Appunti per uno sguardo invisibile – di Giorgio BONACINI

Testi tratti da: Giorgio Bonacini, Quattro metafore ingenue, Lecce, Manni Editore, 2005

“L’artificio
è equiparabile
al mio
sguardo

un astratto
rinnovarsi di andature
in carreggiate
fisiche”

Appunti per uno sguardo invisibile

1.

Che fine ha fatto la tua mente
anomala e tristissima
il deserto migratorio
il cielo vago e inconcludente
di propaggini felici
di pensieri senza fine
eppure lucidi, capaci?
Il segno di un diverso mutamento
ha rotto fili – un’altra mente
ha preso il posto dell’estate

2.

Il contrabbando d’occhi
è il suo vivere
implicito – l’occhio assoluto
bruciato, portato
dalla sua avidità
nel cristallo di un occhio morente.
Non penso all’evento
dei sogni – una guerra
spazzata via da un connubio
di sguardi e l’artefice
assolto, slegato –
ma all’abbondanza del cielo
che resta, alla rètina grande

3.

Accanto a ogni suo corpo
era l’ascolto a dare origine alla vita.
Non il senso della musica
o l’esatta compostezza tintinnata
di una crescita d’estate
non l’insistere del vento
non il suono a cui dà fiato
l’intimo respiro quasi incredulo
sul timpano dell’aria –
ma la stessa iniquità della ferita
l’invadenza che ogni volta si può udire

4.

Dalle ombre si dovrebbe cominciare
quando l’atto di disperderle
è una forza improponibile
un linguaggio che ricade
e porta in sé un accanimento
senza pari, un’invadenza
che ci illumina e nel tempo ci separa.
Ma l’idea che nella mente
si frantumi il domicilio delle cose
forse è il tramite che porta
nell’azzurro, forse è ciò che non si vede
ma ugualmente si conosce.
Il resto è vera intensità –
ritrovamento di quel poco asciutto
e denso, gelido e spaesato

5.

L’incertezza delle palpebre
è totale – tra la vasta insenatura
delle guance e l’ispezione della fronte
il panorama sembra insistere
nel gioco dei segnali.
Non è facile comprenderne
il dettato, quando l’atto si deposita
nel gelo prende forma un’abbondanza
inevitabile – i piedi, i muscoli
l‘assetto e l’altitudine del collo…
i patimenti di un paesaggio innaturale

6.

Cos’è che ci trattiene dal toccare?
Si isola una prima conoscenza
nella dimestichezza delle gocce naturali
e appare la durezza di una pietra.
Cosa manca allora per incidere
ripetere o svelare in sé
la qualità fine di un’ombra?
Il ritornello degli insetti…
la destrezza che vediamo negli uccelli…
Penso a ciò che si può amare
alla coscienza che cerchiamo nelle cose –
non è più quella dell’ombra
né il ricordo o l’esclusione che si vuole

7.

Forse l’invasione è solo questa –
una città dai tempi morti
e gli occhi grandi
come guardi una figura nell’infanzia
o l’illusione che verrà.
Puoi soltanto immaginare
una statuetta antica –
il ritmo semplice del volto nella pietra
i simboli evidenti e la complessità
tracciata in questo rito.
C’è una mente negli astratti scivolosi
che disegnano quel viso –
il falco, l’onda
e l’invasione del ritratto crollerà

8.

False e imancabili gocce – a miriadi
quel giorno non bastò nemmeno
il loro espandersi odioso
né l’accurata curva o il gonfiore
del loro ventre acquoso
potevano dirsi un’offerta esaustiva
e nemmeno i riflessi presi
nell’oggettività di una lente d’acqua
sformati in un mutismo di sillabe
in un allontanamento unanime
o in una fuga costretta
di immagini inutili e sfatte –
né la fragilità sufficientemente povera
e scarna da imporvi l’ebbrezza
la stupefazione giallognola di una goccia
eternamente compassionevole
nel suo involucro assente, fuggito.
Ma nemmeno l’imperturbabilità
di un sostegno formale – l’inizio
di un grido talmente libero e impuro
da non poter essere udito per la distanza
incolmabile, falsa, felicemente rabbiosa

***

Miraggio spietato

Un miraggio spietato
compare dovunque
e dovunque lo vedi sparisce

Probabilmente spinge, nel sonante della notte, un gigantesco
armonico di suoni e sottomusica da passo – il centro
di un assolo che ribatte, nel suo corpo decaduto, il sasso morto

E’ ancora l’impossibile a tornare? O ci auguriamo
un alibi di pace indifferente, l’ipercritica carezza
che ci sfiora quando allunghi e non sei più l’altro nell’altro?

Probabilmente è vano, lo stranissimo difetto di passioni
incalcolate – il corrimano su cui scivola una mente forestiera
dall’aspetto antico e caldo, muto a volte e senza esempi

Cosa aspetta allora il vento a ripercuotere su noi,
brutte parole, il suo giudizio inalterato? Il soffio non lontano,
che fa sbattere le ciglia in controtempo e porta male?

Probabilmente è vivo quando sembra non sorridere
o cantare – e ritirarsi via dal cielo e dalla sera, tra le nuvole
gommose a rovistare, in cerca d’acqua, un’acqua nuova

E se fossimo qualcosa di diverso dal suo cuore?
Se bastasse una parola non formata, un verso attonito,
una pioggia pensierosa a dire basta, stop, crepare?

Probabilmente si desidera e si tenta di parlare –
non del modo di concedersi alle cose, la strettezza illimitata
che ritaglia e non dà voce, né del sole come e dove

E’ questo che noi siamo quando siamo? O pensi a un io
rievocativo e distruttibile che va ad accompagnarsi alla figura
in controluce delle dita, al falso dire dove andiamo?

Probabilmente getta luce e fonda il vivo delle ombre
il radicarsi semplice di un albero che appare già così
oltre se stesso – il dormiveglia in cui si finge di sperare

Ma allora non è meglio far volare che volare?
Spezzettare nomi e cose in un dolore comprensibile e accusare
questa immagine di tutto ciò che sta nella sua fine quando piove?

Probabilmente si dimentica di esistere e non prende
le parole, il sentimento inarrestabile – il sorriso che discende
dalle stelle ricevute in lontananza come nuove

Cos’è che si dovrebbe allontanare per poter non riconoscere
e lasciare? O ricordare se verrà ciò che nemmeno l’impeto
e il furore dei vocaboli del mare può afferrare?

Probabilmente è immerso a contemplare e non assiste all’invasione
– non recupera quel tanto dai suoi occhi per decidere di sé
come se fosse in ciò che è voce di forma e di colore

(Anterem, XXIV, 1999, n.59, “Endiadi”, pg. 61-62)

***

Nota biobibliografica

Giorgio Bonacini è nato a Correggio (RE) nel 1955, dove vive e lavora. Ha conseguito la laurea in estetica al DAMS di Bologna, con una tesi su Roland Barthes. Negli anni Settanta-Ottanta ha fatto parte, con poesie visive, sonore, e performance artistiche, del gruppo Simposio Differante. Redattore della rivista ‘Anterem‘, ha pubblicato testi poetici e critici su varie riviste, tra cui: ‘Parol‘, ‘Poesia‘, ‘Capoverso‘, ‘Il Segnale‘, ‘L’immaginazione‘.
Presente sulle antologie:
Ante Rem, a cura di Flavio Ermini (con una premessa di Maria Corti), Verona, Anterem Edizioni, 1998; Verso l’inizio, a cura di Andrea Cortellessa, Flavio Ermini, Gio Ferri (con una premessa di Edoardo Sanguineti), Verona, Anterem Edizioni, 2000; Trent’anni di Novecento. Libri italiani di poesia e dintorni (1971-2000), a cura di Alberto Bertoni, Bologna, Book, 2005.
Libri di poesia pubblicati:
Non distruggete l’immondizia, Correggio, Edizioni Gabiot, 1976; Teneri acerbi, con una nota critica di Giuliano Gramigna, Verona, Anterem Edizioni, 1988 (Premio Lorenzo Montano, 2a edizione); L’edificio deserto, con una nota critica di Niva Lorenzini, Bologna, Edizioni di Parol, 1990; Sotto la luna (con Giovanni Infelìse), Bologna, Book Editore, 1991; Il limite, con una nota critica di Lucio Vetri, Bologna, Book Editore, 1993; Falle farfalle (con disegni di Alberta Pellacani), Verona, Anterem Edizioni, 1998; Quattro metafore ingenue, Lecce, Manni Editore, 2005.

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