Essere terra è il nostro risultato – poesie di Maria Grazia CALANDRONE

s.anna di stazzema

[…] E’ mia profonda convinzione, come appassionato e lettore attento di poesia italiana contemporanea, per quello che la mia opinione può valere, che le pagine più belle, più autenticamente colme di anticipazioni, di spunti seminali, di tracce di futuro, guardando in modo particolare agli ultimi decenni, siano state prodotte da voci femminili: dalla Rosselli alla Vicinelli, fino ad arrivare ad esempi più vicini e recenti. Maria Grazia Calandrone è una di queste voci.”
(Reb Stein, da una mail datata gennaio 2006)


Da: Come per mezzo di una briglia ardente, Atelier, 2005

Conta di caldo e freddo dalla città

Essere terra è il nostro risultato
lo scorrere zigzagante e tardivo
di un’idea perpendicolare del corpo. La terra è frutto di una decisione
collettiva – è
autentica fondazione – zappatura.
La piegatura delle sue specie folgora e monda: fonda
uno sguardo orizzontale e chiaro: uno specchio (quasi
di acqua) dal quale sgorgare come flauti – energia verticale
con le vanghe
nella terra inzuppata e cariata dal temporale. Dove termina
il pensiero non resta che constatare
l’esistenza
la soavità della mandria
l’orma
del pitecantropo. Selce
della famiglia eretta
(a sacramento).

*

Da: La macchina responsabile, Crocetti, 2007

Impianto delle camelie

Mesta nera e cortese la terra
scansa la neve, ricomparisce
a macchie, favilla
come l’occhio nel disco d’oro della memoria
mentre spuntano infiorescenze di luce
dalla distilleria sotto la superficie. Sorge dalla sua fronte
il sole nero – una
malinconia di animali che si affezionarono
a corpi di umili mattoni – Cinque
Dimensioni del mondo che lauda e posa
pietre miliari
mentre spuntano ciglia di luce
dalla distilleria sotto la superficie.

Sulla inflessibile carena del cielo una severità
ferma
con fermagli di ginestra
la polena-del-Congiungimento. Cristallo
dei crateri con Sole – sotterraneo. Fattori
matematici, rotazione
di arcani
mentre uniscono i raggi delle bianche dita: dallo scavo fiorente
tra le due tuniche di cellule sboccia
l’età dell’oro.

Il bagliore dei campi al pomeriggio. Rotazione di aria, Visioni e foglie
sull’argine. Questo
ci sembra amore, rossa bacca invernale
su una lacca di neve, sulla cortina
di cemento longevo e il cielo ferve sulla crocefissione dello sciame
che navigava a vista come Molteplice.

L’energia si propaga in masse critiche e rose.
Brilla la terra in arruffata luce contraerea. Il creato perfetto – Vela
con Pagliaio. Legata al carro delle Apparizioni
la Custode costeggia l’incolore – edera
naufragata in elio azzurro – mano
di mulino che fruga nel vivo
di lei che chiama
a miriade – chiama – Unica – a cavallo tra mondi di luce.

Un giorno pieno di operai e di sole – i vulnerabili aggettivi umani
della terra. Biciclette sull’argine. A mani nude
portano a giorno le alluvioni
il carbonio degli esseri viventi divenuto torba – torri
di spegnimento. Fasce di luce
portano il cuore umano
a perfezione. Lei – ultimata con piume di capinera preme
pinnacoli – mani più pesanti dell’acqua
sul marmo iridescente degli acquai – immobile nei gorghi
del corpo-in-trono
di lacrime mute – tintura
madre. Riverberi
dell’Araldo alla controluce – e lei rosa sbocciata dai fossili
del petto agli echi di quel sole.

Qui sono maturate le mie cellule, i petali caduchi delle mie dita
di perturbata Sorella – nel glutine dell’aria
ardo al tuo fianco senza tracce. Come se me ne andassi
di più ancora, dal tuo cuore non una
stilla di sangue. Ecco, è Nulla – festeggiante
Nulla la musica d’albero sacrificato del mio corpo. Località straniera
con la crisalide dello sguardo che pende.

La lentezza dei mezzi meccanici
in salita e l’impronta del morso dell’angelo nei solchi di quella scrittura
cingolata che svuota la terra – in quei sorrisi-frutti sigillati
nell’abitacolo che rumina neve. Il mio corpo è vuoto come un solco ora
che l’icona del tuo volto – risaputa
a me, la Mai Divisa, mai –
dal tuo volto – ha il sorriso tremendo della Grazia. Il mio cuore non regge
gioia né dolore – alle cinque
della mattina come la linea della contrada termina nel sambuco.

Le ossa del cranio sono ammorbidite – il mio corpo è una dolce
calotta di larice. Tu rosicchiami ancora con i tuoi apparati, camola!
d’amore. Così a lungo i cotogni portano coroncine
di gemme, lungo è il tarlo dell’angelo – piccola
bocca rossa, relitto
di sole con i denti affondati nella maceria tigliosa di giugno.

Germogliano gli innesti dei braccianti sul fiume con galli forcelli
e covoni. Velocità della luce negli spazi vuoti. La grande
diserzione – un incrocio roccioso delle braccia – i berretti scagliati
dei mezzadri. La pietra
formula lentamente la sua ruggine: un bisonte muschioso nelle conche
dei sedili, frange – spighe di trono
dalla panca dirotta delle sacre ossa. Soffia
da dentro il corpo – da sotto
questa calda coperta di nevi
il pennacchio citrino dei gas
che la sopravvivenza aveva stretto nel cuore.

*

Inedito:
Diecimila civili (*)

I

Sant’Anna, 12 agosto 1944

Conoscemmo il ragazzo
dal ciondolo con la croce
e la figura del santo
era messa di fronte
alla luce come prima di chiudere gli occhi dopo la discesa
del sole che lascia il suolo con l’erba e la carne
friggenti e le bestie ovunque
divise
da mani ancora sbarrate a proteggere
il volto dalla mitraglia e la persona si storceva
per tutti i sensi dell’eccidio.

Rastrellavano bambini come grani di sabbia e come sabbia che ubbidisce al vento erano muti. Nessuno
si difendeva: componevano dune inanimate, componevano cose
piegate al vento
sul sagrato, solo stringevano le foto addosso perché dopo
qualcuno desse il giusto nome
al corpo che ciascuno aveva usato da vivo. Seppellimmo Maria
dentro la scatola della sua bambola.

Alcuni tra quelli che davano ordini
parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti
portavano bende colorate
sul volto per la vergogna
che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti.

Altra cosa è il feto posato
sul tavolo sotto gli occhi
della madre seduta
che diffonde un silenzio finale
dal ventre aperto,
fissa nello stupore
la traiettoria minuscola del piombo
da parte a parte tra le tempie minuscole.

II
Marzabotto, 29 settembre 1944

Uscimmo dopo che fu silenzio
dal bosco sotto il picco di Monte Sole e conoscemmo
che i maiali mangiano la nostra carne: mio nipote
era sotto il pergolato e mio padre
una povera cosa messa male su altri
posati in due
lati a cavalcioni
di un davanzale, neri
delfini arenati
su una scogliera e dell’ultimo
rimaneva la cuffia sotto la bocca, da fuoco.

Alla prima esplosione conoscemmo ancora
che quelli avevano minato i corpi
così che i morti uccidessero i vivi
che uscivano dai boschi a ricomporli, a sciogliere
mani aggrappate
una all’altra come piccoli ormeggi nella buia insenatura della morte
perché ognuno fra i morti ritornasse solo
e ognuno dei vivi
potesse nominare quella solitudine
come la solitudine di un parente lontano,
potesse premere su quella lontananza la sua bocca, su quelle mani
di polvere e corallo protese
come nei giorni di sole
quando tutto era prossimo alla somiglianza.
Così tutti si sono inchinati, hanno tenuto
bassa la testa
su un numero più grande di ogni corpo.

(Roma, 3 settembre 2007)

Nota

(*) Durante la ritirata i nazifascisti fecero strage di civili in numero di circa diecimila tra vecchi, donne e bambini.

8 pensieri riguardo “Essere terra è il nostro risultato – poesie di Maria Grazia CALANDRONE”

  1. L’impiego del verbo “conoscere” nelle due poesie finali, a metà strada tra capire, comprendere, venire a conoscenza, scoprire, dà una profondità da tempo mitico, come l’emersione delle cose dall’oscurità al loro primo apparire.
    Ed è un’oscurità tragica.

  2. L’inedito è contrazione di cielo e terra in un grido che non ha più bisogno di parole. E dove non c’è più parola che basti, anche la luce (il “conoscere”) non è che il ripiegarsi del lampo nella materia oscura e senza nome che l’aveva partorito.

    Hai ragione, Luigi: potenza tragica, primigenia, allo stato puro: che mantiene, a qualsiasi altezza o profondità, una levità insostenibile da ala ferita, e la lascia percepire da ogni distanza: il marchio, ormai unico, riconoscibile, di un verso che resterà.

    Reb Stein sapeva bene cosa diceva.

    fm

  3. Il ringraziamento è tutto per te. Il tuo nuovo libro è, o sarà presto, alla portata di tutti; l’inedito che ci hai fatto leggere, invece, è un dono che lascia segni incancellabili negli occhi e nella mente. E credo che sia il sentire di tanti, questo, visto che tutti quelli che sono entrati tra queste pagine negli ultimi due giorni lo hanno letto.

    Ti abbraccio.

    fm

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