Risonanze III – Fabrizio CENTOFANTI

*

Osip

si compie il volo
dentro questa polvere che prega sempre,
mentre non c’è traccia
di carne incisa, chiusa nello scritto.
ritorna l’ansia, il patto di finire, l’insufficienza
quasi mai conclusa dei cinque sensi.
dal buio sale il limite del gorgo:
scende dal mare senza percepire scaltri consensi.
la notte affolla l’alto dormitorio dei sogni flebili,
le muove incontro l’esile memoria della sterpaglia,
l’umana pena,
l’orda quotidiana.
ma vuoi salire:
fuori della cella conti i minuti
d’ogni lieve insonnia.

*

Per ogni voce che dentro l’ombra grida.

1.

Parli dell’ombra. Della nostalgia di luce che dentro l’ombra grida. E racconti al silenzio tutte le parole del cammino. Come chi chiama accanto, ad ogni passo, l’assenza che non lascia impronte sul sentiero. E offri ali. Strappate al giorno in regole di pianto. Non per spiccare il volo oltre gli sguardi, ma perché siano un lascito d’amore, una memoria che dà riparo al cielo, alle sue acque.

2.

E’ vero. Tu sei colui che accoglie ogni voce. Il sibilante afrore degli autunni e l’argilla dove maturano i volti segreti di un giardino. Il tuo nome è un sogno. Migrato un giorno al richiamo delle fonti per essere specchio delle nevi e del disgelo. Lavacro di occhi che affiorano dal fango. Ora è una vela che arde in lontananza. Come un faro che sul confine regge lumi ai morti. Il fuoco che stringi tra le labbra, chiede alle mani di disarmare il pane. Imparare ad allevare l’alba come un figlio.

3.

Vegliare il tempo è custodire l’unica dimora che si fa riva e porto. Il segno che contiene la cifra segreta del risveglio. La parola che strappa al corpo stimmate di attesa. Che regge al desiderio e si fa spasimo, come un muro che sbarra il passo al rigagnolo di muschi che l’assedia. Che lo piaga. Solo chi è senza cielo, pur possedendo le chiavi di ogni cielo, reca in sorte la fiaccola di un grido. La voce priva di alfabeto che sa nominare gli astri uno ad uno.

4.

Anche i tuoi angeli hanno mani impastate di cenere e deserto. Nelle pupille, il sangue di chi ha vegliato, nel chiostro di un ricordo, il fuoco di una domanda senza eco. Il rogo degli alberi e dei fiumi, dei giorni consegnati a una luce fraterna che non muta. Sono angeli naufraghi esercitati alla pietà di un grido. Figli delle notti dove anche l’orizzonte sembra straniero al cielo che lo cerca. Come una parola che si trascina, di dolore in dolore, fino alle labbra da cui si parte il vuoto che ferisce.

5.

Chi ti regalò l’inquietudine del verso col quale navighi sul filo degli abissi, se avevi con te, stretto dentro il palmo, il sigillo che ricolma lo sguardo di certezze? In quale mattino senza nome, abitato dal graffio inudibile dell’ombra, prese il largo il tuo canto che varca stagioni di ferite? Forse fu lo stigma vivente della pioggia, la preghiera nuda di un ramo che si offre all’abbraccio dell’acqua. Forse la speranza di seminare echi nelle terre ammutolite dell’esilio, essere voce che racconta il giorno alla pupilla cieca delle pietre. Tu che oggi ti accompagni a chi si lascia il lume di ogni morte trascorrere tra i pori, tu sai le rotte che guidano gli uccelli ai sacrari inviolati dell’aurora.

6.

Scrivi di Osip, e laceri la tela spiegata dei miei sensi. Ti apri un varco tra i silenzi e le piaghe di un’esistenza che puoi solo immaginare. Vieni a smarrirti nei solchi di una terra che dorme sotto il fuoco. Ti accolga l’abbraccio della lampada muta che accendo ogni notte sulla soglia. Ti accolga il vento che dalla soglia sussurra alla mia polvere. Che mi riporta le voci mai placate dei morti che gridano giustizia dal ciglio ferito dei miei occhi. Questa è la casa, qui è la tavola che invecchia e che rinasce a ogni pasto. La mensa di spighe acerbe imbandita dal transito degli anni. Guarda. Non si consuma l’olio, se arde nella coppa delle mani la luce fraterna degli sguardi.

*

Testi

Icaro

guardare solo: coglierne lo strazio
discendere in picchiata sopra il male
con la tovaglia e i piedi dentro l’acqua
– calzini e scarpe, inutili bagagli.
il corpo tace, chiuso dentro il sogno
di una corona vinta da bambino:
la ruota e il vento, vividi, negli occhi.
l’angelo vola, l’ala che non sbianca
ha una macchia di sangue
o di vernice.

la poesia e lo spirito

la stanza chiude dentro l’invisibile:
i rami, fuori, sono un’illusione
che resta ferma, come nella mente
lo sguardo estraneo, l’ombra delle foglie.
nel buio si nota subito la luce,
seppure impercettibile.
non hanno più pareti, le presenze,
adesso splendono
di un oro femminile, acceso d’ambra,
sofferto nella carne.
ma il suo segreto è l’ombra sul selciato,
la chiave nella stanza e l’inudibile.

sheol

le labbra sanno ancora di petrolio,
disse la donna, mentre le sue mani
lanciavano messaggi a bassa voce.
l’incontro è quello giusto, la tovaglia
a fiori è preparata da tempo.
i nomi delle cose sono lampi,
coltelli che s’imbrattano di sangue.

mi porga la candela, disse ancora.
non credo più ai fantasmi, ma soltanto
ai morti che saltano le cene,
e si alzano in piedi per brindare
prima che il sole sorga.

etàire

non sei così pesante da volare:
sembrava delicata la tua voce
che si cambiò in uccello per sottrarsi
al Dio dei passi inutili.
la fuga ti tentava, alla radice azzurra
si scava la fede del compagno
spina che diventa fiore
come l’occhio del triangolo
quando la perfezione dell’essere felici
è il più assoluto nulla.

sono qui, disse

il corpo e il sogno sono nelle mani
di strani pomeriggi, nelle stanze
segrete, lontane da ogni assedio;
e il sole stesso è costretto a scivolare
tra sottili fessure di speranza.
ma il luogo è il nulla, sul palco si prevede
l’ultimo addio di gente sconosciuta:
fantasmi controvento, grano duro
che il vento libera
in monologhi infelici.

ordinazione

l’ultimo che aspetta, la cascata
di luce e il calendario dei suoi dolori,
il paradosso che esista un Dio
nonostante lo svanire, la preghiera
di terra: oscurità magnifica
raccolta per marcire, consacrata
alla polvere amara dell’incenso,
alla bruma che sale, diafana,
nel vuoto.

saudade

di tutto questo vivere inespresso
resta una lettera scritta con la polvere, all’alba,
nell’ora in cui i defunti si nascondono.
nessuno sa dove vadano a dormire
con le agende scadute,
piene di strani appuntamenti.
si confondono le lingue. a volte, forse,
si vede un braccio diafano che prova
a rimboccare le lenzuola:
per custodire un complice segreto
della muta, reciproca sconfitta.

apocalissi

il giorno si spalanca sul presagio
di una tempesta. la luce, alla finestra,
è una carta topografica del cielo,
con le sue estati scure, di bombe che fischiano in cantina.
non gli risparmia nulla, come un coprifuoco
di brezze e carte, infisse nel portone.
la scheggia ha la faccia della madre,
l’astuzia rude di un vecchio trafficante di reperti.

senza peccato

le pietre sono ai piedi degli astanti
rinchiusi nella torre.
si lanciano in difesa
gli operai della pena, con scalpelli affilati di paura.
all’alba c’è un anticipo sui versi, anche se è il sole
la Musa divina che trascrive, leggera,
le pagine incompiute.

terre emerse

sognare è sapere, dicevi, per questo
dormire è cambiare, vedere fanali improvvisi,
su strade d’azzurro. il palazzo ha un giardino
di pietra, cancelli melodici chiudono
ritmicamente la via.
sapere, trovare il guardiano che grida
da porte di ghiaccio.
è solo la luce, pensavi, che fende,
che scricchiola piano, la tenebra
il tutto che illumina,
invano.

è là

l’ansia è una finestra che tradisce,
un’abitudine, come stare all’erta
in una notte allegra, quando il caldo delle mani
sorride di livida indolenza.
arriva all’improvviso, decorata
con segni di tediosi testamenti, con chiavi,
che di volta in volta s’impregnano
di odori o di respiri.
sogni? qualcuno chiama ancora
dal ponte cancellato,
una voce,
che s’ignora.

selva dei suicidi

si cerca scampo anche nelle tenebre
quando il cerchio è un baratro che s’apre
sotto un ponte leggero. non basta l’innocente
varco nel cuore, la penna d’aquila
che cresce come il dubbio, all’alba,
nella luce inaccessibile. il più semplice intento
rotola nel gorgo, nella casa
del naufrago veggente.

camaldoli

il tempo è lo specchio
del guardarsi dentro
il muscolo del duplice pensiero
della mente che crede, da un pavimento all’altro
al chiaroscuro del giovane e del vecchio
piegarsi, ritrovarsi
in un’unica illusione di vedersi fuori
e immaginarsi
lo spazio della sua concentrazione
lo strazio del volersi uniti
e inabissarsi
nel profondo del secchio,
intorpiditi.

cammeo

una strana bellezza t’incantò
madre della repressione e della cura,
nella dura nevrosi
dell’altezza: passò
logorata dai perché la follia
dell’amore, psicosi
della malattia, infervorata
contro lo sfottò della scelleratezza.
la gioia deviata della gelosia
ti attraversò, come una cupa angoscia
d’allegria e la magrezza
ti segnò la corsa: un canto,
per schivare la paura.

polisindeto

i lampioni sono mare,
nella mente inumidita,
lampare di strada dove neri pescatori
si spiano nei gesti della notte.
la voce è sabbia. la consistenza inutile del vento
in una notte di false profezie
è pane diventato pioggia.
non c’è silenzio, ma un suono a intermittenza,
dolore afono
che raschia la gola del futuro

*

8 pensieri riguardo “Risonanze III – Fabrizio CENTOFANTI”

  1. Grazie del passaggio, Enrico.

    Io trovo questi versi molto più che “interessanti”: siamo di fronte a una scrittura matura e consapevole, a una voce di grande spessore, capace di coniugare, come poche altre, la sapienza formale al contenuto che prende corpo nell’espressione, e di farli convivere con il non detto che ogni vera poesia abita come destino.

    fm

  2. sì, condivido in toto il tuo giudizio – sono versi che non temono il sublime, a partire dal non detto dell’esperienza vitale – una poesia che sento vicina

    p.s. complimenti per il blog

  3. Grazie a te, Fabrizio.

    L’unica cosa che qui non si dimentica, comunque, è la bellezza, intrisa di creaturale dolore e di fraterna tensione verso l’altro, soprattutto quando l’altro compare ferito sul nostro orizzonte, che il canto di questi stupendi versi diffonde. E l’eco, profonda, rimane a lungo, molto a lungo: sempre pronta a risuonare anche quando sembra tacere.

    Piuttosto, dovresti pensare, prima o poi (meglio prima, comunque: non vorrei perdermi l’appuntamento), a riunire in volume tutta questa produzione sparsa: sarebbe, quello, un “fatto”, un dono difficilmente dimenticabile.

    Un caro saluto a te e ad Enrico.

    p.s.

    Chiedo scusa se i commenti non appaiono, ma non dipende assolutamente da me. Forse c’è un meccanismo che li manderebbe in automatico, ma non so individuarlo.

    Abbiate pazienza.

    E, alla fin fine, forse è un bene: almeno vi risparmiate (finora sono cinque o sei i messaggi, nemmeno tanto in codice) di sapere qual è il luogo più adatto per quelli (sic!!!) come me (avete presente lo spazio in cui mettete a cuocere l’arrosto?) o quale sarà il diametro (sic!!!) di una certa parte del mio corpo quando sarà finito un particolare trattamento (avete presente il posto dove non batte mai il sole?).

    Saranno nuove strategie di ermeneutica del testo o di critica letteraria tout court, chi sa mai…

    Una buona giornata a tutti, e sempre grazie per la vostra lettura.

    fm

  4. grazie anche per questo, Francesco. per ora sto scrivendo un libro di racconti, credo che usciranno prima questi, e forse solo questi. per la poesia la vita è dura, come sai. meno male che ci sono i poeti come te a salvarla, nonostante tutto.
    un altro abbraccio
    fabrizio

  5. Provo a ribaltare un assunto, fabrizio: “per la vita la poesia è dura”.

    Trovo la foto del Cristo pasoliniano molto calzante e in sintonia con le poesie di Fabrizio.
    E’ una poesia piena di corpo e di consunzione. Sono l’oggetto e lo strumento del dolore.

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