Luoghi comuni – di J. Rodolfo Wilcock

J. Rodolfo Wilcock

Leggevo qualche giorno fa, nel bellissimo blog di Giorgio Di Costanzo, un interessante scritto di Elio Pecora dal titolo “Quattro poeti fra dimenticanza e trascuratezza: Wilcock, Romagnoli, Guidacci, Ortese“.

Ne riporto l’incipit, invitandovi alla lettura dell’articolo e degli altri che, sicuramente, seguiranno.

“Poeti trascurati, o addirittura dimenticati, cancellati. Non sono pochi. Mai più ripubblicati dai loro stessi editori. Nemmeno rintracciabili nelle storie letterarie, nei repertori critici. Persi nel tempo, da cercarsi nei vecchi cataloghi. In attesa di qualcuno, amabile e volenteroso, ma soprattutto di qualche ascolto, che li rilegga, ne rintracci i meriti e le presenze.”

Mi sono sentito in dovere di rispondere all’invito di rileggerli, anche perché i loro testi, insieme a quelli di altri poeti citati, mi hanno accompagnato a lungo nella mia prima giovinezza: non è un caso, ad esempio, che Fernanda Romagnoli sia da sempre, al di là di ogni successiva, differente opzione di lettore e autore di versi, un mio personale, indistruttibile “mito”.

Ho iniziato, quindi, a frugare tra i miei libri (la più parte già “inscatolati” e pronti per l’ultimo viaggio verso non-so-dove) alla ricerca dei testi di questi poeti. Sostanzialmente, per un duplice ordine di motivi: dare un piccolo contributo alla loro “traduzione dal silenzio“; rendere un doveroso omaggio a “In sonno e in veglia“, uno dei più bei siti letterari della rete. Nato, e cresciuto, intorno alla figura di Anna Maria Ortese, forse la più grande scrittrice italiana di sempre (il “forse” l’ho messo solo per scrupolo, perché per me è come se non ci fosse), è diventato in breve tempo, grazie alla dedizione e alle cure di Giorgio Di Costanzo, un vero e proprio “santuario laico” dove dimorano memoria storica, affetti personali, sensibilità, intelligenza, cultura, valori. Vi invito a visitarlo: sono sicuro che vi tornerete spesso in “pellegrinaggio”.

***

Ecco quanto scrive Elio Pecora sul primo dei quattro dimenticati.

J. Rodolfo Wilcock veniva dall’Argentina, dove era nato, a Buenos Aires, nel 1919. Legato al gruppo che faceva capo a Borges e a Victoria Ocampo, laureato in Ingegneria, autore precocissimo di versi in spagnolo, approdò in Italia nei primi anni Cinquanta, collaborò a «Il Mondo» di Pannunzio e al «Tempo Presente» di Chiaromonte, fu critico teatrale de «L’Espresso», fu Kaifa nel Vangelo di Pasolini, pubblicò racconti e romanzi molto singolari per qualità di scrittura e per vivezza inventiva (che hanno influenzato più di uno dei narratori venuti dopo, ma tutti dimentichi del loro debito). Scrisse numerose commedie, tradusse Joyce e Marlowe, Shakespeare e Shiele fra tanti altri e con esiti più che notevoli. Un volumetto di Adelphi, pubblicato nel 1980 – due anni dopo la sua morte avvenuta nel 1978, il 16 marzo, giorno del rapimento di Moro – riunisce i suoi libri italiani di poesia, comprese le Poesie spagnole, anteriori alla sua venuta in Italia e tradotte da lui stesso.

Nel 1961, nella mondadoriana Biblioteca delle Silerchie del Saggiatore, appare Luoghi comuni. Nella nota introduttiva si avverte sapidamente: «La sua [di Wilcock, nda] soluzione personale può essere questa: offrire al lettore in buona fede un gomitolo molto agevole, e anche divertente, da dipanare; dare al critico, ambizioso di mettere in luce il “processo” creativo, molto filo da torcere». Per l’edizione adelphiana Roberto Calasso, in quarta di copertina, coglie «un inaudito timbro agrodolce immesso nella lirica italiana».

L’autore argentino, fattosi italiano, ha ricchezza di umori e strumenti di conoscenza ampissimi. La sua intelligenza è avida fino alla spietatezza e allo spasimo, la sua visione del mondo è allo stesso tempo crudele e tenera. È fra i primi a leggere Wittgenstein; nota dominante della sua scrittura è l’attenzione alla parola «corrosa e depravata dall’uso comune ». Già nella sua prima raccolta in spagnolo ammette la fatica estrema che deve affrontare chi pretende di esprimersi: «Senza la sistematica riconquista del dizionario è probabile che il letterato non diventi mai libero proprietario della lingua, bensì condomino, assieme ai più sprovveduti dei suoi compagni, di un mero gergo». In Luoghi comuni si lascia a ritmi e a rime fra i più antichi e proibiti, fa della parola un uso fin troppo semplice all’apparenza, ma per struttura e sostnza fra i più complessi. Inventa una sua genesi, a metà fra il gioco e la preghiera, ponendo l’uomo-poeta a testimone e cronista: «Il poeta solitario fisicamente contento, / passeggia per le strade come Adamo il primo giorno, / guardando attorno al suo nuovo soggiorno / e inserendolo nel suo ragionamento, / mentre ascolta le voci più o meno profonde / con cui il mondo a se stesso risponde». Attribuendo poi alla parola poetica l’ultimo e il più verace degli esiti, da uomo di matematiche, afferma: «Nonostante i trionfi della scienza applicata / gli strumenti migliori per osservare l’universo / sono ancora la penetrante lampada del verso, / la musica, la voce di una gola privilegiata». Dunque l’anima è legata indissolubilmente al corpo «inadeguato» che pure ne è la «cagione » e «l’indissolubile dimora».

Testi

Da: J. Rodolfo Wilcock, Luoghi comuni, Milano, Il Saggiatore, Biblioteca delle Silerchie, Vol. LXII, 1961.

Luoghi comuni

1.

Ogni mattina all’alba questa luce di viole
suscitando profumi nei giardinetti immobili
si riversa dai tetti sulle prime automobili
e accende i vetri rotti sparsi fra le aiuole;
sugli alberi gli uccelli che dormivano tranquilli
si svegliano e si salutano con delicati strilli.
E’ il momento migliore del mondo materiale
che rinasce lavato dalla notte spirituale.
Dai rami polverosi scende qualche soffio di vento
e il poeta solitario, fisicamente contento,
passeggia per le strade come Adamo il primo giorno,
guardando attorno al suo nuovo soggiorno
e inserendolo nel suo ragionamento,
mentre ascolta le voci più o meno profonde
con cui il mondo a se stesso risponde.

3.

Forse l’anima è divina, ma non è indispensabile
quanto il corpo in cui dimora e ch’è la sua cagione.
Dalla prima infanzia in poi questo corpo è la prigione
dell’anima che fermenta come una massa malleabile
per finalmente impietrirsi nelle forme più strane,
dall’uccello melodico fino alle peggiori iguane;
ma sempre scomodissima perché non riesce a uscire
da un corpo inadeguato e sempre meno forte,
il che provoca disordini difficili da guarire,
le complicate nevrosi che accelerano la morte.

6.

Nonostante i trionfi della scienza applicata
gli strumenti migliori per osservare l’universo
sono ancora la penetrante lampada del verso,
la musica, la voce di una gola privilegiata,
oppure nella penombra delle candele sparse
il pulpito cosmatesco di diorite incrostata;
qualsiasi luce indicante dove un pensiero arse,
semplici torce o splendidi lampadari,
monasteri carpatici tra i boschi secolari,
rune d’Islanda con principi bruschi,
falli d’ambra nella foresta, sarcofaghi etruschi.
Alla luce di questi lumi l’uomo si muove più sicuro,
vede i tramonti, vede le rive del mare,
e pronuncia parole il cui senso oscuro
gli si comincia infine a rivelare.

Epitalamio

3. Preghiera al caso

«Possa tutto mutare e non mutarci;
che i nostri cambiamenti siano identici,
le nostre morti simultanee.»

Dev’essere un dolore intollerabile
sentir cessare la felicità.

5. Giardino botanico

Ti ricordi quell’albero diletto,
cielo dei pomeriggi verdi e gialli?
Era una quercia, era ospitale ed era
come un albergo variamente inciso
dagli avventori di altre primavere.
Noi non vi abbiamo scritto il nostro nome;
eppure quando tutto sarà morto
non rimarrà il ricordo di due ombre
che un giorno si baciavano le mani,
anche se le ombre non sono più quelle?
Le domande retoriche non trovano risposta.
Per meglio rivederti mi allontano:
così giovane, come una barca al sole.

Temi

1.

Tutto vedi mutare intorno, sole;
tranne i due poli della tua sfera
vedi ogni cosa giungere alla fine,
la prima Roma e quelle successive,
Stalin ed Antinoo, la falsa Elena
d’Egitto, i passeggeri del Titanic;
prima del tempo hai visto Andromeda
sistemarsi nel cielo, e la colomba
sui cedri sgocciolanti di Ararat;
tutto vedi morire, anche gli dèi.
Ed io vedo te; anch’io duro,
sono lo spirito e contemplo in pace
le tue notti e i tuoi giorni rotatori
come un’elica. Si ergono fra noi
alberi calmi: io penso, e tu consenti
che in un giardino presso il mare un altro
immortale si dica: ho tempo ancora.

2.

Talvolta ho visto alberi secchi che irti
sul tramonto imitavano
il fogliame degli alberi viventi.
Esuli, ignorano l’estate glauca
e a poco a poco li distrugge il vento.

3.

Questo silenzio che da me dipende,
echeggia pure d’infiniti dèi;
ci sono mille mondi sovrapposti
presso quell’albero fra gli alti cardi,
e questa foglia che mi vola innanzi
può sconfiggere un uomo, cancellare
un verso millenario, essere un sogno;
i mille dèi stanno a guardare l’albero
e ognuno vede un mondo, e non si vedono.

4.

Come quell’erte brulle, roccia nuda
dove l’erba che aprile ha suscitato
l’aridità d’agosto non consente,
né l’elitra vetrosa dell’insetto
svolazza morsa dall’uccello assente,
è il pensiero dell’uomo finché amore
con la sua grazia azzurra e gialla e rosa
non vi si posa.

***

Da: J. Rodolfo Wilcock, Poesie spagnole, prefazione e traduzione dell’autore, Parma, Ugo Guanda Editore, 1963.

Undici sonetti

2.

Nella mattina fresca
(Parla una colomba)

Nella mattina fresca ambulativa
sorvolai un isolotto fangoso;
gli ulivi brillavano, e in un pozzo
tre morti galleggiavano supini.

Portai un ramo nella nauseante stiva;
entrai sul capo di un tapiro o un orso
e con voce di bestia proclamai
«Il mobile acqueo all’Ararat arriva».

«Presto usciremo, bestie naviganti,
senza ricordi di questa società
che tante nausee ci produsse prima».

Come nel carcere, la promiscuità
creò legami che si scioglieranno
quando la stalla in terra andrà dispersa.

3.

A te penso di notte

A te penso di notte, anima cara;
nella penombra chiudo gli occhi e sento
il costellato e favoloso vento
dell’etere che cade e mi trascina;

l’etere siderale in cui sospinta
ti unisti al mio arbitrario movimento,
anima di così puro sentimento,
e in ogni istante di pietà vestita.

Penso: il premio di averti conosciuta
è per qualcosa che non ho fatto ancora
e che un gran dio aspetta con orgoglio;

un dio che rimunera in anticipo
permettendo che sia un mero umano
eternamente, eternamente tuo.

7.

E’ il fondo del mare

E’ il fondo del mare, è un cristallo
azzurro e ondeggiante in cadenzati
flutti scuri di foglie e di rose
che oscillano nell’aria immateriale.

E la luna discende a una sorgente;
la rugiada, gli uccelli silenziosi,
i nastri abbandonati dalle dee
in mezzo all’erba, oh notte spirituale,

alto tetto di stelle, firmamento
sopra la tenuità dell’universo,
ambito donde nasce ogni pensiero!

Indistinto tra le ombre sono un’anima;
coricato per terra mi disperdo
nelle ondulazioni della calma.

*

10 pensieri riguardo “Luoghi comuni – di J. Rodolfo Wilcock”

  1. sicuramente l’ondata neoavanguardista non gli ha dato lo spazio che meritava. Credo sia un dovere quello di cercare i sommersi tra il 56 e i primi anni settanta. Non si tratta di trovare dei casi letterari, ma di ricollocare nel tempo delle creature che hanno speso la vita a cercare la parola, anziché la moneta o il potere.

    ottima proposta, dunque.

  2. Grazie Stefano, io non sto facendo altro, fin quando mi sarà possibile, che seguire il solco che tu, tra i primi, hai tracciato in rete col tuo blog.

    Ieri sera rileggevo “Il tredicesimo invitato” della Romagnoli e “La sabbia e l’angelo” della Guidacci: quanta grandezza sta andando perduta, quanta bellezza sta diventando cenere all’insaputa di tanti che, nel confronto con queste voci dimenticate, potrebbero trovare spunti e riflessioni per migliorarsi.

    Ti abbraccio.

    fm

  3. in fondo queste “voci più o meno profonde” somigliano tanto a quegli “alberi secchi che irti/sul tramonto imitavano/il fogliame degli alberi viventi./Esuli, ignorano l’estate glauca/e a poco a poco li distrugge il vento.” ma forse è più vero il contrario: alberi viventi che imitano di volta in volta la crescente aridità di ogni nuovo sole, un po’ come un gracidare paranoide dinanzi all’inabbraccialbile firmamento, vedi anche la sempre attuale e struggente favola della rana e il bove. insomma ancora grazie per quest’altra trascurata dimenticanza e buona ricerca.

  4. Ti ringrazio, e spero tu abbia trovato quello che cercavi.

    Al piacere di rileggerti qui, con l’augurio di sempre nuove e affascinanti “riprese” dall’alto.

    Un caro saluto.

    fm

  5. Bellissima la tua poesia sul mare. Io adoro il mare, questa immensa distesa di acqua azzurra, che a volte ti fa anche paura! Ma che continui ad amare nonostante tutto! Io mi chiamo Massimo Spada, e oggi cercando l’immagine di un angelo ho trovato il tuo blog, è bellissimo! Anch’io ho aperto un blog si chiama: http://storieinblue.blogspot.com/ se vuoi passare a farmi una visita ne sarò onorato, e magari lascia un segno del tuo passaggio. Mi piace come scrivi. Spero che se passi da me, tu abbia il tempo di leggere gli stralci del mio romanzo, non sono molti, ma se potessi darmi un parere in proposito mi farebbe piacere, qualunque sia il tuo commento! Ciao Massimo Spada! :)

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