Tre poesie inedite di Antonella PIZZO


(Elio Copetti, Getsemani)

Da: Antonella Pizzo, Alter Christus (2007, inedito)

IV

Dietro la curva il mare è una sorpresa
dopo un torrente schizzato la pianura
ricomincia poi l’arrampicata. E’ sale, bianco, velo
un breve tratto e confusione di linee e di colori
fino a dove
si capovolgono le radici al cielo
e i rami si nascondono
più in basso della terra
dove un popolo reduce da una ballata
di morte ha seppellito radici
lucignoli e bugie
cocci disegnati in rosso, stoviglie
portagioie e cuori scapestrati
scoppiati di separazioni e distacchi
smembramenti che oggi sono humus
case per lombrichi, lumache, chioccioline
e adornano le ambre i petti in fuori
i lunghi colli e i tozzi.

*

Questo legno puro, questo peso
quest’immagine
che mi porto dentro
che mi cela il suo profilo, il suo contorno
il taglio del suo mento della fronte
le linee della mano le lunette
apparizione incognita e mistero
e più la smanio più la bramo
più mi si nasconde
ed è un’angoscia amara e dolce
un desiderio rimasto insoddisfatto
una vaghezza che m’abroga
nebbia spessa che vorrei squarciare
ma le mie mani sono inermi e infami
i miei occhi ottusi e limitanti
e più lo chiamo e più lo amo e più mi si occulta
ma in perpendicolo la sua esistenza sento
le spalle, lo stomaco, il costato
e lo amo di un amore esteso
che spazia dentro ma che m’incupisce
perché scurito da tutti i miei peccati
dalla mia pelle, dalla mia carne rivoltosa.

IX

Forse era scritto
inciso a punteruolo, scolpito nel legno tenero
nella balsa, nella corteccia dell’albero al centro del campo
forse qualcuno decise che così doveva essere la storia
che così doveva accadere
che il giorno si slegasse
che ruzzolasse in fiume in piena e in letto aperto
lenzuola al vento, guanciali di tiglio e maggiorana
ma spezzate le travi, le assi catapulta ed il fossato
e i calcinacci sul pavimento bianco
calpestati, e che la tempesta è folle che
la tempesta è cieca, che proveniente
da un paese che nessuno
mai ha visitato, che si abbattesse sul paese che sta
in cima a questo colle
lassù, dove mio padre ha costruito per me una stanza di pietre e legno
ha innalzato il muro sotto il sole, un cappello di paglia
in testa, le mani alla malta all’impasto, l’intonaco a calce
il pavimento liscio, lisciate di parte, le tegole, il vaso
di rosmarino e la menta sul davanzale
i gerani rossi gelavano la notte e il vento sparpagliava i petali
nell’aria e poi si infilavano fra i capelli delle donne
che andavano alla fontana alta a riempire il secchio
mia madre impastava la farina e l’acqua
mormorava una canzone che diceva di fave
di sole tre parole
la prima fame, la seconda vuoto, la terza morte.

XVI

Dio mio, Dio mio
perché mi hai abbandonato
perché ti nascondi.
dove riposeranno le mie ossa
dove il mio tormento placherà
la sete del tuo volto amato
le tue mani, i piedi
il tuo costato trapassato
dalle lance del peccato
in chiodi genuflesso in spine
inginocchiato in aghi acuminato
acme che mi travolgi in apogeo massimo
del fio, scandalo dell’insegna
dell’effige, delle sbarre alla finestra
della porta aperta e chiusa
da dove entrano le confusioni
della terra e del cielo
del caos che mi è stato donato
della miseria mia e di mio padre
degli uomini tutti del passato
del presente che mi si mostra chiaro
del futuro che si prospetta nell’istante
che fu, quando cadde babele e le torri
quando la terra sputò fuoco e coprì il paese
quando l’acqua lo allagò
quando madri uccisero i figli
nascondendo la mano ed il ricordo.

***

Se la “vocazione”, come scrive Giorgio Agamben in Idea della prosa, è una “fedeltà a ciò che non può essere tematizzato, ma nemmeno semplicemente taciuto, è un tradimento di specie sacra, in cui la memoria, volgendosi a un tratto come un remolino di vento, scopre il fronte nevato dell’oblio”, Alter Christus di Antonella Pizzo ne rappresenta un possibile inveramento in versi; un dettato poetico che, pur dispiegandosi all’interno di una stringente e necessitante dialettica alto/basso, sacro/profano, ne rovescia intenzionalmente gli assunti tradizionali, calando gli orizzonti della trascendenza nel fiume irrequieto del tempo, fino a renderli segni leggibili nella storicità di un’esistenza concreta, che porta in sé le stimmate di un corpus e di un alfabeto “esemplare”. Una accensione di natura mistica, sicuramente, ma di un misticismo a rovescio di specchio, a misura umana: non un puro itinerarium mentis, ma una descensio che capovolge i termini stessi di una possibile interpretazione figurale del “poemetto”: non è l’evento, il dato acquisito e manifesto, dunque, a gettare luce sul passato, ma è il passato che, rivissuto dalla voce poetica che lo fa ridiventare carne e materia sempre vivente, permette all’immagine ipostatizzata di rivelare la cifra di solare o oscura terrestrità di cui è intessuta la sua “materia celeste”. Lo sguardo-voce fruga tra segni minimi, non scarta ma accumula, nel fare febbrile di chi sa che il senso, come la verità, va disvelato, ferendosi, sanguinando sotto il peso acuminato di quelle coltri, perché può celarsi proprio in ciò che l’occhio del presente ritiene inessenziale: così, rimembrando, assembla nella pupilla echi di fiamma e cenere, tessere sempre più dolenti e luminose di un mosaico che, alla fine del percorso, ha l’ampiezza smisurata, o a misura solo di vertigine, dell’indicibile raccolto, strappato ai solchi e alla linfa, ai silenzi e alla parola di ogni frammento.

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30 pensieri riguardo “Tre poesie inedite di Antonella PIZZO”

  1. Mi ritrovo dinanzi a parole vive, infuocate…le poesie di Antonella (soprattutto la IX e la XVI) sono di un dolore che taglia la carne fino al sezionamento (se mai fosse possibile) dello spirito umano. Altro non aggiungerei se non un grazie per questo dono così inaspettato e per le parole di Francesco Marotta che sono musica per le mie orecchie, sublimi. Brava Antonella e Bella soprattutto (nel vero senso del termine) e bravo a Francesco dunque che ha onorato la poesia con altrettanta magnetica Parola.

  2. Vi ringrazio per i commenti e vi chiedo scusa per il ritardo con cui appaiono, ma la macchina, non so per quale motivo, li blocca tutti: fatto sta che se non sono al computer a sbloccarli, rimangono lì fino alla (mia prossima) epifania.

    I complimenti, invece, sono tutti per Antonella: questo poemetto, che andrebbe letto integralmente, è un’ulteriore tappa nel suo cammino(secondo me assolutamente non guidato, ma frutto di naturale evoluzione della sua scrittura e dei suoi rovelli) di avvicinamento alle profondità più abissali della pagina: i margini: dove, capovolgendo (in parte) il senso di un mirabile “verso” di Edmond Jabès, solo un’ala riluce in silenzio nell’assenza del nome.

    fm

  3. dramma variegato, stemperato dalla tanta vita che si muove attorno in forma di lumache, chioccioline e cocci che sembrano avere una loro vita autonoma. i momenti più alti sono nel penultimo brano, il IX, soprattutto nel finale carico d’enfasi e di verismo che sembra un film.

    ha innalzato il muro sotto il sole, un cappello di paglia
    in testa, le mani alla malta all’impasto, l’intonaco a calce
    il pavimento liscio, lisciate di parte, le tegole, il vaso
    di rosmarino e la menta sul davanzale
    i gerani rossi gelavano la notte e il vento sparpagliava i petali
    nell’aria e poi si infilavano fra i capelli delle donne
    che andavano alla fontana alta a riempire il secchio
    mia madre impastava la farina e l’acqua
    mormorava una canzone che diceva di fave
    di sole tre parole
    la prima fame, la seconda vuoto, la terza morte.

  4. Questo dovizioso (e prezioso) nominare, questa poetica delle cose, degli oggetti, dei piccoli (ma fondamentali) atti del nostro problematico fluire quotidiano in uno spazio, un contesto, una “storia” che sento mia (mia e per sempre) per inequivocabili segni, per testimonianze, insomma per medesimo timbro culturale, per dato anagrafico, anche geografico (ah, la nostra povera, ricchissima civiltà contadina – e contadina del Sud!), è ciò che più mi prende della scrittura di Antonella.
    Brava, brava, brava. Questa, signori – e lo dico ad uso di certi sbarbatelli che credono di aver inventato il mondo, anche in poesia -, questa, signori, è la vituperata generazione dei cinquantenni, quella dimenticata, quella che ha la “colpa” di non essersi data da fare (ma aveva ben altro, da fare!ma la poesia, santo cielo, è dono, incontro, abbraccio, e non un vano agitarsi, che credete?), quella che nelle sue sofferte fondamenta ha tesori che nemmeno immaginate.
    Ciò detto, beninteso, pensando anche al padrone di casa, a Francesco Marotta che seguo praticamente da sempre, da quando mi occupo di poesia. Del quale, anche se mai un libro intero, ho comunque letto abbastanza e con vivo apprezzamento. Del quale ammiro l’acume e soprattutto il grande equilibrio, i buoni modi, la capacità di dosarsi in questo (a volte insidioso) mondo della blogosfera. Più volte, con Francesco, sono stato sul punto di interloquire sui vari blog, ma poi, per un motivo o per l’altro… O forse c’era bisogno, non so, di dare una picchettata al metaforico ghiaccio?
    Ecco, in cuor mio questo blog l’ho salutato con favore e già da qualche giorno ne ho messo il link nel mio, certo di avere delle buone letture. Proprio come quella che ho appena fatto e commentato: grazie.
    Un saluto ad Antonella e Francesco, miei coetanei (ho solo qualche mese in più… mi concederete),
    gennaro

  5. Caro Gennaro, è con vero piacere che ritrovo un tuo commento qui, lo stesso piacere con cui leggo i tuoi testi e i tuoi interventi in rete. Tra l’altro, forse non ci crederai, ma io ho una copia del tuo “Rivus Niger”, comprata al castello di Belgioioso, alla fiera della piccola editoria, più di dieci anni fa (tra il ’95 e il ’96, comunque, e credo di non sbagliarmi). C’era un banchetto gestito da due splendide fanciulle e sul tavolo libri e librini pubblicati da cinque o sei micro imprese editoriali del sud, molto probabilmente ormai scomparse, testi curatissimi e di pregio. Mi ero avvicinato perché attratto da un’edizione illustrata di testi di Rocco Scotellaro ed erano poi state le ragazze a mostrarmi anche il tuo libro. Spero sia diventato una rarità bibliografica, nel frattempo. Qualche tempo fa ho visto che lo stavi ripubblicando e mi ero ripromesso di tirarlo fuori. Domani lo cerco, sperando non sia finito in uno degli scatoloni che, per ragioni “logistiche”, ho già preparato prima della “smobilitazione”.

    Ti ringrazio per le parole di stima che hai lasciato e ti assicuro che sono ricambiate di cuore. A rileggerci, dunque, alla prima occasione. Intanto, ti lascio il mio più affettuoso e cordiale saluto.

    fm

  6. Calce, legno puro, ossa, ricordi. Parole come pane. Straordinaria Antonella. Procedi fitta fitta e poi all’improvviso, come su un percorso ricco di tornanti, slarghi di luce, calette di mare, colline abbacinanti di sale. E’ un andare, è un viaggiare, è un respirare il paesaggio, introiettarlo, impastarlo con materia umana e ricordi, sentirne la bellezza e le lame sottili. Una poesia che fa respirare lo sguardo, la mente e il cuore.
    Bianca

  7. Antonella già sa quanto io apprezzi la sua poesia che smuove il mio essere nelle sue fibre spirituali e carnali per quelle sue bellissime immagini, colori, suoni e profumi e poi per quel domandare continuo, incessante anche quando non c’è punto interrogativo ma solo la parola che annoda e snoda il suo dire. Spero di poterlo leggere presto integralmente. Grazie, naturalmente, anche a Francesco Marotta che nel suo commento illumina davvero la poesia di Antonella, trovo perfetto per Antonella lo “sguardo-voce” e poi noto un’assonanza di quel ferendosi e sanguinando con una mia recente prosa. Un abbraccio sentito ad Antonella e a Francesco. Lucianna

  8. Grazie a Bianca e Lucianna per il gradito e intelligente contributo.

    Sì, è una poesia che fa respirare lo sguardo e, contemporaneamente, lo costringe nello spazio di una interrogazione incessante. E, infatti, tutta l’opera è una domanda totale rivolta ai segni del corpo, della terra e del cielo, alla ricerca di quel “senso” di cui parlavo nella nota. E’ come se la poeta non si accontentasse delle certezze che pure porta in sé, temendo il rischio della quiete inerte e la stasi della ricerca, a cui il possesso senza dubbi a volte mette capo, e cercasse di ridefinirle, partendo dall’azzeramento consapevole che permette, riprendendo poi il cammino, di ri-vivere, ri-percorrere quelle orme, quei passi che portano alla sorgente, con gli occhi della prima volta e col fuoco del primo sguardo.

    Questo percorso viene iscritto simbolicamente (ma di un simbolismo affatto concreto, se mi si passa l’espressione) nel profilo nascente di una figura esemplare che, volutamente, non ho mai citato: per lasciare al lettore il piacere, e la sorpresa, della futura scoperta attraverso la lettura integrale dell’opera e, soprattutto, per permettere l’assoluta, libera fruizione dei versi, così come si presentano, nella loro nuda veste di frammenti. Credo, infatti, che se una poesia, un itinerario di scrittura ha davvero valore, esso risalti ed emerga anche da poche schegge, capaci di brillare nella loro autonomia di struttura, di stile, di senso.

    Buona domenica a tutti.

    fm

  9. carissimi tutti , vi ringrazio e vi nomino ad uno ad uno, grazie Maria Pina, Alessandra, Blumy, Gennaro, Bianca, Lucianna, grazie per l’accoglienza calda e partecipe, per l’attenzione, per l’affetto, per le parole di apprezzamento e di incoraggiamento. grazie a Francesco Marotta prode e prodigo di tutto. e a quel Francesco attorno al quale e attraverso il quale indegnamente i miei versi hanno viaggiato. un abbraccio sempre vostra antonella

  10. grande spiritualità e umanità, ricerca e memoria, proiezione nel sublime pur in una corporeitò tangibile e sofferta
    brava!
    gisella

  11. Le ho lette di fretta tornerò con calma, ma ”

    Questo legno puro, questo peso
    quest’immagine
    che mi porto dentro
    che mi cela il suo profilo…”

    mi ha colpita in maniera particolare. Sandra

  12. Ciao Ali, grazie, ma il merito è tutto della “bella donna” che ci ha regalato i suoi testi: io non ho fatto altro che “leggerli”. Come tutti.

    fm

  13. Francesco il tuo “come tutti” lo sai bene non è possibile.
    La scrittura come la lettura è il riversaggio della propria ricchezza di coordinate in una trama che è tanto più fitta quanto più le linee che le congiungono si sono intrecciate nutrendosi di (altre) letture, sensibilità e talento.
    In altri termini sei bravissimo. :)

  14. Una poesia fortemente morale, a tratti quasi mistica, e non solo quando ti rivolgi a Dio. C’e’ religiosita’ anche verso la natura, la bellezza del mondo, il dolore dell’uomo. Piaciute molto queste poesie, Antonella. Inchino :)

  15. francesco, grazie, tuttavia non ho scritto quel che ho scritto per farmi dire questo eppure hai ragione a dire “stai pur certa” perchè la verità è che faccio fatica a crederci

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