Il dubbio dell’acrobata – di Marina PIZZI

picasso

Da: Marina Pizzi, L’Acciuga della sera i fuochi della tara, introduzione di Luciano Pagano, postfazione di Stefano Donno, Lecce, Luca Pensa Editore, 2006.

“… un’anima tra le più belle della poesia italiana contemporanea”
(Stefano Donno)

Il dubbio dell’acrobata

Le spore del delta a far da viatico
dentro le resse di sipari fuori ragione
per conti senza valore né aggiunto
né sottratto. Evidenza del desco a
forma di malore a loggia di schiamazzo
dove la rendita è la gioconda ilarità
del rito tondo. In forse c’è comunque
un valico di mar sorriso: una girandola
in sosta di salita.

*

Ti tramando una catasta d’ombre
lezione d’agorà paura al vicolo
minuzzolo d’ossigeno piovra
del sale dentro il palmo.
Così ne fui gennaio col natale
letargico da sempre in culla al meno
io senza più d’altri. Stanza d’ecumene
tra la teca e la stazione.

*

Il crollo della voce quando ti vidi
sasso del sasso fatto sasso.
Il petto dell’enigma non è stato
possidente del brevetto.
Nel vitto d’elemosina s’è sconquassata
la comica attrice giovanile della rondine
stata poco al mondo quando
il corso non sbucava.
Scansia di penombra
il sì di farsi partigiani, ancora.

*

Migliore di ogni primavera
spianare il tuo volto
dalla nascita del fosso
con la poesia del gancio di marzo all’altalena
letale imbuto il frutto
mentre il cielo fauci e sequele
sequenze di ceneri babeli.

La furia di rotula bambina
segugio scisso credo d’intero
il nomignolo migliore il foglio
(nomea del giogo appena dopo)
al secolo qualsiasi
questo leggio di ruggine.

*

Il torto che fa ebeti le spoglie
il torto che fa l’abaco alle spoglie
orto del gemito bio conca al transito
stasi apparente presto rese il secolo
stessa congiura falla di baleno.
Del bigio fisso il velo sullo sguardo
rea cosa madre l’arenata cantica
meteora del tarlo stato di cratere.

*

Giara panica il petto
dove in respiro il mondo tutto
panico. E spiove la fionda
certissima assassina.
L’unguento nullo più cruento
scavo o tanica di fuoco
il corto scarto. Sto a migliaia
di lucciole la fronte stanzina
e zitta di te non voglio l’occiduo
stato di trascorso sano.

*

Iride di avvento questo deriso
spettacolo di sale, santuario
del cane assassinato dalla sfortuna
tutta fatica del tasso di ruggine.
Spoliazione del sogno di stradette
rupestri accanto al confetto del vero
quando qualora amore
novello di sé convinceva i ponti.
Appena intenti all’alba della morte
questi frondanti tagli sotto le unghie.

*

Iride di avvento questo deriso
spettacolo di sale.
Attori di convalescenze perpetue
Questi spaziosi alunni
pietrischi di Sali zuccherini.
L’epifanico compagno d’amore
cheti del lutto il passero impazzito
la pala acerba sul baco senza filo.
Avvenuto contrasto il peso del sacco
pallottoliere provetto veto alla somma.
Morta bruciata via viva
con la poesia.

*

Avvinto di presagio si sconvolge
questo gerundio intinto alla vedetta
darsena. Semmai la fionda dica
“è una cosetta andarsene” se ne verrà
cometa di grammatica lo spigolo
del rantolo. Gorgo appena franto
l’ombra del ventre.

***

Ancora sotto il faro del cervello
vai a toccare origini di foto
streghe d’angeli angoli di gelo
dove le gerle prossime non sono
cornucopie o aureole di sale
per zuccherine vivissime pendenze.
A perno di cratere in eruzione
sai l’agorà del lutto a cielo aperto
le luminarie ossute nei falò
palesissimi patemi fin oltre.
Appena il cofanetto del libro
è stato disperso anche le pagine
gironzolino laterizi di chissà che.

*

Ha un sudario che sembra un coriandolo
tanto è ridicolo di attesa
così tanto non c’è niente da fare
né da borseggiare ad altri.
Festivo n ella smorfia, lugubre del certo
Involucro a corto di sostanza all’eleganza.
È la grazia del passo senza sorveglianza
che oltre vada se finalmente
la filosofia della mente allo spicciolo
del mentire.
La foggia della fortuna all’arsenale
di esemplari mutili nel cigolio
della cenere sfacciata, colma di amanti.

*

In una manciata di rantoli si estinse
all’officina amorosa, alla feritoia del senso.
Lo spiffero rapace dell’eco quasi
oltre i falò arroventò gli sterpi.
I fiati a mantici di cuccioli in spaventi
Ritorni cari attendono legati.

*

In breve sotto panici d’indici
a sé conchiuse il fato l’erbavoglio
tra un’incudine di abbecedario
e un diletto a far di scienza il vino.
S’involga in cura l’acredine del miglio
ancora da coprire nel percorso
a piedi scalzi, da sotto le manciate
del riso in avaria, nei trascinatori di massi
che non sanno più la persistenza
dell’improvvisa fine.

*

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