Notizie dall’esilio – di Mariella MEHR

Mariella Mehr, Notizie dall'esilio

A me è rimasto un cantare,
una manciata di speranza alla vista
della verità, che conosce soltanto me e
non può essere la verità di nessun altro.
Un girasole forse, un regalo
alla vita del quale nessuna morte si avvicina
e nessun paese non scritto.

Un poeta che scrive una cosa simile va abbracciato quasi con passionale ferocia. Io la amo, questa donna.
Franz Krauspenhaar

*

Mariella Mehr, Notizie dall’esilio (Nachrichten aus dem Exil, 1998), edizione italiana curata e tradotta da Anna Ruchat (con traduzione in lingua rom di Rajko Djurić), Milano, Effigie Edizioni, collana Poesia, prima edizione, 2006.

[Mariella Mehr, autrice di romanzi, poesie e opere teatrali, è nata a Zurigo da una famiglia zingara di ceppo Jenische nel 1947. In Italia sono usciti i romanzi Steinzeit (Età della pietra, Aiep, 1995), Brandzauber (Il marchio, Tufani 2001) e Labambina, Effigie Edizioni, 2006.]

*

“Si può vedere anche attraverso la pelle”: gli occhi della pelle sono aperture sul mondo interno, sull’universo separato ma non chiuso dei simboli – repertorio di animali selvatici e fiori dai nomi parlanti – che affollano i versi di Mariella Mehr. Dialogando con ombre plumbee e figure angeliche, la poesia della Mehr si scontra costantemente con la luce, come fosse la forza che contrasta la visione interiore, che acceca l’occhio rivolto all’eternità procurando “cicatrici di luce”, tracciando una “pista di luce” che incide sotto la pelle, che tortura e scuce fino al midollo il buio salvifico dell’esiliata. “Carica di nero” la poetessa avverte la “inospitalità della luce abbagliante” e la evita, le sfugge precipitando strofa dopo strofa nel baratro dell’allucinazione, del sonno, dove i confini tra il simbolico e il quotidiano sono confusi, dove la paura dialoga con una felicità “senza piume”. “La morte è un ciglio / sulla palpebra della luce”, scrive ancora la Mehr, mentre guarda con “occhi armati” un futuro che “non assolve” e guidata come i cantori e gli oracoli dalla sua cecità, cerca più che mai in questi versi di riscattare la propria storia. […] Un grido lanciato spesso sul confine della follia e che molto si riconosce nei versi di un’altra poetessa dell’esilio e della persecuzione, Nelly Sachs. Un grido di dolore che, come quello della Sachs, non cerca consolazione nel linguaggio, ma usa la lama del paradosso per far emergere nei paesaggi, nei corpi, dei bagliori di senso, per aprirsi un varco dentro la spietatezza del reale. […] Nel solco della Sachs, e certamente di Paul Celan, la Mehr rintraccia sulla carta geografica del testo le sue cicatrici e dentro le parole allunga radici aeree: quello che lei vuole descrivere nelle poesie è un luogo, è il suo esilio appunto, lo scarto tra il linguaggio e un altrove che non la accoglie.

(Anna Ruchat, Scrivere oltre il dolore, in Notizie dall’esilio, op. cit.)

TESTI

*

Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.

Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,

e scorre via il resto di ogni ora.

*

A mezzo volto, non velata,
la carne di monaca
in fuga da
mani ermafrodite.

L’altra, la pietra di luna
o gemma di giglio di campo
infuria nel mio cervello
alla ricerca di una traccia
di felicità breve

o con le dita di cannella
– semmai –
la parola trasceglie
attingendo da sogni nero-pece.

Sono andata con piedi di luce.
Impregnata di sonno
a un lancio di stella appena
sono andata con piedi di luce

davanti alla tua porta
sono diventata cenere.

*

L’erba sfiora il sangue
marcescente del fagiano.
Un carico di detriti ha offeso la fronte,
ha bruciacchiato il cuore
e smerciato il suo nervo vitale
alla morte.

Derubato per un intero decennio dei suoi uccelli.
Cosa fare senza di loro, noi sciocchi senz’ali,
che ancora versiamo
il sangue del fratello
e l’uno avvolge l’altro
in brandelli rossi?

Uno sguardo modesto
pieno di magia rumorosa, più terribile di qualunque ira
colpisce colui che uccide, il suo occhio
intasato di immondizia e di buio.

Piange ciò che si trasforma, e ciò che
finisce, ripulito dalla parola,
diventa la via per
la cella delle stelle (o delle monache?),
che fu costruita ai piedi della storia.

*

Niente,
nessun luogo.
C’è ancora rumore
di sventura nella testa,
e sulla mappa del cielo
io non sono presente.

Mai è stata primavera,
sussurrano le voci di cenere,
sulla bilancia del linguaggio
sono una parola senza peso
e trafiggo il tempo
con occhi armati.

Futuro?
Non assolve
me, nata sghemba.
Vieni, dice,
la morte è un ciglio
sulla palpebra della luce.

*

Una sera,
consacrata con troppa premura,
i vitigni fuggono
in una felicità lontana dal linguaggio.

Davanti alla cascina le ore di pietra,
ammucchiate e bianche
per via della mano del sole,
che le ha coperte.

Ora è tempo, fratello,
di custodire la stella naufragata,
perché nessuno la derida
con la bocca tozza.

Un grido vuole prendere fiato,
il grido sacrificale della selvaggina
toglie il cielo alla valle.

Buttami la luna,
il pane dell’instancabile.
Fammi rotolare la stella
davanti al sogno risvegliato col canto.

*

Poco ha a che fare con gli esseri umani
l’aridità della luna.
Eppure è lì che fiorisce
la verbena del cuore dalle rovine della luce,
il giallo pozzo a carrucola dal fuoco lontano.

Per giorni e giorni ho corso nella neve,
non mi sono riscaldata
e nessuno ha mantenuto la parola
quando la mia si è infranta sul passo
e sul rossore iracondo del cielo.
Quando il silenzio ha mutato il mio piede in pietra.

Neve, dunque, neve e carne
in cui nessun canto soffia la vita,
che porterebbe me all’aridità della luna
oppure – anche questo -, che potrebbe essere redenta
dai coltelli, come ultima consolazione.

Ero leggera come un uccello
con le penne d’oro, un segno nel vento serale
e avvolta nello stupore del bambino.
La mia bocca è passata oltre questo tempo felice,
non vuole imparare a vedere, quando il giorno la interroga
e cerca di afferrare un sorriso.

Anche gli angeli, ora, sono diventati ciechi.

*

(Per tutti i Rom, Sinti e Jenische,
per tutte le ebree e gli ebrei,
per gli uccisi di ieri e per quelli di domani.
)

Non c’era mare ai nostri piedi,
anzi, gli siamo
sfuggiti a malapena,
quando – le disgrazie, si dice, non vengono mai sole –
il cielo d’acciaio ci incatenò il cuore.

Abbiamo pianto invano le nostre madri
davanti ai patiboli,
e ricoperto i bambini morti con fiori di mandorlo
per scaldarli nel sonno, il lungo sonno.

Nelle notti nere ci disseminano
per poi strappare noi posteri alla terra
nelle prime ore del mattino.

Ancora nel sonno ti cerco, erba selvatica e menta:
chiuditi, occhio, ti dico,
e che tu non debba mai vedere i loro volti,
quando le mani diventano pietra.

Per questo l’erba selvatica, la menta.
Ti stanno leggere sulla fronte
quando arrivano i mietitori.

*

Le maree della menzogna, lo sai,
raggiungono a intervalli sempre più brevi
la riva. Fredde come cadaveri giacciono poi
sotto i portici della felicità e strappano
la carne dalle ossa degli infelici,
che spargono le loro ombre come sabbia negli occhi
delle ore.

A me è rimasto un cantare,
una manciata di speranza alla vista
della verità, che conosce soltanto me e
non può essere la verità di nessun altro.
Un girasole forse, un regalo
alla vita del quale nessuna morte si avvicina
e nessun paese non scritto.

Erba degli zingari, canto, in minore, diciamo,
solo in minore le nostre canzoni diventano
esseri umani e vita, diciamo,
vita, si canta facilmente
come ritorno della felicità.

Parola, accettami
con la tua pazienza e il tuo
odore di crescita selvaggia
del fuoco.

Dillo alle nostre madri che nessun pianto
aiuta quando dagli occhi dei loro bambini scorre la cenere
che i nostri aguzzini ancora chiamano lacrime.

*

Nota

Mariella Mehr, come tanti altri figli del “popolo errante”, è stata vittima della persecuzione del suo popolo in Svizzera (il famigerato programma “Kinder der Landstrasse”, del quale poco o niente si sapeva fino a una ventina di anni fa): tolta alla madre nella primissima infanzia, passata per famiglie affidatarie, orfanotrofi e istituti psichiatrici, è stata soggetta a violenze di ogni genere, compreso l’elettroshock, e, come già successo a sua madre, a diciotto anni l’hanno sterilizzata e le hanno tolto il figlio. Dal 1996 vive in Toscana.

*

Il post è tratto, con pochissime modifiche, da lapoesiaelospirito.wordpress.com

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