che volò in frantumi. Stringeva nel pugno sabbia, tra gli occhi un solco troppo profondo per le stagioni del sole. Nulla ormai può naufragare in cenere le messi fiorite in quell’abisso. Anche la morte, stupita, si abbevera ancora al riflesso notturno in cui zampilla linfa la sua assenza. Io devo una sillaba a ogni viandante, uno sguardo a ogni lampada, la mia bocca di custode a una nuvola, alla pioggia levigata che alleva nella febbre dei rami. Oggi, nello sguardo di mio figlio, il mio alfabeto di figlio recita la passione delle api al fare dell’alba. La misericordia delle terre inesplorate che non traverseremo insieme.

dopo che hai consumato il pane del maestrale, isole fiottano
da quell’ultima sorgente, aperte come sepolcri di aborigeni
rocce scolpite da canti di selce per i musei immensi della sera

tra gli spazi del sonno avrai occhi che cullano crisalidi di fuochi
madreperle che rispondono a richiami di rovine, pollini illimitati
di rose, e mani da semina dove infossare memorie e lembi di ferita

il silenzio parla ai sacrari del destino lente immagini redente
metamorfosi è cammino segreto di marea, visibilità dell’oltre
cielo inaccessibile che alterna sulle labbra le sue lune, i volti

9.

“insegnaci una nuova tenerezza
che le nostre madri furono troppo
oscurate per amarci”

Solo la storia ignora che le tue mani restituivano all’erba il suo mistero dopo il passaggio dell’ultimo uragano. Non sa che anche il mare ti lambiva nei sogni , come fa la rupe che tenta a ogni alba l’orizzonte. Eri la morte che stupisce ai bagliori dell’incendio che lascia alle sue spalle. Eri il frammento di luce superstite che si oscura mentre prepari il pane dell’esilio. Impossibile fu il ritorno alle tue fonti, se già eravamo stranieri alla lingua magra del tuo ventre. Le tue catene baciavano in fronte i mattini, e il giorno era un tragitto di polvere tra ombra e ombra. “Le strade”, dicevi, “i sentieri di cui sono la vigile stellalba, l’approdo delle sere”. Ora indichi un breve parto di voce tra i sassi. Parli a labbra serrate, perché un grido matura nel gelo solo accenti di spina, risveglia il silenzio dal suo sepolcro di vento. Tu che hai mani che sanguinano florescenze di vite nel palmo. Relitti aggrumati per un ultimo rogo.

riconoscere la chiave antica di una strada nella memoria fiorita
altrove, sui marmi della nascita, in lettere di sandalo votive
quando levigava il ventre un flauto salmodiante coralli tra le dita

sangue di pochi anni sulla bocca e fragili vele appese al seno
piccole divinità che parlano, dal fiotto che lava i pensieri, al rovo
sublime vegliato da un’etica fiamma, alchemica norma di canto

per il culto della rugiada sceglieranno lastre modulari e specchi
di metallo con ali prodigiose, tutte le febbri domate dall’etere
millenario sacerdozio di vite tra grida mute di un sole morente

10.

“fluente scorre la parola e dagli occhi
agli occhi ci riversa un fuoco”

E’ di brina anche il sogno nel paese dei ciechi. Vi crescono foglie senza rami, florescenze che maturano il loro dono di luce breve nel ventre cavo dell’aria. Qui ogni domanda ha il peso smisurato di un’eco, quello dell’aurora quando si affaccia ai vetri di una lampada spenta. Chi ho tanto amato, oggi si allontana dalla memoria col passo furtivo di un fiore invernale. Lungo il mio corpo, il giorno tenta di emergere dagli occhi in forma di parole. Nelle vene, intanto, il sangue prepara il fuoco di altre nascite. Consentire a quest’ordine della vita, è definire l’enigma che chiama a raccolta i millenni. Il tempo di un lume acceso contro il sole. Lo spazio esatto della morte. Abbi cura che a varcarlo sia ciò che deve unirsi al nulla per fiorire. Per durare anche contro la sua stessa speranza. Solo il rifiuto della maceria elimina la gratitudine. Ridona allo sguardo la bellezza. Alla pupilla spenta altezze d’ala.

un cielo a frantumi inchiostra i pozzi di scritture florescenti
profondi arabeschi e geroglifici di fuga in mani poetiche ignare
le prime sillabe scortano le ninfe dell’abisso alle radure del tempo

il cantore è un nume errante sopravvissuto a rituali e lingue
l’ambra nutrice custodisce i passi, mentre il giorno nasconde lumi
e stelle, stringendo fraterni legami sui muri dove l’ora si compie

lontane croci a sud dell’equatore segnalano monologhi di piaga
e abitatori silenti di alterne residenze, là dove aggiunge fiamme
al lume chi ripone membra d’acqua accanto alla rosa dei destini

11.

“non esiste
conoscenza malata
delle cose
esiste solo malattia
che le cose rappresenta
e impone come vere”

Ti chiederanno la parola che geme, come una fonte in attesa di labbra, nel pozzo inattingibile della tua pupilla profonda. Lasceranno che dorma, ricoperta di sale, sul sentiero inabitabile delle sabbie. Dove i suoi occhi di fiume nascente illumineranno, muti, l’erba che cresce sull’opposta riva. Ti chiederanno il tuo silenzio. L’attimo in cui il dolore tocca la terra, s’infrange in nuvole di pollini contro le zolle, e arde parole colme di stupore alla vita. Lo sacrificheranno insieme al tuo nome, per guarirlo. Inonderanno di vento gli specchi, dove le sue lettere mostrano il tuo vero volto alla mano. Ecco, prosegui, ti diranno. Finalmente libero di allevare nei sogni la serpe di un cielo senza notte, di giorni senza albe. Perché l’alba è dolore. Caduta, arsura, grido. Io resto qui, accampato ai margini di ogni cammino. A un passo appena dall’ombra cangiante, fitta d’abisso. Dalla luce che dall’abisso rinasce a ogni tramonto d’astri. Guardami. Stringo nel palmo tutta la benedizione degli alberi. Offro la mia acqua a chi non cede alla voracità dei passi, ma rallenta, si ferma anche solo per un attimo. Il tempo di piantare le sue radici dentro l’aria.

quando la misura dei passi colma le grate sonore del giorno
controluce il gelso arretra alla sua bianca soglia d’obelisco
covando talismani per un sole franato e api di crepuscolo

pietre brunite sommergono carovane di voci in laboriosi codici
trascinano fiaccole di isole autunnali e oracoli ventosi
la luna trascorre sul palmo delle stagioni fuochi senza nome

ulissidi chini su atlanti di fuga sfogliano orizzonti a schiere
rincorrono possessioni di loto e rotte per tropici di lava
dicono la notte s’apre, che desolata possiede la chiave dei volti

12.

“al ruotare del pianeta l’aria
anche questa volta acquista
in dolcezza: anche quest’anno
ci sorprende come un dono”

E’ il respiro la misura vera del cielo. La lampada combinatoria dell’invenzione dei giorni. Tutta racchiusa nell’ampia, mobile linea di un verso. Lume migrante di ali partorite dall’aria. Che conservano tracce dei paesaggi feriti di ieri. Di quelle ombre stagnanti in ogni sorgente muta, che ancora rovesciano pianeti di labbra assetate sulla carta. Spinalbe solitarie che vigilano tra derive d’astri. Le parole che gli anni vanno murando, a giunture di fuoco, in selve assordanti d’unanime pietrificata lingua, somigliano reliquie di frasari senza meraviglia, fossili raggelati nei labirinti dell’occhio. Sono specchi di immagini che ignorano l’altrove, riducendo universi febbrili a un verbo costretto in postulati di sequenze. Polline che copula la sua realtà notturna, senza albeggiare. Ignorano l’attimo in cui basta toccare uno stelo per vederlo germogliare sillabe in forme cangianti di rose mai nate. Tendersi dall’oscurità ricolmo come una spiga d’increato dissigillata dai cristalli di neve di un sogno. Solo chi la cerca, chi si dispone a un dono maturato tra inaspettati rovi emersi in pozze d’iride, raccoglie ancora il grido, l’alfabeto perduto rincorrendo vani azzurri di cecità. La voce di un tempo che evade dalle sabbie e si leva alto sulla sua prima ora, come l’onda di un mare fiorito tra grafici squarci di silenzio.

preghiere di sale smurano accenti dalle braci consumate degli anni
rose di quieta prodigalità, pianeti indecifrati sapienti di arcani
impenetrabili soglie di brine levigate

l’inaccessibile trascina montagne e affatica ere di clessidra
ombrose sabbie incise al sorgere dei mari come matrici d’eco
la voce, in quei cieli congiunti, ha corpo di periodica erranza

la memoria del principio dimora petali irripetibili di fuochi
l’altrove è uno dei suoi nomi, teorema dimenticato di universi
il prima del segno tra le linee della mano è approdo delle sere

13.

“noi – diceva saggia – andiamo
in giro da sempre a chiedere
l’essere da qualcuno
dall’inizio
dal primo sguardo”

Intercambiabili, uguali, sopra strade che gravano sulle labbra, ad aspre radure emergono per lavacri d’ultima luce, schiumano acque immobili di specchio, le nostre voci. Mentre il tempo intorno dilegua, rinnova i suoi sentieri di sfinge, va cifrando visioni sopra un esile inciso che non regge la vastità della sua ombra. Le mani che mascherano sensi di resa in guise sacrali di forme votive, sognano il suolo radice che traspira unguenti di sorte dai pori assetati. La pagina vuota è uno spazio colmo di impronte di corallo, inaccessibile per le nostre parole senza sguardo. Solo il deserto ci somiglia mentre invochiamo l’alba da impalpabili bocche, coagulando in preghiera rituali celesti partoriti da insegne di neon. E’ per questo che non hanno rose i deserti, che le sabbie non inventano fiumi dove l’orizzonte avanza a ingombrare le stelle delle nostre semine infette. (Osservando le ultime sillabe, domandati se la prospettiva produce innaturali arabeschi dalle macerie di ieri, frattali nel segno di astri dolenti, accesi nei cieli del nuovo millennio. Un paesaggio che aspira a svanire secondo le leggi dell’ombra, risalendo l’orbita di pupille invase dal buio. Solo allora frantuma la tua immagine, e stringi quelle fiamme tra le dita. Si farà vela il tuo alfabeto, investito dal presagio di oceani futuri.)

travasare il ponente tra ruderi astratti in cui negata si ubiqua
la mistica chiosata delle nascite, la dimora che si infutura di occhi
sillabici, se ascolti il lampo dove profluviano odissee di assenze

sentirsi corpo accerchiato di vertigine, da albori di deserto
che si avventano col mareggiare di lettere fossili e di piovaschi
notte timorata di prodigio, filospinata di terragne lune e d’erbe

immaginare affiocati in voci, o in carri di crepuscolo, il fondaco
orizzontale delle marine, i dissanguati astri smutati da trame
d’incompiuto, per rovesciare scrigni colmi del fuoco di rosate sfingi

14.

“siamo in attesa di quel che accade
e forse per questo
stiamo accadendo”

Nell’ora che s’ingolfa, impazzando di volti alla deriva, costretta a definirsi nei ritmi di marginali respiri di pozzi, un lume somiglia, evaso dal gorgo, l’urlo che tende oltre la notte, dilatando i suoi specchi d’ametista in un profilo che altera le mappe segrete dei tuoi mari distanti. Così più nulla mette radici nell’acqua, quando ormai non riconosce terre violate da un improvviso declinare di steli. Perché l’ala primigenia, incantata dal miraggio d’una presunta aurora, ha già disperso nell’aria la voce che destava gli angeli dei fondali. L’ala che t’illude al sereno, mentre imbianca di lampi in anticipo sul tempo, lasciando, copula del vuoto, un calligrafico seme d’ombre. Ma tu guarda nella tua mente, dove ha sapore di ferita la sillaba levigata da antichi richiami di vento. Che era polline e aspirava a farsi florescenza cosciente, alveo d’impossibili fiumi e di naufragi. Quella che approssimando le labbra al suo desiderio, è rispuntata altrove, come della prima stella la sete: chiaro fin dalle origini il dolore, se a qualcuno ancora splende un morire di prossime memorie nel palmo delle mani.

l’urlo grammatico delle pietre disseta la serpe edenica
spiriti di materia tormentano la lingua, forzando verso la brocca
mammelle vuote, fingendo rose per annegare l’estasi dell’eco

intraducibile grido che trascorre, murmure o uragano di spiga
lo attende l’orizzonte al trapassare di ali meridiane, farfalle
in solitudini glaciali finché non si fa bussola il crepuscolo

l’ambra sui volti cifra in volute simboli di pioggia e isole
trasforma le nevi sotto i passi in cespugli totemici di felce
oscuri roghi di sfingi dai bagliori migranti dentro il palmo

15.

“mai
bellezza lo è stata semplicemente
che a lei era affidata la pausa
che fa sentire la musica fatta
di un tocco ripetuto quanto la vita”

La replica ardente dei giorni fulmina i nostri nomi sotto l’arco delle labbra. Tra suoni condannati a ripetersi senza tregua, compitiamo gli alfabeti di una pietra, la sua fonte di immagini cariche di destino, le iniziali impreviste del verbo mutante dell’esilio. Null’altro resta, tranne strati di muschio e sabbia, dietro il lento sbocciare delle sue sillabe. Un silenzio senza ferite assottiglia l’istante e nella sua pupilla lungamente bruciamo, come nevi cadute sopra grappoli maturi, nel fogliame ancora gravido di gemme tatuato dai primi lampi dell’autunno. Per decifrare l’oracolo verde di un ramo, non bastano stagioni che precipitano senza farsi astri, né fiumi che non siano derive di isole affioranti a filo di memoria. S’inabissano le rive lungo gli occhi, perché brillino sul più alto dell’ora le luci mobili delle valli sommerse. I quarzi trasparenti che la vita tesse e ritesse tra uragani e petali cresciuti nell’argilla. Fino a fonderli in una sola voce. Rosa infinita di una breve danza.

la neve che assedia la soglia muta di un roseto esploso, custodisce
echi di strade e copie fossili di scintille, per rivivere l’attesa
di parole, senza affondare le labbra nelle doline spente del ricordo

per sognare memorie d’arcipelago e carovane per dileguati arcani
di sapienza, farne offerte per il ventre assolutorio della voce
per angeli oscurati da povertà di ragni, copule graduali della sete

le aurore del silenzio raccolgono glifi di ghiaia e insetti d’arca
per regalare volti agli specchi dentro un grido, l’età delle sorgenti
testimoniata da semine di luce, renderà leggibile l’ultima cometa

16.

“c’è ancora tempo per cambiare volto
e se quella è l’anima che nel tempo persiste
a lei va dato ascolto”

E’ il soffio che fiorisce la sabbia, l’impassibile specchio dell’acqua che le fu negata. E’ sostanza di cristalli che cresce e si fa respiro nella veglia millenaria dell’immobile. E’ lo spazio dove un mare s’indovina, quando la pupilla febbrile inciampa nell’urlo minerale delle pietre. Quando s’imprime sulla retina i mondi che la sete illumina, stenebrando contratte nebulose in proteiformi spirali dell’oltre, abissi filamentati a pioggia tra le derive arse del tempo. E’ l’altrove che dimora l’orizzonte rovesciato dei deserti. La fonte dove gli astri si scambiano gli occhi che accompagnano il tuo volto lungo i giorni. E’ fuoco. Una rosa di fiamma, invalicabile, in quei paesaggi che rendono l’invisibile cifra vivente senza immagini. Il fiore corale nel delta di soli che ignorano il crepuscolo. E non c’è forma conclusa che possa esaurirne l’essere, la presenza. La sua tensione inappagata a pensarsi lingua che direbbe i suoni iniziali della terra. Voce che valica i margini inesplorati delle mappe, lasciando la sua scia di segni sulla mano. Che strappa le cose al loro flusso migrante oltre i bordi, nominandole una ad una col loro nome più vero. Il primo. L’impronunciabile. Il nulla di nome. Remoti riflessi d’alba apre il suo canto d’immateriali sillabe sulla pagina nuda della vita. Disabitati, gli accenti della parola che domanda. Perché ogni sua risposta è memoria d’esilio, un chiostro d’aria dove dimorano silenzi. Gli alfabeti inudibili delle origini.

quel dolore elementare di cui furono traccia labbra assenti
e i tatuaggi di una zolla recisa, quello che si offre alla sera
pungente di un lume con pale di mulino e i mille accenti
e mille racchiusi nell’oracolo dei salici

è approdo condiviso di vele assetate, arborizzato seme delle mani
il silenzio che fonde in soglie d’alfabeto le rotte evocatrici
di un solo molteplice vagare, l’anima che a stento immaginavi
come l’ombra d’ogni mare attraversato

ritorna alla notte unanime, incessante matrice di parole
il suo respiro ardente costruttore di universi, la mano dei primordi
schiude portali d’astri, torna cristallo o estasi che riscrive gli indici
la rosa di un verso inciso nell’eternità del lampo

***

Nota

I versi in grassetto sono tratti da Lavoro da fare, di Biagio Cepollaro, Poesia Italiana E-book, 2006, http://www.cepollaro.it/LavFarTe.pdf

La prima parte di Inquiete maternità di voci si può leggere qui.

2 pensieri riguardo “Inquiete maternità di voci (I, 8-16)”

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