La caccia ai lupi – di Vladimir VYSOTSKY

Vladimir Vysotsky
Vladimir Vysotsky (1938 – 1980)

La caccia ai lupi

Sono stremato, ho i tendini a pezzi,
Ma oggi, ancora come ieri,
Sono braccato. Braccato!
I tiratori, allegri, corrono ad appostarsi!

Dietro gli alberi un tramestio di fucili a canne doppie,
I cacciatori sono acquattati nell’ombra,
I lupi si rotolano sulla neve
Trasformandosi in bersagli viventi.

La caccia ai lupi. La caccia!
Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.
I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.
Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.

I cacciatori non giocano alla pari
Con i lupi, e le loro mani non tremano!
Hanno accerchiato la nostra libertà con le bandierine,
Ci colpiscono con certezza, sicuri di centrare il bersaglio.

Il lupo non può rompere le tradizioni.
Noi lupacchiotti, da piccoli, cuccioli ciechi,
Abbiamo succhiato la lupa,
E con il suo latte, il divieto di oltrepassare le bandierine!

La caccia ai lupi. La caccia!
Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.
I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.
Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.

Le nostre zampe e le nostre mascelle sono veloci.
E rispondi, tu che sei il capo branco,
Perché ci avventiamo, braccati, contro i loro fucili
E non cerchiamo di trasgredire il divieto?

Il lupo non può, non deve agire diversamente.
Ecco, è arrivata la mia ora.
Colui al quale sono destinato
Sorride e solleva il fucile.

La caccia ai lupi. La caccia!
Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.
I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.
Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.

Ho rifiutato di ubbidire,
Ho oltrepassato le bandierine – la sete di vita è più forte!
Ho solo sentito dietro di me, con gioia,
Le grida di stupore degli uomini.

Sono stremato, ho i tendini a pezzi,
Ma oggi, non sono come ieri!
Sono braccato. Braccato!
E i cacciatori sono rimasti a mani vuote!

La caccia ai lupi. La caccia!
Ai predoni grigi, vecchi e ai cuccioli.
I bracconieri urlano e i cani latrano fino alla nausea.
Sangue sulla neve e macchie rosse delle bandierine.

(1968)

*

Lirica

Qui le braccia degli abeti tremano per il peso,
Qui gli uccelli cinguettano inquieti.
Tu vivi in un bosco selvatico e incantato
Da dove è impossibile fuggire.

Lascia che i ciliegi selvatici secchino come biancheria al vento,
Che i lillà cadano a pioggia,
Io comunque ti porterò via da qui
Nel palazzo dove suonano i flauti.

Per migliaia di anni, stregoni hanno nascosto
Il tuo mondo a me e alla luce
E tu pensi che non ci sia niente di più bello
Di questo bosco incantato!

Lascia che le foglie al mattino siano prive di rugiada,
Che la luna bisticci con il cielo grigio,
Io comunque ti porterò via da qui
Nella torre luminosa con il balcone sul mare.

In quale giorno della settimana, a che ora
Tu avanzerai piano verso di me…
Quando ti porterò via nelle mie braccia
Là dove nessuno potrà trovarci?

Io ruberò, se il furto piacerà al tuo animo,
Invano ho esaurito tante forze?
Acconsenti almeno al paradiso in una capanna,
Se qualcuno ha occupato il palazzo e la torre!

(1969)

*

Canto della terra

Chi ha detto: “Tutto è arso totalmente,
Non ritornerà più il tempo della semina?”
Chi ha detto che la Terra è morta?
No, si è nascosta per un po’…

Non possiamo impadronirci della fertilità della Terra,
Non possiamo appropriarcene, come non si può svuotare il mare.
Chi ha creduto che la Terra bruciasse?
No, s’è annerita di dolore…

Come crepe giacevano le trincee
E le buche s’aprivano come ferite.
I nervi della Terra messi a nudo
Conoscono il profondo dolore.

Sopporterà tutto, aspetterà.
Tra gli storpi non mettere la Terra!
Chi ha detto che la Terra non canta,
Che ha perduto la parola per sempre?!

No, echeggia di gemiti soffocati,
Da tutte le sue ferite, da tutte le sue fessure,
La Terra è l’anima?
Non calpestarla con gli stivali!

Chi ha creduto che la Terra bruciasse?
No, si è nascosta per un po’…

(1969)

*

Il silenzio bianco

Gli anni, i secoli e le epoche che si susseguono,
tutto si precipita verso il caldo, lontano dai geli e dalle tormente.
Perché gli uccelli volano verso il nord
Se a loro è destinato solo il Sud?

Non hanno bisogno né di gloria né di grandezza.
Ecco, sotto le ali finirà il ghiaccio
E troveranno la felicità di uccelli,
ricompensa del volo audace.

Non siamo riusciti né a vivere, né a dormire?
Cosa ci ha spinto verso la cresta dell’onda?
Non abbiamo potuto ancora contemplare la luce.
La luce non ha prezzo!

Silenzio. Solo i gabbiani sono come bagliori.
Le nostre mani li nutrono di vuoto.
Ma la nostra ricompensa per il silenzio
Sarà necessariamente il suono.

Da tempo abbiamo solo sogni bianchi,
Tutte le altre sfumature le hanno spazzate via le nevi.
Siamo rimasti accecati – è buio da tanto biancore.
La linea nera della terra ci restituisce la vista.

Dalla nostra gola scaturisce il silenzio,
La nostra debolezza cresce come un’ombra.
E la ricompensa per le notti di disperazione
Sarà l’eternità di un giorno polare.

Il Nord, la volontà, la speranza – paesi senza frontiere,
Neve senza fango, come una lunga vita senza menzogna.
I corvi non ci caveranno gli occhi dalle orbite,
Perché qui non ci sono corvi.

Chi non ha creduto alle profezie cattive,
Non si è disteso sulla neve neanche per riposare un attimo,
Come ricompensa per la solitudine
Avrà l’incontro.

(1972)

*

La fucilazione dell’eco

Nel silenzio del valico, dove le rocce non sono da ostacolo ai venti,
In questi anfratti, dove nessuno è mai penetrato,
Viveva una gioiosa eco dei monti.
Lei rispondeva alle grida, alle grida degli uomini.

Quando la solitudine salirà alla gola come un nodo
E un gemito soffocato, quasi senza rumore, scivolerà nell’abisso,
Agile, l’eco afferrerà il grido d’aiuto,
Lo rafforzerà e lo porterà via con cura nelle sue mani.

Non dovevano essere uomini, gonfi di veleni e di oppio,
Quelli che giunsero per uccidere e ammutolire la gola viva,
Se nessuno ne sentì il calpestio e il grugnito.
Legarono l’eco e sulla sua bocca misero un bavaglio.

Per tutta la notte continuò la farsa sanguinosa e crudele,
L’eco venne calpestata, ma nessuno sentì alcun suono.
All’alba l’eco dei monti, ammutolita, venne fucilata,
E pietre sprizzarono, come lacrime dalle rocce ferite.

(1974)

*

Nota

I testi, tradotti da Silvana Aversa, sono tratti da Vladimir Vysotsky – 19 canzoni, Stampa Alternativa, 1992. Il prezioso libretto contiene una bella introduzione di Gino Castaldo e una presentazione di Amelia Rosselli.

Mi piace invitare, chi non conoscesse la figura e l’opera di questo immenso musicista, cantante, attore e poeta (il “De André russo”, come è stato definito), a utilizzare la rete per recuperare notizie, testi e canzoni. A cominciare da qui e qui – Potete ascoltarlo, e ne vale veramente la pena, qui

Le uniche versioni italiane di canzoni di Vysotsky (a mia conoscenza) sono raccolte nello stupendo album Il volo di Volodja, Club Tenco – Ala Bianca, 1993. La scheda del disco la potete trovare qui.

9 pensieri riguardo “La caccia ai lupi – di Vladimir VYSOTSKY”

  1. ciao

    Francesco sono stracontento (non è retorica) di aver scoperto che, in questo mare di bit, c’è una tua stanza virtuale, cosicché il muto dialogo, tra me (lettore) e l’uomo (poeta) Marotta, potrà seguitare ancora.

    non evaporare all’improvviso un’altra volta.

    f.s.

  2. Grazie della tua amicizia e della tua stima, Francesco. Mi sono particolarmente care e le ricambio, sempre, anche dal fondo di ogni (possibile mia) vanescenza.

    fm

  3. nel 1984, a torino, una persona innamorata della russia mi parlò di visotsky.
    da allora l’ho rincorso, cercato.
    ascoltato (come nel film sole a mezzonette…)
    sì, quel cd è splendido.

    amo de andré, ma credo che visotsky fu altro.
    fu rabbia e poesia.
    romanticismo e passione.
    amore e morte.
    moni ovadia ha raccontato che quando morì si aprirono le finestre, in russia, e la gente cantò le sue canzoni, proibite dal regime per anni.

    buone cose

  4. Non si può non amare la Russia, Remo: non quella dell’immondo regime staliniano, né quella dell’altrettanto immonda oligarchia fascista che oggi la governa: ma la Russia che fa tutt’uno col suo popolo, uno dei pochi al mondo capace, da sempre, di amare i poeti come i più cari dei suoi figli: perché ai poeti affida, da sempre, la memoria dei suoi valori più profondi, ne fa i custodi di ogni spirito di libertà e di ribellione all’oppressione e al sopruso.

    E Visotskij era un “poeta” proprio in questa accezione, i suoi versi erano (e sono) sulla bocca di tutti, così come le cassette delle sue canzoni che, registrate clandestinamente, circolavano dal Baltico al Pacifico: la sua musica fu davvero, in alcuni momenti, l’unica forma di dissenso e di rivolta possibile per un’intera generazione.

    Anch’io amo De André, profondamente, ma, come te, credo davvero che Visotskij fu “altro”, molto altro…

    Ti ringrazio per il tuo graditissimo passaggio da queste parti.

    Un carissimo saluto.

    fm

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