“Dolore della casa” di Sebastiano AGLIECO nella lettura di Stefano GUGLIELMIN

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Stefano Gugliemin

Sebastiano Aglieco, Dolore della casa, Il Ponte del Sale, Rovigo 2006

Ci sono autori, e Aglieco è fra questi, la cui opera fonda il proprio centro poematico sin dapprincipio, mettendo sempre più a fuoco – di libro in libro – le ossessioni che la abitano: il sogno di un abbraccio fraterno delle genti, la Storia quale luogo dell’inautenticità, la lontananza dall’origine, il senso d’inadeguatezza personale, e, prima fra tutte, gli affetti familiari, che, con la casa e il paesaggio, costituiscono il nucleo di un presepe che ha nella madre (e, come vedremo, nel padre) il suo fulcro. ‹‹Mater nostra, mater / dolorosa›› recita la seconda poesia del Dolore, invitandoci idealmente a fondere biografia e mito nell’incontro della ‹‹madre bambina / tornata nel suo ventre›› con la grandezza pietosa della Vergine, entrambi portatrici di una salvezza o di una condanna che non rinnega la radice contadina, dal sapore pagano, di Aglieco: ‹‹La mamma ha portato l’acqua, un dono / per le campagne››, e altrove, invece: ‹‹Hai portato la tempesta stamattina / il grigiore del tempo come a volte fanno / i morti, per mettersi in contatto con i vivi››.
Sotto questo profilo, il sacro s’avvia dai bisogni materiali degli uomini – ‹‹razza atroce›› scrive altrove – per poi risplendere nella comunione dei vivi con i morti, di quei ‹‹Dormienti›› che ‹‹in un tempo più buono della resa / … chiederanno un nome / un bacio››. Lo spostamento d’accento è chiaro, tale che l’uomo, in quanto essere storico e malvagio viene dal poeta assolto nel suo essere mortale e dialogico, aperto all’interrogare perpetuo e stupito della propria caducità, passeggero in una terra rischiosa, gelida, riscaldata soltanto dagli affetti e da quella ‹‹casa›› nella quale trovare orientamento e protezione: casa ‹‹custodiscimi dunque / nascondimi … / […] / esponimi al silenzio di tutte le stelle››.

Casa è anche la ‹‹mente››, lo spazio aperto al bene della razionalità ‹‹in cui arginare lo spavento››, anche in grazia di una scrittura che si vorrebbe capace di testimonianza e di comunicabilità senza residui, di contro ad uno stile sempre vissuto da Aglieco come artificio perché, afferma, ‹‹il male è nelle parole che / vogliono dire il mondo e lo confondono››. Lo stesso tema lo troviamo anche in Giornata, suo libro precedente, correlato al mito di Orfeo, che qui, ancora più esplicitamente, diventa l’amato-odiato antagonista, ‹‹luce scomposta nelle vene / maglio dolcissimo nel cuore, per violenza››, al quale chiedere perdono ‹‹per la resa”. All’Orfeo-Padre, che deve convincersi della ‹‹morte / di Euridice››, il figlio toglie il canto, scegliendosi poeta in sua vece per poi macerare, di contrappasso, un senso di colpa che traspare vivissimo nella sezione Muore chi deve morire, dove tanto il desiderio di espiazione e di stacco dal ceppo originario, quanto il rancore filiale e la lucida visione sono spine posate a freddo sul metro affinché Orfeo stesso comprenda il messaggio senza equivoci. Proprio in questa necessità di chiarezza sta anche l’identificazione fra Orfeo e scrittura, cui Aglieco, come detto, vorrebbe sottrarre il dominio, la scelta dei modi, dei tempi, quella scelta che, per tradizione, aspetta ai padri, ai capi clan: ‹‹Ora finalmente ti devo lasciare / devo imparare a dire / da questo distacco della / terra – il sole è giallo››. Sembra un lucido addio del figliol prodigo ed invece, senza volerlo, ecco che, nella simbologia del sole, il padre torna sovrano, come se l’autore, inconsciamente, non volesse assassinarlo alla maniera dell’orda tribale (cfr. Freud in Totem e Tabù), bensì convincere se stesso ad accettarne l’autorità, il suo splendore (il giallo oro del sole), la sua inevitabile capacità di additare la via.

Da quanto detto finora, appare evidente che Dolore della casa si costruisce sul doppio binario madre / padre, la cui complessità estrema si compie nella sezione omonima, nella quale l’alter-ego del poeta diventa Ulisse, padre mai dimenticato (‹‹Tu, Telemaco, nei miei / sonni, sei ancora in questo bambino che / risale il mare, cercando le orme di un padre››), un Ulisse preda del mare, mito materno dalle ‹‹sponde tenebrose››, dagli ‹‹anfratti in cui si perde l’ora / e il tempo non consola››. Come se non bastasse, questo mare che governa Ulisse, questo mare-madre che ‹‹lo ha condotto dove la parola è cava››, è a propria volta governato da un ‹‹dio›› maschio, che ‹‹intrattiene›› anche parola ed eroe, padre supremo che ‹‹non conosce i passaggi della mente››, la casa-rifugio che la mente è, e non fa esperienza dell’invecchiare, dei paesaggi in rovina, delle ‹‹fratture della terra››. Un dio dunque che non può aiutare i mortali, ‹‹profughi›› e fratelli, condannati a spartirsi, con dolore e violenza, la terra, costretti, dalla loro stessa natura, a non estinguere la penuria. Si tratta di uno stato esistenziale immedicabile, che tuttavia, come ha scritto recentemente il poeta, non bisogna ‹‹averne spavento ma accettarlo come una presenza familiare, serenamente››, così ‹‹da fondare un’arte che sia contemporanea e presente, senza nostalgia di quel che è stato e che ci ha reso felici. Senza “a rebour”, ideologie, infanzia; un’arte che non ci consoli, … che sappia trattenere la disperazione di tutti››.

***

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Testi

Più grande il tuo corpo
– tu, piccola, assente
madre bambina
tornata nel tuo ventre.

*

E io ti vedevo oltre i fogli tracciati a
penna, ciò che resta di questa piccola
vittoria: saltare i gradini
giungere subito all’inizio.
Quali parole disse che non ho mai pronunciato?
Gli occhi amati e restituiti
gli occhi perdonati e subito dimenticati.
E’ stato come la madre che non lascia il
figlio, non lo fa nascere.

Lì ero già scritto
c’erano questi chiodi.

*

Non ricordo, non mendico.
Ecco la durezza: essere con te in una
forma della bellezza che redime
le parole, parole mai dette nel
timore. Questa la condanna
dei vivi: tradire i tuoi secondi
mangiare il pane dei morti nella tua
bocca incuneata in me senza il timore
della luce, senza tepore nelle mani.

…e freddi vedremo gli occhi
nello sguardo di un dio, tutto sarà
chiarito e battezzato, tutto splenderà
in un sogno, e sarai di nuovo quella della
foto seduta davanti casa, su un muretto.

*

Ho sognato gli altri questa notte
ma tu non sei venuta
hai portato la tempesta stamattina
il grigiore del tempo come a volte fanno
i morti, per mettersi in contatto con i vivi.
E se questo è un segno, se un aruspice
mi volesse spiegare, forse mi indicherebbe
il nome di un bambino.

…torneranno gli angeli nelle ali
mostrandoci una porta, un albero.
Questo sarà il dolore della casa.

*

Dio che ci fai spezzare il pane
e bere il vino, ogni giorno lo
spezzi insieme a noi, ogni giorno
per tutto quello che non capiamo.
La casa è aperta, ogni cosa sottratta
alla sua condanna: le tue medicine
i vestiti piegati
i macchinari che sostengono il corpo.

*

Gli angeli, dice la predica
ti accoglieranno a flotte come bambini
ti toccheranno le mani, ti condurranno
intorno a vedere come tutto è trasformato
uguale nella luce, toccato dalla nostra
stessa mente. Gesti di tutti i giorni
bellissimi, isolati.

*

La mamma ha portato l’acqua, un dono
per le campagne, l’acqua nella sua bocca
dissetata. Senti? Un rosario ci accoglie
dalla distanza della casa per la pace nostra
perché tu possa ritrovare nello specchio di
Dio il viso delle origini, la dimenticanza
nel dono del battesimo; entrare nella
vita con la corona dei santi
il bianco virgineo delle pupille
un odore di fragola che presto dimentichiamo.

Ti porti questo canto alle porte
e sulla soglia della casa
non più dimenticata
non più ti perderai.

*

Piove, piove, piove
devo tornare a casa
fermare la tua immagine distanziata
in un colore freddo della non-memoria
dove tutto è contenuto in un altro tempo
un tempo più pulito e più sincero
riaperto alle mani
al mondo dei bambini.
Circondatela nello stare quieto e nella
misura, nel mondo piccolo delle
piccole voci, sicura, nell’affetto delle voci.
Circondatela stretta fra i limoni
le more selvagge delle strade
gli amati melograni
la granita al limone.

*

Partire dallo sguardo, è aprire una luce
che prepara un paesaggio, un viale che
porta lontano, dove lo sguardo finisce.
E si riconosce un uomo, un uomo che
avanza con un sorriso lieve, e ti riconosce
nel nome che avevi dimenticato
e ti ricompone nel nome che ora ricordi.
Abbiamo visto tutti da qualche parte
abbiamo sentito tutti quella brezza
custodita nel ricordo, fermàti in qualche
passaggio della nostra mente.

E’ domenica, i fiori sono al balcone
in alto saliremo, ci baceremo sulle
bocche, in alto riconoscerò il tuo
viso, uno fra tanti, quietamente, lentamente.

*

E io avanzavo a testa alta verso la
tua discesa, un sole benigno ci illuminava
la fronte nel chiarore di una luce
gialla, come una promessa. Sì,
la promessa di un nuovo
giorno più quieto, più sincero.
Non eri più solo mia, ma di tutti
tutti ero io, e li riassumevo
con l’idea di un mondo in te
l’origine di tutti, nella terra.

*

Il mastice sutura la tua bocca
in questo silenzio abissale delle bocche
ma io rimango un po’ distante
nessuno osa toccarti la faccia.
Questo ho tracciato tra i
miei occhi e i tuoi, questa
pioggia attesa, questo
freddo delle tue giunture.
Avrai il tempo di guardarmi, come
si guarda il bambino per la prima volta
ti accoglieranno i bambini come
hanno fatto oggi:
“Ben tornato, maestro
faremo del nostro meglio”.
Contro la cattedra
stretto nei loro corpi luminosi, in coro.

I bambini si mangiano la morte.

*

Questo dono del riso è per sempre, ridete
ridete, bambini, accoglietela nella piccola
casa, nella casa sua rifondata, nel colore
della sera. Perché niente è tutto quello che
non sia uno stare nella luce, l’ordine delle
nostre giunture, i vestiti puliti della festa
gli occhi, bellissimi, per sognare.

*

Ora salvata, conservata come
un abito per gli anni futuri, dismessa.
O forse incustodita, nel silenzio della
stanza. E lì, improvvisamente sarai
negli occhi, nuovi occhi per guardare
il mondo. Sono sereno, ho sentito che
non mi chiamavi, che il tempo non era
più nostro ma del tempo tutto, delle
nostre parole mute. Era un colore
che non aveva colore, un fiato senza
il dolore del fiato.

*

Mi mangiano le parole nelle bocche
di tutti, le parole del mondo che
sogna la sua scomparsa: microfoni
sedie e bocche, non posso stare qui
non posso non guardare gli alberi.
Muro divelto, giornata di freddo e
nebbia, il primo freddo per allontanarti
― o forse per fermarti.

Noi avremo occhi per tutti
il colore sarà per sempre.

*

Chiedo a ogni cosa il suo silenzio
le mani abbracciate nella veglia
dei vivi. Senza bocche, i fiori che
traducono in odore la loro assenza.
Questo sarà nel tempo:
il pegno di uno sguardo muto
il ritorno dei tuoi occhi trattenuti.
Torneremo nella strada dei viandanti
in un tempo più buono della resa
i Dormienti chiederanno un nome
un bacio.

*

E’ la forma dei tuoi occhi
nuovi, nuove parole custodite.
Ne ho bisogno, è necessario pulire
le cose, mettere fiori al tuo balcone
o le piante verdi che non appassiscono.
Questa è la luce del mondo
i bambini che eri nelle grotte, nelle sere.
Ritorni nello sguardo dei tuoi figli
in qualche colore della pelle, nello
scatto che ci obbliga e ci ferma.
Un tempo ti assomigliavo, ed era
la prova che sognavo.
Ora mi assomigli
sogni, forse, o rivivi.

*

Siate sereni e docili alla morte, tutto
questo è per gli umiliati che non sanno
di un confine: essere nell’assenza dei bambini
come una consolazione. Non dicono
stringono le mani — malleoli, occhi
nella mia bocca annusano la tua morte
come i cani che si svegliano la notte.
Sanno del loro semplice potere
i Nominati, la prima volta che
veniamo, la prima volta che
ce ne andiamo. E mi stringono
nell’impazienza della resa
ti riconoscono al tatto, sputano il
latte della giornata. Siamo con te
dicono, non andartene oltre
lasciaci il pane, il rimprovero
le parole che ti dobbiamo.

*

Ma era per te questo addio, la festa
della sera; era per la madre terra
che reclamava la tua ombra.
Ti ho veduta ancora. Attendevi
di notte, in questo paesaggio sconsolato
della mente, gli occhi di capra
come un fiore in fila nel giudizio.
Rimani tra questi visi sconosciuti
nell’ordine di te, di parole nuove
e ci saremo ancora nella testa
saremo la nostra carne che dura
finché ci sarà forma, nella promessa di un
altro paesaggio. Qui i mostri
dormono dietro le porte. Non
svegliarli, non toccarli. Svaniranno nel
mio ultimo abbandono.

*

Nel sonno li ho veduti:
erano piccoli, nelle tane
erano spaventati.
Un cacciatore notturno
scoperchia il nido
li espone alle tenebre
colpisce con violenza
con la vanga.
Questo è il rito oltraggioso
la colpa dell’essere venuti nei corpi.
Dare forma, madre
offrire l’acqua agli assetati
il pane agli affamati
la giusta rimostranza agli umiliati.
Dare forma
per rinascere dalla stessa vita
consacrare il tuo corpo apparente.

***

Le pagine critiche di Stefano Guglielmin sono state tratte dal numero due (novembre 2006) della rivista telematica L’Attenzione.

Poiché mi risultava difficile, quasi impossibile, operare una scelta personale di testi da questo libro (che, per me, va letto, e meditato, dalla prima all’ultima sillaba: non ce n’è, infatti, una, una sola, che non sia necessaria), ho optato per la selezione, a cura dello stesso autore, presentata da Massimo Orgiazzi su www.liberinversi.splinder.com il 14 dicembre 2006.

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8 pensieri riguardo ““Dolore della casa” di Sebastiano AGLIECO nella lettura di Stefano GUGLIELMIN”

  1. Riletti con piacere (se così si può dire) questi testi che a suo tempo mi provocarono un certo “spavento” quando il dolore è anche dimenticanza e ricordo, parole mai udite, sguardi mai sfiorati.
    ma ogni cosa è sopratutto ritorno, come, mi piace evidenziare,

    “il bianco virgineo delle pupille”

    che presto cancelleranno, per sovraesposizione, nuovi paesaggi, nuove scritture.
    Sì, e comunque è vero, noi non vogliamo essere consolati, noi non lo siamo (chissà perché mi torna in mente Non chiederci la parola di e. montale che “quell’ombra sua non cura” dice nel testo e “stampa sopra uno scalcinato muro,” altra scrittura altra epigrafe).
    Tutto ritorna, e il sole a ogni alba, e quel piccolo volto lontano allo specchio che ci “espone al silenzio di tutte le stelle.”

  2. Marco, io credo che si ritorni sempre, quasi per impulso naturale, su ciò che, in un modo o nell’altro, ci ha segnati: si torna a dialogare col solco e la cicatrice, con quanto ci chiama a rimirare, senza parole, il taglio della ferita, lo squarcio mai placato da cui si leva la voce delle nostre radici.

    E se la poesia, come in questo caso, ha tale potere, vuol dire che essa è destinata a sopravvivere alla nostra polvere. Perché rinasce ogni volta, a ogni nuova lettura, come lo sguardo di un “bambino” venuto a “mangiare la morte”.

    fm

  3. Grazie a te, Sebastiano, è un onore e un piacere averti qui. E credo di interpretare anche il sentire dei tantissimi amici che da stamattina stanno leggendo i tuoi versi e la nota critica di Stefano.

    Un caro saluto.

    fm

  4. Scusa Francesco, non so come il commento ANCORA UN DONO, postato sul mio blog personale, sia andato a finire nel tuo! Misteri di internet.
    Sebastiano

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