Risonanze II – Paolo FICHERA

Su Innesti di Paolo Fichera, Genova, Cantarena, 2007

Dalla cenere di un risorto miraggio

“la struttura è finitudine
vento specie di un luogo”

La parola non è che passaggio di senso. Di voce in voce. Crescita, per sottrazione di spazi al vuoto, da un’unica radice. Il respiro che riconduce alla parola tutto ciò che tace, non è che rivelazione. Orizzonte, soglia. Il luogo dove si consuma l’incontro a cui il verso tende. Come fa il vento con la memoria che disegna la sua mappa tra le sabbie. Come fai tu, coi segni che navighi su creste d’abisso, a filo di minaccia. Mentre rovesci lo specchio, l’ordine che riporta la visione al pensiero. Perché si rifletta nell’eco del primo passo, morso dalla febbre del cammino, il suo alfabeto che ordina e separa.

*

“la ruota che ricompone le membra, le fa
ora un quadro, altro
un fuoco mite”

C’è sempre un’orma superstite, una vela scampata all’uragano. Un frammento di voce senza rotta, irriducibile al richiamo di ogni porto. E’ un grido. Un astro che brucia, inascoltato, oltre l’orizzonte. Quanto resta di una nominazione che si fa corpo nel verso. Oltranza di fuochi in altro fuoco, l’innominabile di fiamma. E’ traccia di ferita, labbro su cui naufraga anche il cielo all’apparire. E’ innesto di silenzi nel calco di silenzio che avanza e preme gli argini del giorno. L’originario, il prima-di-parola nella carne viva di uno stelo in cenere. Rifiorito in sembiante di rosa nella dimora di un seme.

*

“il paese bagnato dall’acqua non moriva”

Lo squarcio dove il germoglio è chiamato ad albeggiare, già dice il fiore che non esiste ancora. E la lingua in cui parla il suo volto a venire, è un interrogare in ascolto l’ora presente. Il corpo morente che migra in altre forme. Si veste di altri segni. Riscrive la sintassi della morte nell’alfabeto inudibile dell’ascolto.

*

“la sbarra separa l’ombra
dal cielo, luce è dolore, strazio Dio
un risorto miraggio”

Tu ora parli con la stessa voce che la tua mano leggeva nel cuore della spezia. Misericordia è il mondo che ci donava immagini, quando ancora non avevamo occhi. Solo perché dalle immagini fiorissero, come spighe mature, i nostri sguardi. In forme inconsuete d’ali. Così l’altro che fu già ferita e farmaco, carne e croce, ti vive riflesso dentro il palmo. Veste i tuoi accenti, lo stupore, il pianto. Curando il giorno, ricamando un manto dove raccogliere i suoi cristalli feriti, imparavi per sempre i nomi della luce. Passavi di alba in alba, come trascorre il dolore tra silenzio e grido. Fin dove l’alba stessa trascolorava in glifi senza tramonto. E il glifo del tuo volto ora spunta dal tronco, partorito da due zolle.

Offri “la rosa brunita e scrivi: la disperazione
è luogo”.

E intanto la lingua tesse, e tesse, mentre sporgi su un baratro di notti. Lasci le pupille nuotare, come spine gemelle, nell’abisso tra due accenti. Finché non ti ricresce la pelle all’improvviso. La voce che porti addosso come un vestito, come una reliquia.

*

“ecco la miniera dei metalli, la sposa
che nella cinta diviene gemella
vagito carsico, armonico disagio”

E’ fragile il moto, se pieghi verso le dimore del vento un’ala senza mappa. Verso le labbra di un dio remoto, che dal silenzio chiama come un astro annottato di salsedine. Tu sai che è da quel faro calcinato che freme il disordine dell’aria. Una bolla di fiato erosa – risorgente pozza di alfabeti. Ma è la lingua, dici, che parla un pensiero alto dall’attimo rosseggiante di una forma. Calice sonoro dove straripa il corpo che si scioglie.

*

“vergami il dolore smunto della sposa
la civiltà ai piedi donava arche”

Fiutando ombre nel profumo della veste, cambi il colore di occulti marmi in tuniche di piume. Traduci in lettere gli occhi che nessun cielo portava al suo passaggio. Perchè è stata eclissi interrotta, bocca che tenta invano di divorare soli. Un volto scavato nell’argilla dal ricordo che ricompone il seno – il senso iscritto nei segni aspri di una stessa notte. Ora sono alibi imperfetti come la finitudine di un rigagnolo. Paradigmi casuali su quel volto di ritorno dal naufragio, consegnato al suo peso di relitto muto, agli umori fondi dell’autunno. Ora che, sull’orditura di un miraggio, s’arrende l’assenza al diagramma delle tue voci. (A volte il calore del disgelo smuove dal grembo coralli di lava, meridiani di silenzio dove si fa perpetuo il candelabro dei morti).

*

“oggi sai i passi della struttura
puoi altro la schiera è feconda
ogni mondo trapassa la cinta
e si fa lacrima di carta”

In volute sulle assi del mare, riacquisti un vento attento per la luna scavata da occhi precisi di ferita. Fine musica o carne in chiaroscuro – un dove riconoscibile di transiti. (E proprio allora rovesci la sera – che germogli neve all’infinito. Come un’ape, avida di luce e di passato, che tesse stagioni e ha sulle labbra polvere d’abisso, meraviglia che da millenni sverna nell’assorto miraggio della spina. E’ il saldo indiviso della quiete che si consuma nell’abbaglio dei pollini. O la tua iride sul foglio, dove si addensa la crespa spuma di codici di fango. Corrente inebriata di gelo che leviga sui sassi il seme profondo da cui sarà una rosa).

*

“ho ereditato ciò che dai
l’ho nominato in nome pasto”

Forse nel risalire, librarsi a leggerezze di sangue era un altrove tutto da pensare. Soglia di mondi che temono il comporsi – l’ultimo volo d’angelo rappreso in gemme abbrividite d’alabastro. Un dono che nelle mani modula pulsioni di fuoco. Laddove muta, alla rapidità delle tue labbra, l’acqua che s’impiuma dietro le sabbie mute del nome millenario dell’arsura. (La morte è pelle ebbra di cristalli, lavacro di radici serrato nella minuscola rosa di una lacrima. Il suo sguardo, riflesso dagli specchi del giorno, è solo un’ombra che si assottiglia. Come una voce rimasta intrappolata alla fonte).

*

Testi

la struttura è finitudine
vento specie di un luogo:
sai maestrale, libeccio, garbino;
barbaro e povero l’innesto
un flusso adagio, un frammento del
adagio e poi il mondo è barbaro
pure una costanza flessa
tracce molli il coraggio nel
innesto

*

la terra pulita, conchiglia di rame
mare, giovane dolore che
Dio nel mio abbraccio, musica
ogni quadro un germoglio, tu sei la
ecco la stanza del fuoco, ogni arpa
i bambini rincorrono una palla,
la ruota che ricompone le membra, le fa
ora un quadro, altro
un fuoco mite

*

assoluto vigore
nel seno, in seno
gonfia opaco il ricordo:
la lingua tradotta, la tua
prigione che scava biologia e
spezie sai il trapasso l’uomo
dormiva la sera il lento andare dove
manto ricopre spalle, un paese
morto la
morto uomini stesi, la dolcezza
è nel pane ricoperto di semi
infiniti cani osso e polpa che
un cervo ampio fecondava il bosco
di sperma, polline ricopriva manto e
il paese bagnato dall’acqua non moriva:
è questa la pena che s’arrende a moriva

*

denti e rosario, l’incenso dei
santi, porta la pace all’osceno, a lo
schermo che preghiere ritte, candele di
carne, lo spirito santo, la città
si muore: altari bagnati, urina santa,
ogni peccato al rossetto una barba inci
de ora l’oca il selvaggio maglio membro
pace sconfitta, la sbarra separa l’ombra
dal cielo, luce è dolore, strazio, Dio
un risorto miraggio

*

una corona di vagiti illudono
il cielo annaspa lo spazio
abitudine è anima, corso
immacolato sotto il calcolo rugginoso
un ritorno d’inferno e divino
la bandiera ferma, l’asta che
scendere d’un gradino
ecco la miniera dei metalli, la sposa
che nella cinta diviene gemella
vagito carsico, armonico disagio

*

vergami il dolore smunto della sposa
la civiltà ai piedi donava arche
cherubini scoscesi impalavano ancora smonti
la traccia da te che mi amavi si abbevera
il nido, piumaggio oro e smalto, tuo
vanto nell’uomo morto la notte s’attende
nebbia che precipita chi ombra devasta
la pioggia dal basso un rantolo, l’agonia
privilegio di specie celebra la pioggia
sua devastazione

*

solo incutere livore a sera
semenza a oltraggio di vai
un trapasso lento agognato
pelle sedie pelle tua mia pelle
la notte è più chiara dell’ombra in
tu pelle in oltre i capelli tuoi:
qui la struttura è mondo, altro
particelle, donna di teatro ramata
rame trave serena la mente nel
oggi sai i passi della struttura
puoi altro la schiera è feconda
ogni mondo trapassa la cinta
e si fa lacrima di carta: poetica
mente la parola carta

*

ho ereditato ciò che dai
l’ho nominato in nome pasto
poi posato intatto alla fiera,
smembra il germoglio miseria scossa
invocato perdono fate del cielo
strazio uragano in la fonte sia
oltraggio ora incido sempre ora chiedi
a il luogo del sacro è dato
il bianco s’incestua nel rosso, oro

*

7 pensieri riguardo “Risonanze II – Paolo FICHERA”

  1. È così Francesco. Grazie.
    la poesia è la vita della morte. non dalla morte, o sulla morte, o nella morte, ma della morte. perché anche la morte ha una propria vita ed è la poesia.

    penso alle tue Risonanze, ai miei Trapassi. ai libri di poesia.
    per me un libro di poesia è come una lama che tengo in mano. se quando stringo la mano e la faccio pugno la mia mano sanguina allora significa che quel libro è Poesia e diviene nel mio sangue un solo sangue.

    Paolo

  2. “La parola non è che passaggio di senso. Di voce in voce.”

    L’innesto di una voce su un’altra voce, di un corpo su un altro corpo, il tramandare…

    un abbraccio a entrambi

  3. Grazie a te, Paolo, per quello che hai scritto finora e per quello che ancora, e sempre, scriverai. E grazie anche per questa bellissima riflessione che ci regali col tuo commento.

    Grazie anche a te, Luigi, di cuore.

    Un abbraccio ad entrambi.

    fm

  4. Pingback: ipotesi di vita

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