Non potrà accadermi la morte – Poesie di Michele RANCHETTI

Non da ieri il nome di Michele Ranchetti si inscrive nel ristretto novero dei protagonisti della nostra poesia: in ciò confortato, come sappiamo, da un’autorità di pensatore e di studioso di raro peso: che fa tutt’uno con la sua opera creativa e ne suggella la forte, inconfondibile impronta. Erede elettivo di quella grande tradizione mistica (che ebbe, da noi, in Clemente Rebora il suo estremo grande testimone), egli ci consegna oggi in questo spoglio e impietoso Verbale il rendiconto di una nuova tappa verso quella sua laica noche oscura dove principio e fine (agostinianamente) s’incontrano e si confondono, in un reciproco scambio di ruoli e di identità e a dispetto di ogni tentazione consolatoria. Da uomo che “ha letto tutti i libri”, eppure già nell’aldilà di ogni oltranza dell’esserci, Ranchetti esorcizza nel suo impietoso dettato ogni atteggiamento retorico (l’invocarla come il temerla) verso quella nostra finale e fatale mèta che un grande etnologo come Ernesto De Martino definiva “crisi della presenza”. E del resto: “Io come il ragno tesse / la sua tela traendola / da sé da sé ed essa / è per lui nido territorio e arma / e per altri morte / così ciò che da me / proviene è solo / altra forma del corpo / e della mente nella crescita / del puro delirio”.
Giovanni Giudici

Testi

(…)
Permane
solo un’offerta quale
allora si poneva
già prima del carattere
sacrificale del vivere. Ora
è assunto dal tempo e in esso viene
riconoscendosi nel fine ogni cosa
e nell’ordine.

(pag. 9)

*

«Se mi tieni la mano non potrà
accadermi la morte, che io esca
dal creato vivente e resti fissa
pietra il mio corpo fino alla sua cenere».

(pag. 13)

*

Fra me e te c’è qualcuno che guarda
che ascolta e grida, teme e gioisce.
Non sono io né te, ma di me è parte
ed a me corrisponde, come a te. E’ fra noi due
colui che colma l’assenza o la nega.

(pag. 14)

*

Non muta il senso della vita, solo
si assottiglia in una
fragile soglia fra due corpi: non altro
sopravvive alla tregua che il tempo.

(pag. 34)

*

Per la prima volta, era tempo, il tempo
mi è propizio se il numero degli anni
sta in una mano: come alla fine
dell’ombra la soglia di luce si vede
e non fa più paura, così l’esito
della lunga presenza della tenebra
è assolto se conduce
a quella sola luce: non più indiretta
ma fissa che ti attende.

(pag. 38)

*

Io come il ragno tesse
la sua tela traendola
da sé da sé ed essa
è per lui nido territorio e arma
e per altri la morte
così ciò che da me
proviene è solo
altra forma del corpo
e della mente nella crescita
del puro delirio.

(pag. 42)

*

Il testimone si confronta
solo col testimone e acquista
nel trasmettere un senso.
Non è una verità ma un lascito
ciò che da mano a mano
percorre l’esistente.
Nel dare si compone
il tempo delle mani.

(pag. 52)

*

Sai che è di fronte,
non a lato, il terrore.
Per la sua mente che accende
la morte degli astanti.

Perché corrompe la ragione innocente
con la furia dell’essere
devastato e il delirio
corrisponde al presente.

Certo non puoi distinguere
tra il creato e il distrutto
la soglia della vita si assottiglia
fra sé e l’errore.

Puoi solo
opporre la demenza che sostiene
se tu la reggi il compito: la tua
contro la sua: equilibrio di assenze
tra la ragione inerme
e il delirio vivente.

(pag. 54)

*

La voce corrisponde ma è senza
la terra che la regge: percuote
lapidi e pietre, sbatte l’aria
come un uccello le pareti in cerca
dell’aria libera il cielo.
Ora s’abbatte, è sola voce pura
anche il senso è perduto, la natura
non corrisponde ai termini
che la conoscono: anch’essa
si libera ma il dove
in cui s’inoltra è luce diversa.

(pag. 73)

*

Non lasciare il pane sulla tavola
la sua perdita esprime
la fine e così è
di ogni cosa che lasci per un attimo
se rappresenta ogni cosa la fine
e il divario fra essa
e il corso dell’esistere, e chi
premeva sulla vita come fosse
un corpo da sospingere
oltre la siepe, il muro, il tempo.

(pag. 75)

*

Rifugiati nelle cose che restano
dopo di te e contro la tua morte:
vegliano la tua vita e ne sono
del tutto estranee. Non ti sanno
e per questo ti conserveranno.

(pag. 90)

*

Il campo, il territorio, poco prima,
ma prima di morire, tu guardi
dove sei stato, in quale
mai parte della terra e se,
ti chiedi, hai un senso in essa
come l’albero e il sasso
e se in essa rimani
come un atto della natura.

(pag. 91)

*

Sottrae, erode, distrugge
per una
ragione di morte, per un
assillo che ostenta
d’essere priva mentre altri vivono
come immortali nel nulla
di cui lei, lei sola, è consapevole.

Cerca di persuadere tutti
qui e ora a morire
senza perdere tempo ancora a vivere.

Spettro immortale domini il presente
con la tua cenere fragile tra gli arti
dell’esistente e distruggi il presente
perché lo escludi dal principio, dal prima
del tuo vivere assente.

(pag. 99)

*

Come in un foglio che si strappa restano
sui due lembi diversi, se la linea
della rottura è incerta, isole di dolore
ferite senza corpo, così
le due vite conservano
dopo lo strappo parti
l’una dell’altra:
richiami d’esistenza, improvvisi
echi di vita insieme ora insensati
come giorni di notte.

(pag. 115)

*

Parte di me, ti desidero libera
dall’accidente che ti libera:
fuori di me, ti desidero assente
dal tempo che ti nutre.

(pag. 119)

*

Nota biobibliografica

Michele Ranchetti (1925), storico della chiesa (Cultura e riforma religiosa nella storia del modernismo, Einaudi, 1963) e attento commentatore della recente evoluzione del cattolicesimo, sia in libri (Gli ultimi preti. Figure del cattolicesimo contemporaneo, Cultura della pace, 1997) sia su giornali e riviste. Studioso di Wittgenstein, Heidegger e Celan, di cui ha curato e tradotto, tra le altre cose, tutti gli inediti, insegna all’Università di Firenze. È anche pittore. È autore di due raccolte poetiche, La mente musicale (Garzanti, 1988) e Verbale (Garzanti, 2001). La Edizioni di Storia e Letteratura ha pubblicato, in tre volumi, un’ampia raccolta dei suoi saggi: L’etica del testo (1999), Chiesa cattolica ed esperienza religiosa (2000), Lo spettro della psicoanalisi (2000). Di recente gli è stato dedicato un volume monografico: Anima e paura. Studi in onore di Michele Ranchetti (Quodlibet, 1998).

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8 pensieri riguardo “Non potrà accadermi la morte – Poesie di Michele RANCHETTI”

  1. Rina, se osservi la “categoria” (senza l’aggettivo) sotto la quale ho postato questi versi, capirai subito quali sono i miei sentimenti nei confronti di questo libro e del suo autore. Non capiterà spesso, purtroppo, almeno per un libro di poesie. Ma, come in tutte le cose, si tratta di scelte personalissime. In questo caso, però, forse non solo solo…

    Ciao, buona serata

    fm

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