Risonanze IV – Adriano PADUA


(Elio Copetti, Real)

Alfabeti di luci a venire

Leggendo i testi di Adriano Padua, ci troviamo immediatamente immersi nel gorgo di una scrittura poetica che fa della necessità – che si esprime in una urgenza quasi fisica, archetipica della parola, nonostante le tematiche la precipitino in una contemporaneità dolente e notturna – e della consapevolezza critica, tanto delle ragioni teoriche quanto delle opzioni stilistiche da cui muove e alle quali approda, la cifra più riconoscibile dell’orizzonte di ricerca in cui concretamente opera. Padua è uno dei pochi autori che, consapevolmente, per predisposizione naturale e vicinanza di intenzione e di voce (come è possibile rilevare, ad esempio, in tante sequenze segniche di Meccaniche), va inoltrandosi con sempre più salda convinzione, con estremo rigore, nei territori di una parola che si cerca, e si osserva, nei suoi tentativi di ridefinirsi e rimembrarsi in altre forme, come un respiro che si ricompone mentre tenta di risalire e di emergere dal fondo della maceria, seguendo in questo tragitto la luce delle intuizioni più profonde e durature che si possono ricavare dall’attraversamento dell’opera di autori come Emilio Villa e Corrado Costa. Il che non significa riprenderne temi, atteggiamenti, soluzioni – tutte risorse praticamente impossibili da utilizzare nella veste in cui storicamente si danno –, ma viaggiare in solitario, senza temere l’ombra e la marginalità spesso destinate a chi si inoltra per sentieri poco battuti, con lo sguardo armato di stupore, da una parte, e rigore concettuale dall’altra. Tra stupore e rigore si apre una terra di nessuno che egli sa abbracciare in un solo sguardo, come in una visione che declina ogni differenza in un unicum sonoro e semantico nuovo, aperto alla contraddizione e alla moltiplicazione del senso, proprio nel momento in cui ne esalta la radicale e pregnante individualità sul piano delle immagini: un filo teso tra il magma lavico, informe, di ciò che non è ancora – e che si esprime, sottilmente, come tensione alla ricerca della struttura e del fondamento originari – e la frana di un universo imploso nella sua presunzione, tutta moderna, di ridurre il caos primigenio a ordine meccanico, controllabile, eterodiretto.

Inconsciamente, credo, il poeta si pone nell’ottica dell’antico nomothetes, di chi stabilisce regole attraverso le quali definire i sensi futuri di un universo possibile. Il facitore di norme, in questo caso, agisce paradossalmente fuori e contro ogni norma, perché la sua non è la proposizione di un kosmos contrapposto all’informe, ma unicamente un lavoro di percorrenza e scavo che ha come ritmo il respiro affannato delle cose nel loro ultimo trascolorare e il soffio albeggiante di un mondo a venire, intravisto negli specchi della prima pronuncia, di un alfabeto che, nominando, ricrea labbra e voce. Il lavoro di scavo, inoltre, destruttura le forme date dalla tradizione non dall’interno (si tratterebbe, in questo caso, di crearne delle nuove, a loro volta immediatamente aggredibili dalla storicità del disfacimento), ma le guarda nel loro inevitabile dileguare, cercando di raccogliere qualcuna delle parvenze possibili che assumono in questo moto incessante che, nella metamorfosi, le accompagna, le precede e le segue. Il lavoro sulle forme e sui generi, che pure è possibile ricostruire nella sua tramatura in controluce (sul sonetto interrato in tanti testi, ad esempio, o su costruzioni strofiche quanto mai aperte e originalmente sghembe e dissonanti) mi sembra esemplare in questo senso, così come quello teso ad enucleare tutte le potenzialità, non solo metriche, di un endecasillabo liberato dalla sua tradizionale propensione a rinchiudere e a ridurre l’universo a frammento, osservabile e decodificabile sempre. Questa poetica, in definitiva, rovescia anche l’ottica naturale del suo stesso farsi: non è orientata verso un punto preciso della mappa del dire, non parte da nessun a priori logico, o assunto di poetica che sia, in base ai quali ricondurre il mondo a una serie di coordinate pre-stabilite, ma si costruisce nella cangiante, erratica dimensione dello spazio stesso che crea: il luogo esatto dove la pupilla assiste alla sua metamorfosi: un interminabile, irrequieto parto di voci. Così il meccanismo che stritola e riduce a rituale ciò che è pura libertà, ciò che è ascolto delle voci del mondo pur nel vortice che le sommerge e le disperde, viene disinnescato, disincrostato e reso inerte da una poesia che si fa canto del presentito, di un possibile altro dove il reale rovescia nel giorno la sostanziale visionaria utopica oltranza che lo pervade nel profondo.

Analizzando i testi nella disposizione antologica proposta, non si può non notare una frattura, uno scarto sequenziale tra due modalità di scrittura che sembrano appartenere a opzioni in bilico, sempre sul punto di confliggere, perché tra il magma informe che cerca di prendere forma, conscio comunque dell’impossibilità di fermarla più dell’attimo che la percepisce, e un tracciato che ridefinisce, a posteriori, l’evento, consegnandolo allo sguardo sicuro della memoria, c’è lo stesso spazio che corre tra la mano che, scrivendo, si crea nel suo stesso atto, e quella che ri-crea, assecondando in questo fare il ritmo di un tracciato già tutto interiorizzato. Ma io credo che tra “Meccaniche” e “Le parole cadute” – non a caso ho scelto testi dalle due opere, per far risaltare ancora di più quella che ritengo una solo apparente contrapposizione di scritture – esista un filo sottile, ma non per questo meno identificabile e resistente, che mi sembra di poter individuare nella propensione (che personalmente prediligo) a provare la propria voce in contesti diversificati, assecondando il ritmo e la forma che la materia poematica reca in sé come sua cifra condizionante, prima ancora di calarsi nel bianco (nel deserto) della pagina e farsi segno. C’è chi costringe questa materia all’interno di un disegno predefinito, e chi invece ne segue l’evoluzione regalandole la complicità e la libertà di uno sguardo che si fa uno con essa, cioè disponendosi ad accogliere il senso più profondo della sua natura erratica e metamorfica. Adriano Padua si muove all’interno di questa seconda opzione.

La focalizzazione del discorso su “Meccaniche”, deve molto al piacere di chi si imbatte, in ogni sezione dell’opera, in testi che hanno già tutti i crismi dell’esemplarità: con ciò intendo la forza intrinseca di una opzione di poetica già ben salda e definita. Un sonetto come “parole contro norma ed armonia” o la gabbia di visionario realismo di “non una storia non un sogno questo silenzio semina”, sono testimonianza concreta (pietre già fissate al suolo) di questo percorso. Il punto di incontro (di equilibrio) tra frontalità (Le parole cadute) e trasversalità (Meccaniche) è, forse, il “luogo della poesia”, il territorio del suo farsi/darsi metamorfico, tanto per usare un’espressione cara a Yves Bonnefoy. Una frontalità che esclude ogni altra possibilità di convergenza, riduce l’ oggetto unicamente alle categorie di chi guarda, iscrivendolo nel circolo della pura rappresentazione e dicibilità, cioè in un’opera di concettualizzazione, post o ante rem poco importa, che ne fa possesso definito (e definitivo). Ciò che manca a questa prospettiva, nel momento in cui si assolutizza, e assolutizza il dato, è la mobilità frastagliata della trasversalità che opera e parla dai margini: sarebbe a dire, tra le altre cose, lo spazio (possibile) in cui si manifesta una visione altra dell’oggetto, quella che l’oggetto ha di sé, l’unica che può definirlo come volto. Laddove il “volto”, che ama dirsi, e si dice, nel suo alfabeto spesso inudibile, e la prospettiva che definisce, “rappresentando”, si incontrano e si scambiano il silenzio del reciproco ascolto, allora il mondo (con tutti i possibili reali che il termine ingloba) mostra ben altre possibilità di senso e significazione.

*

Testi

Da: MECCANICHE
(2005-2006)

tra limite e limite come spezzati
di corpi e materia pieni
e d’insoluti suoni
stanno immodificabili gli spazi
nel disunirci e in masse d’aria arida
contaminate e dense
dispositivi le parole muovono
meccaniche d’enigmi coincidenti
del mondo rilevando solo il metodo
preciso della morte

(Monitor)

l’accento cade a vuoto sulle decime
cercando in bocca i decibel del suono
che vanno dissolvendosi e nel cedere
ritornano la cenere che erano
dentro il silenzio nostro che pietrifica
croste d’inchiostro in trame di catrame
forme del buio e vene che ne tremano
ombre che notte inghiotte nello stomaco

*

non sono tra di noi
i dialoghi che tace questa notte
in loro si dileguano parole
incerte ed interrotte
il flusso del buio si fissa e rinserra le trame
di nera materia che genera e intorno diffonde
per strati di ombre e le strade riveste e nasconde
negli occhi gli sguardi respinge la vista confonde
affonda nel sonno varcandolo oltre
penetra il gelo dei cerchi del cielo
ricrea pulsando nei corpi nel sangue
il suono delle nostre lingue morte
in queste ore brivide e scurastre
che scorrono nei tubi sottoterra

*

l’aria alle prese con il non possibile
frammista a sabbia e polvere da sparo
affievolisce il canto delle fiamme
covando luce e cenere nei fuochi
mentre le ombre agitano i muri
e avanza il buio a branchi di paure
il corso di ogni cosa tende al tempo
verso la fine senza alcuna origine
nella voragine dove il silenzio
accumula il non detto e lo dimentica
la contraerea chiama la preghiera
s’impregna il cielo di fosforescenza
nei sogni elettrici nei versi dispari
le partiture d’odio si declinano

*

non una storia non un sogno questo silenzio semina
soffio e non luce frequenza che il buio subisce e leviga
trama di termine in blocchi sospesi e rintocchi
nuova abitudine e vista del verso per retro d’immagine
dentro la gabbia dei globi oculari che occlude i colori
laddove la lima per mano rimane e poi s’agita e preme
profonda come in sangue rigirandosi a spaccare i capillari
dal piano remoto in cui sorgono scisse e concrete
le parti e le pause sospese che fanno discorso
protesa a procedere oltre al contagio all’ascesa
nel farsi saliva del suono che in bocca stentato s’accenna
ai moduli d’aria teatro non gesto del dire
che espresso nei segni e nei codici in vertice emerge
e per spazi traversi oltre i vincoli al alba s’inscena

(Scansione meccanica della notte)

*

notte costretta in morsa di tenaglia
ferita a luce da coltelli stelle
colante di bagliore al riluttare
degli echi soffocati di calante
luna che crepa in quarti come musica
e creola s’assorbe di silenzio
parte di sé negando agli spartiti
composti nel violarsi delle orbite
di rime nella mescola rimaste
intrise d’italiano tecnologico
a contestare al testo norma e forma
sincronizzate in loop al rituale
ripetersi narcotico dei suoni
che stona tramortite percussioni
nel riportare i versi fuori secolo
a tramutati metri e lingue e traumi

*

non dirmi una parola anzi ansima
come a negare ogni rimanenza
che senza alcun motivo sia possibile
della verbalità che ci distingue
spugna che impregna sé di senso e d’acido
che stringe ai denti morsi e suoni in forse
e stinge nel carnoso della lingua
del suo colore opaco caricando
in controsenso musica e dolore
quest’aria che trasporta nel rumore
un sibilo un sussurro un altro nome
riflusso d’una voce che riflette
trasbordi d’odio già fraintesi a monte
nel giorno che senz’ora e senza luce
frantuma negli schermi d’ogni dove
i corpi aerei e indeteriorabili
dalla stabilità del mutamento
in anima traditi a fondanotte

*

parole contro norma ed armonia
espresse senza forma né spessore
anomale colando come siero
dagli esiti esitanti del pensiero
disgregano nel magma del semantico
al culmine della tensione intensa
di suoni e segno a dilatarsi in verso
ed oltre le normali variazioni
cromatiche del giorno e della notte
nei luoghi marginali all’universo
teatri del silenzio e della luce
che s’infinisce cieca ed imminente
il mondo si dissolve in processioni
di astri in morte verso l’occidente

(Radiazioni)

è falsa la gloria degli uomini in questo
mattino che ancora tra i raggi una traccia
un suono del buio nel giorno a venire si porta
insieme a parole racchiuse figure
prive di centro nel piano formarsi e sfuocare
per estranee cadenze per lievi dismisure
del transito inscritto nei solchi stridenti d’attrito
nel battito attutito che emerge e tergiversa
dei propri movimenti replicando il vuoto sorgere
per farne nuovo argine muro che s’erge
squarcio e lama tra la coscienza e il potere
segno e limite tra il vento e le bandiere
la morte porta consiglio dalle fosse
odora di bruciato la nostra pace
ed oltre i riflessi distanti dell’alta marea
condensano le ombre nel farsi frase

***

#13

La notte disegna nel cielo le morte movenze del proprio ritrarsi
sulla sua superficie creando fratture di placida luce violacea
nello sporco silenzio del corpo le nostre parole violente comprime
e alimenta la tua forte femmina fame di rime

l’orizzonte di questa città non è mai esistito davvero
è una linea d’inchiostro tracciata oltre l’ultimo muro
si confonde in un lucido buio che nulla distingue
questo vuoto che sei lo decoro con fiori di sangue

#14

la strada è il teatro stravolto di questo silenzio stentato e nervoso
i passi attraversano spazi spezzati che il buio percorre a ritroso
e fisse le stelle s’eclissano in luce che cerca altra luce a cui cedere
il cielo e il suo vuoto celeste coperto da strati di acido e cenere

le nuvole piovono guerra che torna su noi sotto forma di polvere
ti scrivo ma è come se grido parole alle quali non posso più credere
rimangono chiare e resistono al tempo residuo che non si concede
rimando raccontano storie di noi che nemmeno potranno succedere

Border Rime

restano gli occhi aperti e in loro vive
breve un sereno lucido disordine
torbido a custodire questo dire
in vene piene di silenzio morbido

viene la notte e sputa pioggia sporca
confonde fango e sangue alle parole
nel coro delle loro luci nere
che scorrono attutite ma intuibili
e varcano le rime di confine
nel suono arcano e ritmico dell’acqua

le nostre mani s’agitano invano
costrette in nuovi vincoli più forti
tra vicoli contorti come corpi
sappiamo di non essere già morti

*

negli occhi si conficcano le immagini distorte
riecheggiano magnetiche tra teche craniche
le frasi si frammentano franando suono

la notte fonda sogni condannati a morte
di luna inonda il mondo nelle luci scariche
devasta questo sonno dal sapore buono

voglio
originare il vuoto che non siamo
rifare le parole nel diluvio buio
e disorganico dell’uragano

voglio
scandire come ipnotiche le metriche
che esse siano elettriche e concrete
immesse in un flusso incessante di spesse
rime che tornano a voci riflesse

e restano
tra me e me stesso a tessere
le trame del malessere

*

il buio sembra un dio che non si può vedere
si posa sulle cose rese ora scure
acuminato entra tra parole dure
che tu non mi puoi dire e le nasconde in seno
sinuoso insinuandosi dagli occhi ai corpi
a stringere la strada in un abbraccio macabro
è sangue che la notte deve vomitare
silenzio penetrato dentro questa pietra
rovescio d’una luce che ci porta tetra
la parte quotidiana della nostra morte

**

è senza senso il rito che ora accade
nei sogni va ogni uomo a farsi fottere
astri e streghe percorrono le strade
del cielo ribaltato senza smettere
e sembrano squarciarlo come spade
ucciderlo tracciandone le rotte
c’è un mare di silenzio nel dividersi
tra dire le parole per tradirle
e fremere nel corpo che mi porto
appresso non del tutto ancora morto
a stento contenendo l’odio per le
sembianze sue che dicono divine

***

Da: LE PAROLE CADUTE
(segnali di cose a venire)

0.

io ti scrivo storie nuove e false
trovo parole
altrove
che intasano la notte
e vorrei farne carne
nei segni senza peso
senza magìa
non c’è un’immagine
non c’è poesia
sono soltanto
mani che si muovono
manìa
parte di questa
ancora vacillante realtà
è data dalla somma
dei nostri due silenzi
che si alternano

2.

rimango in ascolto
del tuo puro dirompere
che è qualcosa di cui
mi riempio
scrivo solo a evitare la notte
trattenendo il respiro
e non sono sott’acqua
le due lune
sono in lacrime entrambe
le parole che spari
dolcemente
si consumano
e consistono in altro

4.

testimonia
il macello verbale
di creature esistenti
della loro banale
inconsapevolezza
degli errori normali
che fanno
le parole
della preda feroce
risuonano forti
adesso
provocando
la ferita da cauterizzare
la sua voce va a segno
fendente
questo canto
è il romanzo da fare
presentare alla gente

7.

sono limitato ad ogni sogno
da gerarchie ed obblighi
sociali e di lavoro
sto a quest’ora assurda
senza dormire
il mio
amico inesistente mi ha convinto
e devo organizzare in poco tempo
una cometa
da recitare al pubblico
con dedica

9.

sei tutto
le prime ottanta cellule felici
le foglie che si bruciano
la virgola mancante
dal testo in cui tracciamo traiettorie
sei pulpito silente
nei vuoti d’aria della realtà
in queste vaghe attese
bellezza a doppio taglio tra le rime
che è lama e si sostiene nonostante
tutto accadendo più improvvisamente
mi sembra consacrarsi
ti ascolto
ripetere che non si può curare
il male che ci spetta

10.

usare la prima persona
a volte fa male
e l’effetto
traspare
esiste un mare di fare
di fuori
un innesto
che ci tocca comprendere
nel medesimo gesto
presto avremo possesso
di un bordello di gioia
molto fragile

12.

dando senso al pensiero
l’infezione contagia per bocca
è viva nei corpi
altrove
la notte ha come una
ipnotica armonia
il cielo è resistente
stabile e superiore
è fatto di grafite e di paura
stropicciata e sporcata di luce
riecheggia la sua superficie

18.

immobili al cospetto
di astri ininfluenti e rime facili
rimangono
i libri in equilibrio
la morte recitandoci
non rende bene i crolli
dello stabilimento che abitiamo
l’involucro di pelle
guardando fisso il sole
è troppa
la luce che ti acceca

***

Nota

Il post riproduce, con qualche variante e aggiunta (per quanto riguarda i testi di Adriano Padua) e una integrazione alla nota critica, una sezione di Scritture II, appena pubblicato in E-book da Biagio Cepollaro nella sua collana di Poesia Italiana Contemporanea. A Biagio Cepollaro vanno il ringraziamento e la gratitudine per tutto il lavoro che da anni svolge a favore della diffusione della poesia.

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11 pensieri riguardo “Risonanze IV – Adriano PADUA”

  1. per mancanza di tempo mi soffermo ora solo sulle parole cadute che mi sembrano una sorta di dichiarazione di poetica, di metapoesia, versi molto fluidi e piacevoli da leggere. quasi leggeri ma di peso per ciò che esprimono, parole che vorebbero farsi carne, i limiti che si incontrano, gli ostacoli. l’analisi dei testi che fa marotta ad una prima lettura sembra interessante. magari ritorno a leggere con l’attenzione che il maestro (Francesco) merita, da lui c’è molto da imparare. intanto un saluto. antonella

  2. Diciamo che siete due ottimi autori. Con parecchi punti in comune, più di quanti appaiono in superficie. Anche, immagino di poter dire, sotto il profilo della personalità e dei valori di fondo.

    Grazie a te, Ruggero. E un saluto ad entrambi.

    Un grazie e un caro saluto ad Antonella.

    fm

  3. Sono molto contento di trovare qui dei testi di Adriano, Francesco (personalmente reputo Meccaniche un lavoro egregio). Trovo molto interessante anche la tua lettura degli stessi (qualcosa di simile forse l’avevi già scritto altrove), specie il ribaltamento del Nomothetes, dopo averne assunto tutte le funzioni e le forme.

  4. La nota critica è una riproposizione, con poche variazioni e un’aggiunta, del testo pubblicato a suo tempo in “La poesia e lo spirito” (In itinere). La tua riflessione sul “nomothetes” tocca il cuore dela poetica che si esprime in “Meccaniche”.

    fm

  5. mi fa un piacere enorme trovare questa eccezionale lettura di francesco (l’analisi più articolata e calzante che i miei testi abbiano mai ricevuto). nemmeno io probabilmente ho mai indagato così a fondo nella mia scrittura. Ritengo che questo sia il blog di livello più alto per quanto riguarda la poesia su internet, il lavoro di francesco mi sembra rigoroso e approfondito, davvero utile e prezioso. complimenti davvero. per il resto, grazie, grazie.

    ap

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