Bevendo il tè con i morti – di Livia CANDIANI

emilio merlina

Livia Candiani, Bevendo il tè con i morti, Prefazione di Vivian Lamarque, Milano, Viennepierre Edizioni, 2007.

Bevendo il tè con i morti

Un morto con una risma di fogli in mano
invita il vecchio ciliegio del giardino
a muovere i primi passi
fuori dalle radici
a gettarsi in una nuova scrittura
senza rami
a sognare senza coprirsi di fiori
bianchi ma bianco nel bianco
prima del taglio
svanire.

*

Il morto che ha paura di vivere
si alza di notte
rassetta la terra
cambia l’acqua ai fiori
della tomba
si siede a guardare le stelle
da lontano. Sfugge
le rassicuranti chiacchiere
dei vissuti, ora come allora,
spiega l’anima stanca
come un tempo i vestiti
e a un tratto la terra
gli si rivela
piccola e minuziosa
nei solitari compiti
di fiorire e tramontare.

*

Seppellita la memoria
ora la morta osserva
la teiera il coperchio
soddisfatto della pentola
le macchie serene
del gatto; non più individui
a dividere il senso dalla forma
riposante bellezza
non più confinata dagli sguardi;
ora la morta tace al paesaggio
gli aggettivi crudeli
distanti un corpo,
lenti dondolano impermanenti
i nomi, a casa finalmente
il respiro senza più dimora.

*

Il vecchio cedro è caduto
in una notte di litigi
tra la bufera di notizie
della primavera e l’assoluta
stanza dell’inverno.
Non più verticale al sogno
della terra, ora non separa
radici e uccelli ma profumando
esala l’ultimo urlo
di meraviglia della creatura:
«La primavera, possibile,
solo una stagione?»

*

Bevendo il tè con i morti
c’è sempre uno
che sottilmente tace
non un silenzio esangue
ma un narrare interdetto
che non vuole
nell’ascolto pace.

*

Non l’angelo della morte
ma l’angelo dell’acqua
e delle piante
della lana e del fulmine
dell’aceto e del pane
viene a prendere dalla finestra
chi senza pensamento
ha custodito
la precisa vita.

*

Fiorito riposo

per P.

Non gli angeli
ma i muli degli attimi
trasportano con te
la pietraia di questo
annuncio al corpo.
E’ un attimo di gloria
che timoroso lo attende
lo stesso della fiamma
che brucia feroce
e poi scompare,
legge di danza
che vince
su gelo e gravità:
un uccello,
testimone smemorato,
traccia nell’aria
uno spartito,
leggero.

*

Madre eretica

Sognando un enorme fiore bianco
sorretto per il pesante gambo
la corolla poggia lieve su una spalla
e i lunghi petali – bianchi –
volano via chiamati
a uno a uno per cognome:
mamma disfatta nel nulla
mamma aria
parole d’oracolo
mi seminano sulla spalla
il nulla
madre.

*

Quei gesti che prendono gli alberi
passi di danza fermata
inchini strappati al vento
urli mutati in rami.

Cammino tra esseri verdi
che sanno parlare con l’alto
spezzando nomi
come segnali di pane

a richiamo a richiamo.
Nascondetevi spine
nel palmo della mano
fino alla carne viva
della memoria senza volti.

Un gesto frana
voli nascosti nel cappotto,
fischia il silenzio
mi avverte,
del corpo.
In prestito,
in volo.

*

Il silenzio è cosa viva:
gli uccelli scuciono i bordi,
nomi d’oro tagliano le tenebre,
colora presto tutte le forme
dell’abisso, disegna le cornici
e resta morbida elevata
a guardare: vedi il silenzio,
e i pensieri suoi scandagli,
ha la misura della lingua.

*

Mi insegno
a non proferire urlo
mentre mi cadono addosso
secchi di notte
mentre mi inchiostro
nera sotto lenzuola
pallide e fremo d’alba
mi insegno
che non si trema e non si piange
neanche al chiuso di una faccia
e non ci si denuda come albero
appena soffia il gelo
di un assolo adulto
mi insegno nascoste acrobazie
d’ascolto, tane e cunicoli
sottopelle mentre l’erudita
superbia dell’ovest mi conta
le ciglia perdute per delicatezza.
Mi insegno a parlare molte lingue
sotto la fissa sassaiola
dei silenzi armati,
mi ingegno a non contare
niente, a declinare gli urli
come verbi senza transito,
ad addormentarmi coperta di neve
contro la porta della ragione
e dell’accordo, e dormendo sfioro
la foglia che ieri sbordando leggera
dalla traiettoria della sua caduta
voleva dire: «Niente.»

*

La pace della luce
deve avere il ritmo di un sorriso
squarcio sulla superficie
del tempo, porta
che introduce a quella
vibrazione veloce delle cose
che splendono di non restare,
turbinando
mantelli di lampi
rovesciando
veli di mondo.

*

Livia Candiani è nata nel 1952 a Milano. Sue poesie sono presenti in Antologia della poesia femminista italiana (Savelli, 1978), Poesia degli anni Settanta (Feltrinelli, 1979), La pratica del desiderio (Sciascia, 1986), Sette poeti del premio Montale (Crocetti, 2002). Ha pubblicato i libri Fiabe vegetali (Aelia Laelia, 1984), Una poesia, Ritratto, Sonatina per il gatto (Il Pulcino Elefante, 1996, 1998, 2004); il libro di fiabe Sogni del fiume (La Biblioteca di Vivarium, 2001). Della sua produzione poetica più recente ricordiamo Io con vestito leggero (Campanotto, 2005), La nave di nebbia e La porta (Biblioteca di Vivarium, entrambi del 2006).

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14 pensieri riguardo “Bevendo il tè con i morti – di Livia CANDIANI”

  1. Interesse ben riposto, Sebastiano: la Candiani ai suoi più alti livelli, con una forte, mai celata increspatura nella voce, rispetto al dettato a cui ci ha abituati con la sua inconfondibile scrittura: una voce che, pur ammantata di gelo e notte, più che altrove, lascia nell’aria il lampo di una cadenza capace di strappare suoni alle ombre e volti alle pietre ad ogni giro di sillabe, ad ogni soffio che si fa respiro di carne miniato sulla pagina e negli occhi.

    fm

  2. Francesco, lieto di trovare in questa dimora questi versi. Penso anch’io che questo libro, insieme a “Io con vestito leggero”, sia il più bello di Livia. Questi morti sono diventati una presenza amica, vicina e silenziosa, che non dimenticherò mai.

  3. Ciao, Giorgio.

    La sezione intitolata “Madre eretica”, per me, vale da sola diverse quintalate di versi pubblicati (inutilmente) in Italia negli ultimi anni: indimenticabile, carnale scrittura visionaria, ricavata dalla totale spoliazione di ogni elemento, ridotto alla pura elementarità del suono e dell’immagine, alla radicale primogenitura del dolore degli uomini e delle cose.

    Sta alla pari, nella “mia” percezione di lettore, con uno dei dieci veri “grandi” libri di poesia usciti da noi nello scorso quinquennio: “Verbale”, di Michele Ranchetti.

    fm

  4. spiega l’anima stanca
    come un tempo i vestiti
    e a un tratto la terra
    gli si rivela
    piccola e minuziosa
    nei solitari compiti
    di fiorire e tramontare

    Chissà perchè, m’immagino di poter vedere il mondo così, quando avrò cessato l’irrequieta renitenza al silenzio che mi toglie la pace.

  5. Valter, forse il silenzio non è altro che la meraviglia senza parole di chi, anche solo per un attimo, si dispone ad ascoltare la “vibrazione veloce delle cose / che splendono di non restare”.

    fm

  6. A chiunque sia un fanatico di Livia Candiani:

    NON PERDETEVI LA SUA INTERVISTA SUL MIO SITO!

    Credetemi: la sua è una “confessione” che lascia senza fiato!

    I temi del buddismo e della poesia, di come agiscono in segreta collaborazione nella sua vita, di come la vita possa rivelarsi con la metafora o con la meditazione, di come le due cose non siano affatto incompatibili…ecc…ecc…

    La ricchezza di spunti è enorme e lascia senza fiato!

    Imperdibile, ve l’assicuro!

  7. Domani, martedì 17 novembre 2009, alle 11 (in replica alle 23)
    su www. radiotreccia. it
    “Gli insetti preferiscono le ortiche.
    Donne in poesia (24)
    a cura di gdc
    lettura – intervista
    con Livia Candiani.

  8. Ho scoperto Candiani ascoltando “Uomini e profeti” su Radio 3. Mi sono sentita risvegliare, ho sentito nella sua voce e nelle sue parole una potenza lieve che mi ha colpita come da anni non succedeva. Grazie per aver proposto qui poesie che non è facile trovare.

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